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Discussione: «De Mauro fu ucciso per lo scoop su Mattei»

  1. #1

    «De Mauro fu ucciso per lo scoop su Mattei»

    ALESSANDRA ZINITI

    Palermo, depositata la sentenza. Tra i mandanti l’ex Eni Verzotto, morto due anni fa

    PALERMO — Nessun colpevole per l’omicidio del giornalista Mauro De Mauro. Ma per i giudici che hanno assolto l’unico imputato del processo, Totò Riina, il movente è chiaro: il cronista de L’Ora, sequestrato sotto casa il 16 settembre 1970 e mai più ritrovato, sarebbe stato ucciso per le indagini che stava conducendo per conto del regista Francesco Rosi sul caso Mattei. A “tradire” De Mauro sollecitando l’intervento dei boss di Cosa nostra sarebbe stato un uomo del quale il giornalista si fidava: l’ex dirigente dell’Eni ed ex senatore dc Graziano Verzotto, morto due anni fa a Padova. Il fallito golpe Borghese, dunque, non c’entrerebbe nulla con la scomparsa del giornalista siciliano. Così la pensano i giudici della Corte d’assise che hanno depositato 2.200 pagine di motivazione della sentenza con cui hanno assolto Riina. «La causa scatenante della decisione di procedere al sequestro e all’uccisione di Mauro De Mauro fu costituita dal pericolo incombente che stesse per divulgare quanto aveva scoperto sulla natura dolosa delle cause dell’incidente aereo di Bascapè, violando un segreto fino ad allora impenetrabile e così mettendo a repentaglio l’impunità degli influenti personaggi che avevano ordito il complotto ai danni di Enrico Mattei, oltre a innescare una serie di effetti a catena di devastante impatto sugli equilibri politici e sull’immagine stessa delle istituzioni ». I giudici della corte presieduta da Giancarlo Trizzino hanno dato una lettura univoca delle contrastanti deposizioni di collaboratori di giustizia e testimoni ascoltati durante il lunghissimo processo». Il giornalista avrebbe dunque pagato lo scoop sulla morte del presidente dell’Eni, Mattei, simulata da incidente aereo nei pressi di Pavia il 27 ottobre 1962. «La natura e il livello degli interessi in gioco — scrivono i giudici — rilanciano l’ipotesi che gli occulti mandanti del delitto debbano ricercarsi in quegli ambienti politico-affaristicomafiosi su cui già puntava il dito il professor Tullio De Mauro (fratello del giornalista) nel 1970. E fa presumere che di mandanti si tratti e non di una sola mente criminale ». I giudici indicano senza mezzi termini Verzotto come uno dei mandanti e aggiungono che De Mauro, che si fidava ancora di lui, avrebbe chiesto al dirigente dell’Eni le conferme che gli mancavano. «Verzotto — scrivono i giudici — non avrebbe potuto reggere ancora per molto il gioco sottile che lui stesso aveva innescato cercando di orientare l’indagine di De Mauro nella direzione a sé più conveniente… Bisognava agire al più presto prima che quegli elementi venissero portati a conoscenza di Rosi e diventassero di pubblico dominio ». Per sistemare la questione Verzotto si sarebbe rivolto ai suoi referenti in Cosa nostra, i boss palermitani Bontate e Di Cristina che già non vedevano di buon occhio il giornalista per le inchieste sul business dell’edilizia. In questa “convergenza di interessi” De Mauro avrebbe trovato la sua tragica fine. Un delitto di mano mafiosa, il primo deliberato dalla commissione di Cosa nostra, secondo Tommaso Buscetta, ma non attribuibile a Totò Riina. Nel 1970 infatti i corleonesi non erano ancora “capi dei capi”.

    Repubblica | 08 Agosto 2012
    Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali.

    (Don Lorenzo Milani)

  2. #2

    La verità su De Mauro 40 anni dopo

    MIGUEL GOTOR

    Il giornalista Mauro De Mauro fu rapito il 16 settembre 1970, «inghiottito da una notte che non avrebbe avuto fine», come scrisse Vittorio Nisticò, il direttore dell'«Ora» di Palermo, il quotidiano di cui egli era uno degli inviati di punta. Dopo oltre quarant'anni, la Corte d'Assise di Palermo ha stabilito che è stato ucciso perché si apprestavaa divulgare quanto aveva scoperto circa la natura dolosa della morte del presidente dell'Eni Enrico Mattei, avvenuta a Bascapè nell'ottobre 1962, a seguito di un incidente aereo.

    L'unico imputato, il boss Totò Riina, è stato assolto, ma la sentenza ha l'indubbio merito di avere ricostruito un movente credibile per spiegare la scomparsa del giornalista. Inoltre, ha individuato il mandante del suo omicidio nell'ex senatore democristiano Graziano Verzotto, che si sarebbe rivolto ai boss mafiosi Stefano Bontate e Giuseppe Di Cristina, con i quali aveva stretto rapporti ai tempi in cui era il responsabile delle relazioni esterne in Sicilia dell'Eni e poi presidente dell'Ente minerario; quel Verzotto che fu l'ultimo a volare sull'aereo che precipitò con Mattei a bordo, con ogni probabilità a causa dell'esplosione di una bomba.
    Il presidente dell'Eni dava fastidio perché con la sua abile e spregiudicata difesa degli interessi nazionali aveva leso quelli petroliferi delle cosiddette «Sette sorelle» e, in particolare, sfidato le ambizioni imperiali inglesi stipulando accordi concorrenziali con i Paesi produttori di greggio a vantaggio dell'Italia. In più, Mattei era favorevole a sostenere la formazione di un governo neutralista che avrebbe abbandonato il posizionamento atlantico dell'Italia e modificato gli equilibri della guerra fredda stabiliti a Yalta.
    Non stupisce che i dispacci diplomatici inglesi recentemente desecretati definissero Mattei «un uomo pericoloso» e che le compagnie petrolifere britanniche lo considerassero «una sorta di verruca o di escrescenza da ignorare (o che, per il momento, non può essere asportata)». E sì, perché in quegli anni ruggenti l'Italia, nonostante avesse perso la guerra, era riuscita a diventare una protagonista della politica mediterranea scalzando dal loro ruolo privilegiato Francia e Inghilterra. La morte di Mattei, che De Mauro ammirava e seguiva come cronista, va inserita all'interno di questo contesto geopolitico, con le sue feroci rivalità e conflitti silenziosi, che in seguito avrebbero favorito la destabilizzazione italiana degli anni Settanta, con la strategia della tensione e il terrorismo rosso.
    La sentenza della Corte di Assise chiarisce anche il ruolo di mandante avuto dal senatore Verzotto, che incontrò De Mauro pochi giorni prima della sua scomparsa, mentre stava raccogliendo delle informazioni per conto del regista Francesco Rosi. Verzotto fu a lungo latitante a Parigi dopo che, nel 1975, venne coinvolto nello scandalo dei fondi neri della Banca Unione di Michele Sindona. Padovano, trapiantato a Siracusa, segretario provinciale della locale Dc dal 1955 al 1975, vicesegretario regionale del partito,è stato un uomo di grande potere per la sua capacità di unire politica e affari, in cui la dimensione legale e quella illegale si intrecciano in un vincolo inestricabile. Testimone di nozze del boss mafioso Di Cristina, in rapporti con Lucki Luciano e Sindona, rappresenta, in qualche misura, una figura emblematica della classe dirigente siciliana di quegli anni, che gli inguaribili nostalgici della «Prima Repubblica» farebbero bene a non dimenticare. Egli testimonia i rapporti gelatinosi che esponenti politici locali e nazionali hanno stretto con la mafia, di cui si sono serviti per imporre svolte conservatrici al corso della storia nazionale. Una storia costretta a muoversi entro i rigidi schemi della guerra fredda e uno spregiudicato uso politico dell'anticomunismo al fine di stabilizzare in senso moderato il quadro interno.
    La sentenza di Palermo, infine, mette in luce il funzionamento di un raffinato meccanismo sovversivo in cui «basso» e «alto», manovalanza esecutrice e mandanti rimasti nell'ombra, capacità di screditare la vittima e di depistare alimentando misteri, si sono sincronizzati alla perfezione. Una trappola mortale in cui la debolezza della politica ha lasciato lo spazio a poteri e a interessi affaristici più forti e che è scattata altre volte nella storia italiana: dal delitto Mattei agli omicidi di Pier Paolo Pasolini, Aldo Moro, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
    La funzione di questo meccanismo fu subito compresa oltre che dai familiari del giornalista ucciso, anche da Leonardo Sciascia quando scrisse che «De Mauro ha detto la cosa giusta all'uomo sbagliato e la cosa sbagliata all'uomo giusto». Un ideale epitaffio, che andrebbe inciso lì, su un pilone dell'autostrada A19 o alla placida foce del fiume Oreto, ove si dice che il giornalista sia stato seppellito da mano feroce e ancora sconosciuta.

    Repubblica | 09 Agosto 2012
    Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali.

    (Don Lorenzo Milani)

  3. #3

    Morto un presidente se ne fa un'altro.

    Il punto cruciale è la dichiarazione di Buscetta dalla quale si evince una verità leggermente diversa http://yespolitical.com/2012/08/11/d...della-sicilia/. Mi chiedo come mai questa dichiarazione non sia stata ritenuta attendibile o peggio, non presa in considerazione. Le cose sicure sono: a) coinvolgimento della mafia, altrimenti in quel periodo era impossibile un'azione a Catania. b) Mattei stava portando avanti una politica che andava contro gli interessi del "cartello", parliamo di cifre stratosferiche. In questo mio blog altre notizie.
    (http://giuseppe51.blogspot.it/2010/0...-de-mauro.html)
    Ultima modifica di giuseppe50; 24-08-2012 alle 09:07 Motivo: format

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