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Discussione: Le mire saudite dietro l’attivismo salafita in Siria di Federico Donelli -

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  1. #1

    Le mire saudite dietro l’attivismo salafita in Siria di Federico Donelli -

    La sfida per l’egemonia regionale tra l’Iran sciita e l’Arabia Saudita wahhabita (sunnita) si sta progressivamente estendendo dal territorio iracheno a quello siriano dove, seppur ancora in maniera velata, Riyadh vuole giocare un ruolo da protagonista. L’Arabia Saudita, alle prese con un periodo di precari equilibri interni, vuole cercare di sfruttare a proprio vantaggio i disordini siriani; per questo motivo ha da tempo iniziato a sostenere i ribelli organizzati intorno all’Esercito Libero Siriano (FSA), ma, al tempo stesso, ha fornito armamenti e appoggio finanziario ai gruppi di combattenti salafiti provenienti dal confine iracheno e dal vicino Libano. Nelle ultime settimane proprio queste cellule si sono rese protagoniste di diversi attacchi compiuti sul suolo siriano, creando imbarazzi a Riyadh ma anche a Washington dove ora iniziano a temere un effetto boomerang.


    L’Arabia Saudita sta attraversando un periodo molto delicato in cui oltre a dover affrontare le sempre maggiori richieste di riforma interna, placate attraverso un cospicuo aumento dei sussidi (tra dicembre 2011 e gennaio 2012 circa 100 miliardi di dollari) destinati ai sudditi, si trova alle prese con una difficile situazione che coinvolge direttamente la dinastia, dove equilibri già precari si sono aggravati con la morte, il 16 giugno, del principe Naif bin Abdulaziz, storico Ministro dell’Interno (dal 1975 al 2011) ed erede designato al trono dall’attuale sovrano re Abdullah Ibn Abdel-Aziz. Conosciuto come il membro della famiglia reale più vicino agli ambienti wahhabiti, Naif bin Abdulaziz deteneva il controllo delle forze di sicurezza saudite, compresa la potente polizia segreta, ed era stato il reale artefice delle politiche saudite in Yemen e in Bahrein.
    Ai sensi dell’articolo 5 dello statuto del Regno spetta ora a re Abdullah il compito di nominare l’erede al trono; una scelta che troverà poi una conferma, prettamente formale, del Consiglio di Fedeltà; il Consiglio di Fedeltà è un organismo istituito nel 2006 e composto da 35 membri della famiglia reale volto a creare un consenso intorno alle scelte del monarca1. Il timore maggiore è quello che si ripropongano vecchie faide e lotte interne alla famiglia minando così gli equilibri di potere di un regno che si trova ad affrontare una delicata fase di transizione.
    Sullo sfondo vi è però un ulteriore pericolo che lega l’Arabia Saudita ad altre monarchie del Golfo, come il Bahrein, ossia le crescenti mire iraniane sul governo iracheno; l’Iraq rappresenta un Paese cruciale perché rappresenta la porta verso il Golfo e la sua posizione geografica ha per anni rappresentato un solido cuscinetto alle mire degli Ayatollah.
    L’Iran prova a proporsi come modello per il giovane governo iracheno guidato dallo sciita Nuri al-Mālikī, che in passato scappò dal regime di Saddam Hussein trovando rifugio proprio in Iran. Ciò rappresenta una grave sconfitta per la dinastia saudita nella lotta per l’egemonia regionale. La situazione irachena, con il sopravvento della comunità sciita sulla componente sunnita vicina a Riyadh, ha aperto una profonda crisi all’interno dell’universo sunnita, di cui l’Arabia Saudita si sente storicamente protettrice e baluardo, convincendo le autorità saudite a passare al contrattacco aumentando il proprio sostegno all’opposizione siriana.
    L’intento saudita è quello di riuscire a rovesciare il regime degli Asad sferrando così un duro colpo all’Iran che ha nella Siria il suo alleato geo-politicamente più prezioso; per questo Riyadh, con l’assenso di Ankara e Washington, avrebbe da tempo cominciato a sostenere apertamente i ribelli armati che combattono contro il regime siriano2. Fin dai primi giorni successivi allo scoppio delle rivolte, la principale forza di opposizione siriana è organizzata nell’Esercito Libero Siriano (FSA), forza irregolare sunnita, le cui roccaforti sono le città siriane di Homs e Hama, e nelle cui fila si sarebbero arruolati da tempo anche diversi sunniti libanesi reclutati, ovvero finanziati, proprio dall’Arabia Saudita3. Molti degli aiuti forniti dall’Arabia Saudita andrebbero all’organizzazione libanese Movimento del Futuro (al-Mustaqbal) guidato dall’ex Primo Ministro Saad al-Hariri (figlio del più famoso Rafiq al-Hariri) e collegato al Al-Jama’a Al-Islamiyya, movimento libanese vicino ai Fratelli Musulmani4.
    Attraverso l’utilizzo delle vecchie rotte usate per il contrabbando nella valle di Bekaa, il FSA ha goduto fino a questo momento di ingenti forniture non solo di armi, ma anche di cibo, medicinali, acqua e strumenti determinanti a garantire la comunicazione tra i diversi gruppi d’opposizione al regime siriano. Oltre a fornire assistenza finanziaria, i sauditi possono dare ai militanti legittimità e motivazioni dal punto di vista ideologico sfruttando proprio il crescente e diffuso timore delle diverse comunità sunnite in tutto il Medio Oriente, sconcertate dalle denunce di continui massacri che gli uomini di Asad compirebbero nei confronti della popolazione civile siriana.

    Tra i molti combattenti ribelli che in questi mesi hanno intrapreso diverse azioni di ritorsione contro il regime siriano e più in generale contro la comunità alawita, ramo dello sciismo a cui appartengono i membri della famiglia Asad e dell’establishment di potere, vi sono diversi jihadisti salafiti. La Salafiyyah è un movimento modernistico islamico nato a metà Ottocento il cui termine richiama l’era imperfettibile degli antenati pii (appunto i salaf); il movimento, che ha avuto in Muḥammad ‛Abduh, Giamāl ad-Dīn al-Afghānī e Rashīd Riḍā i suoi principali teorici, mirava ad islamizzare la modernità attraverso il recupero dell’antica purezza delle origini5. Il salafismo è progressivamente evoluto passando da movimento riformista a movimento radicale nel corso del XX secolo attraverso la crescente influenza della corrente wahhabita; non tutti i salafiti sono jihadisti, ma tutti i jihadisti richiamano l’interpretazione rigorosa dei testi promossa dal salafismo.
    Al momento diversi jihadisti si trovano in territorio siriano o nel vicino Libano; l’elemento di raccordo sarebbe costituito dal gruppo libanese guidato da Saad al-Hariri che da tempo ha sviluppato relazioni sempre più strette con diversi movimenti salafiti che, nell’ottica di Riyadh, dovrebbero diventare una forza di contrasto alle milizie sciite libanesi di Hezbollah6. All’interno dei gruppi salafiti vi sono molti jihadisti, veri e propri mercenari, che durante gli ultimi anni hanno operato azioni di guerriglia e attacchi terroristici in Iraq, anche contro militari nordamericani, ma soprattutto molti di loro hanno in passato combattuto proprio contro il regime saudita.
    Alcuni sono discendenti della profonda frattura che colpì l’Arabia Saudita nel 1991, quando decise di concedere ai militari nordamericani di calpestare il suolo sacro (in territorio saudita si trovano Mecca e Medina, i due luoghi sacri dell’Islam); in quel contesto mosse i suoi primi passi anche Osama bin Laden. Tuttavia, a seguito del 11 settembre 2001, l’Arabia Saudita ha promosso, di comune accordo con le autorità religiose, un processo di correzione e riabilitazione della componente salafita cercando di allontanarla dal concetto di “jihadismo” per riavvicinarla a quello di “jihad”. Il “jihadismo” è un’ideologia adottata dai movimenti radicali islamici nel corso del XX secolo che fonda le proprie radici nella concezione aggressiva di jihad proposta da Ibn Taymiyya7; il jihadismo, che ha in Sayyid Qutb e Al-Mawdudi i suoi principali teorici moderni, considera solamente l’uso della lotta armata come mezzo per rovesciare i governi laici e sostituirli con forme di Stato islamico autentiche in cui vi sia la cieca osservanza del dettato coranico, compresa l’applicazione integrale della Shari’ah.
    Il concetto di jihad (sforzo) invece, come esplicitato in molteplici sure coraniche, rimanda essenzialmente ad un uso della forza della ragione, che porti il singolo individuo all’osservanza dei precetti islamici; il jihadpiù importante e difficile non è quello rivolto contro qualcuno, sia esso infedele o cattivo musulmano, ma quello interiore che ogni buon musulmano persegue quotidianamente8. Nessuno Stato musulmano si opporrebbe all’applicazione del jihad. L’Arabia Saudita nel difficile percorso volto a riabilitare molti ex combattenti jihadisti ha promosso, con l’avallo delle autorità clericali wahhabite, la tesi per cui attori non statali non possano intraprendere alcuna jihad di loro iniziativa, in quanto una tale chiamata spetta solo ed esclusivamente ad autorità statali o religiose riconosciute dallo Stato9. Se tradizionalmente le forze jihadiste erano solite vedere come principale minaccia l’Occidente e i governi considerati asserviti ad esso, per Riyadh, a maggior ragione in questo delicato momento, il pericolo principale proviene dallo sciismo.

    È tuttavia vero che al momento il regno saudita, come già avvenuto in passato, non ha ufficialmente preso alcuna posizione nei riguardi di un eventuale jihad o guerra diretta contro la Siria; una scelta dettata dall’ulteriore imbarazzo che una tale posizione creerebbe nelle relazioni con gli Stati Uniti. Nelle ultime settimane vi sono stati molteplici interventi sui media nazionali (radio, giornali, Tv) di eminenti ulama e sceicchi, compresa una recente fatwa emessa da un membro del Consiglio Supremo Religioso del regno, volti a interdire qualsiasi forma di jihad in Siria o in altri Paesi senza che vi sia stato prima un qualche consenso statale10.
    Dichiarazioni resesi necessarie dopo i molti video comparsi sul web a partire dai primi di febbraio, in cui illeader di al-Qaida, Ayman al-Zawahiri, ha esortato i musulmani sauditi a ribellarsi contro il governo di Riyadh, seguendo l’esempio di quanto fatto dai loro “fratelli” siriani, tunisini, egiziani e yemeniti. Già in passato l’Arabia Saudita ha dovuto affrontare il problema del controllo di queste forze, incarico affidato al servizio di intelligence saudita (General Intelligence Presidency) il quale si è dimostrato in grado di operare nella distribuzione di finanziamenti e armamenti ma incapace di controllarne il loro successivo utilizzo. Manca un organismo maturo ed efficiente come il MOIS iraniano, Ministero di Intelligence e Sicurezza, in grado di gestire a distanze le operazioni dei propri corpi d’élite o di gruppi armati affiliati e il più delle volte da esso addestrati. L’Arabia Saudita già in passato ha operato soprattutto grazie al sostegno di altri apparati di intelligence, come per esempio l’ISI (Inter-Services Intelligence), branca dell’intelligence pakistana, sfruttata da Riyadh nel contesto afghano11.
    Timori di innescare un processo del tutto fuori controllo sono stati espressi, seppur timidamente, anche da Washington, dove sono ben consapevoli che l’assenza nell’apparato governativo saudita di un solido organismo di controllo sui combattenti jihadisti, potrebbe rivelarsi un pericolosissimo “boomerang”. Nonostante tra i corridoi del Pentagono siano restii nel dare il proprio assenso ad operazioni di combattenti jihadisti in territorio siriano, i molti attacchi delle ultime settimane hanno dimostrato che qualcosa sottotraccia a Riyadh hanno già deciso.
    Per l’Arabia Saudita il contesto siriano e la caduta del regime degli Asad è vista sempre più come battaglia per la propria sicurezza nazionale in virtù anche del fatto che la fiducia nell’alleato storico, gli Stati Uniti, è gradualmente venuta meno a seguito della caduta di Mubarak in Egitto e del ritiro delle truppe dall’Iraq, ritiro che ha consegnato il Paese nelle mani sciite.

    Combattenti animati ideologicamente e da principi di stampo religioso rappresentano nell’ottica saudita un elemento fondamentale per la propria sopravvivenza. Tuttavia, ciò che più spaventa gli Stati Uniti è la consapevolezza che storicamente l’uso di combattenti jihadisti ha creato ulteriori problemi sia interni che esterni al regno saudita e una tale eventualità oggi, in un periodo di instabilità e debolezza, potrebbe portare all’indebolimento del potere della dinastia dei Saud, aprendo definitivamente le porte ad una pericolosa egemonia regionale dell’Iran.

    Federico Donelli è laureato in Scienze politiche e delle relazioni internazionali presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, attualmente laureando in Politica ed economia del Mediterraneo presso l’Università degli Studi di Genova.

    1. ABDUL-SAMH, Rusheed, Succession worries surface in Saudi Arabia, in “Al-Ahram Weekly”, n./1108 (del 21-6-2012).
    2. CHULOV, Martin, Saudi Arabia plans to fund Syria rebel army, in “The Guardian” (del 22/6/2012); SCHMITT, Eric, C.I.A. Said to Aid in Steering Arms to Syrian Opposition, in “The New York Times” (del 21/6/2012).
    3. BOKHARI, Kamran, Jihadist Opportunities in Syria, in “Stratfor Analysis” (del 14/2/2012).
    4. Ibid.
    5. CAMPANINI, Massimo, Islam e Politica, Il Mulino, Bologna, 2003, p. 184.
    6. BOKHARI, Kamran, Jihadist Opportunities in Syria, cit.
    7. CAMPANINI, Massimo, Islam e Politica, cit., pp. 135-139.
    8. AN-NA’IM, Abdullahi Ahmed, Riforma Islamica: diritti umani e libertà nell’Islam contemporaneo, Editori Laterza, Bari, 2011, p. 202.
    9. BOKHARI, Kamran, Jihadist Opportunities in Syria, cit.
    10. ZELIN, Aaron Y., Foreign Fighters Trickle into the Syrian Rebellion, in “Washington Institute Analysis” (Febbraio 2012); WEHREY, Frederick, Saudi Arabia Reins in Its Clerics on Syria, in “ ahl-Alquaran” (del 22/6/2012).
    11. DOWNING, Brian, Pakistan marches to Saudi tune, in “Asia Times Online” (del 3/6/2011).


    Le mire saudite dietro l'attivismo salafita in Siria | geopolitica-rivista.org

    http://www.google.it/url?sa=t&rct=j&...xTfie6CLaOD8dw

  2. #2
    Se crolla la Siria, crolla il Medio Oriente" intervista al Professor Khaled Fouad di Michele Marelli.


    "Se crolla la Siria, crolla il Medio Oriente". Con un'intervista ad Affaritaliani.it, il Professor Khaled Fouad Allam, ex deputato del Pd e docente di 'Sociologia del mondo musulmano' all'Università di Trieste, analizza gli sviluppi in Siria e afferma: "Mi spaventa molto l'assenza totale dell'Europa che non ha alcun tipo di progetto per il Medio Oriente. Nei prossimi anni ne sentiremo gli effetti negativi". E conclude: "Israele è preoccupata dalla caduta di Assad, perché ha sempre garantito una coesistenza dei rapporti col resto del Mondo arabo".

    La battaglia tra insorti ed esercito è penetrata nel cuore di Damasco e, soprattutto dopo l'assassinio del Ministro della Difesa, il regime sembra sul punto di crollare. Secondo lei la fine del Raìs è vicina?
    Probabilmente sì, però è difficile prevedere le sorti di Bashar al-Assad. C'è chi afferma che potrebbe andare in esilio in Russia, chi invece pensa che potrebbe essere ucciso…

    Come il Colonnello Gheddafi?
    Non è detto, potrebbe anche essere ucciso da frange dissidenti interne al suo stesso regime. Ma, indipendentemente da questo, siamo davanti alla fine di un regime che, di per sé, è già crollato.

    Assad ha spesso usato lo 'spauracchio qaedista', nel tentativo di dissuadere coloro che guardavano con favore alla rivoluzione. Tuttavia, sembra che ci sia una presenza effettiva di esponenti legati ad al-Qaeda nelle file degli insorti. Se questo timore si rivelasse fondato, quali rischi potrebbero profilarsi per l'Occidente in caso di caduta del regime?
    È estremamente facile che in queste situazioni di estrema confusione (e di contestazione non coesa) ci sia una penetrazione di movimenti sovversivi. Il terrorismo di al-Qaeda naturalmente non fa eccezione. Ma questo vale sia per la Siria che per tutti quei Paesi in cui c'è stata la 'Primavera Araba'. Questo rientra nella strategia di al-Qaeda, che prevede di 'accerchiare' tutti quei Paesi con regimi sul punto di crollare per ottenere una posizione strategica e approfittare di una situazione caotica. Il primo esempio che mi viene in mente è quello del Mali. Tutto questo è estremamente pericoloso.

    E l'Europa come si sta comportando in questa delicata fase?
    Mi spaventa molto l'assenza totale dell'Europa, che non sembra avere alcun tipo di visione del Medio Oriente o del Mondo arabo. Negli anni a venire, gli effetti negativi di questa assenza non tarderanno a mostrarsi. Sta nascendo una nuova classe dirigente totalmente diversa dalla precedente e l'Occidente non ha assoluta-mente idea di come muoversi…

    Questo vuoto dell'Occidente è riempito da qualcun altro?
    Il problema è proprio qui. A contendersi il dominio nella regione ci sono due potenze: l'Iran e la Turchia. Questo non farà che emarginare completamente l'Europa.

    Secondo lei chi potrebbe prevalere fra Iran e Turchia?
    Ankara, a mio avviso. La Turchia è sunnita, mentre l'Iran è sciita. Ma, in ogni caso, la questione della maggioranza o della minoranza etnico-religiosa sarà la chiave di volta della riformulazione politica del Medio Oriente.

    È opportuno parlare di scontro di 'imperi'?
    Assolutamente sì. E parliamo di imperi decisamente ricchi. In questa grave crisi economica le potenze che emergono, per quanto bellicose (se parliamo dell'Iran), hanno un'indubbia disponibilità economica. Per citare alcuni Paesi sunniti, penso ovviamente all'Arabia Saudita ma anche al Qatar, un minuscolo Stato dotato di una potenza finanziaria a dir poco micidiale…

    A proposito del Qatar, lei vede nei servizi televisivi di al-Jazeera - per nulla graditi ad Assad - una strategia geopolitica?
    Non c'è dubbio. È evidente che la nascita delle televisioni satellitari come al-Jazeera, negli anni '90, aveva uno scopo ben chiaro. Si era capito che la manipolazione ideologico-politica passava attraverso la formulazione di un'opinione pubblica che coinvolgesse, su scala mondiale, tutto il mondo arabo. Al-Jazeera è servita a questo: a erodere questi regimi e a formulare un nuovo approccio (decisamente edulcorato) di tipo neo-fondamentalista, che giochi sul piano di una democrazia in versione islamica. Come è accaduto in Tunisia.

    Nel caso della Siria, al-Jazeera per chi parteggia?
    Il caso della Siria è particolarmente complesso. Non è un Paese ricco, ma è il cuore del Medio Oriente. Lì passano tutte le fratture e le contraddizioni del mondo arabo sul piano etnico-religioso. Diciamo che, in Siria, si ritiene assolutamente inconcepibile che una potenza come il sunnismo possa essere dominata dagli alawiti. I sunniti, dunque, stanno tornando alla carica per rovesciare questo rapporto di forza. Diciamo però che il regime gioca anche molto su questa carta.

    È possibile prevedere scenari in Siria?
    Non escludo che la caduta del regime possa comportare un rischio, ma non abbiamo nessuna certezza sul 'dopo'. La Siria per tanti aspetti mostra somiglianze con quanto è accaduto nell'ex Jugoslavia, 15 anni fa. Divisione del territorio compresa. C'è già chi parla di formare uno Stato alawita… In ogni caso, l'Europa potrebbe fare molto per aiutare questo popolo, ma c'è più silenzio che altro.

    Iran e Israele sono, di fatto, già in guerra. Le dichiarazioni di Nethanyahu circa un coinvolgimento iraniano nell'attentato in Bulgaria non fanno che preludere, secondo molti, a un attacco missilistico alle basi nucleari iraniane. Il crollo del regime siriano, primo alleato di Teheran nella regione, rischia di far precipitare la situazione?
    Israele si trova in una situazione molto fragile di fronte al mondo arabo. La situazione di 'guerra fredda' con la Siria assicurava un certo tipo di equilibrio. Il fatto che Israele abbia perso l'interfaccia che giocava l'Egitto non fa che acuire geopoliticamente tale fragilità. Israele si trova di fronte a un'incognita. È ovvio che può attaccare l'Iran, ma la domanda è: cosa succede dopo? Bisognerà guardare con attenzione a come si ricomporranno i Paesi coinvolti nella 'Primavera araba' e che posizione assumeranno nei confronti di Israele. Ricordiamo come Israele, che sicuramente ospita i maggiori esperti di Mondo arabo contemporaneo, abbia accolto con silenzio la 'Primavera araba'. Ovviamente le incognite sorte con le rivolte sono fonte di preoccupazione per lo Stato ebraico. Bisogna però vedere come si ricomporrà l'architettura geopolitica del Medio Oriente, così potremo finalmente vedere quale sarà la reale posizione dei Fratelli Musulmani. Anche su questo, è impossibile fare previsioni certe…

    Dunque, Israele non può che essere preoccupata dell'eventuale caduta di Assad…
    Certo, perché anche se si tratta di un tiranno la situazione siriana ha sempre garantito una coesistenza dei rapporti fra Israele e il resto del Medio Oriente.

    Compreso il contenimento di Hezbollah?
    Assolutamente.

    Quindi anche in Libano rischia di riaccendersi la situazione?
    Per dirla in poche parole: se crolla la Siria, crolla il Medio Oriente. Il rischio è quello di una catastrofe gene-rale, con conseguenze a livello mondiale.

    Siria, Israele Tifa Per Assad

    http://www.affaritaliani.it/esteri/s...12.html?ref=ig

  3. #3
    I jihadisti accorrono in massa in Siria


    E' in atto un nuovo scontro tra il sunnismo radicale e gli sciiti, che in Siria sono al potere con la corrente alawita. Si combatte ancora ad Aleppo e nel nord.


    I soldati fedeli al presidente Bashar Assad hanno riconquistato il terreno perduto a Midan e Mezze e altri quartieri della capitale Damasco ponendo fine all'attacco massiccio dei ribelli conosciuto «Il Vulcano di Damasco». Ripresa anche Barzeh, dice l'agenzia Reuters, dove i militari, giunti con almeno 20 carri armati, poi avrebbero giustiziato sommariamente una ventina di giovani accusati di aver aiutato i ribelli. Da ieri però le truppe governative devono affrontare l'offensiva dei ribelli «al Furqan», ad Aleppo, la seconda città del paese. Per ore si è combattuto intorno ad una sede della polizia e delle forze di sicurezza. Vicino Aleppo i ribelli hanno catturato una base militare e annunciato di aver preso il controllo di un altro posto di confine.

    E' un mordi e fuggi quello che attua il cosiddetto "Esercito libero siriano" (Els), la milizia ribelle finanziata ed armata da vari attori regionali (e non solo), di cui fanno parte anche migliaia di jihadisti provenienti da diversi paesi e che hanno formato reparti di mujahedin sempre più consistenti ed armati (grazie a fondi che starebbe mettendo a disposizione «privati» sauditi, iracheni e kuwaitiani). La stampa e le agenzie internazionali riferiscono che altre migliaia di jihadisti stanno affluendo in Siria, passando tra Turchia, Iraq e Giordania. Ieri è stata annunciata la nascita della Brigata «al Tawhid», che è solo l'ultima delle decine di formazioni di orientamento islamista che compongono l'Els.

    La lotta contro Bashar Assad assume sempre di più le caratteristiche di una guerra santa del sunnismo radicale contro il regime alawita (sciita) di Assad e, in senso di largo, contro quella Mezzaluna sciita che si era levata negli anni scorsi con la crescita dell'influenza iraniana in Medio Oriente, con grave sgomento delle petromonarchie del Golfo. Oggi dovrebbe partire una raccolta di fondi straordinari in Arabia saudita a favore dei «fratelli in Siria» (i ribelli) e Riyadh conta di organizzare ad agosto un vertice di paesi islamici "contro la sedizione", al quale certo non verra' invitato lo sciita Iran.

    Re Abdallah di Giordania, nei giorni scorsi, aveva avvertito che, caduto il regime di Assad, le armi della Siria, a cominciare da quelle chimiche, potrebbero finire nelle mani di al Qaeda che, aveva aggiunto, ha stabilito diverse basi in Siria, così come aveva fatto in Iraq dopo l'invasione anglo-americana di quel paese nel 2003.

    Israele invece non vuole che quelle armi passino ad Hezbollah in Libano e il premier Netanyahu ieri è tornato ad avvertire che il suo paese potrebbe intervenire militarmente per impedirlo. Su questo punto il coordinamento tra Tel Aviv e gli Usa è stretto. Washington ha nuovamente ammonito Damasco dal trasferire il suo arsenale chimico, nonostante questa possibilità sia ritenuta improbabile anche da diversi esperti ed analisti americani.

    Intanto è salito ad almeno 19mila il totale delle vittime di questi 16 mesi di guerra civile. Ieri la Farnesina ha chiesto di lasciare il paese a tutti gli italiani, due dei quali sono scomparsi mentre cercavano di andare all'aeroporto. Bloccati da uomini armati, di loro al momento non si sa nulla. Nena News

    http://nena-news.globalist.it/Detail...massa-in-Siria

  4. #4
    Ormai il mondo è succube di questi sceicchi detentori di patrimoni colossali che l'occidente ha contribuito a creare pagando il petrolio cento dollari al barile. Si sono talmente e immeritevolmente arricchiti che con i soldi non sanno che farsene perciò costruiscono grattacieli alti un chilometro, isole a forma di palma in mezzo al mare spostando miliardi di metri cubi di sabbia per ricavarci appartamenti per spennare quegli stessi occidentali cui sono rimasti gli ultimi spiccioli dopo l'acquisto dei barili. Tra l'altro queste opere sono state costruite dagli schiavi pakistani e indiani tenuti a vivere in veri e propri lazzaretti alla periferia di Doha. Bisogna che l'occidente si riorganizzi al più presto rafforzando la tecnologia dei propri eserciti, finanziando l'industria bellica e organizzando un servizio di intelligence ben ramificato per non trovarsi impreparato quando tra qualche lustro o pochi anni ci sarà la giusta guerra finale per il petrolio. Infatti i tempi stanno per essere maturi per togliere dalle mani di questi pazzi la preziosa matera prima indispensabile per il futuro dell'umanità quasi quanto l'acqua. Petrolio per tutti a prezzi ragionevoli sarà lo slogan della prossima battaglia per la civiltà

  5. #5

  6. #6
    Citazione Originariamente Scritto da kalandar Visualizza Messaggio
    una jihad.
    Chi di scimitarra ferisce di scimitarra perisce. I nostri soldi, cioè quelli pagati per il petrolio, servono anche per
    soddisfare gli intenti del califfato universale, segreta ambizione dell'OCI (Organizzazione Cooperazione Islamica) gruppo di 57 paesi islamici che ha il suo quartier generale a Gedda, in Arabia Saudita. Al di là delle provocazioni il rischio guerra per il petrolio esiste.

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