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Discussione: Le mire saudite dietro l’attivismo salafita in Siria di Federico Donelli -

  1. #1

    Le mire saudite dietro l’attivismo salafita in Siria di Federico Donelli -

    La sfida per l’egemonia regionale tra l’Iran sciita e l’Arabia Saudita wahhabita (sunnita) si sta progressivamente estendendo dal territorio iracheno a quello siriano dove, seppur ancora in maniera velata, Riyadh vuole giocare un ruolo da protagonista. L’Arabia Saudita, alle prese con un periodo di precari equilibri interni, vuole cercare di sfruttare a proprio vantaggio i disordini siriani; per questo motivo ha da tempo iniziato a sostenere i ribelli organizzati intorno all’Esercito Libero Siriano (FSA), ma, al tempo stesso, ha fornito armamenti e appoggio finanziario ai gruppi di combattenti salafiti provenienti dal confine iracheno e dal vicino Libano. Nelle ultime settimane proprio queste cellule si sono rese protagoniste di diversi attacchi compiuti sul suolo siriano, creando imbarazzi a Riyadh ma anche a Washington dove ora iniziano a temere un effetto boomerang.


    L’Arabia Saudita sta attraversando un periodo molto delicato in cui oltre a dover affrontare le sempre maggiori richieste di riforma interna, placate attraverso un cospicuo aumento dei sussidi (tra dicembre 2011 e gennaio 2012 circa 100 miliardi di dollari) destinati ai sudditi, si trova alle prese con una difficile situazione che coinvolge direttamente la dinastia, dove equilibri già precari si sono aggravati con la morte, il 16 giugno, del principe Naif bin Abdulaziz, storico Ministro dell’Interno (dal 1975 al 2011) ed erede designato al trono dall’attuale sovrano re Abdullah Ibn Abdel-Aziz. Conosciuto come il membro della famiglia reale più vicino agli ambienti wahhabiti, Naif bin Abdulaziz deteneva il controllo delle forze di sicurezza saudite, compresa la potente polizia segreta, ed era stato il reale artefice delle politiche saudite in Yemen e in Bahrein.
    Ai sensi dell’articolo 5 dello statuto del Regno spetta ora a re Abdullah il compito di nominare l’erede al trono; una scelta che troverà poi una conferma, prettamente formale, del Consiglio di Fedeltà; il Consiglio di Fedeltà è un organismo istituito nel 2006 e composto da 35 membri della famiglia reale volto a creare un consenso intorno alle scelte del monarca1. Il timore maggiore è quello che si ripropongano vecchie faide e lotte interne alla famiglia minando così gli equilibri di potere di un regno che si trova ad affrontare una delicata fase di transizione.
    Sullo sfondo vi è però un ulteriore pericolo che lega l’Arabia Saudita ad altre monarchie del Golfo, come il Bahrein, ossia le crescenti mire iraniane sul governo iracheno; l’Iraq rappresenta un Paese cruciale perché rappresenta la porta verso il Golfo e la sua posizione geografica ha per anni rappresentato un solido cuscinetto alle mire degli Ayatollah.
    L’Iran prova a proporsi come modello per il giovane governo iracheno guidato dallo sciita Nuri al-Mālikī, che in passato scappò dal regime di Saddam Hussein trovando rifugio proprio in Iran. Ciò rappresenta una grave sconfitta per la dinastia saudita nella lotta per l’egemonia regionale. La situazione irachena, con il sopravvento della comunità sciita sulla componente sunnita vicina a Riyadh, ha aperto una profonda crisi all’interno dell’universo sunnita, di cui l’Arabia Saudita si sente storicamente protettrice e baluardo, convincendo le autorità saudite a passare al contrattacco aumentando il proprio sostegno all’opposizione siriana.
    L’intento saudita è quello di riuscire a rovesciare il regime degli Asad sferrando così un duro colpo all’Iran che ha nella Siria il suo alleato geo-politicamente più prezioso; per questo Riyadh, con l’assenso di Ankara e Washington, avrebbe da tempo cominciato a sostenere apertamente i ribelli armati che combattono contro il regime siriano2. Fin dai primi giorni successivi allo scoppio delle rivolte, la principale forza di opposizione siriana è organizzata nell’Esercito Libero Siriano (FSA), forza irregolare sunnita, le cui roccaforti sono le città siriane di Homs e Hama, e nelle cui fila si sarebbero arruolati da tempo anche diversi sunniti libanesi reclutati, ovvero finanziati, proprio dall’Arabia Saudita3. Molti degli aiuti forniti dall’Arabia Saudita andrebbero all’organizzazione libanese Movimento del Futuro (al-Mustaqbal) guidato dall’ex Primo Ministro Saad al-Hariri (figlio del più famoso Rafiq al-Hariri) e collegato al Al-Jama’a Al-Islamiyya, movimento libanese vicino ai Fratelli Musulmani4.
    Attraverso l’utilizzo delle vecchie rotte usate per il contrabbando nella valle di Bekaa, il FSA ha goduto fino a questo momento di ingenti forniture non solo di armi, ma anche di cibo, medicinali, acqua e strumenti determinanti a garantire la comunicazione tra i diversi gruppi d’opposizione al regime siriano. Oltre a fornire assistenza finanziaria, i sauditi possono dare ai militanti legittimità e motivazioni dal punto di vista ideologico sfruttando proprio il crescente e diffuso timore delle diverse comunità sunnite in tutto il Medio Oriente, sconcertate dalle denunce di continui massacri che gli uomini di Asad compirebbero nei confronti della popolazione civile siriana.

    Tra i molti combattenti ribelli che in questi mesi hanno intrapreso diverse azioni di ritorsione contro il regime siriano e più in generale contro la comunità alawita, ramo dello sciismo a cui appartengono i membri della famiglia Asad e dell’establishment di potere, vi sono diversi jihadisti salafiti. La Salafiyyah è un movimento modernistico islamico nato a metà Ottocento il cui termine richiama l’era imperfettibile degli antenati pii (appunto i salaf); il movimento, che ha avuto in Muḥammad ‛Abduh, Giamāl ad-Dīn al-Afghānī e Rashīd Riḍā i suoi principali teorici, mirava ad islamizzare la modernità attraverso il recupero dell’antica purezza delle origini5. Il salafismo è progressivamente evoluto passando da movimento riformista a movimento radicale nel corso del XX secolo attraverso la crescente influenza della corrente wahhabita; non tutti i salafiti sono jihadisti, ma tutti i jihadisti richiamano l’interpretazione rigorosa dei testi promossa dal salafismo.
    Al momento diversi jihadisti si trovano in territorio siriano o nel vicino Libano; l’elemento di raccordo sarebbe costituito dal gruppo libanese guidato da Saad al-Hariri che da tempo ha sviluppato relazioni sempre più strette con diversi movimenti salafiti che, nell’ottica di Riyadh, dovrebbero diventare una forza di contrasto alle milizie sciite libanesi di Hezbollah6. All’interno dei gruppi salafiti vi sono molti jihadisti, veri e propri mercenari, che durante gli ultimi anni hanno operato azioni di guerriglia e attacchi terroristici in Iraq, anche contro militari nordamericani, ma soprattutto molti di loro hanno in passato combattuto proprio contro il regime saudita.
    Alcuni sono discendenti della profonda frattura che colpì l’Arabia Saudita nel 1991, quando decise di concedere ai militari nordamericani di calpestare il suolo sacro (in territorio saudita si trovano Mecca e Medina, i due luoghi sacri dell’Islam); in quel contesto mosse i suoi primi passi anche Osama bin Laden. Tuttavia, a seguito del 11 settembre 2001, l’Arabia Saudita ha promosso, di comune accordo con le autorità religiose, un processo di correzione e riabilitazione della componente salafita cercando di allontanarla dal concetto di “jihadismo” per riavvicinarla a quello di “jihad”. Il “jihadismo” è un’ideologia adottata dai movimenti radicali islamici nel corso del XX secolo che fonda le proprie radici nella concezione aggressiva di jihad proposta da Ibn Taymiyya7; il jihadismo, che ha in Sayyid Qutb e Al-Mawdudi i suoi principali teorici moderni, considera solamente l’uso della lotta armata come mezzo per rovesciare i governi laici e sostituirli con forme di Stato islamico autentiche in cui vi sia la cieca osservanza del dettato coranico, compresa l’applicazione integrale della Shari’ah.
    Il concetto di jihad (sforzo) invece, come esplicitato in molteplici sure coraniche, rimanda essenzialmente ad un uso della forza della ragione, che porti il singolo individuo all’osservanza dei precetti islamici; il jihadpiù importante e difficile non è quello rivolto contro qualcuno, sia esso infedele o cattivo musulmano, ma quello interiore che ogni buon musulmano persegue quotidianamente8. Nessuno Stato musulmano si opporrebbe all’applicazione del jihad. L’Arabia Saudita nel difficile percorso volto a riabilitare molti ex combattenti jihadisti ha promosso, con l’avallo delle autorità clericali wahhabite, la tesi per cui attori non statali non possano intraprendere alcuna jihad di loro iniziativa, in quanto una tale chiamata spetta solo ed esclusivamente ad autorità statali o religiose riconosciute dallo Stato9. Se tradizionalmente le forze jihadiste erano solite vedere come principale minaccia l’Occidente e i governi considerati asserviti ad esso, per Riyadh, a maggior ragione in questo delicato momento, il pericolo principale proviene dallo sciismo.

    È tuttavia vero che al momento il regno saudita, come già avvenuto in passato, non ha ufficialmente preso alcuna posizione nei riguardi di un eventuale jihad o guerra diretta contro la Siria; una scelta dettata dall’ulteriore imbarazzo che una tale posizione creerebbe nelle relazioni con gli Stati Uniti. Nelle ultime settimane vi sono stati molteplici interventi sui media nazionali (radio, giornali, Tv) di eminenti ulama e sceicchi, compresa una recente fatwa emessa da un membro del Consiglio Supremo Religioso del regno, volti a interdire qualsiasi forma di jihad in Siria o in altri Paesi senza che vi sia stato prima un qualche consenso statale10.
    Dichiarazioni resesi necessarie dopo i molti video comparsi sul web a partire dai primi di febbraio, in cui illeader di al-Qaida, Ayman al-Zawahiri, ha esortato i musulmani sauditi a ribellarsi contro il governo di Riyadh, seguendo l’esempio di quanto fatto dai loro “fratelli” siriani, tunisini, egiziani e yemeniti. Già in passato l’Arabia Saudita ha dovuto affrontare il problema del controllo di queste forze, incarico affidato al servizio di intelligence saudita (General Intelligence Presidency) il quale si è dimostrato in grado di operare nella distribuzione di finanziamenti e armamenti ma incapace di controllarne il loro successivo utilizzo. Manca un organismo maturo ed efficiente come il MOIS iraniano, Ministero di Intelligence e Sicurezza, in grado di gestire a distanze le operazioni dei propri corpi d’élite o di gruppi armati affiliati e il più delle volte da esso addestrati. L’Arabia Saudita già in passato ha operato soprattutto grazie al sostegno di altri apparati di intelligence, come per esempio l’ISI (Inter-Services Intelligence), branca dell’intelligence pakistana, sfruttata da Riyadh nel contesto afghano11.
    Timori di innescare un processo del tutto fuori controllo sono stati espressi, seppur timidamente, anche da Washington, dove sono ben consapevoli che l’assenza nell’apparato governativo saudita di un solido organismo di controllo sui combattenti jihadisti, potrebbe rivelarsi un pericolosissimo “boomerang”. Nonostante tra i corridoi del Pentagono siano restii nel dare il proprio assenso ad operazioni di combattenti jihadisti in territorio siriano, i molti attacchi delle ultime settimane hanno dimostrato che qualcosa sottotraccia a Riyadh hanno già deciso.
    Per l’Arabia Saudita il contesto siriano e la caduta del regime degli Asad è vista sempre più come battaglia per la propria sicurezza nazionale in virtù anche del fatto che la fiducia nell’alleato storico, gli Stati Uniti, è gradualmente venuta meno a seguito della caduta di Mubarak in Egitto e del ritiro delle truppe dall’Iraq, ritiro che ha consegnato il Paese nelle mani sciite.

    Combattenti animati ideologicamente e da principi di stampo religioso rappresentano nell’ottica saudita un elemento fondamentale per la propria sopravvivenza. Tuttavia, ciò che più spaventa gli Stati Uniti è la consapevolezza che storicamente l’uso di combattenti jihadisti ha creato ulteriori problemi sia interni che esterni al regno saudita e una tale eventualità oggi, in un periodo di instabilità e debolezza, potrebbe portare all’indebolimento del potere della dinastia dei Saud, aprendo definitivamente le porte ad una pericolosa egemonia regionale dell’Iran.

    Federico Donelli è laureato in Scienze politiche e delle relazioni internazionali presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, attualmente laureando in Politica ed economia del Mediterraneo presso l’Università degli Studi di Genova.

    1. ABDUL-SAMH, Rusheed, Succession worries surface in Saudi Arabia, in “Al-Ahram Weekly”, n./1108 (del 21-6-2012).
    2. CHULOV, Martin, Saudi Arabia plans to fund Syria rebel army, in “The Guardian” (del 22/6/2012); SCHMITT, Eric, C.I.A. Said to Aid in Steering Arms to Syrian Opposition, in “The New York Times” (del 21/6/2012).
    3. BOKHARI, Kamran, Jihadist Opportunities in Syria, in “Stratfor Analysis” (del 14/2/2012).
    4. Ibid.
    5. CAMPANINI, Massimo, Islam e Politica, Il Mulino, Bologna, 2003, p. 184.
    6. BOKHARI, Kamran, Jihadist Opportunities in Syria, cit.
    7. CAMPANINI, Massimo, Islam e Politica, cit., pp. 135-139.
    8. AN-NA’IM, Abdullahi Ahmed, Riforma Islamica: diritti umani e libertà nell’Islam contemporaneo, Editori Laterza, Bari, 2011, p. 202.
    9. BOKHARI, Kamran, Jihadist Opportunities in Syria, cit.
    10. ZELIN, Aaron Y., Foreign Fighters Trickle into the Syrian Rebellion, in “Washington Institute Analysis” (Febbraio 2012); WEHREY, Frederick, Saudi Arabia Reins in Its Clerics on Syria, in “ ahl-Alquaran” (del 22/6/2012).
    11. DOWNING, Brian, Pakistan marches to Saudi tune, in “Asia Times Online” (del 3/6/2011).


    Le mire saudite dietro l'attivismo salafita in Siria | geopolitica-rivista.org

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  2. #2
    Se crolla la Siria, crolla il Medio Oriente" intervista al Professor Khaled Fouad di Michele Marelli.


    "Se crolla la Siria, crolla il Medio Oriente". Con un'intervista ad Affaritaliani.it, il Professor Khaled Fouad Allam, ex deputato del Pd e docente di 'Sociologia del mondo musulmano' all'Università di Trieste, analizza gli sviluppi in Siria e afferma: "Mi spaventa molto l'assenza totale dell'Europa che non ha alcun tipo di progetto per il Medio Oriente. Nei prossimi anni ne sentiremo gli effetti negativi". E conclude: "Israele è preoccupata dalla caduta di Assad, perché ha sempre garantito una coesistenza dei rapporti col resto del Mondo arabo".

    La battaglia tra insorti ed esercito è penetrata nel cuore di Damasco e, soprattutto dopo l'assassinio del Ministro della Difesa, il regime sembra sul punto di crollare. Secondo lei la fine del Raìs è vicina?
    Probabilmente sì, però è difficile prevedere le sorti di Bashar al-Assad. C'è chi afferma che potrebbe andare in esilio in Russia, chi invece pensa che potrebbe essere ucciso…

    Come il Colonnello Gheddafi?
    Non è detto, potrebbe anche essere ucciso da frange dissidenti interne al suo stesso regime. Ma, indipendentemente da questo, siamo davanti alla fine di un regime che, di per sé, è già crollato.

    Assad ha spesso usato lo 'spauracchio qaedista', nel tentativo di dissuadere coloro che guardavano con favore alla rivoluzione. Tuttavia, sembra che ci sia una presenza effettiva di esponenti legati ad al-Qaeda nelle file degli insorti. Se questo timore si rivelasse fondato, quali rischi potrebbero profilarsi per l'Occidente in caso di caduta del regime?
    È estremamente facile che in queste situazioni di estrema confusione (e di contestazione non coesa) ci sia una penetrazione di movimenti sovversivi. Il terrorismo di al-Qaeda naturalmente non fa eccezione. Ma questo vale sia per la Siria che per tutti quei Paesi in cui c'è stata la 'Primavera Araba'. Questo rientra nella strategia di al-Qaeda, che prevede di 'accerchiare' tutti quei Paesi con regimi sul punto di crollare per ottenere una posizione strategica e approfittare di una situazione caotica. Il primo esempio che mi viene in mente è quello del Mali. Tutto questo è estremamente pericoloso.

    E l'Europa come si sta comportando in questa delicata fase?
    Mi spaventa molto l'assenza totale dell'Europa, che non sembra avere alcun tipo di visione del Medio Oriente o del Mondo arabo. Negli anni a venire, gli effetti negativi di questa assenza non tarderanno a mostrarsi. Sta nascendo una nuova classe dirigente totalmente diversa dalla precedente e l'Occidente non ha assoluta-mente idea di come muoversi…

    Questo vuoto dell'Occidente è riempito da qualcun altro?
    Il problema è proprio qui. A contendersi il dominio nella regione ci sono due potenze: l'Iran e la Turchia. Questo non farà che emarginare completamente l'Europa.

    Secondo lei chi potrebbe prevalere fra Iran e Turchia?
    Ankara, a mio avviso. La Turchia è sunnita, mentre l'Iran è sciita. Ma, in ogni caso, la questione della maggioranza o della minoranza etnico-religiosa sarà la chiave di volta della riformulazione politica del Medio Oriente.

    È opportuno parlare di scontro di 'imperi'?
    Assolutamente sì. E parliamo di imperi decisamente ricchi. In questa grave crisi economica le potenze che emergono, per quanto bellicose (se parliamo dell'Iran), hanno un'indubbia disponibilità economica. Per citare alcuni Paesi sunniti, penso ovviamente all'Arabia Saudita ma anche al Qatar, un minuscolo Stato dotato di una potenza finanziaria a dir poco micidiale…

    A proposito del Qatar, lei vede nei servizi televisivi di al-Jazeera - per nulla graditi ad Assad - una strategia geopolitica?
    Non c'è dubbio. È evidente che la nascita delle televisioni satellitari come al-Jazeera, negli anni '90, aveva uno scopo ben chiaro. Si era capito che la manipolazione ideologico-politica passava attraverso la formulazione di un'opinione pubblica che coinvolgesse, su scala mondiale, tutto il mondo arabo. Al-Jazeera è servita a questo: a erodere questi regimi e a formulare un nuovo approccio (decisamente edulcorato) di tipo neo-fondamentalista, che giochi sul piano di una democrazia in versione islamica. Come è accaduto in Tunisia.

    Nel caso della Siria, al-Jazeera per chi parteggia?
    Il caso della Siria è particolarmente complesso. Non è un Paese ricco, ma è il cuore del Medio Oriente. Lì passano tutte le fratture e le contraddizioni del mondo arabo sul piano etnico-religioso. Diciamo che, in Siria, si ritiene assolutamente inconcepibile che una potenza come il sunnismo possa essere dominata dagli alawiti. I sunniti, dunque, stanno tornando alla carica per rovesciare questo rapporto di forza. Diciamo però che il regime gioca anche molto su questa carta.

    È possibile prevedere scenari in Siria?
    Non escludo che la caduta del regime possa comportare un rischio, ma non abbiamo nessuna certezza sul 'dopo'. La Siria per tanti aspetti mostra somiglianze con quanto è accaduto nell'ex Jugoslavia, 15 anni fa. Divisione del territorio compresa. C'è già chi parla di formare uno Stato alawita… In ogni caso, l'Europa potrebbe fare molto per aiutare questo popolo, ma c'è più silenzio che altro.

    Iran e Israele sono, di fatto, già in guerra. Le dichiarazioni di Nethanyahu circa un coinvolgimento iraniano nell'attentato in Bulgaria non fanno che preludere, secondo molti, a un attacco missilistico alle basi nucleari iraniane. Il crollo del regime siriano, primo alleato di Teheran nella regione, rischia di far precipitare la situazione?
    Israele si trova in una situazione molto fragile di fronte al mondo arabo. La situazione di 'guerra fredda' con la Siria assicurava un certo tipo di equilibrio. Il fatto che Israele abbia perso l'interfaccia che giocava l'Egitto non fa che acuire geopoliticamente tale fragilità. Israele si trova di fronte a un'incognita. È ovvio che può attaccare l'Iran, ma la domanda è: cosa succede dopo? Bisognerà guardare con attenzione a come si ricomporranno i Paesi coinvolti nella 'Primavera araba' e che posizione assumeranno nei confronti di Israele. Ricordiamo come Israele, che sicuramente ospita i maggiori esperti di Mondo arabo contemporaneo, abbia accolto con silenzio la 'Primavera araba'. Ovviamente le incognite sorte con le rivolte sono fonte di preoccupazione per lo Stato ebraico. Bisogna però vedere come si ricomporrà l'architettura geopolitica del Medio Oriente, così potremo finalmente vedere quale sarà la reale posizione dei Fratelli Musulmani. Anche su questo, è impossibile fare previsioni certe…

    Dunque, Israele non può che essere preoccupata dell'eventuale caduta di Assad…
    Certo, perché anche se si tratta di un tiranno la situazione siriana ha sempre garantito una coesistenza dei rapporti fra Israele e il resto del Medio Oriente.

    Compreso il contenimento di Hezbollah?
    Assolutamente.

    Quindi anche in Libano rischia di riaccendersi la situazione?
    Per dirla in poche parole: se crolla la Siria, crolla il Medio Oriente. Il rischio è quello di una catastrofe gene-rale, con conseguenze a livello mondiale.

    Siria, Israele Tifa Per Assad

    http://www.affaritaliani.it/esteri/s...12.html?ref=ig

  3. #3
    I jihadisti accorrono in massa in Siria


    E' in atto un nuovo scontro tra il sunnismo radicale e gli sciiti, che in Siria sono al potere con la corrente alawita. Si combatte ancora ad Aleppo e nel nord.


    I soldati fedeli al presidente Bashar Assad hanno riconquistato il terreno perduto a Midan e Mezze e altri quartieri della capitale Damasco ponendo fine all'attacco massiccio dei ribelli conosciuto «Il Vulcano di Damasco». Ripresa anche Barzeh, dice l'agenzia Reuters, dove i militari, giunti con almeno 20 carri armati, poi avrebbero giustiziato sommariamente una ventina di giovani accusati di aver aiutato i ribelli. Da ieri però le truppe governative devono affrontare l'offensiva dei ribelli «al Furqan», ad Aleppo, la seconda città del paese. Per ore si è combattuto intorno ad una sede della polizia e delle forze di sicurezza. Vicino Aleppo i ribelli hanno catturato una base militare e annunciato di aver preso il controllo di un altro posto di confine.

    E' un mordi e fuggi quello che attua il cosiddetto "Esercito libero siriano" (Els), la milizia ribelle finanziata ed armata da vari attori regionali (e non solo), di cui fanno parte anche migliaia di jihadisti provenienti da diversi paesi e che hanno formato reparti di mujahedin sempre più consistenti ed armati (grazie a fondi che starebbe mettendo a disposizione «privati» sauditi, iracheni e kuwaitiani). La stampa e le agenzie internazionali riferiscono che altre migliaia di jihadisti stanno affluendo in Siria, passando tra Turchia, Iraq e Giordania. Ieri è stata annunciata la nascita della Brigata «al Tawhid», che è solo l'ultima delle decine di formazioni di orientamento islamista che compongono l'Els.

    La lotta contro Bashar Assad assume sempre di più le caratteristiche di una guerra santa del sunnismo radicale contro il regime alawita (sciita) di Assad e, in senso di largo, contro quella Mezzaluna sciita che si era levata negli anni scorsi con la crescita dell'influenza iraniana in Medio Oriente, con grave sgomento delle petromonarchie del Golfo. Oggi dovrebbe partire una raccolta di fondi straordinari in Arabia saudita a favore dei «fratelli in Siria» (i ribelli) e Riyadh conta di organizzare ad agosto un vertice di paesi islamici "contro la sedizione", al quale certo non verra' invitato lo sciita Iran.

    Re Abdallah di Giordania, nei giorni scorsi, aveva avvertito che, caduto il regime di Assad, le armi della Siria, a cominciare da quelle chimiche, potrebbero finire nelle mani di al Qaeda che, aveva aggiunto, ha stabilito diverse basi in Siria, così come aveva fatto in Iraq dopo l'invasione anglo-americana di quel paese nel 2003.

    Israele invece non vuole che quelle armi passino ad Hezbollah in Libano e il premier Netanyahu ieri è tornato ad avvertire che il suo paese potrebbe intervenire militarmente per impedirlo. Su questo punto il coordinamento tra Tel Aviv e gli Usa è stretto. Washington ha nuovamente ammonito Damasco dal trasferire il suo arsenale chimico, nonostante questa possibilità sia ritenuta improbabile anche da diversi esperti ed analisti americani.

    Intanto è salito ad almeno 19mila il totale delle vittime di questi 16 mesi di guerra civile. Ieri la Farnesina ha chiesto di lasciare il paese a tutti gli italiani, due dei quali sono scomparsi mentre cercavano di andare all'aeroporto. Bloccati da uomini armati, di loro al momento non si sa nulla. Nena News

    http://nena-news.globalist.it/Detail...massa-in-Siria

  4. #4
    Ormai il mondo è succube di questi sceicchi detentori di patrimoni colossali che l'occidente ha contribuito a creare pagando il petrolio cento dollari al barile. Si sono talmente e immeritevolmente arricchiti che con i soldi non sanno che farsene perciò costruiscono grattacieli alti un chilometro, isole a forma di palma in mezzo al mare spostando miliardi di metri cubi di sabbia per ricavarci appartamenti per spennare quegli stessi occidentali cui sono rimasti gli ultimi spiccioli dopo l'acquisto dei barili. Tra l'altro queste opere sono state costruite dagli schiavi pakistani e indiani tenuti a vivere in veri e propri lazzaretti alla periferia di Doha. Bisogna che l'occidente si riorganizzi al più presto rafforzando la tecnologia dei propri eserciti, finanziando l'industria bellica e organizzando un servizio di intelligence ben ramificato per non trovarsi impreparato quando tra qualche lustro o pochi anni ci sarà la giusta guerra finale per il petrolio. Infatti i tempi stanno per essere maturi per togliere dalle mani di questi pazzi la preziosa matera prima indispensabile per il futuro dell'umanità quasi quanto l'acqua. Petrolio per tutti a prezzi ragionevoli sarà lo slogan della prossima battaglia per la civiltà

  5. #5

  6. #6
    Citazione Originariamente Scritto da kalandar Visualizza Messaggio
    una jihad.
    Chi di scimitarra ferisce di scimitarra perisce. I nostri soldi, cioè quelli pagati per il petrolio, servono anche per
    soddisfare gli intenti del califfato universale, segreta ambizione dell'OCI (Organizzazione Cooperazione Islamica) gruppo di 57 paesi islamici che ha il suo quartier generale a Gedda, in Arabia Saudita. Al di là delle provocazioni il rischio guerra per il petrolio esiste.

  7. #7
    la guerra è tra sciiti e sunniti e il ruolo dei paesi del golfo nel controllare la primavera araba addomesticandola, nel soffocare con il sangue la rivolta della minoranza sciita nel Bahrain è ormai un dato di fstto. Il petrolio non è più l'elemento determinante , per me la posta in gioco è altro e in questa a area tutti i paesi sono coinvolti in questo dualismo. L'occidente ha chiuso un occhio con l'islamismo radicale purchè antisciita ...solo che chi pensa di essere il gatto puà essere il topo per qualcun altro... A titolo personale penso che la caaduta di Assad non sia così auspicata come si vuol far credere proprio per il vaso di Pandora che aprirebbe. E altri attori si stanno presentando sulla scena... e nessuno auspichi altre guerre visto il risultato finora ottenuto. ..spero. i salfiti cominciano a far paura a chi finora li ha tollerati per cinici giochi e inserisco in questo anche l'Occidente e credo che si punterà ad addossare a loro quanto è successo ultimamente ..vedremo



    Rami G. Khouri : Sauditi in Bahrein
    L’arrivo delle truppe dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti (EAU) nel Bahrein lo scorso lunedì rappresenta un motivo di preoccupazione su tre piani. Primo, indica che i leader arabi conservatori negli Stati chiave per la produzione dell’energia sono preoccupati che le sommosse nello Yemen a ovest e nel Bahrein a est possano estendersi ai loro paesi. Secondo, accelera la guerra ideologica di vecchia data tra alcuni leader arabi e il governo iraniano, con una forte, seppure non esplicita, sfumatura di tensione sciito-sunnita. Terzo, genererà probabilmente nuove tensioni interne in alcuni Stati del Golfo dove le minoranze sciite alzeranno il livello delle richieste e delle proteste. Forse, tuttavia, potrebbe essere positivo su due altri fronti: l’Arabia Saudita si sta affermando e sta dimostrando che può agire in maniera decisiva, mentre gli Stati Uniti appaiono come uno spettatore marginale in questo processoIl ministro degli esteri degli EAU, Abdullah bin Zayed el-Nahyan, ha dichiarato, lunedì scorso, che la mossa di Arabia Saudita ed EAU aveva lo scopo di sciogliere le tensioni nel Bahrein, di “appoggiare il governo del Bahrein e ristabilire calma e ordine nel paese, e di aiutare sia il governo che il popolo del Bahrein a raggiungere una soluzione ottimale per il popolo del paese”.Questo scopo è legittimo e ragionevole, ma inviare truppe da altri paesi arabi è probabilmente il mezzo peggiore per raggiungerlo, dato il contesto interno, regionale e globale in cui ciò accade. Sul piano nazionale, una seria contestazione maturata all’interno del paese contro l’elite dirigente del Bahrein riflette una più ampia rivolta dei cittadini arabi, stufi di non vedersi riconosciuti i diritti connessi alla piena cittadinanza. Sul piano regionale, ciò sarà con molta probabilità percepito come il più recente confronto politico ‘per procura’ fra Arabia Saudita e Iran, che del resto, in alcuni luoghi (Iran, Palestina, Libano), ogni tanto degenera in scontri armati. E a livello globale (con in aggiunta il valore simbolico della presenza della Quinta Flotta statunitense in Bahrein) questa è la più recente fase della battaglia ideologica che ha definito il Medio Oriente durante gli ultimi due decenni, e soprattutto dopo il crollo dello Stato iracheno nel 2003 in seguito all’attacco anglo-americano: la sfida regionale capeggiata da Iran e Siria, e la resistenza di fronte al conservatorismo arabo-israelo-americano.Nella maggioranza di questi scenari e di queste battaglie ‘per procura’, gli Arabi conservatori filo-americani hanno generalmente battuto in ritirata, e hanno perso terreno a favore del fronte capeggiato da Iran e Siria sia in ambito politico che militare, con solo poche eccezioni. Se il Bahrein è ora il più recente campo di battaglia attivo del conflitto ideologico ed etnico, l’iniziativa militare dell’alleanza Arabia Saudita–EAU sotto l’ombrello del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) probabilmente avrà esattamente l’effetto opposto allo scopo dichiarato di portare tranquillità. Alimenterà i risentimenti e l’opposizione attiva di molti nel Bahrein e in tutta la regione, che vedranno in questa mossa una specie di ‘occupazione’, come alcuni nel Bahrein hanno già dichiarato lo scorso lunedì.L’insegnamento che molti trarranno è che due diversi standard vengono applicati ai diritti dei cittadini arabi: in paesi come Libia, Egitto e Tunisia, il mondo accetterà o sosterrà attivamente i cambiamenti costituzionali che i cittadini di questi paesi richiedono, mentre in altri paesi arabi come il Bahrein, i diritti dei cittadini vengono dopo le esigenze più ampie legate all’energia e alla sicurezza. Questo è uno dei motivi per cui le proteste di cittadini di alcuni Stati del GCC, sia quelle meno intense sia quelle più veementi, stanno diventando sempre più numerose.L’invio di truppe saudite e degli Emirati è probabilmente una reazione controproducente, perché le tensioni nel Bahrein sono puramente politiche e locali. Possono essere risolte attraverso negoziati nazionali che riconfigurino il sistema governativo costituzionale in un modo che affermi gli uguali diritti di tutti i cittadini e assoggetti l’élite politica in carica e le decisioni nazionali a meccanismi più credibili di responsabilità e partecipazione – ossia ciò che gli Arabi stanno chiedendo in tutta la regione. Questioni di carattere politico che potevano essere risolvibili in Bahrein saranno ora meno risolvibili perché sono state spostate in un’arena definita dalla presenza di truppe straniere e da una battaglia ‘per procura’ tra le potenze regionali e globali.

    Un demone si è svegliato dentro l’Arabia Saudita: infatti l’invio di truppe saudite in altri territori è segno di reale preoccupazione e panico crescente, ma anche di fiducia e assertività in politica estera. Le implicazioni di questa mossa saudita per la regione sono enormi nonché imprevedibili. È inoltre interessante la dichiarazione degli USA secondo cui Washington non sarebbe stata informata, consultata o al corrente della decisione sui movimenti militari transfrontalieri del suo più stretto alleato arabo nel cuore del mercato immobiliare più strategico del mondo. Come direbbero i miei dotti amici politologi: “Perbacco!”Non c’è migliore indizio del ruolo marginale ormai riservato a Washington in gran parte del Medio Oriente, dovuto in buona misura alla sua incompetenza, incoerenza, parzialità nonché debolezza nel consentire che la sua politica mediorientale sia modellata da fanatici neoconservatori, zelanti filo-israeliani, demagoghi anti-islamici, estremisti fondamentalisti cristiani, e svariati altri strani personaggi che calpestano i principi americani e producono strategie di politica estera che danneggiano e marginalizzano gli Stati Uniti sulla scena internazionale.IL RISCHIO PIÙ GRANDE: SE ESPLODE IL GOLFOI
    Sauditi in Bahrein
    BAHREIN: ARMI AMERICANE E FRANCESI PER REPRIMERE LE PROTESTE
    Ultima modifica di Pegaso; 24-07-2012 alle 00:48

  8. #8
    Successi in Siria rilanciano al Qaeda in Iraq
    Ieri la giornata più sanguinosa. A Baghdad e in altre 18 città un totale di 111 morti e centinaia di feriti. E' l'eredità lasciata al paese dall'occupazione americana
    adminSito
    martedì 24 luglio 2012 11:02
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    della Redazione

    Roma, 24 luglio 2012, Nena News - I successi dei ribelli sunniti siriani, aiutati dai jihadisti salafiti provenienti da molti paesi nella lotta contro il regime alawita (sciita) di Bashar Assad, stanno galvanizzando anche al Qaeda in Iraq. L'organizzazione radicale sunnita fondata da Osama bin Laden, o meglio i suoi eredi locali (Stato islamico in Iraq), è probabilmente dietro buona parte se non tutti gli attentati compiuti ieri nella zona di Baghdad e in altre diciotto città, tutte nell'area della capitale e nel Nord del Paese. Il bilancio è 111 morti e almeno 230 feriti. La giornata di ieri e' stata la più sanguinosa da oltre due anni e mezzo per l'Iraq (non si era registrato un numero così alto di vittime dall'8 dicembre 2009, quando i morti furono 127).

    Al Qaeda - entrata in Iraq dopo la caduta del regime di Saddam Hussein in seguito all'invasione anglo-americana del paese - due giorni fa aveva annunciato la riorganizzazione dei suoi ranghi in Iraq e una nuova ondata di «operazioni», ossia attentati contro soldati, agenti di polizia e aree a maggioranza sciita. Abu Bakir al-Baghdadi, leader di Al Qaida in Iraq, era stato fin troppo chiaro: «Stiamo tornando a dominare quei territori che eravamo soliti dominare», aveva affermato al-Baghdadi. L'intento è quello di innescare una nuova guerra settaria tra sunniti e sciiti, con la minoranza curda (sunnita) che sembra via via allinearsi con i primi.

    L'attacco più sanguinoso è avvenuto a Taji, 25 chilometri a nord di Baghdad, dove sette bombe hanno ucciso almeno 42 persone.

    Il primo dei 27 attacchi di ieri ha colpito all'alba nella provincia di Duluiya, dove un gruppo di uomini armati ha fatto irruzione in una caserma uccidendo almeno 16 soldati. Altri uomini armati hanno colpito diverse città a Nord di Baghdad, tra le quali Kirkuk, Mosul, Saadiyah, Khan Beni Saad, oltre a un posto di blocco militare nella provincia di Diyala.

    A Baghdad due autobomba sono esplose nei distretti sciiti di Husseiniyah e Sadr City, causando oltre 20 morti.

    Gli attentati non sono stati rivendicati ma la firma è quella dello "Stato Islamico dell'Iraq". «Al Qaida sta cercando di portare l'Iraq sull'orlo di una guerra tra sciiti e sunniti. Vuole che le cose vadano male come sta accadendo in Siria», ha commentato un rappresentante ufficiale iracheno. Nena News
    http://nena-news.globalist.it/Detail...-Qaeda-in-Iraq

  9. #9
    IA’s favorite Saudi prince is laying the groundwork for a post-Assad Syria

    CIA’s favorite Saudi prince is laying the groundwork for a post-Assad Syria

    Haaretz published this article, then took it off the site. Here’s the cached version: “CIA’s favorite Saudi prince begins laying groundwork for a post-Assad Syria”

    Saudi Arabia’s Prince Bandar bin Sultan, 62, fell in love with the United States when he was still a pilot in his country’s air force and took aerobatics training on an American air base. The romance was renewed several years later when he was named his country’s ambassador to Washington, a tenure that lasted 22 years, during which he was a regular guest of both George Bushes and was the only ambassador who was guarded by the U.S. Secret Service.

    Last week King Abdullah named him director-general of the Saudi Intelligence Agency, replacing Muqrin bin Abdulaziz, on top of his post as secretary general of the National Security Council, which he’s held since 2005.

    Bandar’s appointment to the most important position in the Saudi security echelons is no coincidence. Aside from the fact that he is very well connected to the kingdom’s leaders (his wife, Haifa, is the daughter of King Faisal who was assassinated in 1975, her brother, Turki al-Faisal, was once head of Saudi intelligence and another brother, Mohammed al-Faisal, is one of the kingdom’s richest men), it seems that the primary reason for his appointment now is that Saudi Arabia is preparing for the next stage in Syria, after President Bashar Assad finally gets off the political stage, one way or another, and Syria turns into a focus of international struggles for control of the inheritance.

    There is already an intense campaign over this inheritance between the United States with the European Union and Russia, but the ramifications of Assad’s fall on the positions of Iran and Hezbollah – and no less so, Iraq – are more important. And when Egypt is hobbling on crutches in its effort to establish its “Second Republic,” and its position in the Middle East is that of a disabled person needing nursing care, and when the Arab League is paralyzed, Saudi Arabia is left to assume responsibility for drawing up the new map of the Middle East.

    From Washington’s perspective, Bandar’s appointment is important news. Bandar, the rugby fan and man-about-town, whose wife, more than a decade ago, was being investigated by Congress about her connections to Al-Qaida activists, is considered the CIA’s man in Riyadh. He’s known as a can-do person who makes quick decisions and doesn’t spare any resources to achieve his objectives.

    When there was a need to transfer money to the rebels in Nicaragua in the 1980s, Bandar was the one who dealt with the Saudi “grants” that were requested by the White House. He was also the one who arranged things when Saudi Arabia was asked to help fund the mujahedeen’s battles in Afghanistan against the Soviet conquest.

    Bandar is a member of that part of the royal family that is against the revolutions in the Arab states, and who see the rise of the Muslim Brotherhood no less of a threat than Iranian influence in the region.

    He helped King Abdullah (when the latter was still crown prince) to formulate the Saudi peace plan that later became known as the Arab Peace Initiative to resolve the Israel-Palestinian conflict, and he fashioned the tough Saudi stance against Syria and Hezbollah after the assassination of Lebanese Prime Minister Rafik Hariri in 2005. A few years afterward, he suggested that the king change course and reconcile with Syria in an effort to cool the relations between Syria and Iran.

    When the revolutions broke out, even more so when the Shi’ite rebellion began in Bahrain, Bandar supported sending troops to that small kingdom to quell the revolt, which Saudi Arabia perceived as Iranian intervention in the business of the Gulf states. At the same time, Saudi Arabia decided to quickly support the new Egyptian regime financially, depositing more than $3 billion as a guarantee in the Egyptian central bank.

    Egyptian President Mohamed Morsi knows very well that this aid does not stem from Saudi Arabia’s great love for the Egyptian revolution, let alone for the Muslim Brotherhood, but is meant to block Iranian efforts to gain a foothold in Egypt. As a result, when Morsi was invited to Tehran for a conference of non-aligned nations, he decided to stop first in Riyadh for a visit, so as not to give Iran the political satisfaction of being the first host of the new Egyptian president.

    Saudi commentators say that Bandar was the one behind the decision to give money to the Syrian rebels, and even to buy weapons for them, and that the tough Saudi demand that Assad must step down is part of Bandar’s own strategic concept, which guides the kingdom far more than the positions of the 88-year-old king, whose health is failing.

    The Saudi policy on Syria is being closely coordinated with the U.S. administration, both of which (like Israel) want to separate Iran from its most important Arab base and undermine the flow of weapons to Hezbollah. These goals have not escaped Iranian eyes, which is why Tehran is strengthening its positions in Iraq and in the Kurdish zone of northern Iraq. Moreover, according to reports from the Syrian opposition, Iran is also making clandestine contacts in Europe with rebel representatives.

    There is no way to know what Syria will look like after Assad, and in which of the rebelling factions it pays to invest. Saudi Arabia, as is its wont, is investing in all of them. It is hoped that the United States will get the payoff.

    karlremarks.blogspot.com/2012/07/cias-favorite-saudi-prince-is-laying.html

  10. #10
    Il lento collasso dello Stato siriano trascina il Medio Oriente verso l’ignoto


    A una settimana dall’attentato che ha parzialmente decapitato la cosiddetta “cellula di crisi” del regime siriano, si respira un clima da “crepuscolo degli dei” a Damasco e nella regione, dove molti si attendono la fine imminente di Assad e della sua cerchia di potere. Quando ciò avverrà, il volto della regione non sarà più lo stesso.
    Eppure non è ancora finita. Sebbene stia inesorabilmente perdendo terreno, il regime continua ad avere alcune carte da giocare. I recenti feroci scontri a Damasco sono solo il prologo di ciò che potrebbe accadere. Damasco è la posta decisiva. Il regime farà di tutto per difendere la sua capitale. E la ribellione armata non sembra ancora pronta per affrontare una simile battaglia.
    A livello regionale ed internazionale la contrapposizione attorno alla crisi siriana – che essenzialmente vede Russia, Cina e Iran schierati contro Stati Uniti (ed alcuni paesi europei), Arabia Saudita, Qatar e Turchia – è più aspra che mai.
    La recente decisione americana di sottoporre al Consiglio di Sicurezza una risoluzione che ponesse la crisi siriana sotto la giurisdizione del capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite (che implica l’eventuale uso della forza) ha rappresentato un’ulteriore escalation, e il conseguente veto russo-cinese ha determinato una nuova, grave spaccatura a livello internazionale.
    Tutto ciò fa temere che anche dopo il crollo del regime – ormai molto probabile, ma con tempi tutt’altro che certi – non sarà affatto finita. Anzi, il peggio dovrà forse ancora venire. Sebbene la “guerra per procura” per il controllo della Siria abbia avuto fino a questo momento un impatto relativamente limitato sul terreno in termini di sostegno militare alle parti belligeranti, gli ingredienti per un’ulteriore inasprimento della crisi ci sono tutti.
    La prima conseguenza è tragicamente ovvia: altri spargimenti di sangue, orrendi massacri, e terribili sofferenze per la popolazione siriana – in attesa di capire se il lento collasso del regime di Damasco, che sta inesorabilmente spingendo la Siria verso il baratro, trascinerà con sé anche i paesi limitrofi in una sanguinosa guerra settaria, e se la prospettiva di un attacco all’Iran (che si farà incombente il prossimo anno) porterà a una conflagrazione dell’intero Medio Oriente, mettendo potenzialmente a rischio le sorti del mondo.
    L’unico modo per scongiurare simili scenari catastrofici potrebbe essere uno sforzo internazionale per disinnescare un’ulteriore escalation, isolando la Siria da ogni ulteriore influsso esterno. L’esito della crisi siriana, qualunque esso sia, non deve essere il prologo per nuovi regolamenti di conti nella regione, e non deve rappresentare una tentazione per ridisegnare ulteriormente gli equilibri mediorientali.
    Le forze che la crisi siriana ha scatenato a livello regionale destano preoccupazione, la quantità degli attori coinvolti, le ambizioni che essi nutrono e le minacce “esistenziali” da essi percepite, sono allarmanti. Ogni tentativo di “internazionalizzare” ulteriormente la crisi, in assenza di una reale volontà negoziale, avrà conseguenze disastrose.
    SHAWKAT, CONTROVERSO PILASTRO DEL REGIME
    Prima di fare un tentativo di descrivere gli ultimi sviluppi in Siria, è bene sottolineare che nessuno sa con certezza cosa stia accadendo nel paese, tenuto conto della campagna di propaganda e disinformazione senza precedenti condotta da tutte le parti coinvolte (senza eccezione), della quasi totale assenza di giornalisti sul terreno, e della segretezza e opacità del regime di Damasco.
    L’attentato che la scorsa settimana ha colpito il cuore stesso del regime è esemplare di questa situazione. In esso sono rimasti uccisi il ministro della difesa Dawoud Rajha (cristiano), il suo vice Assef Shawkat (alawita), il consigliere del presidente Hassan Turkmani (sunnita), e – in un secondo momento – il capo della Sicurezza Nazionale Hisham Ikhtiyar (sunnita), morto a seguito delle ferite riportate.
    Si tratta di alcuni esponenti di spicco della cosiddetta “cellula di crisi” del governo siriano, responsabile della brutale repressione della rivolta – tutti stretti collaboratori del presidente Assad. Tuttavia la vera figura chiave è Assef Shawkat.
    Cognato di Bashar al-Assad (avendone sposato la sorella maggiore Bushra), egli era divenuto uno dei pilastri della ristretta cerchia alawita che circonda il presidente. Ma la sua relazione con la famiglia Assad è stata tempestosa.
    Si racconta che il fratello minore di Bashar, Maher, che guida la temuta e odiata Quarta divisione della Guardia Repubblicana, gli abbia addirittura sparato in occasione di un dissidio. Alcuni narrano anche di una velata rivalità fra Shawkat e lo stesso Bashar.
    Tuttavia perfino i maggiori esperti di questioni siriane trovano difficile ricostruire con esattezza i rapporti all’interno di una cerchia familiare che si è sempre contraddistinta per la sua quasi totale chiusura al mondo esterno.
    Quel che appare certo è il ruolo chiave giocato da Shawkat nell’oppressivo dominio siriano sul Libano, conclusosi con il ritiro del 2005, così come il suo infaticabile sostegno alla “resistenza” palestinese e libanese contro Israele. In particolare, egli fu determinante nell’assicurare appoggio militare e logistico a Hezbollah in quella che il segretario generale del gruppo, Hassan Nasrallah, definì la “vittoria divina” contro Israele nella guerra del 2006 in Libano.
    Al pari di altri funzionari siriani di alto rango, Shawkat fu accusato da una Commissione investigativa dell’ONU di essere coinvolto nell’assassinio dell’ex primo ministro libanese Rafiq Hariri, avvenuto nel febbraio del 2005.
    La figura controversa di Shawkat però non si limita a questo. In qualità di perfetto rappresentante del regime siriano – un regime che, al di là della propria retorica panaraba e dello sforzo di proporsi come il “campione” della resistenza contro Israele, è sempre stato votato in primo luogo alla propria sopravvivenza – egli ha avuto anche stretti contatti con l’intelligence francese, e ha giocato un ruolo di primo piano nel rapporto con gli americani e nella gestione delle “extraordinary renditions” in terra siriana, in piena era Bush.
    UN ATTENTATO AVVOLTO NEL MISTERO
    Nessuno sa quale sia stata l’esatta dinamica dell’attentato in cui egli è rimasto ucciso, nel corso di una riunione della summenzionata “cellula di crisi”. Le versioni iniziali sono state contraddittorie: le voci che parlavano di un attentatore suicida hanno progressivamente lasciato il passo alla tesi di un ordigno posizionato nella sala della riunione. Ma tutto ciò che la stampa ha riferito in proposito è essenzialmente basato sulle dichiarazioni del regime e sulle rivendicazioni fatte da gruppi armati dell’opposizione.
    Tali rivendicazioni sono state numerose: diverse brigate dell’Esercito Siriano Libero ed almeno un gruppo jihadista (Liwa al-Islam) si sono attribuiti il merito dell’operazione.
    Le numerose illazioni che sono state fatte sull’attentato possono essere grossomodo ridotte a due ipotesi principali: la prima è che si sia trattato di una resa dei conti all’interno del regime stesso; la seconda è che sia stato effettivamente un attentato compiuto da qualche gruppo della ribellione armata, forse grazie a un supporto di intelligence da parte di servizi stranieri.
    Coloro che sostengono la prima ipotesi hanno sottolineato la “strana” tempestività con cui il regime – solitamente noto per la sua propaganda da un lato, e la sua segretezza dall’altro – ha reso pubblica la notizia, sebbene l’attentato abbia rappresentato un duro colpo per la sua autorità e il suo prestigio, per di più in un momento in cui era in atto una pericolosa offensiva dei ribelli a Damasco.
    I sostenitori della tesi della “resa dei conti interna” sottolineano come all’incontro tenutosi nella sede della Sicurezza Nazionale, nel cuore della zona più protetta di Damasco, fossero assenti (sempre in base alle notizie che sono “filtrate”), oltre che il presidente Assad e il fratello Maher, anche i capi dei principali servizi segreti: Jamil al-Hassan, capo dell’intelligence dell’aeronautica militare, Mohammed Dib Zaitoun, capo del Direttorato della sicurezza politica, Abdul Fattah Qudsieh, capo dell’intelligence militare, Ali Mamlouk, capo del Direttorato della sicurezza generale, e Hafez Makhlouf, capo della sezione di Damasco di tale Direttorato (e fratello del famoso uomo d’affari Rami Makhlouf).
    Si tratta di una cerchia alawita (gli unici sunniti sono Mamlouk e Zaitoun) che rappresenta il vero “nocciolo duro” del regime.
    Alcune tesi di coloro che propendono per la “resa dei conti interna” possono però anche essere ribaltate: se davvero si è trattato di un complotto interno, perché dare la notizia proprio in un momento così delicato, mentre la capitale stessa era sotto attacco da parte dei ribelli?
    L’attentato può essere visto, infatti, anche come l’evento culminante di un’escalation attentamente studiata, che ha visto l’opposizione armata colpire per la prima volta Damasco in profondità.
    Coloro che sostengono che si sia trattato di una brillante operazione condotta dai ribelli ritengono che l’attentato e l’offensiva militare siano stati due elementi strettamente coordinati, nell’ambito di una strategia volta a mettere in ginocchio il regime.
    Il giornale al-Quds al-Arabi ha citato fonti secondo le quali l’ordigno sarebbe stato piazzato da un giovane impiegato, arruolato da servizi segreti stranieri, forse turchi o giordani. Altre fonti citate dal giornale puntano invece il dito su ambienti jihadisti affiliati ad al-Qaeda (senza escludere che tali ambienti possano a loro volta essere stati “aiutati” da servizi stranieri).
    Ciò metterebbe in evidenza gravi inefficienze da parte dei servizi di sicurezza siriani. D’altra parte, come ha osservato il direttore del giornale Abdel Bari Atwan, tali servizi sono noti non solo per la loro condotta repressiva nei confronti della popolazione, ma anche per la loro corruzione e la facilità con cui sono penetrabili dall’esterno.
    Atwan ha ricordato il loro umiliante fallimento in occasione dell’assassinio del comandante militare di Hezbollah Imad Mughniyeh, ucciso nel 2008 a Damasco probabilmente da un commando israeliano (fra l’altro, al centro di polemiche e indagini all’interno del regime siriano fu in quell’occasione proprio Shawkat, all’epoca uno dei principali responsabili della sicurezza).
    SERVIZI DI INTELLIGENCE E GUERRE PER PROCURA
    Comunque siano andate le cose riguardo all’attentato, che la Siria sia divenuta un campo di battaglia in cui si scontrano indirettamente forze regionali ed internazionali, ed in cui operano servizi segreti stranieri è certamente un fatto.
    Armi e finanziamenti giungono ai ribelli da Arabia Saudita, Qatar e Turchia, e il Libano è una delle rotte principali di approvvigionamento (le altre passano per il confine turco, per quello iracheno, e in misura minore per quello giordano). Sebbene le armi pesanti, in particolare, abbiano tardato ad arrivare – anche per il timore che finissero nelle mani di gruppi estremisti – ultimamente diverse milizie siriane sono entrate in possesso di missili anti-tank, come testimoniato dai loro crescenti successi militari.
    I ribelli siriani sono costituiti per la maggior parte da civili sunniti arruolatisi nelle milizie e da disertori dell’esercito. Tuttavia si sta registrando un crescente afflusso di combattenti stranieri, spesso di tendenze jihadiste radicali, che appartengono a gruppi frequentemente in competizione fra loro.
    Al-Quds al-Arabi ha citato fonti della sicurezza giordana secondo le quali negli ultimi mesi sarebbero entrati in Siria oltre 6.000 combattenti “affiliati ad al-Qaeda”. Secondo fonti saudite citate dal giornale si sarebbero anche verificati scontri fra alcuni di questi combattenti e l’Esercito Siriano Libero. Se queste notizie venissero confermate, si tratterebbe certamente di dati allarmanti.
    Sebbene gli Stati Uniti finora abbiano sempre affermato di fornire all’opposizione siriana solo materiale “non letale” (ad esempio per le comunicazioni), ultimamente sono giunte crescenti ammissioni da parte di funzionari americani riguardo a un consistente supporto di intelligence fornito da Washington ai ribelli, che certamente ha un immediato impatto sulle operazioni belliche.
    Agenti della CIA operano da tempo dal confine turco. Fra gli obiettivi dell’intelligence americana vi è certamente quello di tentare di evitare che le armi inviate da altri paesi giungano in “mani indesiderate”, e di tenere sotto osservazione il temuto arsenale di armi chimiche del regime siriano; ma gli agenti americani hanno anche fornito preziose informazioni di intelligence ai militari turchi e giordani che operano in stretta collaborazione con i ribelli, e talvolta direttamente a gruppi dell’opposizione armata in Siria.
    Naturalmente, vi è uno stretto coordinamento anche fra Washington e l’intelligence israeliana, che pure opera lungo i confini siriani.
    Sull’altro fronte, Russia e Iran forniscono armi e supporto logistico e finanziario al regime di Damasco. E certamente il coinvolgimento nella crisi siriana delle forze filo-iraniane nella regione (in particolare di Hezbollah) è destinato ad aumentare nell’eventualità di un’ulteriore escalation del conflitto.
    IL REGIME SIRIANO DISTRUGGE SE STESSO
    Certamente fra gli obiettivi di americani, sauditi e qatarioti vi è quello di facilitare le diserzioni di alti ufficiali e alti funzionari nelle file dell’esercito e delle istituzioni siriane.
    Le recenti defezioni del generale Manaf Tlass, figlio dell’ex ministro della difesa Mustafa Tlass e membro di una famiglia sunnita di spicco all’interno dell’élite fedele al regime, e di Nawaf Fares, ambasciatore del regime a Baghdad ed esponente di primo piano della tribù Oqaydat, la principale della Siria orientale (situata a cavallo del confine siro-iracheno), sono state probabilmente agevolate da servizi segreti stranieri (per Tlass si parla di un possibile coinvolgimento dei servizi francesi, mentre la fuga di Fares è stata gestita dal Qatar).
    Ma il regime siriano deve incolpare prima di tutto se stesso per questi episodi.
    Tlass era stato progressivamente emarginato dai vertici di Damasco poiché aveva mostrato di prediligere una “soluzione politica”, attraverso un negoziato con i ribelli. Nella rottura definitiva fra Tlass e il regime, un ruolo chiave è stato probabilmente giocato dalla repressione militare condotta dalle forze di sicurezza siriane a Rastan, città natale di Tlass e della sua famiglia.
    Fares è invece uno di quei leader tribali che inizialmente avevano scelto di schierarsi dalla parte del regime, ed aveva armato la propria tribù contro le proteste antigovernative.
    Le cose tuttavia cominciarono a cambiare quando la violenza del regime crebbe nella Siria orientale. Man mano che città e villaggi vennero trascinati nelle violenze, i legami clanici e tribali fecero sì che il fronte antiregime si estendesse progressivamente.
    Questa dinamica è dovuta alle tattiche dei ribelli da un lato, ed alla brutale reazione del regime dall’altro: laddove i ribelli si infiltrano, le forze governative intervengono con estrema violenza, distruggendo i villaggi o i quartieri dove essi si sono annidati. Ciò ha l’inevitabile effetto di ingrossare le file di coloro che chiedono vendetta contro il governo.
    Di fronte alla reazione rabbiosa della sua tribù a seguito dei combattimenti del mese scorso, che hanno provocato circa 350 vittime a Deir ez-Zor, Fares ha ritenuto opportuno abbandonare il regime per non apparire come un nemico agli occhi della propria gente.
    Le defezioni di Tlass e Fares sono un campanello d’allarme che indica che la componente non alawita che appoggia il regime, rappresentata dall’èlite sunnita e dalle lealtà tribali, si sta erodendo.
    Sebbene questo processo non sia ancora in una fase avanzata, soprattutto nell’esercito dove non si sono ancora registrate defezioni di interi battaglioni o di generali di alto rango (Tlass rappresenta infatti un’eccezione fino a questo momento, e la sua defezione ha rappresentato per certi versi una “delusione” per l’opposizione, perché egli non si è unito alle file dei ribelli), si tratta certamente di un segnale preoccupante per Damasco.
    Se questo processo dovesse prendere piede, sarebbe fra l’altro destinato a inasprire la natura settaria del conflitto, poiché rafforzerebbe l’identità alawita del regime in contrapposizione alla maggioranza sunnita della popolazione.
    DISINTEGRAZIONE DELLA SIRIA?
    Il fatto che il governo siriano abbia richiamato truppe dal Golan e dal confine con l’Iraq, facendole convergere verso Damasco, sembra indicare che esso sia disposto a perdere il controllo sulle zone “periferiche” pur di mantenerlo sulla capitale.
    Allo stesso tempo, ciò lascia presagire che il regime sia intenzionato a combattere fino alla fine. Il “nocciolo duro” alawita sopravvissuto all’attentato della scorsa settimana rappresenta senza dubbio la sua ala più intransigente; i suoi esponenti, che hanno tutti sostenuto la repressione, sono uniti dallo stesso destino. Difficilmente alcuni potranno sperare di sopravvivere a scapito di altri.
    La battaglia per il controllo di Damasco sarà decisiva (anche se il suo momento probabilmente non è ancora giunto). Se dovesse perdere la capitale, all’élite alawita non resterebbe che cercare rifugio nelle montagne lungo la fascia costiera nordoccidentale del paese, storicamente roccaforte della minoranza alawita.
    Ma la regione alawita non è etnicamente omogenea, presentando al suo interno diverse sacche di popolazione sunnita. Un ritiro degli alawiti nel nordovest potrebbe dunque portare a orrendi massacri di pulizia etnica.
    Alcuni analisti tendono a scartare questa ipotesi, affermando che una volta persa Damasco il regime alawita sarebbe finito, non potendo puntare sulla creazione di uno staterello alawita che di fatto non sarebbe in grado di sopravvivere.
    Tuttavia uno scenario in cui gli alawiti si arrocchino nella loro regione non è da escludersi a priori, soprattutto nel possibile contesto di una totale disintegrazione dello Stato siriano, in cui si tratterebbe di sopravvivere alle vendette della popolazione sunnita (finora vittima dei massacri commessi dalle milizie alawite) prima ancora di pensare alla costruzione di un proprio Stato.
    Lo scenario di una totale disintegrazione delle strutture statali, del resto, non appare troppo fantasioso se si guarda a quanto sta accadendo nella regione curda, che il regime sembra aver abbandonato a se stessa.
    Il Consiglio Nazionale Curdo (KNC), che rappresenta i principali partiti curdi in Siria, e il Partito dell’Unione Democratica (PYD), braccio politico del Partito del Lavoratori del Kurdistan (PKK), hanno firmato un accordo di condivisione del potere che di fatto crea una sorta di regione autonoma curda in Siria.
    L’accordo è stato “benedetto” dal presidente del Kurdistan iracheno Massoud Barzani a Erbil.
    Questo risultato – che rappresenta fra l’altro un fallimento dell’opposizione rappresentata dal Consiglio Nazionale Siriano (CNS), essendo la conseguenza della sua incapacità di accogliere le richieste curde – prefigura la nascita di una nuova entità politica con cui si dovranno confrontare i ribelli a maggioranza sunnita qualora dovessero avere la meglio sul regime dominato dalla minoranza alawita.
    IMPREVEDIBILI RIPERCUSSIONI REGIONALI
    Ciò a sua volta solleva lo spettro della nascita di uno Stato curdo autonomo, o comunque di un’enclave che rappresenterebbe un rifugio sicuro per il PKK, considerato dai turchi un’organizzazione terroristica – una situazione inaccettabile per Ankara.
    Questa è solo la prima di una serie di ripercussioni dagli esiti imprevedibili che il crollo del regime siriano potrebbe determinare.
    L’infiltrazione di elementi jihadisti in Siria, ad esempio, fa temere Tel Aviv che le alture del Golan possano diventare un trampolino per lanciare attacchi contro Israele.
    Il crollo del regime porrebbe poi il problema della “messa in sicurezza” delle armi chimiche di cui esso dispone, e Israele ha già minacciato un intervento militare qualora si prefiguri il rischio che queste armi cadano in mano a gruppi qaedisti o vengano trasferite a Hezbollah in Libano.
    Per altro verso, la probabile caduta di Assad rappresenta una minaccia esistenziale per Hezbollah (poiché lo separerebbe dalla retrovia iraniana), così come potrebbe far esplodere le tensioni settarie nel vicino paese dei cedri.
    Anche dopo il crollo del regime, è del tutto plausibile che le ingerenze straniere in Siria proseguiranno, da parte degli stessi attori attualmente coinvolti – primi fra tutti iraniani e sauditi. In un simile contesto risulterà pressoché impossibile sanare le ferite e le tensioni esistenti fra la maggioranza araba sunnita e le minoranze alawita, cristiana e curda – anche se lo Stato siriano dovesse rimanere nominalmente unitario.
    L’affermazione dell’ambasciatore americano all’ONU Susan Rice che il Consiglio di Sicurezza “ha totalmente fallito”, e che Washington intensificherà i propri sforzi “al di fuori del Consiglio di Sicurezza” per costringere Assad alla resa, rappresenta un altro durissimo colpo alla legittimità dell’ONU, e lascia presagire un ulteriore inasprimento della “guerra fredda” attualmente in corso fra le grandi potenze attorno alla Siria.
    Questa impressione non può che essere rafforzata dalle dure reazioni di Mosca e Pechino alla presa di posizione della Rice.
    L’agenzia ufficiale cinese Xinhua ha dichiarato che i diplomatici occidentali “hanno mostrato arroganza ed inflessibilità” nei negoziati, determinando il loro fallimento. Il portavoce del ministero degli esteri russo ha definito i commenti della Rice “un segnale molto allarmante”.
    Ben più dure erano state alcune settimane fa le dichiarazioni del presidente russo Putin, il quale aveva accusato senza mezzi termini l’Occidente di voler esercitare la propria influenza nel mondo arabo esportando la “democrazia dei missili e delle bombe”.
    Se a questa durissima contrapposizione internazionale, e all’allarmante situazione all’interno della Siria, si aggiunge il fatto che nessuno conosce realmente le diverse componenti dell’opposizione siriana nel paese, che essa è frammentata al suo interno in una miriade di fazioni in competizione fra loro, e che l’appoggio di Washington nei suoi confronti difficilmente si tradurrà in una reale capacità di influenzarne le decisioni, allora si comprende come l’affermazione di alcuni analisti americani, secondo cui Washington starebbe puntando a una “demolizione controllata” del regime di Damasco, rischi di rivelarsi una tragica illusione.
    Come ha affermato più onestamente Marina Ottaway, del Carnegie Endowment for International Peace di Washington, “non abbiamo la più pallida idea di ciò che accadrà”.

    http://www.medarabnews.com/2012/07/2...’ignoto/

  11. #11
    Siria, la guerra delle menzogne

    C’è mai stata in Medio Oriente una guerra così ipocrita? Una guerra altrettanto ricca di vigliaccheria, immoralità e retorica fasulla? Ovviamente non mi riferisco alle vittime siriane, ma alle menzogne e alle bugie di chi ci governa. La risposta ai massacri è stata una pantomima degna più di Swift che di Tolstoj o Shakespeare.
    Qatar e Arabia Saudita armano e finanziano i ribelli per rovesciare la dittatura alawita-sciita-baathista di Assad e da Washington non arriva nemmeno una parola di critica. Barack Obama e Hillary Clinton dicono di volere la democrazia in Siria, ma il Qatar è una autocrazia e l’Arabia Saudita è tra i maggior esempi di califfato autoritario del mondo arabo, alleata dei ribelli salafiti in Siria e, a suo tempo, fervente sostenitrice del regime medievale talebano in Afghanistan.
    Quindici dei 19 dirottatori dell’11 settembre venivano dall’Arabia Saudita e, ovviamente, noi abbiamo bombardato l’Afghanistan. Ma davvero c’è chi crede che l’Arabia Saudita vuole la democrazia in Siria ?
    In Libano il partito-milizia degli sciiti hezbollah è la longa manus dell’Iran sciita e fedele alleato di Assad. Da 30 anni gli hezbollah si accreditano come difensori dei diritti dei palestinesi eppure oggi nemmeno una parola di condanna sugli stupri e i massacri di civili siriani a opera dei soldati di Assad e della milizia “Shabiha”.
    E poi abbiamo i nostri eroi americani: Hillary Clinton, Leon Panetta, ministro della Difesa, e il presidente Obama. Panetta, lo stesso che raccontò la gigantesca balla del coinvolgimento di Saddam negli attentati dell’11/9, oggi annuncia che in Siria “la situazione sta sfuggendo di mano”. Dal canto suo Obama annuncia, un giorno sì e l’altro pure, “che la Siria è oggetto di attenzione da parte del mondo”.
    Siamo certi che agli Usa farebbe piacere se i ribelli siriani aprissero gli archivi di Assad e ne mettessero il contenuto, torture comprese, a disposizione dell’opinione pubblica internazionale? Abbiamo dimenticato che qualche anno fa l’Amministrazione Bush inviava gli arabi sospettati di terrorismo a Damasco perché fossero torturati e che le stesse ambasciate occidentali fornivano l’elenco delle domande da fare ai detenuti? E per non farci mancare nulla c’è l’Iraq. La settimana scorsa ci sono stati in Iraq 29 attentati che hanno lasciato sul terreno 111 morti civili. Nella stessa settimana il numero dei civili assassinati in Siria è stato più o meno lo stesso. Ma ormai l’Iraq non fa più notizia. È una pratica chiusa e archiviata. E poi l’Occidente che c’entra? Ha forse qualche responsabilità per quanto accade oggi in Iraq?
    Quanto all’informazione, stendiamo un pietoso velo di silenzio. Lo stesso silenzio della Bbc che copre di questi tempi un solo evento: le Olimpiadi. Basta guardare un telegiornale della Bbc per capire cosa intendo dire: la torcia olimpica viene prima di tutto il resto, bambini massacrati compresi.
    E infine ci siamo noi, cittadini democratici e progressisti che, giustamente, scendiamo in piazza per protestare contro la politica di Israele nei territori occupati, ma che al cospetto della carneficina in corso in Siria non organizziamo nemmeno una timida dimostrazione, eccezion fatta per qualche corteo di sparuti gruppi di esuli siriani. Eppure il numero delle vittime non ha uguali in Medio Oriente. Giusto o sbagliato che sia, il messaggio è semplice e chiaro: chiediamo giustizia per gli arabi e protestiamo solo se a massacrarli sono gli occidentali e gli israeliani. Se invece li massacrano altri arabi, allora non facciamo una piega. E così facendo finiamo per dimenticare la “grossa” verità. Vogliamo rovesciare la sanguinaria dittatura siriana non perché amiamo i siriani o odiamo il nostro ex amico Bashar al-Assad o perché ce l’abbiamo con la Russia che ha tutte la carte in regola per ambire a un posto di prima fila nel Pantheon degli ipocriti, ma più semplicemente per dare una lezione all’Iran e magari sventare i suoi piani nucleari, sempre che esistano.
    Insomma niente a che vedere con i diritti umani e con la morte di tanti bambini siriani.
    Robert Fisk
    © The Independent Traduzione di Carlo Antonio Biscotto
    Non c'è cancello, nessuna serratura, nessun bullone che potete regolare sulla libertà della mia mente. (Virginia Woolf)

  12. #12
    Arabia Saudita, silenziosa primavera araba

    Michele Giorgio

    Roma, 01 agosto 2012, Nena News - Puntuali nel sottolineare la partecipazione femminile saudita a Londra 2012 e ad evidenziare come il bacio lesbico visto alle Olimpiadi sia finito per la prima volta anche sulla tv del regno ultraconservatore dei Saud, alcune importanti agenzie di stampa italiane negli ultimi giorni hanno "dimenticato" di riferire, a proposito dell'Arabia Saudita, che è ripresa la protesta dei due milioni di sciiti e con essa la repressione. A luglio le manifestazioni sono state bagnate dal sangue di non pochi dimostranti (feriti anche quattro poliziotti). Appena qualche giorno fa la polizia ha aperto il fuoco ferendo diverse persone quando Qatif City è stata attraversata da cortei e manifestazioni che chiedevano la liberazione dei detenuti politici a cominciare dal religioso sciita Nimr al-Nimr arrestato qualche mese fa per "sedizione". Le autorità hanno poi riferito di aver arrestato 23 persone, tra le quali anche Mohamed al-Shakhouri, un attivista ricercato da tempo.

    Di questa "primavera araba" si sa poco o nulla e il silenzio è calato anche su quelle in Bahrain e nel sultanato dell'Oman. Non saranno insaguinate come la guerra civile siriana ma le proteste in queste tre petromonarchie del Golfo vedono milioni di cittadini chiedere la libertà, diritti e uguaglianza.

    Gli sciiti sauditi si sentono fortemente discriminati, denunciano di essere "cittadini di serie B", di avere meno accesso della maggioranza sunnita al lavoro e ai vertici dell'amministrazione pubblica, a causa della loro fede religiosa. La loro condizione, aggiungono, sarebbe peggiorata negli ultimi mesi poichè i regnanti Saud sono convinti che il fermento nelle regioni orientali del paese sia il risultato delle manovre dietro le quinte dell'Iran: il "nemico" starebbe soffiando sul fuoco della protesta degli sciiti in tutto il Golfo. E' finito peraltro nel congelatore il piano per il "dialogo nazionale", con sunniti e sciiti assieme, annunciato dalla monarchia ma mai portato avanti.

    Riyadh perciò avrebbe non pochi motivi per guardare innanzitutto ai suoi problemi interni e alle pesanti violazioni dei diritti degli individui, a cominciare da quelli delle donne. Ma la casa regnante è decisamente più interessata a giocare dietro le quinte per garantirsi l'egemonia regionale, a maggior ragione ora che il regime siriano di Bashar Assad, alleato di ferro dell'Iran, subisce colpi devastanti dalla ribellione armata. I sauditi stanno recitando un ruolo di primo piano, assieme al Qatar, nel tenere sotto pressione Damasco e da giorni lavorano a una bozza di risoluzione sulla Siria da proporre già domani o martedì all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Il documento potrebbe chiedere ai 193 Paesi membri di approvare le stesse sanzioni economiche decise contro la Siria dalla Lega Araba, oltre all'accesso degli operatori umanitari sul territorio.

    Architetto della bozza di risoluzione sarebbe il principe Bandar bin Sultan, nominato nei giorni scorsi a capo dei servizi segreti al posto del principe Moqren bin Abdul Aziz, rimosso dal suo incarico. Si tratta di una nomina di eccezionale importanza perchè Bandar, che già mantiene la carica di Segretario Generale del Comitato per la Sicurezza Nazionale ed è stato ambasciatore a Washington per ben 22 anni (dal 1983 al 2005), è considerato un "falco", nemico giurato dell'Iran e della Siria e legato a doppio filo agli americani. Vanta un'amicizia personale con George W. Bush e si dice sia stato informato dall'ex presidente Usa del piano di invazione dell'Iraq nel 2003, prima ancora del segretario di stato Colin Powell (il regista Michael Moore gli ha dedicato ampio spazio nel suo Fahrenheit 9/11).

    Molti attori internazionali avevano dimenticato il principe Bandar, non tanto per la malattia che lo ha costretto a farsi da parte per qualche tempo, quanto per decisione di re Abdallah di escluderlo da ogni forma di attività politica, perchè sospettato di aver tramato contro di lui. Tuttavia le crisi regionali, la questione iraniana, le tensioni interne e, soprattutto, la morte improvvisa a metà giugno del principe ereditario e «uomo forte» Nayef bin Abdul Aziz al Saud, hanno spinto re Abdallah (gravemente ammalato) ad assegnare ad uno degli esponenti più astuti e cinici della monarchia il delicato incarico di capo dei servizi segreti. Ha avuto ragione il giornale arabo online Elaph che già due anni fa, nell'imminenza del rientro in patria di Bandar guarito dalla malattia, scrisse che l'ex ambasciatore sarebbe stato «l'artefice di una svolta di maggiore rigidità nelle dinamiche regionali». Ad aiutarlo, aggiunse Elaph, sarà la sua spregiudicatezza, mostrata nelle tante missioni, legali e (soprattutto) illegali, nelle quali è stato impegnato nella sua carriera. Bandar proverà a riattivare l'asse Cairo-Riyadh-Rabat, allargandola ad altre petromonarchie del Golfo, in vista di quella guerra tra Israele e Iran che evidentemente ritiene sicura, specialmente se la possibile caduta di Bashar Assad lascerà isolata Tehran. Nena News

    1http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=31574&typeb=0&Arabia-Saudita-silenziosa-primavera-araba

  13. #13
    Tunisia, salafiti attaccano corteo a sostegno della Palestina
    L'aggressione è scattata nella giornata di Al Quds. A Biserta interrotto il festival al Aqsa: vi partecipava Samir Kuntar, un libanese detenuto per molti anni in Israele
    adminSito
    domenica 19 agosto 2012 09:38
    Commenta


    Gabes (Tunisia), 19 agosto 2012, Nena News - Militanti salafiti, una corrente sunnita radicale, ha attaccato a bastonate un corteo di centinaia di tunisini a sostegno dei diritti dei palestinesi sotto occupazione militare israeliana. Lo riferisce l'agenzia di stampa UPI precisando che l'aggressione è avvenuta due giorni fa nella città di Gabes, in occasione delle manifestazioni per la Giornata Internazionale Al Quds (Gerusalemme).

    Un testimone ha detto alla UPI che una trentina di salafiti si sono scagliati contro il corteo affermando che si trattava di «una manifestazione di sciiti», in riferimento alla Giornata per Al Quds che viene promossa annualmente dall'Iran. Hanno inoltre bruciato alcune bandiere palestinesi e scandito slogan contro lo Sciismo. L'aggressione, che ha provocato feriti e contusi, è andata avanti per circa un'ora, ha aggiunto il testimone, anche per l'assenza di forze di polizia.

    L'UPI riferisce inoltre che la sera prima, a Biserta, altri salafiti avevano interrotto il festival "al Aqsa" (nome della moschea di Gerusalemme) perché vi partecipava Samir Kuntar, un druso simbolo della resistenza armata libanese, incarcerato in Israele per molti anni.

    I salafiti, corrente sunnita radicale in forte espansione anche in Tunisia, provano una profonda avversione nei confronti dei musulmani sciiti - che considera «pagani e dell'iran

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