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Discussione: Festività nel mirino «per alzare il Pil»

  1. #1

    Operazione San Gennaro per alzare il Pil festività patronali spostate nel weekend

    ROBERTO PETRINI

    Previsti benefici da 2miliardi ma turismo colpito.
    A rischio anche 25 aprile e 1 Maggio


    Rischiano San Gennaro e Sant’Ambrogio. Rischia di meno la festività romana di San Pietro e Paolo del 29 giugno. Teoricamente nel mirino ci sono anche le feste più rappresentative dell’unità nazionale: la festa della Liberazione del 25 aprile, la festa dei lavoratori del 1° maggio e la festa della Repubblica il 2 giugno. Su queste ultime ricorrenze ieri si è levato il muro dell’Anpi, associazione partigiani: «No, rappresentano i valori fondanti della Repubblica». Frena anche il cattolico Rocco Buttiglione: «Le feste concordatarie possono essere riviste solo modificando l’accordo con la Chiesa e non è una cosa che si possa fare dall’oggi al domani ». Contraria anche la Cgil: «E’ l’opposto di quello che serve».

    Il sasso in piccionaia lanciato dal sottosegretario al Tesoro Gianfranco Polillo ha scatenato il putiferio: «Mi auguro che il problema venga preso di petto perché lavorare di più è una delle chiavi per risolvere la crisi ». E ieri sono giunte conferme che il governo sta lavorando all’ipotesi di ridurre il numero delle festività infrasettimanali. L’idea, secondo indiscrezioni circolate, sarebbe tuttavia limitata all’accorpamento al weekend o al lunedì delle feste patronali (come San Gennaro a Napoli e San Nicola a Bari) per evitare lunghi ponti e non coinvolgerebbe le cosiddette feste concordatarie che sono previste dai trattati tra governo italiano e Santa Sede, ovvero feste come il Natale, l’Epifania o Ognissanti. E all’estero? In molti paesi europei, come in Gran Bretagna e come vuole fare la Spagna si cerca di far cadere le festività di lunedì. Ma in termini quantitativi il quadro europeo non si discosta molto dal nostro: considerando anche le feste che cadono la domenica, quest’anno in Italia siamo a 12, in Germania (9-15 secondo il laender) e in Francia e Spagna a 11.

    Costi e benefici? Nel 2004 Berlusconi aveva proposto di eliminare le feste dell’Epifania e di Ognissanti per scardinare l’andazzo dei ponti: allora alcuni economisti valutarono che l’effetto positivo sul Pil sarebbe stato dello 0,1 per cento, circa 1,6 miliardi di euro. Del resto nel 1976 in piena austerità furono abolite l’Epifania e San Giuseppe e fu addirittura spostata la festa del 2 giugno alla prima domenica del mese. Successivamente Epifania e festa delle Repubblica ripresero il loro posto nel calendario ad opera di Craxi e Ciampi. Lo scorso anno Tremonti tornò alla carica e ripropose l’accorpamento delle feste patronali: effetto sempre lo 0,1 del Pil.

    A sparare contro l’idea circolata sono anche gli albergatori. Secondo Renzo Iorio, presidente della categoria Federturismo, aderente a Confindustria, «spostare le giornate di festa verso la fine della settimana può essere di aiuto alla produttività, ma sarebbe miope abolire le festività per produrre di più: colpirebbe il turismo e il suo indotto che valgono l’11% del Pil». Alcuni economisti mettono in luce che non è il numero dei giorni o delle ore lavorate a fare la differenza ma la quantità di prodotto che si «spreme» da ogni ora lavorata, tant’è che da anni si valuta la cosiddetta «produttività totale dei fattori» che considera capitale umano, investimenti e altro ancora. Del resto, secondo i dati Eurostat, in Italia si lavorano 1.694 ore all’anno, 153 più della Francia e addirittura 225 più della Germania.


    Repubblica | 18 Luglio 2012
    Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali.

    (Don Lorenzo Milani)

  2. #2

    Nel mirino 1° maggio e 25 aprile Anpi e sindacati: «Non si toccano»

    di Massimo Franchi

    L’ira dell’Anpi: «Di nuovo qualcuno vuole infilare le date fondanti della Repubblica tra le festività da accorpare». Molto critica anche la Cgil

    Ci avevano già provato Tremonti e Berlusconi. Ora torna all’attacco l’ineffabile sottosegretario all’Economia Polillo, spalleggiato da una parte del governo. L’idea è quella di accorpamento le festività, comprese 25 aprile e 1° maggio, con l’obiettivo di far crescere il Prodotto interno lordo, in profondo rosso da anni. Dopo il parere richiesto a quattro ministeri dal sottosegretario alla presidenza Catricalà, se ne discuterà nel Consiglio dei ministri di venerdì. Se ci sarà il “via libera” il provvedimento poi potrebbe arrivare addirittura come emendamento alla Spending review e diventare legge prima della pausa estiva.

    Come detto il tema era già stato affrontato dal governo Berlsuconi, che aveva dovuto fare marcia indietro dopo le proteste bipartisan, limitandosi alla facoltà di spostamento per le feste patronali «rilevanti e non accorpabili alla domenica», salvo quelle frutto di intese con il Vaticano, come i patroni di Roma San Pietro e Paolo, il 29 giugno.

    Ci riprova ora il governo Monti riprendendo il sasso lanciato nello stagno alcune settimane fa dal sottosegretario Polillo che aveva sottolineato come ridurre il numero di giorni non lavorati di una settimana avrebbe portato all’aumento del Pil di un punto percentuale. Polillo in serata ha illustrato meglio il suo pensiero: «Lavorare nove mesi all’anno a un Paese come il nostro non basta più. La concorrenza internazionale ci sottopone a uno stress che va fronteggiato diversamente: anch'io avrei preferito che si potesse continuare come prima, ma non si può. L’unico modo sottolinea il sottosegretario per rimettere in moto il sistema è questo. Anche la Germania lo fece nel 2001, poi ha restituito con gli interessi i sacrifici chiesti ai cittadini». Peccato che in Germania i giorni festivi siano stabiliti dai 16 Lander e che l’unica festività presente nella Costituzione e valida per tutti a livello federale è il 3 ottobre, Giorno dell'Unità tedesca. Ci sono poi altre 8 festività (compresi Natale, Capodanno e Pasqua) riconosciute da tutti i Lander, ma alcune regioni hanno più “feste”: il primato è della ricca Baviera, con ben 13 giorni festivi, dimostrazione che il numero di “giorni liberi” dal lavoro non penalizza la produttività. Polillo poi annuncia che «la possibilità di un'intesa, aggiunge Polillo, «dipenderà da noi, in parte, e in parte dagli accordi sindacali. Sul tavolo, c’è un massimo di 12 giorni di festività che potrebbero essere ridotti o tagliati (dunque comprese anche Primo maggio e Liberazione, ndr). Alcune aziende, penso all’Alenia, si sono portate avanti con accordi molto innovativi che conclude permettono il pieno utilizzo degli impianti, sette giorni su sette. Ma ripeto: l'importante è che si arrivi a discuterne».

    UN CORO DI NO

    Forti le reazioni, soprattutto a sinistra. Per il segretario del Pd Pier Luigi Bersani «voglio credere che il governo rifletta, è molto opinabile che il problema della produttività si risolva così. Ma poi continua Bersani alcune festività sono il senso stesso del nostro Paese, che è già demoralizzato: sarà meglio non togliere altri simboli». Molto critica anche la Cgil. «Se questo è il modello che Polillo e il governo vuole affermare, saremmo di fronte ad un modello autoritario ed imposto alle parti, che segnerebbe un’ulteriore regressione democratica commenta il segretario confederale della Cgil Elena Lattuada . I calendari di ferie ed utilizzo delle festività mette ancora in rilievo Lattuada sono prerogative delle parti sociali nei contratti nazionali e ancor di più nella contrattazione aziendale, anche perché così si risponde alle reali esigenze delle imprese e dei mercati».

    Dura anche l’Associazione dei partigiani: «Il 25 aprile, il primo maggio e il 2 giugno non si toccano. Sono i valori su cui si fonda la Repubblica. Non ci si dica che non ci sono altri strumenti per incrementare la produttività e far crescere il Pil. Non abbiamo ovviamente obiezioni di fronte ai sacrifici che possono essere chiesti ai cittadini in una fase difficile per il Paese, ma che si debba rinunciare alla storia, a quelli che sono i fondamenti comuni del nostro vivere civile, ci sembra davvero troppo. Ci sono festività che nascono da consuetudini o semplici abitudini, che forse possono consentire qualche operazione. Altre, come quelle citate, rappresentano il nostro passato migliore, i valori su cui si fonda la nostra Repubblica: sono, in una parola, la nostra storia. E non vanno toccate». Anche dal versante imprese arriva un “No” secco: «tagliare le festività significa mettere in ginocchio il settore turistico», attacca Confesercenti.

    l'Unità 18 luglio 2012
    Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali.

    (Don Lorenzo Milani)

  3. #3

    Riccardi: meglio ridurre le ferie le ricorrenze religiose sono nei Patti

    di Raffaello Masci

    Il ministro: “So che se ne parla ma l’idea mi lascia perplesso”

    Andrea Riccardi, storico e ministro per la cooperazione, quella di tagliare le feste è un’idea, una proposta formalizzata, una boutade. Che cos’è?
    «So che se ne parla e so che già la questione era stata sollevata dal precedente governo. E le devo dire che la cosa mi lascia un po’ perplesso. È vero che si deve lavorare di più, ed è vero che si deve aumentare la produttività, ma qui il problema è che manca la domanda di lavoro. Dobbiamo pensare soprattutto a come fare per rimetterla in moto».
    Non dover pagare la festa patronale è, però, un risparmio.
    «Può darsi che lo sia, ma me lo devono dimostrare conti alla mano. Alle feste patronali sono associate di frequente fiere, manifestazioni, iniziative di vario genere che mettono in moto l’industria turistica e mille altre iniziative economiche. Pensiamoci bene: per mettere una pezza rischiamo di produrre uno strappo ulteriore e forse peggiore».
    Ecco il ministro cattolico che fa quadrato intorno ai santi, potrebbe obiettare qualcuno.
    «Ho per caso fatto riferimenti di natura religiosa? Per favore! Stiamo facendo un ragionamento sull’opportunità complessiva, economica e sociale, di un ipotetico provvedimento che io peraltro non ho ancora visto. Mi preoccupa molto anche l’impatto sociale che una simile misura potrebbe produrre...».
    Cioè?
    «Penso alla tenuta sociale del paese, rispetto alla quale queste feste, con il loro potere evocativo, con il senso di comunità e di appartenenza che alimentano, possono contribuire».
    Ieri si sono scatenate molte polemiche specie sull’ipotesi di abolire o accorpare alcune festività civili, come il 1° maggio, o il 25 aprile
    «Abbiamo appena concluso i festeggiamenti per i 150 anni dell’unità d’Italia, durante i quali è stata forte la pedagogia civile sull’essere italiani, sulla nostra identità. In questo quadro toccare date simboliche come il 25 aprile mi sembra stridente e lesivo dell’identità che si voleva preservare. Per non parlare del primo maggio, la cui abolizione (o accorpamento che sia), avrebbe in questa congiuntura anche una valenza depressiva, secondo me: non c’è il lavoro in questo paese, al punto che noi ne aboliamo perfino la festa. Segnale pessimo! »
    Lei, signor ministro, ne sta facendo una questione meramente sentimentale?
    «Per nulla. Ne faccio una questione di tenuta del tessuto sociale. E ne faccio anche una questione antropologica: le feste hanno un fortissimo potere di coesione e di questo l’Italia di oggi, proprio per i marosi in cui navighiamo, ne ha un grandissimo bisogno».
    Parliamo delle festività religiose, professore: è possibile intervenire?
    «Ce ne sono alcune, le più importanti, che sono sancite dai patti lateranensi. Tutto si può rivedere, ovviamente, ma iniziare una trattativa con la santa sede su una materia di questo genere, mi pare francamente un gioco che non vale la candela».
    Ma spostare alla domenica successiva la festa del santo patrono sarebbe diverso, o no?
    «Le feste patronali dipendono dall’autorità civile, in effetti. Ma, a parte le considerazioni economiche che dicevamo prima, ci sono questioni di opportunità. Chi glielo va a dire a San Gennaro che deve fare il miracolo la domenica successiva? E ci vogliamo mettere Sant’Agata che è la festa di più grande richiamo per Catania, o sant’Ambrogio a Milano e via discorrendo?».
    Di questo passo però, signor ministro, non si fa niente.
    «Mi chiedo, allora, perché non incidere sulle ferie? Per la crescita ci vuole altro, ne converrà. L’Italia ha bisogno di lavoro, di rimettere in moto l’economia, di fermare la speculazione internazionale, di recuperare credito all’estero. Non credo che tutto questo possa trovare soluzione solo abolendo un santo dal calendario».

    La Stampa 18 luglio 2012
    Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali.

    (Don Lorenzo Milani)

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