Re, Regine e Reginette


dal blog Lipperatura di Loredana Lipperini



E’ con infinito piacere che pubblico un intervento di colui che conoscete, nel commentarium, come Ekerot. E che ringrazio, non solo per il post che segue.


Rex vincere debet bella, bella debet esse Regina.

Quando diciamo che la questione dell’immaginario femminile nel nostro paese non si risolverà finché persisteranno le antiche narrazioni, le antiche cornici con cui raccontiamo e vediamo la realtà, probabilmente – io credo – siamo vicini al vero.
Ma questo ragionamento, che sfuma i ricordi delle lotte in piazza e delle manifestazioni d’antan, ci accosta ad una battaglia assai faticosa da vincere.



Il mese scorso Maria Sharapova, tennista russa attualmente numero 3 del mondo, vince il Roland Garros. Un’impresa sportiva di grande rilievo, visto che negli ultimi anni non se l’è passata granché bene in fatto di salute. Tutti i giornali di sport ne parlano e in ogni articolo che leggo (su Gazzetta, Eurosport, Repubblica, e altri) non posso non notare che l’epiteto formulare di Maria Sharapova è «La bella siberiana». La faccenda inizia a darmi fastidio. Anche perché, recuperando alcuni articoli in archivio, scopro che sia in tempi di sconfitta sia in quelli di vittoria, Sharapova è sempre stata «La bella siberiana». A prescindere.
Così mi armo di pazienza e scrivo ad un sito di tennis che seguo assiduamente, Ubitennis, uno dei pochi in Italia che parlano di sport senza pubblicare in prima pagina quotidianamente calendari soft-core di modelle ed atlete. La richiesta è: per favore, almeno voi, riuscite a non implementare in ogni discorso sulle tenniste la questione estetica?
La sera stessa, il direttore scrive in prima pagina così: «Non gioca solo bene, non è solo bella, ha anche personalità ed intelligenza. E personalmente mi è pure simpatica.» (il grassetto è suo). Mi dico, beh, non avrà avuto modo di leggere il mio commento.

Le antiche narrazioni non sono romanzi di quint’ordine, barzellette, cineteleliberpanettoni da un blockbuster e via.
Sono Miti. E Fiabe.
Gli avversari più terribili.


Alcuni giorni dopo appare un articolo, del vicedirettore, dal titolo: «Nell’attesa della tua venuta». Questa frase mistico-orgiastica fa da preludio ad un pezzo di giornalismo imbarazzante come pochi (un’ode alla bellezza di una sconosciuta tennista immaginata come Dea). Una redattrice del sito risponde scrivendo che si dissocia completamente. E qui arrivano gli strali. Bacchettona, veterofemminista, moralista, le tenniste fanno i calendari, se le tenniste non vogliono che si parli dei loro corpi che si mettano i pantaloni in campo, etc… Ovviamente non può mancare l’immarcescibile ‘non hai colto l’ironia’.
La morale della faccenda è che i giornalisti non hanno colpe né responsabilità, anche se – scopro in ritardo con somma delusione e rabbia che in precedenza anche questa redazione non ha resistito a compilare la hit-parade, ribattezzata per l’occasione ‘Ubignocca’ – si addentrano in toni e commenti più tipici di un bar del porto che di un giornale sportivo.

Insomma Maria Sharapova è bellissima e bravissima, e che male c’è a ricordarlo. Non si tratta di un fenomeno raro, o casuale.
Chiunque abbia seguito in questi anni le telecronache sportive del tennis femminile, sia raccontate dagli intoccabili Clerici e Tommasi, sia da giornalisti più giovani, avrà potuto ascoltare forse ad ogni partita commenti sul look, sui vestiti scelti, sull’avvenenza presente o meno delle atlete in campo.
Eppure, non ricordo di aver sentito commenti sulla ficaggine di Federer, Nadal o Djokovic (per chi non seguisse le racchette, si tratta dei primi 3 giocatori del mondo da anni a questa parte). Non si scrive né si dice «Il bel serbo, il grazioso svizzero». Sarebbe un commento fuori luogo, fuori contesto e totalmente inutile per raccontare una partita di tennis.
Ma evidentemente nell’altra metà del cielo, non si gioca solo a tennis. Il campo è anche il palco di una sfilata di moda.

La guerra dell’immaginario non si combatte esclusivamente su un livello dialettico e razionale. È una lotta tra chi ha scelto la pillola blu e si è risvegliato in camera, e chi ha preso quella rossa ed ora vaga nella Tana del Bianconiglio.


I miti che raccontano il tennis maschile non sono gli stessi del tennis femminile. Federer ridiventa numero uno e si accende Tolkien: «Il ritorno del Re». L’eroe immortale che risorge come l’Araba Fenice. Il gioco divino, cantato anche da D.F. Wallace, il gesto incomparabile. Non si parla dei suoi pettorali, dei muscoli, del viso.
Ma la numero uno femminile, beh: «Vika Azarenka non corrisponde all’idea della regina del tennis. Non è bella come la Sharapova, non è elegante, non ha i fans adulanti della Ivanovic».
Insomma, neanche più Re e Regina. Bensì Re e Reginetta.
Il giornalista ha ragione quando parla di mancata corrispondenza con l’idea di regina del tennis odierno – come se fosse necessario diventare\essere Audrey Hepburn anche per prendere una racchetta in mano. Ma forse non si rende conto di come tale idea, pur andando per la maggiore, non sia l’unica possibile, né necessaria.

Mi ricordo, a conferma del loop vizioso, tra molti esempi possibili, di questo articolo uscito due anni fa su una grande ex del tennis, Justine Henin. Classe infinita per lei, come viene sottolineato, ma non ci si può esimere dal trattegiarla come un elfo, uno scricciolo biondo, «così aliena e graziosamente bruttina, opposta alle pin-up momentaneamente prestate alla racchetta dalle passerelle modaiole».

Le foto delle tenniste in pose poco sportive non sono certo opera dei giornalisti italiani. Eppure, sembra che le abbiano scattate loro, con sguardo compiacente.
Provare a discutere con questi signori è quasi impossibile. Sembriamo non appartenere alla stessa tribù. A me fa male vedere che una grande sportiva debba trovare conveniente vendere il proprio corpo ai fotografi. Avrei voglia di aprire tutti gli obbiettivi e far bruciare la pellicola, non di pubblicare quelle fotografie.
Ma il circo mediatico, bisogna ammetterlo, nutre e guida i nostri giornalisti come il migliore dei Mentori. L’impressione è che la metastasi si sia talmente radicata che ormai è divenuta il corpo principale e sano. Lo sport diventa Showbiz e dunque i suoi cronisti si adattano, abbracciandone lo stesso sistema di simboli e le medesima logica di fondo.
Eppure, ascoltando per mesi le telecronache inglesi non ho mai sentito – e non credo per mia difficoltà di comprendere la lingua – commenti o addirittura classifiche sulla bellezza delle tenniste. È possibile, dunque, un’alternativa? Venticinque anni fa, agli Internazionali di Roma, vinse Steffi Graf contro l’idolo del pubblico Gabriela Sabatini. Un noto giornale italiano la apostrofò ‘brutta e antipatica’. In tutta risposta, per 9 anni la tedesca non giocò più in Italia.
Allora viene da pensare (sperare?) che il nostro virus non abbia ancora valicato i confini nazionali.

Non c’è bisogno di voli pindarici per riconoscere in queste brevi esperienze di giornalismo sportivo, le tracce dell’identico sistema che produce orrori più evidenti e clamorosi. Il maschilismo del linguaggio, e quindi del pensiero, è come una melma, una palta che ci avvolge. Tutti. Appena si crede di essere fuori pericolo, basta un attimo di distrazione, e si affonda di nuovo.

Siamo alle prese con un Trickster che confonde i piani, i livelli, le dimensioni effettive in gioco. La frammentazione è tale da impedirci un vero movimento: una parte di noi si agita in Matrix mentre l’altra è convinta di esserne uscita. Bloccati dentro ad uno specchio che riflette un altro specchio. Questo, per me, significa essere a contatto con l’immaginario che noi oggi respiriamo. Vincere a scacchi con la morte, al confronto, è un gioco da ragazzi.

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