di Umberto De Giovannangeli

Ogni anno 26 milioni di persone perdono la vita in un conflitto armato
All’Onu i negoziati per il Trattato sul commercio delle armi. Ma c’è chi non lo vede di buon occhio: i maggiori Paesi produttori (tra cui l’Italia)


Usa, Russia, Germania, Francia, Gran Bretagna, Cina, Olanda, Italia, Israele e Svezia: ovvero, il «G10» dei maggiori esportatori di armi nel mondo. New York, Palazzo di Vetro. I leader politici hanno la storica opportunità di far vincere i diritti umani e le ragioni umanitarie sugli interessi di parte e sul profitto. Sono iniziati infatti il 3 luglio alle Nazioni Unite i negoziati finali per il Trattato sul commercio internazionale delle armi e la Coalizione Control Arms di cui fanno parte Amnesty International, Oxfam e altre organizzazioni in oltre 125 Paesi chiede ai governi di concordare un trattato con regole certe che assicurino il rispetto del diritto umanitario. Una richiesta che rischia di scontrarsi contro il muro del «G10» dei grandi esportatori di armi. Per decenni in ogni parte del mondo si sono subite le conseguenze del commercio delle armi che vale più di 60 miliardi di dollari e alimenta conflitti, violenza, corruzione. A causa delle armi da fuoco nel mondo muore in media una persona al minuto, mentre sono migliaia i mutilati e i feriti ogni giorno. Senza contare che ogni anno 26 milioni di persone perdono tutto durante un conflitto armato. Del resto, ogni dodici mesi vengono prodotte 12 miliardi di pallottole e otto milioni di armi di piccolo calibro.

«In Siria, Sudan e nella regione dei Grandi Laghi in Africa, il mondo assiste continuamente agli effetti terribili del commercio delle armi irresponsabile e non trasparente. Quanti milioni di persone devono ancora essere uccise prima che i leader mondiali si sveglino e prendano decisioni per mettere davvero sotto controllo gli scambi internazionali di armi?», afferma Brian Wood di Amnesty International. «I negoziati sul Trattato per il commercio delle armi sono per i leader politici un test per affrontare la realtà e concordare regole che pongano fine a traffici irresponsabili che alimentano gravi violazioni dei diritti umani».

«Abbiamo la storica opportunità di rendere il mondo un luogo più sicuro; questo Trattato può essere lo strumento per porre limiti a un commercio del tutto fuori controllo al momento», avverte Anna Macdonald di Oxfam. «Dal Congo alla Libia, dalla Siria al Mali, si assiste a un’infinita teoria di violenza e distruzione. Nelle prossime settimane i negoziatori alle Nazioni Unite possono cambiare il mondo o rinunciare, per l’ennesima volta». Attualmente non esistono trattati vincolanti a livello globale che regolino il commercio di armi convenzionali, mentre vuoti e lacune permangono nelle legislazioni nazionali e regionali. Per essere efficace, il Trattato sul commercio delle armi deve chiedere ai governi di regolamentare in modo severo la vendita e il trasferimento di tutte le armi, munizioni e delle attrezzature utilizzate per operazioni militari e sicurezza interna: dai veicoli corazzati ai missili, dai velivoli alle piccole armi, dalle granate alle munizioni. Ai governi dev’essere richiesto di valutare con molta attenzione il rischio prima di autorizzare una transazione o un trasferimento internazionale. I governi dovrebbero inoltre essere obbligati a rendere pubbliche tutte le autorizzazioni e i trasferimenti.

LE CIFRE

«È assurdo che esistano regole globali per il commercio della frutta e delle ossa di dinosauro, ma nessuna regola per il commercio di fucili e carri armati», dichiara Jeff Abramson, della campagna globale Control Arms. È cruciale che in queste settimane, persone e attivisti di tutto il mondo facciano sempre più pressione sui loro leader affinché raggiungano un trattato efficace entro la conclusione dei negoziati, prevista per la fine di luglio. Negli ultimi 10 anni, secondo il Sipri, sono state vendute armi per 251 miliardi di dollari, passando dai 20 miliardi di dollari del 1991 ai 30 del 2011, di cui molte dirette (in un modo o in un altro) verso aree di crisi o di conflitto. Per quel che riguarda solo l’Italia, infatti, le nostre esportazioni sono passate dai 239 milioni di dollari del 2001 ai 1.046 del 2011. «L’augurio – afferma Maurizio Simoncelli, già docente di Geopolitica dei conflitti presso l’Università Roma Tre e membro del direttivo dell’Archivio Disarmo è che i lavori della Conferenza si concludano positivamente, anche se si nutrono forti timori dato che alcune grandi potenze industriali (Usa, Russia, Germania, Francia, Gran Bretagna, Cina, Olanda, Italia, Israele e Svezia) sono anche i 10 maggiori esportatori di armi e, pertanto, i maggiori responsabili dell’in/sicurezza internazionale».

La maggior parte degli Stati membri dell’Onu sembrano a favore di un documento forte. Ma i disaccordi rimangono parecchi. E non c’è alcuna certezza che i negoziati portino all’approvazione di un testo. Gli Usa per esempio hanno chiesto e ottenuto che il trattato venga votato all’unanimità, dando di fatto a chiunque la possibilità di bloccare il testo con il veto. Washington ha inoltre espresso diversi dubbi sulla proposta di vietare la vendita di armi nei Paesi dove esiste un rischio sostanziale di violazione dei diritti umani (fatto che impedirebbe alla Russia di fornire armi alla Siria), proponendo invece di rendere questo aspetto non vincolante e lasciato alla discrezionalità dei singoli Stati. Gli attivisti ritengono che perché sia efficace, il Trattato deve chiedere ai Paesi di regolamentare in modo severo la vendita e il trasferimento di armi e munizioni. Per il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon l’obiettivo comune è chiaro: «Bisogna approvare un Trattato forte e giuridicamente vincolante con un impatto reale sulla vita di quei milioni di persone che soffrono le conseguenze di conflitti, repressioni e violenza armata». Un risultato che per Ban è «ambizioso, ma realizzabile». Ma il «G10» non sembra dello stesso avviso.


l'Unità 7 luglio 2012