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Discussione: «Montismo berlusconiano»

  1. #1

    «Montismo berlusconiano»

    di Francesco Verderami

    Leader tentati dalla grande coalizione Trattative avanzate sulla legge elettorale
    Il Pdl e il Pd restano divisi sul nodo del premio di maggioranza


    Se si fa, non si dice. Perciò è scontato che nel Pdl e (soprattutto) nel Pd venga fermamente smentita l'ipotesi di lavorare a una grande coalizione per il 2013. D'altronde non avrebbe senso parlarne prima delle elezioni, sarebbe come invalidare anzitempo la partita.

    Ma la prospettiva che il montismo succeda a Mario Monti non è sfumata, anzi. Più va avanti l'esperienza del governo tecnico, più aumentano le probabilità che la «strana maggioranza» possa ricostituirsi in Parlamento dopo la contesa nelle urne. Al momento non ci sono prove ma solo indizi, ed è attraverso l'analisi delle trattative sulla legge elettorale che si possono raccogliere degli elementi. Ecco perché è importante la mediazione in corso tra Pdl, Pd e Udc sulla riforma del sistema di voto: la tattica che stanno adottando disvela infatti dettagli sulla loro strategia politica.

    Lo stallo di questi giorni non inganni, è tipico di una vertenza che sta arrivando a conclusione, tanto che gli sherpa impegneranno il weekend per lavorarci sopra. Altrimenti i leader dei tre partiti non si direbbero convinti di poter raggiungere un'intesa già la prossima settimana, Alfano non la metterebbe in conto, Bersani non sosterrebbe che «ormai dovremmo esserci», e Cesa non si farebbe scappare di essere «molto ottimista». Non c'è dubbio che i nodi ancora da sciogliere sono determinanti per disegnare il futuro sistema politico, ed è proprio dietro quei nodi che si può scorgere l'ombra della grande coalizione.

    Il braccio di ferro sul premio di maggioranza ne è l'emblema. C'è un motivo se il Pd preferirebbe assegnarlo alla coalizione vincente, mentre Pdl e Udc vorrebbero affidarlo al partito vincente. Ed è chiaro come mai Bersani spinga per un premio comunque alto (15%), mentre Alfano e Casini puntino a tenerlo basso (10%). «Il 15% per noi è inaccettabile, Pier Luigi», ha detto il segretario del Pdl al capo dei democrat durante il loro ultimo colloquio. «Abbassando la soglia, si prefigura l'instabilità», è stata la risposta: «E tu, Angelino, dovresti convenire che sarebbe meglio puntare sulle coalizioni e non sui partiti. Perché se non si organizzano i due campi in contesa e andiamo in ordine sparso, Grillo potrebbe spazzarci via tutti».

    Ecco spiegata l'importanza della discussione «tecnica» sul premio di maggioranza, che disegna gli scenari «politici» del dopo-voto e lascia intuire il cambio di strategia in corsa del Pdl. A dire il vero non è la prima volta che Bersani — dopo aver incontrato Alfano — ha pensato di aver chiuso il patto, rimesso poi in discussione da un vertice a palazzo Grazioli. L'opzione delle preferenze, per esempio, sembrava ormai abbandonata. E invece il Pdl ha preso a spalleggiare l'Udc, convinto — come ha spiegato Casini — che «i candidati nei collegi danno l'idea di persone paracadutate sul territorio, mentre le preferenze consentono di contrastare meglio il grillismo». «Con le preferenze — ha obiettato Bersani — aumenterebbero le spese elettorali, si aprirebbe un varco pericoloso, ci sarebbe il rischio del malaffare e ci ritroveremmo con le inchieste della magistratura».

    Ma il cuore della trattativa è il premio di maggioranza. È da lì che si intuisce come il «montismo berlusconiano» abbia preso piede. Altro che elezioni anticipate, il Cavaliere vuole mantenere un ruolo determinante in un sistema dove nessuno prenda il sopravvento. E la grande coalizione è lo strumento idoneo all'occorrenza. Di più, è Monti il suo asso nella manica nonostante le tensioni del Pdl con il governo. Il rapporto riservato e preferenziale tra l'attuale premier e il suo predecessore sfugge ai riflettori e alle dinamiche di Palazzo. E Berlusconi sarebbe pronto a sconfessare anche se stesso pur di non uscire dal centro del ring. Come ricorda il segretario del Pri, Nucara, «fu Berlusconi a indicare Monti come commissario europeo, a proporlo come governatore di Bankitalia, a tentarlo con il ministero dell'Economia, e soprattutto a lanciarlo come candidato al Quirinale prima che ci arrivasse Napolitano».

    Puntando su Monti, inchioderebbe Casini e manderebbe gambe all'aria ogni manovra fin qui ipotizzata. La grande coalizione insomma è più di una suggestione. Ma per farla non bisogna dirla, e se del caso è necessario smentirla. Perciò il Cavaliere fece finta di prendere le distanze dal progetto «Tutti per l'Italia» che Giuliano Ferrara lanciò mesi fa sul Foglio. Era troppo presto. E ora che sul Giornale Vittorio Feltri evoca Indro Montanelli per scrivere che sarebbe meglio «turarsi il naso» e guidare «tutti insieme» il Paese, ecco comparire un altro indizio.

    Perché non c'è dubbio che il fondatore del Pdl sia tornato a dettare l'agenda del partito, bloccando le primarie, facendo mostra di essere un allenatore che si allena per rientrare in campo. «Io rappresento tutte le anime del partito», ha detto l'altra sera davanti al suo gruppo dirigente.

    E la storia che una svolta grancoalizionista possa indurre l'area degli ex An ad abbandonare il Pdl, non sta in piedi. Ci pensa La Russa a far giustizia delle voci circolate negli ultimi tempi: «Nessun tipo di riforma del sistema di voto su cui stiamo discutendo presuppone di per sé la grande coalizione. Certo, sarebbe per me e per molti di noi inaccettabile precostituire o addirittura dichiarare la grande coalizione come obiettivo. Se invece questa formula di governo venisse imposta per effetto del risultato elettorale, sarebbe un'altra cosa». Più chiaro di così.

    Il «montismo berlusconiano» è ben incardinato nel centrodestra, il presidente del Senato Schifani non manca occasione nei suoi colloqui di ripetere che «l'emergenza dettata dalla crisi non cesserà purtroppo il giorno dopo le elezioni». L'idea della grande coalizione nel Pdl si alimenta anche dei segnali che giungono dal campo avverso. Pare che Berlusconi abbia letto più volte l'intervista rilasciata al Corriere da D'Alema e abbia avuto la sensazione che contenesse un messaggio subliminale.


    Corriere della Sera 7 luglio 2012
    Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali.

    (Don Lorenzo Milani)

  2. #2
    Citazione Originariamente Scritto da Roderigo Visualizza Messaggio
    .......... Angelino, dovresti convenire che sarebbe meglio puntare sulle coalizioni e non sui partiti. Perché se non si organizzano i due campi in contesa e andiamo in ordine sparso, Grillo potrebbe spazzarci via tutti».

    ........... Pare che Berlusconi abbia letto più volte l'intervista rilasciata al Corriere da D'Alema e abbia avuto la sensazione che contenesse un messaggio subliminale.

    Di programmi e strategie per contrattaccare la crisi economica neanche l'ombra.....
    Qui si sta subendo una guerra sociale ed economica che sta manifestandosi sempre più concreta nella vita di ogni italiano, e non si pensa assolutamente di riorganizzarsi e di rispondere agli attacchi. Prima di tutto rimanere a tiro di poltrona......salvare gli interessi propri e quelli dei sodali accoliti nel malaffare.....non importa da che parte della politica recitata si trovino.

    Avevo sgamato Baphomet d'alemuccio molto tempo fa. Non è un uomo della sinistra...non lo è mai stato, adesso potrà fare platealmente comunella con l'asfaltato di arcore.

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    Arjuna
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    "A pensare male si fa peccato, ma quasi sempre ci si azzecca" (Belzebù Andreotti)

  3. #3

    Un'accelerazione che mette in difficoltà soprattutto il Pd

    di Francesco Verderami

    ROMA — Toccare il sistema elettorale è come metter mano alla legge sulla relatività, perché un nuovo meccanismo di voto si porterebbe appresso un nuovo sistema politico: non muterebbero infatti solo le regole del gioco per la futura sfida di Palazzo Chigi, ma cambierebbero anche i protagonisti della prossima corsa al Quirinale. Sarebbe insomma un'autentica rivoluzione. Così si spiegano le difficoltà che stanno incontrando le forze della «strana maggioranza» a trovare un'intesa sulla riforma. Ed è vero che Napolitano aveva anticipato ai leader un suo intervento, qualora non fossero riusciti a superare lo stallo. Ma nonostante questo, la mossa del capo dello Stato ha destato sorpresa in tutti i palazzi della politica, malgrado tutti si siano affrettati a condividere il suo messaggio.

    A ferire non sono state tanto le parole con le quali il presidente della Repubblica ha chiesto che le trattative non restino «al chiuso» delle «consultazioni riservate», sebbene i precedenti storici — dal Mattarellum allo stesso Porcellum — raccontino che le intese su un tema così delicato sono sempre state raggiunte prima di approdare alle Camere. A stupire è stato soprattutto il passaggio in cui Napolitano, esortando a rompere gli indugi, ha prospettato la possibilità che la legge si formi attraverso il voto delle maggioranze in Parlamento.

    Nessuno mette in dubbio che il Quirinale abbia cercato di offrire una soluzione per superare l'impasse. L'inquilino del Colle, peraltro, ha voluto spiegarlo ai suoi interlocutori: piuttosto che «restar impantanati in un negoziato» senza sbocchi, il confronto nelle Camere darebbe «l'opportunità di arrivare a un accordo» che altrimenti rischierebbe di non concretizzarsi mai. Ma la preoccupazione, bipartisan, è che in Parlamento si inneschi la logica del muro contro muro, che voti segreti e maggioranze variabili partoriscano una riforma frutto di un patchwork legislativo e non di un progetto ordinato.

    Il punto è che ormai diventa difficile tornare indietro. Non c'è più molto spazio per ulteriori mediazioni «riservate». Ed è come se ieri Napolitano abbia di fatto dettato il fixing, siccome il punto di partenza da cui avviare il confronto in Parlamento è quella bozza scritta dagli sherpa di Pdl, Pd e Udc, con le notazioni a margine sui nodi controversi della trattativa. Dal quadro sinottico emerge il posizionamento dei tre partiti, e s'intuisce che la sortita del Colle mette in difficoltà soprattutto il Pd. Come notava ieri Casini — analizzando le diverse posizioni — «in effetti c'è una convergenza oggettiva tra noi e il Pdl», entrambi sostenitori delle preferenze e di un premio di maggioranza basso (il 10%) da affidare al primo partito.

    La «convergenza» coinvolgerebbe anche la Lega. Sebbene Maroni dica «no ad accordi sottobanco», il Carroccio è della partita. La scorsa settimana infatti Calderoli ha incontrato Verdini, garantendosi un emendamento che va a vantaggio del movimento padano, laddove nella bozza è scritto che se un partito non raggiungesse il 5% su base nazionale, parteciperebbe comunque all'assegnazione dei seggi qualora superasse il 10% «in almeno due circoscrizioni». È chiaro che un'eventuale maggioranza sulla legge elettorale non sarebbe una maggioranza politica. Ma è altrettanto chiaro il motivo per cui Bersani sia risentito. Contrario com'è alle preferenze e a un premio di maggioranza «troppo basso», il leader del Pd ritiene che «con una simile riforma elettorale staremmo a mezza via tra Tangentopoli e la Grecia».

    Evocando Atene, il capo dei Democrat fa capire che questo modello di voto sarebbe il preludio alla grande coalizione, perché nessuna forza politica — sondaggi alla mano — può vantare numeri tali da bipolarizzare il sistema. Ecco come il montismo potrebbe sopravvivere a Monti, con una differenza sostanziale rispetto all'attuale assetto: la prossima guida del governo toccherebbe a un politico. Non a caso Bersani ieri sul Corriere ha sottolineato che «toccherà a noi creare la maggioranza»: è stato un modo per replicare a Monti che appare orientato a restare in campo, per avvisarlo che spetterebbe comunque al partito uscito vincente dalle urne incaricarsi di costruire l'alleanza di governo. È il modello tedesco, che ha consentito alla Merkel di trovare un'intesa — dopo il voto — con l'Spd, e di diventare cancelliere.

    Altre deleghe ai tecnici non sono contemplate, pena l'abdicazione definitiva dei partiti. Resta il fatto che il futuro di Monti in politica è separato dalle decisioni sulla legge elettorale. Un conto è la riforma del sistema di voto che potrebbe portare alla grande coalizione, altra cosa è il destino del professore, che — come dice spesso il capogruppo del Pd Franceschini — potrebbe avere «lo stesso cursus di Ciampi», diventato ministro dell'Economia dopo esser stato presidente del Consiglio e prima di venir eletto al Quirinale: sarebbe un segnale di garanzia per l'Europa e i mercati. Certo è difficile disegnare oggi i futuri scenari, ma una cosa è certa: se cambiasse la legge elettorale cambierebbero anche gli sfidanti per la corsa al Colle.


    Corriere della Sera 10 luglio 2012
    Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali.

    (Don Lorenzo Milani)

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