di Giampiero Martinotti
PARIGI — I simboli colpiscono l’immaginazione, ma portano pochi soldi in cassa. E la Francia non sfuggirà al rigore, malgrado il governo preferisca parlare di “responsabilità”. In ogni caso, l’aumento delle tasse per i più ricchi sarà solo una piccola parte dello sforzo chiesto al paese: François Hollande deve trovare 33 miliardi per rispettare l’impegno a riportare il deficit pubblico al 3 per cento nel 2013 e a pagare saranno tutti. Il neo-presidente, tuttavia, ha perlomeno trovato il modo di dare l’esempio, di evitare l’impressione che a pagare siano sempre i soliti: gli stipendi dei manager pubblici saranno calmierati a un tetto massimo attorno ai 450mila euro; la più alta aliquota Irpef sarà portata al 75 per cento sopra un milione di euro, record assoluto nel mondo occidentale; le aliquote della patrimoniale, abbassate da Sarkozy, saranno riportate ai vecchi valori. I ricchi, insomma, pagheranno, anche se il loro contributo non basterà a raddrizzare i conti. La stampa anglo-sassone, sulla scia di David Cameron che ha detto di essere pronto ad accogliere i ricchi che fuggiranno dalla Francia, si diletta nell’illustrare le “pene” dei contribuenti più fortunati. Da tempo si dice che in molti siano tentati dall’abbandonare il paese, malgrado il fenomeno sia rimasto finora marginale. L’aliquota al 75 per cento può essere punitiva per artisti, sportivi e manager, l’unica vera preoccupazione del governo è quello di non spaventare questi ultimi, il cui talento è essenziale per risollevare l’economia transalpina. Per il resto, la misura riguarderà una fascia ridottissima della popolazione. Potrebbero colpire più generalmente le classi medio-alte i tagli alle numerose agevolazioni fiscali, la cui riduzione era già stata avviata dal governo Fillon. Tutto ciò non basterà: per trovare 33 miliardi ci vorrà altro. La Pubblica amministrazione pagherà: il congelamento dei salari è già stato confermato, gli organici saranno al massimo mantenuti. Per gli altri, siamo ancora nel vago. La Corte dei conti ha suggerito un aumento dell’Iva (un punto rende 6,5 miliardi), ma Hollande si è impegnato a non toccarla e anzi a sopprimere il recente aumento per i libri. Resta un’altra ipotesi, su cui il governo non si è pronunciato: l’aumento della Csg. Una sigla che all’estero non dice niente, ma dietro cui si nasconde un contributo sociale che colpisce tutti i redditi e che non è detraibile dall’Irpef: incrementarlo di un punto significa far entrare nelle casse dello Stato ben 10 miliardi. I ricchi, insomma, pagheranno un po’ di più, proporzionalmente ai loro redditi, il resto verrà dalla massa. D’altronde, il discorso del primo ministro in parlamento è stato percepito dal 68 per cento dei francesi come l’annuncio del rigore. Hollande non può far altro: la rapida approvazione del fiscal compact, che potrebbe intervenire entro un mese se non ci saranno intoppi costituzionali, lo obbliga a rispettare alla lettera gli impegni presi con Bruxelles in materia di deficit. Senza contare il fatto che a fine anno il debito pubblico transalpino toccherà il 90 per cento del Pil, una soglia che molti economisti considerano come un punto di non ritorno.
Repubblica 6 luglio 2012



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