Risultati da 1 a 4 di 4

Discussione: Cittadinanza, questione morale

  1. #1

    Cittadinanza, questione morale

    di Luigi Manconi

    Esistono ancora idee e valori capaci di distinguere nitidamente tra conservazione e progresso, tra posizioni reazionarie e posizioni riformiste e in buona sostanza tra destra e sinistra?
    Il mondo è cambiato dalle fondamenta, le ideologie si sono sgretolate e le appartenenze via via deperiscono e, soprattutto, le fratture sociali seguono percorsi nuovi e imprevedibili. Eppure. Eppure resistono contraddizioni e conflitti che, tuttora, consentono di aggregare movimenti e di mobilitare energie e passioni intorno alla tutela dei diritti fondamentali della persona e della sua dignità. Contraddizioni vecchie e nuove e conflitti antichi e moderni. Quando questo è il terreno di confronto, scegliere diventa più agevole e, talvolta, ineludibile. Consideriamo le due frasi seguenti: «Cittadinanza ai figli di stranieri nati in Italia? È senza senso e poi: «Senza il reato di immigrazione clandestina, l’Italia diventerà la cloaca d’Europa. La prima di queste citazioni è di Beppe Grillo e nessuno se ne stupirà. La seconda è, in apparenza, di più difficile attribuzione: ma se ci pensate un attimo, la prosa preziosa, la selezione sofisticata dei termini, l’inesorabile sequenza logica denunciano che l’autore non può essere altri che Antonio Di Pietro.

    Si tratta di due affermazioni che vale la pena memorizzare in queste ore: intanto perché ieri, davanti a Montecitorio, il Forum immigrazione ha tenuto una manifestazione in vista del dibattito parlamentare sulla riforma della cittadinanza; e poi perché questo obiettivo (una nuova normativa sulla cittadinanza) è stato indicato dal segretario del Pd come il primo punto del programma di governo del centrosinistra per la prossima legislatura. E c’è una terza ragione. Qualche giorno fa, il Corriere della Sera, riprendendo le parole di Massimo D’Alema, chiede a Nichi Vendola, «quali valori di sinistra veda in Di Pietro. Il leader di Sel risponde ribaltando la critica su chi lo contesta, accusato di votare «insieme al Pdl lo sfregio dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori e altre simili nequizie.
    La replica è abile e, tuttavia, Vendola sorvola su quali siano «i valori di sinistra di Di Pietro. (Di Beppe Grillo, ovviamente è meglio tacere). Non si tratta di una polemica futile. Tutt’altro. E qui soccorre il tema della cittadinanza. Quest’ultimo e, in generale, la questione relativa a migranti e profughi, così come altri temi incandescenti e controversi (dal mercato del lavoro alle garanzie del sistema penale, dall’autodeterminazione del paziente ai diritti delle minoranze sessuali) costituiscono un test cruciale. Non solo per agitare «le belle bandiere, ma anche per disegnare i tratti concreti di una organizzazione sociale più equa e più libera. Si tratta di problematiche fortemente politiche, destinate a tradursi in norme e misure conseguenti, a contribuire a produrre mutamenti sociali e cambi di mentalità, a influire sulla qualità della vita di tutti. E sono, allo stesso tempo, opzioni morali, in quanto hanno strettamente a che fare con la nostra idea di bene collettivo e di società giusta. Per questo il tema della cittadinanza ha già oggi, ed è destinato ad assumere sempre più, il valore di una grande questione pubblica ad alta intensità etica. Perché dà a un termine fin troppo abusato, quale inclusione, il senso così concreto di processi sociali che riguardano uomini e donne e bambini e il loro stesso destino. Perché allude a cosa siano i diritti fondamentali della persona in un contesto geo-politico che non è più quello angusto e discriminatorio degli antichi stati nazionali. Perché, infine, rimanda a una possibile idea, faticosa e ancora tutta da costruire di «cittadinanza umana capace di accogliere e di elaborare, in senso profondamente innovativo, il meglio di quanto è stato prodotto dalle culture più fertili della storia europea: il cattolicesimo sociale, il riformismo del movimento operaio, la tradizione radicale, liberale e libertaria, il pensiero ecologista.
    A fronte di questo c’è quella frase di Antonio Di Pietro prima ricordata: «Senza il reato di immigrazione clandestina, l’Italia diventerà la cloaca d’Europa. Come sempre, la scelta del vocabolario è fattore qualificante e dirimente: quella «cloaca d’Europa è, inequivocabilmente, linguaggio fascistoide; o, se preferite, immorale.
    Un impasto di corruzione intellettuale e di quel disturbo del comportamento, non esclusivo delle fasce adolescenziali, che è la coprolalia.


    l'Unità 5 luglio 2012
    Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali.

    (Don Lorenzo Milani)

  2. #2

    Il futuro. Seconde generazioni. Italiani, ma senza poterlo essere

    di Francesca Paci

    Vivono, amano e lavorano nel Belpaese. Tifano per gli Azzurri, ma non sono cittadini come Balotelli

    ROMA Si sentono chiamati in causa quando la disoccupazione under 24 sfiora il 37%, quando il presidente Napolitano esorta i giovani a scendere in campo, quando Montolivo sbaglia il rigore contro l’Inghilterra e soprattutto quando l’icona Balotelli castiga due volte la Germania (e pazienza per la coppa d’Europa mancata). Si sentono italiani dentro ma fuori così così. Sono le seconde generazioni d’immigrati, il Paese del futuro, oltre un milione di ragazzi e ragazze che in virtù dello ius sanguinis faticano a ottenere la cittadinanza pur essendo nati o cresciuti a Roma, Bologna, Vercelli, Lecce (in Italia, come in Grecia e parzialmente in Germania, la cittadinanza dipende dal fatto che almeno uno dei genitori ce l’abbia e non dall’essere nato sul territorio dello Stato come in Francia e negli Stati Uniti) .
    «Rispetto ai nostri padri abbiamo la consapevolezza di non essere più portatori di bisogni ma di diritti e doveri» spiega il responsabile dei nuovi italiani del Pd Khalid Chaouki al termine del sit-in organizzato ieri davanti a Montecitorio per chiedere la modifica della legge sulla cittadinanza. Il segretario Pierluigi Bersani ha appena garantito alle decine di manifestanti avvolti nel tricolore che, una volta al governo, sostituirebbe lo ius sanguinis con lo ius soli perché «chi nasce e cresce qui è italiano». E pazienza se nel frattempo il presidente dei senatori Pdl Maurizio Gasparri definisce quella promessa una «regolarizzazione facile e in controtendenza con l’Europa»: chi s’identifica nel siculo-ghanese-bresciano in maglia azzurra SuperMario Balotelli non ha mai avuto veri dubbi circa la propria identità.
    «Parlo meglio l’italiano del dialetto marocchino, il mio film preferito è “La ricerca della felicità” di Muccino, fino a poco tempo fa avevo una fidanzata italiana, eppure a settembre, quando compirò 18 anni, sarò tecnicamente un clandestino» lamenta Adil el Youssoufi, emigrato da Marrakesh nel 1999 e cresciuto con i genitori e i fratelli a Imola, dove frequenta l’istituto tecnico e soprattutto le briose discoteche della riviera. Il connazionale venticinquenne Abderrahmane Amajou, «cittadino» ma solo grazie alla moglie italiana, ammette che, per esempio, non potrebbe affrontare un libro in arabo: «Sono arrivato nel Cuneese a 7 anni, ho studiato scienze politiche a Torino, ascolto Jovanotti e Vasco Rossi e leggo molto, ho appena terminato “Il mio migliore amico”, la mia lingua è l’italiano».
    Quasi tutti quelli in sit-in a Montecitorio sono originari del Maghreb o dell’Albania. C’è qualche sudamericano come la commessa di McDonald’s Vanessa Cuvas, padre peruviano e madre colombiana ma entrambi senza cittadinanza italiana, o il grafico capoverdiano trentunenne Ireneo Spencer che vede e rivede su internet i film di Totò e, dice, non cambierebbe Roma con nessuna città del mondo. Ci sono un paio di pakistani, qualche nigeriano. Mancano i cinesi, una delle comunità straniere più numerose, ma il loro è un caso a parte perché Pechino non riconosce il doppio passaporto e diventare italiani significherebbe un aut aut. Tutti diversi e tutti simili. Per capire a che nazionalità sentono d’appartenere basta chiudere gli occhi e ascoltarli mentre si prendono in giro in romagnolo, romano o pugliese.


    La Stampa 5 luglio 2012
    Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali.

    (Don Lorenzo Milani)

  3. #3

    «È italiano chi nasce in Italia»

    di Jolanda Bufalini

    L’Istat ha presentato la ricerca “I migranti visti dai cittadini”
    Per il 72% degli intervistati «chi è nato in Italia deve avere la cittadinanza»
    Il 90% condanna le discriminazioni a scuola e sul lavoro


    ROMA Un quadro in chiaroscuro, lo definisce il ministro Fornero, sul cui intervento nella sala polifunzionale delle Pari Opportunità pesano i pesanti tagli appena inflitti al ministero. Un ritratto in movimento per il ministro Andrea Riccardi, per il quale il report Istat sui “migranti visti dai cittadini” mostra «l’evoluzione di una mentalità collettiva». Effettivamente uno degli aspetti più interessanti dell’indagine è la diversa modulazione della valutazione della presenza degli immigrati in Italia, a seconda dell’età e del tipo di rapporto. A cominciare dalla conoscenza diretta: il 38,4 per cento del campione fra i 18 e i 74 anni conosce immigrati perché sono colleghi di lavoro, il 32,1 ha un amico immigrato; per l’11,6 % c’è un membro della famiglia di origine straniera e per quasi il 10% c’è un compagno/a di scuola o di università. Un grado di compenetrazione nei luoghi di lavoro e di studio che probabilmente spiega la percentuale straordinariamente alta degli italiani che sono favorevoli al riconoscimento alla nascita della cittadinanza italiana ai figli degli immigrati: 72,1%. Gli italiani sono, invece, in maggioranza contrari al diritto di voto amministrativo per gli immigrati che risiedono in Italia da alcuni anni ma non sono cittadini: la media dei favorevoli al voto è 42,6% ma, se si suddivide il campione per classi di età, si vede che il 46,5% dei giovani fra i 18 e i 34 anni è favorevole al voto amministrativo mentre solo il 38% degli anziani fra i 65 e i 74 anni non è contrario. Analoghe le percentuali sul diritto di cittadinanza, la stragrande maggioranza del campione è favorevole (91,4%), per ottenerla il 38% degli intervistati pensa che dovrebbero essere sufficienti 5 anni di soggiorno regolare, per il 42 gli immigrati dovrebbero aspettare 10 anni.

    La vicinanza sul posto di lavoro e di studio influisce sulla percezione di atteggiamenti discriminatori verso gli immigrati. L’80% ritiene infatti che per gli stranieri la vita è più difficile a causa di questi comportamenti e quasi il 90% ritiene «ingiustificabile» prendere in giro uno studente, trattare meno bene un lavoratore perché straniero, per il 72 per cento non è giusto «assumere un dipendente senza riconoscere le qualifiche richieste» e per il 63% non è giustificabile non dare in affitto la casa «perché immigrato».

    Appare contraddittorio con questi modi di pensare il fatto che la maggioranza degli italiani ritengono che in tempi economicamente difficili si debba dare lavoro prima agli italiani e che, a parità di requisiti, la casa popolare debba essere assegnata prima agli italiani. A commento di questi dati il presidente dell’Istat Enrico Giovannini invita a completare il quadro con le altre ricerche Istat sul tema dell’immigrazione: «quando vediamo che il reddito medio degli immigrati è la metà di quello degli italiani e che il 40% dei figli degli immigrati lascia in anticipo la scuola, ci rendiamo conto che stiamo disseminando mine sociali che prima o poi rischiano di scoppiare». E il ministro dell’integrazione Riccardi spiega che l’Italia è in mezzo al guado di una «radicale trasformazione del nostro mondo». l’immigrazione dice «è una questione nazionale di importanza pari a quella che fra nel XIX e XX secolo investiva i confini, allora si trattava di territori, ora si tratta di popolazioni».

    La popolazione che suscita maggiore diffidenza negli italiani è quella rom/sinti. I matrimoni misti sono ben visti ma il discorso cambia quando si tratta della propria figlia, l’85 per cento degli intervistati «avrebbe molti o qualche problema» se la ragazza sposasse un rom, se il promesso sposo fosse un romeno il 69 per cento manifesta le stesse perplessità.

    Se si allarga la prospettiva, però, il 60% considera positiva la presenza degli immigrati in Italia perché «permette il confronto fra le culture». Percentuale che fra i giovani crese al 66%. Elevate le percentuali di coloro che temono un incremento del terrorismo e dei reati, il degrado dei quartieri e il fatto che gli stranieri «tolgono lavoro agli italiani». La diversità religiosa non costituisce un problema ma il 41 per cento non vorrebbe una moschea vicino casa.


    l'Unità 12 giugno 2012
    Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali.

    (Don Lorenzo Milani)

  4. #4
    Non può essere che uno sia italiano perchè nato sul suolo italico.
    Succederebbe come in messico,dove migliaia di donne al nono mese di gravidanza,cercano di attraversare il confine.
    http://sitav.splinder.com/

    Sono responsabile di ciò che scrivo,non di ciò che capisci.


    L'appartenenza a sistemi valoriali, si deve dimostrare coi fatti, con l'intera vita, non semplicemente brandendo l'atto di nascita

    Zigmunt Bauman

Segnalibri

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •