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Discussione: Confermate le condanne per il massacro alla Diaz, azzerati i vertici della polizia

  1. #1

    Confermate le condanne per il massacro alla Diaz, azzerati i vertici della polizia

    di Alessandra Fava

    G8 -I falsi della Diaz Polizia decapitata
    Gratteri, attuale capo del dipartimento centrale anticrimine, Luperi, al vertice del reparto analisi dell'Aisi, Caldarozzi, capo servizio centrale operativo, saranno sospesi per 5 anni La sentenza di Cassazione conferma le condanne del secondo grado per gli alti dirigenti. Prescritte le lesioni per gli altri agenti coinvolti nei pestaggi alla scuola nel luglio genovese del 2001 «Il Viminale ottempererà a quanto disposto dai giudici», dice Cancellieri. In attesa dei provvedimenti sui «prescritti»


    Dopo otto ore e mezzo di camera di consiglio c'è stata la lettura del dispositivo, dieci pagine che verranno depositate oggi nella cancelleria della V sezione penale della Cassazione. Alle diciannove la notizia è ufficiale, rimbalza in rete e sui network alla velocità della luce: la quinta sezione della corte di Cassazione presieduta da Giuliana Ferrua ha confermato le condanne comminate in secondo grado per l'assalto alla scuola Diaz durante il G8 genovese, avvenuto la notte del 21 luglio 2001. I dirigenti di polizia non andranno in carcere ma saranno sospesi dagli incarichi per cinque anni. Le lesioni sono archiviate, «sono stati assolti per prescrizione otto fra dirigenti, poliziotti e capisquadra, compresi Canterini e Fournier - spiega il loro avvocato difensore, Silvio Romanelli - mentre sono stati condannati Nucera e Panzieri», i due poliziotti coinvolti nell'accoltellamento, un falso secondo la procura. Dei 25 condannati in primo grado, ne restano dunque 17. Come dire i responsabili di quella notte non furono gli esecutori materiali, ma i mandanti.
    E i mandanti sono accusati di falso perché i verbali sono stati taroccati come hanno sempre sostenuto i pm genovesi Enrico Zucca e Francesco Albini Cardona. Era difficile crederci. A metà giugno quando sembrava che si fosse all'ultima udienza, ottimismo ce n'era veramente poco. Anche l'altro ieri, Lorenzo Guadagnucci, giornalista e vittima del pestaggio, non ci poteva credere. Ieri dopo la lettura: «C'è un po' di giustizia, la verità c'è sempre stata - dice - La Cassazione ha dimostrato indipendenza, Zucca e Cardona hanno condotto un'inchiesta contro tutti, con l'ostilità palese dei vertici di polizia. È mancato un intervento dei parlamenti, delle istituzioni, che hanno avvallato un comportamento irresponsabile. Noi siamo stati ignorati e derisi quando dicevamo nel 2004 o nel 2010 che i poliziotti andavano sospesi dagli incarichi, oggi ci troviamo con i dirigenti più importanti che se ho capito bene domani non potranno presentarsi in ufficio».
    Ora con le condanne confermate il Viminale dovrebbe aprire i provvedimenti disciplinari perché a questo punto scatta anche la pena accessoria: la sospensione dagli incarichi per cinque anni per i mandanti di quella notte scellerata, la «macelleria messicana» come disse Fournier ai magistrati già negli interrogatori durante le indagini. In questi anni sono stati tutti promossi. A partire dal capo della polizia di allora, oggi sottosegretario alla presidenza del consiglio dei ministri col governo Monti, Gianni De Gennaro che fu coinvolto solo di striscio nelle indagini per le dichiarazioni ritrattate e secondo la procura manipolate ad arte, rilasciate dall'allora questore di Genova Francesco Colucci proprio durante il processo Diaz. Ma l'impianto non ha tenuto in un altro processo in Cassazione: poche settimane fa i magistrati della suprema corte hanno assolto De Gennaro giudicandolo estraneo alle dichiarazioni di Colucci. Gli altri però nella scuola c'erano: si vedono in un filmato intorno a un sacchetto blu con le molotov dentro, quelle portate da corso Italia alla scuola, per poter dimostrare che c'erano i black bloc ed erano anche armati. Nel famoso video, trovato dalla procura tra le riprese dell'emittente genovese Primocanale e messo agli atti come Blue Sky, si vedono Giovanni Luperi, Spartaco Mortola, Pietro Troiani, Gilberto Caldarozzi e Francesco Gratteri allora vice e capo dello Sco, Lorenzo Murgolo. Il prefetto Arnaldo La Barbera (morto nel 2002), che secondo le ricostruzioni della procura genovese era stato mandato sabato mattina da Roma per procedere ad arresti consistenti, è poco lontano. Che strana operazione, con tutti i vertici della polizia italiana davanti al «luogo del delitto»! Sono loro a essere condannati oggi. Eppure anche i figuranti di Blue Sky hanno fatto carriera: Luperi allora vicedirettore dell'Ucigos, è asceso a capo dipartimento analisi dell'Aisi. Gratteri al tempo capo dello Sco oggi è alla direzione anticrimine. Gilberto Caldarozzi, che nel 2001 era vice di Gratteri, oggi è alla direzione dello Sco. Mortola, nonostante avesse due processi in corso è stato promosso, ministro dell'interno Maroni, questore. Ieri è stato condannato, mentre poche settimane fa era stato assolto insieme a De Gennaro per le dichiarazioni di Colucci.
    La sentenza d'appello del maggio 2010 aveva ribaltato la sentenza di primo grado del 13 novembre 2008 che di fatto aveva condannato solo 13 poliziotti, fra cui il capo del VII nucleo, Vincenzo Canterini e i suoi, quelli che avrebbero pestato duro insomma, assolvendo i «papaveroni» Luperi, Caldarozzi, Mortola, Gratteri. In secondo grado, fra lo stupore degli astanti, nell'aula bunker di Genova, a tarda notte, era stata letta la sentenza che condannava 25 dei 28 poliziotti a oltre 85 anni di carcere: Gratteri a quattro anni, Canterini a cinque anni, Luperi a quattro anni, Mortola a tre anni e otto mesi, l'ex vicecapo dello Sco Gilberto Caldarozzi a tre anni e otto mesi. I due dirigenti, Pietro Troiani e Michele Burgio, accusati di aver portato le molotov nella scuola, sono stati condannati a tre anni e nove mesi.
    «La sentenza della Corte di Cassazione va rispettata come tutte le decisioni della magistratura. Il ministero dell'Interno ottempererà a quanto disposto dalla Suprema Corte», dichiara in serata con una nota la ministra dell'interno Annamaria Cancellieri». «La sentenza - prosegue - mette la parola fine a una vicenda dolorosa che ha segnato tante vite umane in questi 11 anni».


    il manifesto 6 luglio 2012
    Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali.

    (Don Lorenzo Milani)

  2. #2
    Sentenza della Corte di Cassazione per i fatti della scuola Diaz: importante ma incompleta e tardiva secondo Amnesty International
    CS81: 05/07/2012

    Quella emessa oggi dalla Corte di Cassazione su quanto accaduto alla scuola Diaz di Genova nel luglio 2001 è, per Amnesty International, una sentenza importante, che finalmente e definitivamente, anche se molto tardi, riconosce che agenti e funzionari dello stato si resero colpevoli di gravi violazioni dei diritti umani di persone che avrebbero dovuto proteggere.

    Tuttavia, Amnesty International ricorda che i fallimenti e le omissioni dello stato nel rendere pienamente giustizia alle vittime delle violenze del G8 di Genova sono di tale entità che queste condanne lasciano comunque l'amaro in bocca: arrivano tardi, con pene che non riflettono la gravità dei crimini accertati - e che in buona parte non verranno eseguite a causa della prescrizione - e a seguito di attività investigative difficili ed ostacolate da agenti e dirigenti di polizia che avrebbero dovuto sentire il dovere di contribuire all'accertamento di fatti tanto gravi. Soprattutto, queste condanne coinvolgono un numero molto piccolo di coloro che parteciparono alle violenze ed alle attività criminali volte a nascondere i reati compiuti.

    Per Amnesty International, la conclusione di questo difficile processo non può rappresentare la fine del tentativo di dare piena giustizia alle vittime del G8 di Genova. Terminata la fase degli accertamenti delle responsabilità individuali, resta infatti tutta da fare un'analisi che porti a conclusioni condivise su cosa non funzionò a Genova nel 2001 a livello di sistema e su come fare in modo che ciò non si ripeta più.


    Amnesty International continuerà a chiedere alle istituzioni italiane di:

    · condannare pubblicamente le violazioni dei diritti umani commesse dalle forze di polizia 11 anni fa e fornire scuse alle vittime;

    · impegnarsi ad assicurare che violazioni quali quelle accadute a Genova nel 2001 non si verifichino di nuovo attraverso l'attuazione di misure concrete per garantire l'accertamento delle responsabilità per tutte le violazioni dei diritti umani commesse dalle forze di polizia;

    · introdurre nel codice penale il reato di tortura e adottare una definizione di tortura che includa tutte le caratteristiche descritte nell'articolo 1 della Convenzione Onu contro la tortura;

    · creare un'Istituzione nazionale sui diritti umani in linea coi "Principi riguardanti lo statuto delle istituzioni nazionali" (Principi di Parigi);

    · ratificare il Protocollo opzionale alla Convenzione Onu contro la tortura e istituire un meccanismo indipendente nazionale per prevenire torture e maltrattamenti;

    · condurre una revisione approfondita delle disposizioni in vigore nelle operazioni di ordine pubblico, incluse quelle in materia di addestramento e dispiegamento delle forze di polizia impiegate nelle manifestazioni, di uso della forza e delle armi da fuoco e che tenga conto della necessità di introdurre elementi di identificazione individuale degli appartenenti alle forze di polizia nelle operazioni di ordine pubblico.


    FINE DEL COMUNICATO Roma, 5 luglio 2012


    Per approfondimenti e interviste:
    Amnesty International Italia - Ufficio stampa
    Tel. 06 4490224 - Cell. 348-6974361, e-mail: press@amnesty.it
    www.amnesty.it
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    (Don Lorenzo Milani)

  3. #3

    Undici anni dopo ma ora devono spiegarci il perché

    di Oreste Pivetta

    LA CASSAZIONE CONFERMA LE CONDANNE. CADE IL RISCHIO DELLA PRESCRIZIONE. QUALCOSA S’AGGIUNGE ALLA VERITÀ CHE SI SAREBBE DOVUTA COSTRUIRE NEL CORSO DI UNDICI ANNI FA ATTORNO A QUEL LUGLIO DI GENOVA, IL LUGLIO DEL G8. La sentenza riguarda quanto avvenne nella notte alla scuola Diaz: quattrocento agenti a caccia di no global, giovani, ragazzi e ragazze, anche qualche signore e qualche signora di mezza età, tutti coricati nei loro sacchi a pelo sul pavimento della palestra della scuola Diaz. Accanto ad ognuno di loro la borsa, con gli indumenti di ricambio, lo spazzolino da denti, i biscotti, i barattoli di marmellata, qualche libro, qualche giornale. Questa la scena del delitto: una «scena» che secondo i «vertici» di polizia e carabinieri meritava l’assalto, lo sfondamento dei cancelli (aperti) con i gipponi, le botte, le manganellate, il sangue... Nel cuore della notte. Davanti al mondo intero. La coraggiosa sentenza, che certifica falsificazioni, bugie, i soliti tentativi di insabbiare, dice molto. Non tutto però. Undici anni dopo ancora non sappiamo perché.
Ricordo le parole, il giorno dopo, di un appuntato della pubblica sicurezza, non più giovane, uno che, agente in strada, aveva seguito tanti cortei, tante manifestazioni, dal nostro Sessantotto in poi: «Qui hanno perso tutti la testa». Ricordo quanto ancora testimoniò, Michelangelo Fournier, all’epoca dei fatti vicequestore aggiunto del primo reparto mobile di Roma: «Sembrava una macelleria messicana».

    Mi è capitato di assistere alla macelleria messicana, di raccogliere le voci delle vittime e quelle di chi, dalle case attorno, risvegliate nel cuore della notte, vi aveva assistito e la mattina dopo constatava di persona: la palestra ridotta a un tappeto di banali oggetti di ogni giorno; i caloriferi, alti termosifoni di ghisa, impiastrati di sangue; i gradini delle scale allo stesso modo sporchi di sangue, mentre qui e là ciocche di capelli erano l’evidenza di un corpo trascinato giù per le scale; le porte dei gabinetti, un ingenuo rifugio nel caos, sfondate; i computer di un’aula tecnica rovesciati a terra; fino alla staccionata che chiudeva il corridoio, perché dall’altra parte era aperto il cantiere di un’ala dell’edificio in ristrutturazione (non è un particolare da poco, perché due mattine più tardi, per la conferenza stampa dei carabinieri, erano stati esposti come corpi di reato, martelli da carpentiere, chiodi da carpentiere, qualche asse spezzata).

    Tutto nella sequenza di quei giorni, dagli scontri ai primi cortei delle “tute bianche” alla morte di Carletto Giuliani in piazza Alimonda, dall’assalto alla Diaz all’ultimo attacco alla manifestazione popolare, alle violenze nella caserma di Bolzaneto, ai cori fascisti, tutto continua a stupire, scandalizzare, inorridire, perché dai tempi di Scelba, dei caroselli con le jeep, delle cariche a cavallo, dei morti in strada (l’altro luglio, quello del Sessanta), malgrado il terrorismo, malgrado le bombe e i depistaggi, malgrado le perdite di memoria di ministri e generali, qualcosa sembrava cambiato nel rapporto tra istituzioni, forze dell’ordine, cittadini, e nel segno della democrazia. Genova, piazza Alimonda, la Diaz, Bolzaneto furono un salto nel buio di un passato, un salto cercato, voluto, pensato, come una rivincita e una vendetta, rispetto al quale non teneva e non tiene una giustificazione che si richiama alle tensione di quei giorni, alla forza dei “neri” spacca vetrine. Come se invece si fosse cercata la “lezione”. Per questo un conto sono i poliziotti o i carabinieri violenti, un conto sono quanti hanno armato quei poliziotti e quei carabinieri, quanti li hanno “istruiti”, anche ingigantendo le paure e le minacce.

    Molti, giudicando quelle vicende, si sono chiesti che cosa avesse ordinato Berlusconi; quali disposizioni avesse dato il ministro Scajola; che cosa ci facessero a Genova tra i tavoli dei comandi dei carabinieri o della polizia Fini e il suo parlamentare Filippo Ascierto. Loro potrebbero raccontare, dire, ricordare, aiutarci a dissolvere la nebbia, che le condanne non hanno dissolto, perché certo si possono indicare le responsabilità dirette della “catena di comando”, ma siamo lontani dal dare un nome e un cognome a chi architettò quell’esplosione di violenza sotto gli occhi del mondo e per quale ragione. Dopo undici anni, si potrebbe (e qualcuno lo farà) organizzare il bilancio dei condannati e degli assolti (la maggioranza), sommare gli anni di pena, contare le prescrizioni, elencare quanti non hanno visto neppure le porte di un tribunale. Si potrebbero confrontare le accuse (per lo più falso aggravato, calunnia, lesioni gravi). Si potrebbero citare quanti hanno fatto carriera. Qualcuno è andato in pensione. Molti abbiamo imparato a conoscerli: Gratteri, Luperi, Mortola, Canterini (ha lasciato per limiti d’età), eccetera eccetera. Si potrebbe... Resta inevasa quella domanda: perché? Cioè, di chi fu la responsabilità politica. Resta, dopo undici anni, una pagina oscura, scritta con impressionante e imperscrutabile (per noi) determinazione.


    l'Unità 6 luglio 2012
    Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali.

    (Don Lorenzo Milani)

  4. #4

    Quel delitto che l’Italia non punisce

    di Vladimiro Zagrebelsky

    La sentenza della Cassazione conclude sul piano della giustizia penale una vicenda nazionale tra le più gravi. Riferendosi ai dirigenti della polizia e agli agenti che avevano agito nella scuola Diaz in coda alla giornata di proteste contro il G8 del 2001, la Corte di appello di Genova, nella sentenza che ora la Cassazione sostanzialmente ha confermato, aveva parlato di «tradimento della fedeltà ai doveri assunti nei confronti della comunità civile» e di «enormità dei fatti che hanno portato discredito sulla Nazione agli occhi del mondo intero». I fatti sono noti. Per giustificare l’irruzione nella scuola vennero portate al suo interno delle bottiglie molotov per attribuirne il possesso ai manifestanti che vi si erano raccolti e che poi, tutti insieme, furono arrestati. E’ noto anche che costoro furono minacciati ed umiliati dalle forze di polizia, violentemente colpiti, feriti anche gravemente. Decine di persone, molte straniere, furono ferite, due furono in pericolo di vita. Le imputazioni hanno riguardato la calunnia nei confronti degli arrestati, la falsificazione dei verbali di arresto. Le violenze sulle persone hanno dato luogo ad imputazioni di lesioni. Mentre il primo blocco di accuse ha portato infine a un certo numero di condanne di dirigenti, funzionari, agenti di polizia, la sentenza ha concluso che i delitti di lesioni personali sono ormai estinti per il decorso del termine di prescrizione.

    E’ sui fatti gravissimi cui si riferiscono le imputazioni di lesioni che merita qui soffermarsi. Sul resto almeno, pur dopo undici anni, la giustizia penale si è pronunciata. Ma le violenze fisiche, pur accertate, sono rimaste senza sanzione. Almeno alcune di queste hanno avuto la sostanza di ciò che a livello internazionale si chiama tortura. Mi riferisco alla definizione che ne offre la Convenzione dell’Onu contro la tortura, del 1984, che l’Italia ha ratificato nel 1988: l’atto con il quale un agente della funzione pubblica - personalmente o da altri su sua istigazione o con il suo consenso - infligge dolore o sofferenze forti, fisiche o mentali, per ottenere informazioni o confessioni, o per punire o intimorire la vittima. Oltre ad episodi di vera tortura, nell’assalto alla scuola Diaz se ne sono verificati altri, che costituiscono trattamenti inumani e degradanti, anch’essi vietati dalla Convezione europea dei diritti dell’uomo, che l’Italia ha ratificato nel 1955.

    La Convenzione Onu contro la tortura impone agli Stati di prevedere nel loro sistema penale interno il delitto di tortura, con pene di gravità adeguata, mettere in atto opera di prevenzione e assicurare la punizione dei responsabili. Analogo obbligo deriva dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e da quella europea contro la tortura.

    Ma l’Italia non ha mai introdotto nel suo codice penale il delitto di tortura. La tortura, quindi, come tale, non è punibile in Italia. E rispetto all’obbligo assunto dall’Italia nei confronti della comunità internazionale, non si tratta semplicemente di un lungo ritardo o di una disattenzione. L’Italia ha ricevuto nel corso degli anni una serie di solleciti da parte del Comitato europeo contro la tortura e dal Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite. L’Italia ha espressamente rifiutato di dare esecuzione a quelle raccomandazioni. Nel 2008 il governo italiano dell’epoca ha formalmente dichiarato di non accogliere la raccomandazione del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, sostenendo che in realtà già ora la tortura è punita, applicando quando è il caso le norme che sanzionano l’arresto illegale, le percosse, le lesioni, le minacce, l’omicidio. Una risposta capace di trarre in errore, come la vicenda delle violenze nella scuola Diaz o l’altra di violenze su detenuti in carcere recentemente giudicata dal Tribunale di Asti, ben dimostrano. Nessuna di quelle norme ha portato a condanne: i reati di lesioni contestati si sono prescritti, finendo nel nulla. Nel frattempo sembra che nemmeno siano state applicate sanzioni disciplinari e anzi che qualcuno dei responsabili abbia ottenuto promozioni.

    Se fosse previsto il delitto di tortura, necessariamente le pene sarebbero ben più gravi e la prescrizione non si applicherebbe o avrebbe un termine molto lungo. Accanto all’inadeguata gravità delle pene e l’operare dei condoni, è il meccanismo italiano della prescrizione che rende solo apparente la repressione dei fatti di tortura (come peraltro anche quella di altri gravi reati). Ma di questo, nella sua risposta al Consiglio dei diritti umani, il governo non ha fatto cenno.

    La conseguenza sul piano della credibilità internazionale dell’Italia è seria. Essa sarà aggravata e certificata quando sulla responsabilità del governo italiano, per aver lasciato impunite quelle violenze, si pronuncerà la Corte europea dei diritti dell’uomo, alla quale già sono stati presentati ricorsi.

    In Parlamento si sono arenate iniziative legislative. Il pretesto fatto valere è stato quello della necessità di proteggere la polizia da false accuse. Ma le false accuse vanno scoperte e sanzionate nei processi. E purtroppo vi sono anche accuse più che fondate. Per altro verso in Parlamento si è preteso che le violenze, per costituire tortura, dovessero essere «ripetute» e non soltanto, come è ovvio, raggiungere un certo livello di gravità. In conclusione nulla si è fatto. Recentemente la discussione è ripresa. V’è chi si preoccupa e sostiene che solo ipotizzare in una legge che un agente pubblico possa torturare è offensivo per i corpi di polizia. Purtroppo i fatti dimostrano che non si tratta di ipotizzare, ma di prevedere ed essere pronti a punire. E a me pare sia offensivo piuttosto pensare che le forze di polizia, nel loro complesso, preferiscano l’impunità di coloro che tradiscono la loro missione di legalità e rispetto delle persone.

    Per attenuare l’impressione che si abbiano di mira le forze di polizia e trovare in Parlamento la necessaria condivisione, sta emergendo l’ipotesi di prevedere un delitto generico di tortura, che potrebbe essere commesso da chiunque, aggiungendo un’aggravante quando il fatto sia commesso da un agente pubblico. Un recente disegno di legge di iniziativa del sen. Marcenaro ed altri va in questa direzione. Soluzione tuttavia non facile, perché la finalità che muove il torturatore, nella definizione data dalla Convenzione Onu, rinvia naturalmente alla azione di forze di polizia o comunque ad organi dello Stato e difficilmente invece ad un soggetto indifferenziato. Ma, se serve a sbloccare la situazione, può trattarsi di soluzione opportuna.

    E sarebbe bene che, quando la Corte europea dei diritti dell’uomo discuterà i ricorsi contro l’Italia o il Consiglio dei diritti umani dell’Onu riprenderà in esame la questione, il governo si presenti potendo dire almeno che è stato messo rimedio, per il futuro, alla grave mancanza.


    La Stampa 6 luglio 2012
    Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali.

    (Don Lorenzo Milani)

  5. #5

    Claudio Giardullo: «Furono le scelte politiche a causare il disastro di Genova»

    intervista di Massimo Solani

    Il segretario del Silp-Cgil: «Il governo Berlusconi scelse di gestire l’ordine pubblico soltanto con la militarizzazione e la repressione della piazza»

    «A Genova si sbagliò nel modello politico di ordine pubblico. Un modello che puntava esclusivamente a difendere il summit senza prevedere alcuna difesa della città, soprattutto dal punto di vista della prevenzione, che fu invece lasciata indifesa di fronte alle devastazioni. Ma non credo affatto che si sia trattato di una semplice sottovalutazione». Claudio Giardullo, segretario del Silp Cgil, non vuole commentare la sentenza della Cassazione sui fatti della Diaz. «Perché le sentenze si rispettano in silenzio», dice. Vuole invece, come fa da undici anni a questa parte, che quel pronunciamento riaccenda l’attenzione pubblica su quelle che furono le scelte del governo Berlusconi che portarono al disastro di Genova. «Perché la realtà dice è che quel modello di gestione dell’ordine pubblico, e probabilmente anche l’escalation di tensione che portò ai giorni del G8, erano funzionali ad un obbiettivo politico: separare in piazza i moderati dai progressisti».

    Che intende dire?
    «Per quel governo la piazza era un incubo e probabilmente qualcuno pensò che la cosa giusta da fare era evitare che la protesta sui temi del summit poi potesse ripetersi in autunno contro le scelte economiche e sociali di quel governo. Delegittimare la piazza, inasprire i toni e scegliere la repressione: oggi mi pare che si possa dire si sia trattato di una strategia chiarissima e mi pare che si possa affermare altrettanto che sia stato questo obbiettivo strategico a causare poi gran parte delle scelte sbagliate che hanno fatto dei giorni del G8 il dramma che tutti ricordiamo».

    Si spiegherebbe così anche la presenza di Gianfranco Fini ed altri parlamentari di An nella sala operativa di Genova nelle ore degli incidenti in strada?
    «Aldilà dei singoli episodi, fatti come questo confermano che c’era una attenzione politica del governo a come veniva gestito l’ordine pubblico. E c’era purtroppo anche un messaggio, che a mio avviso purtroppo ha pesato molto su quanto avvenuto in quei giorni, che l’esecutivo mandava alle forze di polizia: il governo è e sarà sempre con voi a prescindere da quello che succederà. In un momento così delicato e di grandi tensioni, quel genere di messaggio ha aiutato a creare le condizioni perché una minoranza di operatori si lasciasse andare a comportamenti e azioni gravissime».

    Il ministro dell’Interno di quei giorni, Claudio Scajola, rivelò poi di aver dato ordine di sparare nel caso di violazioni della zona rossa...
    «Ma era la creazione stessa della zona rossa che rientrava in quell’idea di gestione “pesante” dell’ordine pubblico al posto della scelta di utilizzare piccoli nuclei agili con capacità di movimento veloce. È vero che con il tempo abbiamo iniziato a conoscere a fondo le tecniche di guerriglia urbana dei black bloc, ma è evidente che in quelle condizioni sarebbe servita molta prevenzione nei confronti di coloro che avevano intenzione di creare disordini e una tutela maggiore di chi invece era in piazza per manifestare pacificamente». Eppure nei giorni precedenti al G8 c’erano stati numerosi avvertimenti sugli spostamenti e la presenza del blocco nero. Nessuno fece nulla...
 «Ma ripeto: tutto il modello era di tipo pesante, militaresco e finalizzato unicamente alla repressione. Non era adatto alla prevenzione che sarebbe stata invece l’arma vincente per garantire, per quanto possibile, la sicurezza delle manifestazioni. Il modello era sbagliato, ma era stato scelto esattamente quel modello perché rispondeva ad un obbiettivo politico».

    Ora che la vicenda della Diaz si è chiusa, che insegnamento possono trarre le forze di polizia per il futuro?
    «Innanzitutto l’importanza della formazione degli operatori. L’istituzione della scuola di ordine pubblico ha dato un ottimo contributo, perché la formazione è un assetto strategico a tutela degli operatori e dei cittadini. Peccato che il governo Berlusconi, che a parole si diceva sempre dalla parte delle forze di polizia, negli anni abbia tagliato drammaticamente i fondi per il comparto sicurezza minando soprattutto lo strumento fondamentale della formazione».


    l'Unità 7 luglio 2012
    Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali.

    (Don Lorenzo Milani)

  6. #6

    Gli invisibili e gli intoccabili ecco i convitati di pietra del G8

    di Carlo Bonini

    Politici e dirigenti delle forze dell’ordine lasciati fuori dall’inchiesta.
    Da Gianni De Gennaro a Fini e Scajola


    ROMA — Il processo è chiuso. Ma il giorno dopo, le parole dell’avvocato Rinaldo Romanelli, difensore del comandante del VII Nucleo Mobile Vincenzo Canterini, hanno il lampo della provocazione. «Se dovessimo ragionare da storici, ma con la logica della sentenza della Corte di appello, direi che, a spanne, alla condanna mancano almeno 500 persone». È un’iperbole, appunto. Che tuttavia tocca il nervo scoperto di questa storia: i suoi convitati di pietra. Uomini degli apparati ed ex ministri della Repubblica di cui, come in certe foto di gruppo ritoccate, è scomparsa la silhouette.

    In 11 anni, Claudio Scajola, in quei giorni dell’estate 2001 ministro dell’Interno, non ha mai ritenuto opportuno dover chiarire o riferire quali indicazioni politiche aveva fornito al capo della Polizia Gianni De Gennaro. Quali comunicazioni ebbe con lui la notte della Diaz e nei giorni successivi. Perché non ne chiese le dimissioni o perché non gli furono mai offerte. Né è stato mai di alcun aiuto lo stesso De Gennaro, oggi sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e già capo del Dis, il vertice della nostra intelligence. In quel luglio del 2001, intervistato da Enrico Mentana, all’epoca direttore del Tg5, dice: «La Diaz era una semplice operazione di identificazione che si è trasformata in un'azione di ordine pubblico perché gli agenti sono stati attaccati. Se ci sono stati eccessi da parte di singoli saranno verificati. Comunque non ci sono stati errori di valutazione o di comportamento collettivi ». Nelle parole dell’allora capo della Polizia non c’è una sola circostanza vera, o anche soltanto verosimile, come il processo ha accertato. Ma, da subito, le sue parole definiscono il perimetro entro cui, per anni, l’intera catena di comando di quella notte comincia il suo lavoro di ostruzione alla ricerca della verità.

    De Gennaro, evidentemente, scommette su un’inchiesta penale destinata nelle sue previsioni a non andare da nessuna parte. Anche perché il Parlamento decide di ritirarsi in buon ordine rinunciando a un’indagine indipendente, e soprattutto perché l’appoggio del governo è ventre a terra. Non fosse altro perché il disastro del G8 crea un legame malato e indissolubile tra chi, di quei giorni, ha avuto la responsabilità politica e chi quella tecnica e, dunque, dalla verità può solo ottenere un danno. Del disastro genovese nessuno sembra portare la paternità. Non De Gennaro, appunto. Non Scajola. Non il ministro della giustizia Roberto Castelli, il solo ad aver visitato la prigione di Bolzaneto nei giorni del G8 senza avere la percezione del lager in cui era stata trasformata. Non il vicepremier Gianfranco Fini, che pure ha ritenuto di essere presente nella sala operativa della questura di Genova non si capisce a quale titolo e con quale utilità. Accompagnato dall’allora maresciallo dei carabinieri e futuro deputato di An Filippo Ascierto.

    Anche Arnaldo La Barbera e Ansoino Andreassi, rispettivamente capo dell’Ucigos e vicecapo della Polizia e dunque vertice tecnicooperativo della catena di comando presente a Genova, sembrano, almeno all’inizio, un problema risolto. La Barbera, allontanato dall’Ucigos, viene nominato vicedirettore del Cesis. Andreassi transita al Sisde come numero due del generale Mori. Così come un problema che viene presto risolto è Vincenzo Canterini, il comandante del VII Nucleo, premiato con una ricca sinecura in Romania quale alto rappresentante dell’Interpol. Finché la tela si straccia.

    L’inchiesta penale afferra i primi bandoli della matassa e la morte di Arnaldo La Barbera (2002) convince tutti i protagonisti di quella notte che è bene sfilarsi e anche rapidamente da quel disastro. Ansoino Andreassi che, nei giorni successivi alla Diaz, ha arringato gli uomini del VII nucleo nella caserma di Castro Pretorio rassicurandoli che «la polizia italiana non si farà processare», diventa teste di accusa. Accredita la circostanza di essere stato «commissariato» da La Barbera (un morto che non può difendersi) e di aver espresso il suo dissenso nella riunione in questura che precedette l’irruzione nella scuola. Salvo, inspiegabilmente, non chiarire perché quel dissenso, a maggior ragione dopo gli esiti disastrosi di quella notte, non venne mai esplicitato nei giorni e nelle settimane successive. Altrettanto rapidamente si sfila e diventa teste di accusa il vicequestore Lorenzo Murgolo, che, quella notte, è il delegato dell’allora questore Francesco Colucci di fronte alla Diaz. Anche lui armeggia con Gratteri e Luperi intorno al sacchetto con le molotov portate all’interno della scuola. Ma ha più fortuna dei suoi colleghi. Il processo non lo coinvolge e la sua carriera prosegue nel Sismi di Nicolò Pollari.

    Sulla notte della Diaz, negli apparati si consuma una resa dei conti che l’autorità politica finge di non vedere o che, se vede, ignora. Tra il luglio del 2001 e il maggio del 2010 si succedono al Viminale quattro ministri dell’Interno: Claudio Scajola, Giuseppe Pisanu, Giuliano Amato, Roberto Maroni. Non uno di loro risulta abbia imposto o anche solo sollecitato che la Polizia consegnasse alla magistratura genovese l’identità dei 400 poliziotti che fecero irruzione in quella scuola e che, ancora oggi, restano incredibilmente degli incappucciati.


    Repubblica 7 luglio 2012
    Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali.

    (Don Lorenzo Milani)

  7. #7

    Resta senza mandanti la “macelleria messicana”

    di Concita De Gregorio

    Troppo tardi e troppo poco le ferite di quella notte non sono ancora rimarginate

    È PER questo che la sentenza della Cassazione sulla Diaz genera sollievo, sì, perché una pagina di verità è stata scritta e certo assai peggio sarebbe stata un’assoluzione generale. Ma non basta, non riesce a ripristinare quella forse ingenua ma formidabile e condivisa sensazione di libera cittadinanza, di fiducia nel rispetto delle regole fondamentali, di possibilità di esprimersi e di manifestare consenso o dissenso che c’era prima. Prima di Genova, perché come le torri gemelle hanno segnato uno spartiacque per il mondo intero, il G8 ha scandito, in Europa, un prima e un dopo. Oggi la tenacia del sostituto procuratore Pietro Gaeta restituisce agli italiani una stilla di giustizia, ed è un’ottima notizia che qualcosa sia cambiato nel Paese e si possa ricominciare a farlo. Le pubbliche scuse e le pesanti meditate parole di Giorgio Manganelli, attuale capo della Polizia, fanno sperare negli uomini: perché le istituzioni sono gli uomini che le incarnano. Ciò non toglie che sia troppo tardi, e troppo poco.

    Undici anni sono il tempo che separa un bambino delle elementari dalla sua laurea, un esordio agonistico dal ritiro, sono il tempo di mezzo di una vita: troppi per aspettare i punti di sutura ad una ferita, quella che si vede sanguinare dalla testa di uno dei giovani della Diaz nella foto sui giornali che, identica di anno in anno, ferma il tempo da allora. Troppi per la ferita collettiva a un sentimento ormai in cancrena. Quelli che di noi erano alla Diaz, quella notte, sanno come sono andate le cose da quell’istante esatto. Dalle 23.30 del 21 luglio 2001. Sono andate come la sentenza assai tardivamente conferma, come ricostruisce per una piccola parte degli eventi da cui restano tuttavia esclusi i mandanti. Lo sanno con la precisione di un ricordo indelebile che chi ha potuto e voluto ha certificato fin dalle cronache del giorno dopo, nelle testimonianze ostinate e reiterate in tribunale, in ogni occasione pubblica e privata. Non ci volevano undici anni per dire che stavano tutti dormendo, nella scuola, che le luci erano spente quando sono arrivati i mezzi della Polizia e a centinaia i caschi blu. Che i vetri sono stati rotti dall’esterno verso l’interno, i cocci delle finestre erano tutti dentro, non uno in cortile. Che l’irruzione è stata comandata a freddo, che chi dormiva si è svegliato e ha cercato di salvarsi correndo su per le scale ma molti sono rimasti dov’erano, invece, perché non capivano e non sapevano cosa dovessero temere, e sui loro sacchi a pelo sono stati massacrati. Che non c’erano passamontagna di black bloc in quella scuola, nulla è stato portato via quella notte che non fossero persone in barella. Lo sappiamo da quel-l’istante perché lo abbiamo visto accadere minuto per minuto, abbiamo visto le luci accendersi dopo l’irruzione e sentito le urla salire lungo i piani, perché siamo entrati nella scuola subito dopo e a terra c’erano libri, diari, documenti, mutande, una bibbia in corridoio, una scatola di tampax per le scale, una copia del Don Chisciotte strappata, sangue dappertutto. Sangue sui registri della scuola, sulle maniglie antipanico delle porte, sui banchi, tantissimo sangue nei bagni. E quella scritta, comparsa subito, pennarello su foglio bianco, in inglese: non lavate questo sangue.

    Abbiamo visto in quel cortile, quella notte, il responsabile delle relazioni esterne della Polizia di Stato Roberto Sgalla, braccio destro di De Gennaro allora capo della Polizia, parlare al telefono cellulare fino ad operazioni concluse, per così dire. Fino a che il novantatreesimo corpo è stato portato via in barella. E abbiamo sentito il questore di Genova Colucci dire, poche ore dopo, che Sgalla era stato mandato alla Diaz da De Gennaro stesso, in quelle ore assente da Genova. Salvo ritrattare anni dopo, a processo, e modificare la versione: a convocare Sgalla, ha messo a verbale Colucci, sono stato io. Da questa nuova versione è scaturita la sentenza che certifica l’estraneità di De Gennaro ai fatti.

    Non fu il capo della Polizia, dunque, a disporre “la macelleria messicana” della Diaz — dice quella sentenza — né furono gli esponenti politici del centrodestra al governo presenti in massa durante le operazioni, nessuno dei quali ha mai pronunciato una sola parola di autocritica, di giustificazione, di spiegazione. Se ne deduce che gli alti dirigenti di Polizia ora sospesi dalle pubbliche funzioni, molti dei quali nel frattempo promossi a più alti incarichi e infine, undici anni dopo, condannati, abbiano agito quella sera di loro iniziativa: che abbiano disposto a freddo la mattanza senza essere stati da alcuno autorizzati a farlo. Così, una loro idea.

    Ricordiamo a chi avrebbero potuto chiedere un parere, proprio lì sul posto e sul momento, se ne avessero avvertita l’esigenza. A Gianfranco Fini, allora vicepresidente del Consiglio e in quei giorni prima in visita alla sala operativa della questura poi, il sabato della morte di Carlo Giuliani, chiuso nella caserma di San Giuliano. A Claudio Scajola, allora ministro dell’Interno ma fin da allora evidentemente inconsapevole. A Filippo Ascierto, ex carabiniere e responsabile Difesa di An, in quei giorni a capo di una delegazione di parlamentari costantemente presente negli uffici di pubblica sicurezza: tra la sala operativa e il comando provinciale dell’Arma alla vigilia dell’assalto alla Diaz transitarono con Ascierto Giorgio Bornacin, An, eletto a Genova, Federico Bricolo, Lega, Ciro Alfano, Biancofiore, e Giuseppe Cossiga, eletto con Forza Italia. Fu suo padre Francesco qualche settimana dopo a pronunciare al Senato il celebre discorso in favore di Scajola, alla vigilia del voto che rinnovava al ministro la fiducia del Parlamento. In assenza dell’accertamento di una responsabilità politica e/o gerarchica le condanne di Gratteri, Luperi, Calderozzi e dei loro colleghi nulla dicono su quale sia stata la catena di comando che ha disposto il massacro della Diaz e qualche giorno dopo quello di Bolzaneto, carcere dove i reclusi venivano picchiati in cella al suono di Faccetta nera nei telefoni cellulari, suoneria del resto in voga ancora oggi negli uffici pubblici delle principali municipalizzate romane, chissà se è al corrente Alemanno. Giova infine ricordare, per quanto ovvio, che a Genova era naturalmente presente Silvio Berlusconi, allora e per molto tempo ancora presidente del Consiglio. Della morte di Carlo Giuliani disse, quel pomeriggio: “Un inconveniente”.

    Bene dunque che il clima sia cambiato, che si possa oggi salutare una pagina di verità con una consapevolezza collettiva che certo ci arriva anche dalle tragedie di Cucchi e Aldrovandi, chè il pericolo del sopruso vestito da istituzione è sempre in agguato. Bene le scuse, peccato per le omissioni. Resta ancora da scrivere, imminente, la sentenza per dieci manifestanti accusati di “devastazione e saccheggio”, termini adatti ad una guerra benché di guerre tra eserciti non si sia vista traccia, a Genova. Le guerre si combattono tra schieramenti avversi e in armi, non le combattono i cittadini che manifestano contro coloro che sono chiamati a garantire la sicurezza di tutti, anche la loro. Per quei dieci manifestanti sono stati chiesti 100 anni di carcere. Anche dall’esito di quella sentenza dipenderà la possibilità che la ferita del G8 possa cominciare, con così grave ritardo e tante amputazioni, a chiudersi.


    Repubblica 7 luglio 2012
    Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali.

    (Don Lorenzo Milani)

  8. #8

    De Gennaro: solidale con i poliziotti condannati

    di Grazia Longo

    Il sottosegretario che nel 2001 era il capo dei funzionari
    “Profondo dolore per chi ha subito torti e violenze a Genova”


    Capo della polizia nel 2001, all’epoca del G8, Gianni De Gennaro, 63 anni, è sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Per l’assalto alla Diaz, assolto in primo grado, condannato in Appello a 1 anno e 4 mesi e prosciolto in Cassazione lo scorso novembre Più volte evocato, in maniera più o meno diretta, dopo la sentenza della Cassazione sulla Diaz che ha azzerato i vertici dell’eccellenza investigativa della polizia, ieri ha deciso di intervenire di persona.

    Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni De Gennaro, capo della polizia durante gli scontri del G8 a Genova nel luglio 2011, a tre giorni dalla condanna definitiva e l’interdizione dai pubblici uffici delle più alte cariche degli apparati investigativi, prende carta e penna sostanzialmente per due motivi. Esprimere «profondo dolore per tutti coloro che a Genova hanno subito torti e violenze».

    Ma anche e soprattutto per difendere i suoi uomini, la sua squadra. La spina dorsale di un sistema di indagini che ha raggiunto ottimi successi contro Cosa Nostra e il terrorismo. Con una nota da Palazzo Chigi, De Gennaro rivendica quindi «umana solidarietà per quei funzionari di cui personalmente conosco il valore professionale e che tanto hanno contribuito ai successi dello Stato democratico nella lotta al terrorismo ed alla criminalità organizzata».

    Anche lui, del resto, è stato processato in merito ai pestaggi di Genova. Accusato di istigazione alla falsa testimonianza (avrebbero «suggerito» a Francesco Colucci, ex questore di Genova, la versione da fornire durante il processo sull’irruzione alla scuola Diaz) De Gennaro è stato assolto in primo grado, condannato in appello a 1 anno e 4 mesi, e definitivamente prosciolto dalla Cassazione, che, nel novembre 2011, ha annullato la sentenza d’appello «perchè il fatto non sussiste».

    E oggi, l’attuale sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega ai Servizi (già capo del Dis, Dipartimento per le informazioni e la sicurezza) ribadisce la sua posizione. «Per quanto mi riguarda sottolinea ho sempre ispirato la mia condotta e le mie decisioni ai principi della Costituzione e dello Stato di diritto e continuerò afarlo con la stessa convinzione nell’assolvimento delle responsabilità che mi sono state affidate in questa fase».

    Non trascura neppure l’aspetto prettamente giudiziario. «Le sentenze della magistratura devono essere rispettate ed eseguite dichiara -, sia quando condannano, sia quando assolvono. In seguito alle decisioni per i gravi fatti di Genova, le competenti autorità hanno puntualmente adempiuto a tale dovere, operando con tempestività ed efficacia».

    Parole che non convincono, tuttavia, Giuliano Giuliani, padre di Carlo, il ragazzo ucciso durante quel G8 del luglio. Soprattutto perché mancano le scuse, «a differenza del suo successore, Manganelli, che le ha pronunciate seppur di facciata». Giuliani stigmatizza: «De Gennaro prova dolore, ma non chiede scusa. Lui era il più alto in grado e quindi lui dovrebbe sentire su di sé tutte le responsabilità di quanto accaduto quella notte alla Diaz. Non mi sembra che nelle sue parole ci sia questo e in più dimentica anche di chiedere scusa». E ancora: «M’aspettavo altro. E invece c’è il solito cerimoniale, nulla di autenticamente sentito. Ripeto non ci sono le scuse e manca una ammissione di responsabilità».

    Parole di critica arrivano anche da Vittorio Agnoletto, portavoce del Gsf (Genoa Social Forum) al G8 di Genova: «Le parole di De Gennaro sono opposte a quelle che ci si dovrebbe aspettare da un uomo che ha giurato di servire le istituzioni e che oggi rappresenta il governo; sono parole molto più simili a quelle di un capobanda che, dopo aver subito una sconfitta, resta consapevole dell’enorme potere di cui ancora dispone. Dovrebbe dimettersi».


    La Stampa 9 luglio 2012
    Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali.

    (Don Lorenzo Milani)

  9. #9

    Enrico Zucca: «Le scuse per i fatti del G8? Troppo poco e troppo tardi»

    di Claudia Fusani

    «Chi spiega i boicottaggi all’inchiesta? Il lato oscuro emerso è la tendenza dei poliziotti ad aggiustare le prove per arrivare al risultato»

    «Troppo poco e troppo tardi». Soprattutto «si perde l’occasione per capire il vero lato oscuro del G8, la tendenza nelle forze dell’ordine di aggiustare le prove per arrivare allo scopo. Gli inglesi la chiamano nobile cause corruption, la corruzione per nobili motivi».

    Enrico Zucca, è stato il magistrato che ha rappresentato l’accusa nelle indagini sull’irruzione alla scuola Diaz durante i giorni del G8 del 2001 a Genova, ci mette qualche giorno prima di commentare la sentenza della Cassazione che giovedí ha condannato in via definitiva i funzionari di polizia. «E lo faccio solo aggiunge perché è giusto chiarire informazioni diffuse in maniera distorta».

    Alla fine ha retto il suo impianto accusatorio che pure era stato respinto in primo grado. Si aspettava di vincere in Cassazione?
    «Serve prima una premessa tecnica. Ma rispondo subito alla domanda. La prevedibilità di quella sentenza era incerta non per ragioni processuali ma per le pressioni cui sono stati sottoposti i giudici in questi mesi. Importanti organi di stampa hanno ricordato, alla vigilia del verdetto, la necessità di valutare la ragion di stato. Questo è grave».

    Qual era la premessa tecnica?
    «Le due sentenze, l’assoluzione in primo grado e la condanna in Appello, non sono cosí agli antipodi. Entrambe affermano quello che tutti negano: gli imputati erano al comando delle operazioni quella sera, guidavano le truppe con caschi e manganello. Il primo grado ha assolto per insufficienza di prove, i condannati potevano non essersi resi conto di quanto era successo. Una tesi debole. Che contrasta con la tanto proclamata eccellenza investigativa di questi funzionari; e con le deposizioni in Parlamento nel 2001 quando fu spiegato che "le perquisizioni in certi contesti non si fanno con i guanti". La Corte d’appello ha corretto sulla base dei filmati. La Cassazione ha confermato che l’indagine é stata impostata su prove solide e concrete contro persone determinate e fatti specifici».

    L’attuale capo della polizia Antonio Manganelli ha chiesto scusa. L’allora capo Gianni De Gennaro parla di “dolore per chi ha subito torti” ma rivedica “la sua correttezza”. Entrambe le cose dovevano, potevano essere fatte prima?
    «Non c’era bisogno della sentenza definitiva per chiedere scusa. Quello che è successo quella sera era un’evidenza ieri e lo è oggi. Basta guardare i filmati come ha fatto il ministro Cancellieri. La presunzione d’innocenza è un principio sacrosanto. Ma la Corte Europea dei diritti dell’uomo impone la sospensione dei funzionari ogni volta che sono rinviati a giudizio e la rimozione se sono condannati».

    La sentenza rende giustizia alla grave lesione dei principi democratici accaduta in Italia quella notte di undici anni fa?
    «È come le scuse: tutto troppo tardi e troppo poco. Chi chiede scusa per le tante difficoltà che l’ufficio della pubblica accusa ha incontrato negli anni dell’indagine? Cosa dicono quelle istituzioni che hanno considerato l’indagine stessa un abuso? La polizia ha iniziato da subito una sotterranea battaglia di boicottaggio».

    Si riferisce alle bottiglie molotov, prove decisive per l’accusa di falso, sparite dall’ufficio reperti della questura?
    «Anche. Vorrei ricordare che negli interrogatori gli indagati, i comandanti effettivi, hanno sostenuto di essere arrivati tre minuti dopo, quando era già successo tutto. I filmati dicono il contrario. Delle due l’una: o era un ordine dall’alto, oppure un errore che però andava subito smascherato e denunciato. Ma da quel punto in poi non abbiamo più avuto risposte».

    I duecento agenti dell’irruzione sono rimasti ignoti. Come è possibile?
    «L’istituzione polizia non è stata in grado di identificare i suoi uomini. Ma è accaduto di più: nel verbale di arresto c’è una firma a cui non siamo mai riusciti a dare un nome. Chi chiede scusa per il boicottaggio alle indagini? Non ci può essere riconciliazione finché non emergeranno i responsabili del tentato omicidio di Mark Covell».

    Alcuni tra i migliori investigatori del paese sono sospesi dal servizio. Poteva essere evitato, undici anni dopo?
    «Al netto della compassione umana, credo sia più giusto dire che le vere eccellenze investigative sono gli agenti e gli uffici. Qui non sono mai state in gioco le sorti dell’istituzione polizia ma le carriere di singole persone».

    Importanti commentatori hanno parlato di convitati di pietra mai chiamati in causa nell’inchiesta. È stato fatto il nome di Ansoino Andreassi...
    «È vile e irresponsabile chiamarlo in causa. Andreassi non era d’accordo con l’operazione e si chiamò fuori. E De Gennaro inviò il prefetto La Barbera...».

    De Gennaro coordinava da Roma. Non era il capo della catena di comando? «Giudiziariamente abbiamo chiamato a rispondere i capi di un’operazione militare, la catena di comando che era lì sul posto e non una immaginaria o ipotetica. Le responsabilità e le scelte politiche non sono nella nostra competenza. De Gennaro aveva fissato un obiettivo politico e tecnico: riscattare l’immagine della polizia di stato dopo giorni di guerriglia. Per quel fine è stato giustificato ogni mezzo. Questo non è consentito nelle democrazie occidentali».

    Le ha fatto effetto sapere che la squadra di La Barbera, indagando sulle stragi di mafia, aveva manomesso le prove?
    «Le indagini sul G8 hanno fatto emergere un lato oscuro, il fenomeno della corruzione per nobile causa, la nobile cause corruption, termine coniato da un poliziotto inglese negli anni ottanta. Si tratta di prassi devianti che ogni polizia sa che allignano al suo interno. Significa aggiustare le prove pur di arrivare all’obiettivo. Durante il G8 alcuni uomini delle istituzioni hanno pensato, in buona fede, che dovevano assicurare un risultato ma l’hanno fatto commettendo il peccato mortale di ogni pubblico funzionario. Purtroppo è un fenomeno vasto. Che non va sottovalutato perché da qui passa la differenza tra democrazia e stato totalitario».


    l'Unità 10 luglio 2012
    Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali.

    (Don Lorenzo Milani)

  10. #10

    Ma le colpe politiche di Genova chi se le prende?

    di Oreste Pivetta

    La cultura della “muffa”: sopra De Gennaro c’erano Scajola e Fini.
    Quella storia va ancora scritta


    LE SENTENZE, TALVOLTA IN GRAVE RITARDO, SEMPRE FATICOSE, ARRIVANO. Peccato che qualcuno poi riapra la porta, uno spiraglio appena, quanto basta perché s’infilino perdonismo, solidarietà di corpo (o di casta), giustificazionismo, buonismo a vario titolo. Storie di questo paese, storie che hanno a che fare con una cultura antica, con una tradizione antica, tanto antiche da sentirle rancide. Per questo continuiamo ad ammirare la signora Patrizia Moretti che il suo perdono non lo concede a quanti in uniforme le hanno ammazzato in strada il figlio, Federico Aldrovandi. Per questo ammiriamo le sue parole: «Io non sono forte. Io non sono lungimirante. Io non guardo avanti. Io non passo oltre». Forse intendeva dire: sono solo una madre, non chiedetemi altro, mi avete già strappato la vita.

    Un ex capo della polizia, ora sottosegretario alla presidenza del consiglio, Gianni De Gennaro, invece non riesce ad abbandonare i canoni di quella cultura con la muffa, di quella tradizione omertosa. Chiede scusa però solidarizza: chiede scusa a quanti furono selvaggiamente malmenati mentre dormivano nella palestra di una scuola a Genova, allo stesso tempo solidarizza con quanti organizzarono e comandarono la «macelleria messicana», senza un cenno alle proprie responsabilità e a quanto avvenne prima (in strada) e dopo la Diaz (nella caserma di Bolzaneto). Come se non comprendesse la gravità del «delitto». Come se vivesse di fronte a un banale errore di gioventù, mitigato nel tempo dalla bravura poi mostrata. Lui che era alla testa della polizia, che aveva il compito, con altri ovviamente e con un ministro avanti tutti, di disegnare i piani, dettare le strategie, verificare gli obiettivi. Azzeriamo le denunce che piovvero sul suo capo: De Gennaro è assolto dall’accusa di istigazione alla falsa testimonianza proprio intorno alla vicenda della Diaz. Ma è comunque responsabile di una condotta dell’ordine pubblico che si rivelò fallimentare e sanguinaria (non dimentichiamo Carletto Giuliani e l’elenco lunghissimo dei feriti, le teste rotte, gli arti in frantumi, e poi gli insulti, i cori fascisti, le oscenità). De Gennaro rivendica nel suo operare il rispetto costante della Costituzione, ma a Genova diritti elementari vennero infranti: una sospensione della democrazia, protestò Amnesty International. Quanto vale la solidarietà di De Gennaro ai condannati? Una condivisione di responsabilità? Sarebbe una dichiarazione coraggiosa e onesta. Ma non è così: è complicità in una impossibile dichiarazione di innocenza, è coprire, mitigare.

    Avrebbe potuto dire: ho obbedito agli ordini, come un soldato semplice che rivendica così la propria estraneità, anche morale, di fronte a qualsiasi orrendo delitto in prima linea. Ma avrebbe dovuto rivelare il nome del mandante: chi aveva ordinato lo stato d’assedio, chi aveva sbagliato istruzioni? In genere si insegna come limitare i danni, non come provocarli e ingigantirli. Il capo della polizia stava agli ordini di un incompetente ministro dell’interno, Claudio Scajola, l’ex democristiano di Imperia, che un anno dopo lascerà il suo posto, dopo aver definito un «rompicoglioni» in cerca del rinnovo di una consulenza il giuslavorista Marco Biagi, ucciso dalle Br (per trovare subito appresso un’altra poltrona ministeriale). Scajola non si è sentito in obbligo di chiedere scusa, però ha solidarizzato: secondo lui era giusto che si facesse così. In silenzio è rimasto invece Gianfranco Fini, allora vice presidente del consiglio, più volte segnalato in quei giorni a Genova: sicuramente sarà stato d’accordo, stringendo la mascella da uomo forte, come gli piaceva mostrare e si illudeva di essere. Le colpe politiche delle tragiche giornate di Genova sono da tempo precipitate nella palude della dimenticanza. Non una commissione d’inchiesta che scriva la storia, non una dichiarazione seria, un autentico voltare pagina, come questo paese avrebbe maledettamente bisogno. Si tace, si insabbia, si mistifica. Per la Diaz pagano venticinque funzionari, ma – si precisa «bravissimi funzionari». Così si può accettare la sentenza, monca ancora perché le responsabilità politiche non sono indicate, e allo stesso tempo dolersene, non solo per fratellanza, ma persino aggiungendo una ragione pratica, suggestiva, come s’è letto in alcuni commenti: perché la Cassazione avrebbe in questo modo decapitato la più agguerrita squadra mai messa in campo dallo Stato contro la mafia. Può essere, ma non può essere che la polizia italiana si regga sulle spalle di una ventina di poliziotti. Soprattutto non c’è principio giuridico che assolva dalla colpa per meriti professionali, per quanto alti, altissimi.


    l'Unità 10 luglio 2012
    Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali.

    (Don Lorenzo Milani)

  11. #11
    Ovunque

    Giovanni De Mauro



    “Mancava poco a mezzanotte quando il primo poliziotto colpì Mark Covell con una manganellata sulla spalla sinistra. Covell cercò di urlare in italiano che era un giornalista, ma in pochi secondi si trovò circondato dagli agenti in tenuta antisommossa che lo tempestarono di colpi. Per un po’ riuscì a restare in piedi, poi una bastonata sulle ginocchia lo fece crollare sul selciato”.

    Nick Davies è un giornalista investigativo del Guardian. È suo lo scoop sulle intercettazioni del settimanale News of the World, lo scandalo che ha travolto l’impero editoriale di Rupert Murdoch. Nel luglio del 2008 pubblicò un’inchiesta in cui metteva insieme le testimonianze di molti ragazzi che erano alla Diaz e a Bolzaneto durante il G8 di Genova. L’articolo uscì anche su Internazionale.

    “Ci sono diversi buoni motivi per non dimenticare cos’è successo a Mark Covell quella notte a Genova. Il primo è che fu solo l’inizio. A mezzanotte del 21 luglio 2001 i poliziotti occuparono i quattro piani della scuola Diaz imponendo il loro particolare tipo di disciplina ai suoi occupanti e riducendo i dormitori improvvisati in quella che in seguito un funzionario di polizia ha definito ‘una macelleria messicana’. Poi quegli stessi agenti e i loro colleghi incarcerarono illegalmente le vittime in un centro di detenzione che diventò un luogo di terrore. Genova ci dice che quando il potere si sente minacciato, lo stato di diritto può essere sospeso. Ovunque”.


    L’inchiesta di Nick Davies andrebbe riletta ogni volta che si parla di Genova. E per questo l’abbiamo pubblicata online.


    Internazionale, numero 957, 13 luglio 2012


    http://www.internazionale.it/opinion.../13/ovunque-2/







    Le ferite di Genova

    Nick Davies, The Guardian, Gran Bretagna

    I ragazzi stranieri che erano alla Diaz e a Bolzaneto raccontano le violenze della polizia. L’inchiesta del Guardian sulla notte in cui ogni diritto civile venne sospeso.




    Genova, 20 luglio 2001. (Alberto Giuliani, Luzphoto)

    Mancava poco a mezzanotte quando il primo poliziotto colpì Mark Covell con una manganellata sulla spalla sinistra. Covell cercò di urlare in italiano che era un giornalista, ma in pochi secondi si trovò circondato dagli agenti in tenuta antisommossa che lo tempestarono di colpi. Per un po’ riuscì a restare in piedi, poi una bastonata sulle ginocchia lo fece crollare sul selciato.

    Mentre giaceva con la faccia a terra nel buio, contuso e spaventato, si rese conto che i poliziotti si stavano radunando per attaccare l’edificio della scuola Diaz, dove 93 ragazzi si erano sistemati per passare la notte. Mark sperò che rompessero subito la catena del cancello, così forse l’avrebbero lasciato in pace. Avrebbe potuto alzarsi e raggiungere la redazione di Indymedia dall’altra parte della strada, dove aveva passato gli ultimi tre giorni scrivendo articoli sul G8 e sulle violenze della polizia.

    Proprio in quel momento un agente gli saltò addosso e gli diede un calcio al petto con tanta violenza da incurvargli tutta la parte sinistra della gabbia toracica, rompendogli una mezza dozzina di costole. Le schegge gli lacerarono la pleura del polmone sinistro. Covell, che è alto 1,73 e pesa meno di 51 chili, venne scaraventato sulla strada. Sentì ridere un agente e pensò che non ne sarebbe uscito vivo.

    Mentre la squadra antisommossa cercava di forzare il cancello, per ingannare il tempo alcuni agenti cominciarono a colpire Covell come se fosse un pallone. La nuova scarica di calci gli ruppe la mano sinistra e gli danneggiò la spina dorsale. Alle sue spalle, Covell sentì un agente che urlava “Basta! Basta!” e poi il suo corpo che veniva trascinato via.

    Intanto un blindato della polizia aveva sfondato il cancello della scuola e 150 poliziotti avevano fatto irruzione nell’edificio con caschi, manganelli e scudi. Due poliziotti si fermarono accanto a Covell, uno lo colpì alla testa con il manganello e il secondo lo prese a calci sulla bocca, spaccandogli una dozzina di denti. Covell svenne.

    Non dimenticare
    Ci sono diversi buoni motivi per non dimenticare cos’è successo a Mark Covell quella notte a Genova. Il primo è che fu solo l’inizio. A mezzanotte del 21 luglio 2001 i poliziotti occuparono i quattro piani della scuola Diaz imponendo il loro particolare tipo di disciplina ai suoi occupanti e riducendo i dormitori improvvisati in quella che in seguito un funzionario di polizia ha definito “una macelleria messicana”. Poi quegli stessi agenti e i loro colleghi incarcerarono illegalmente le vittime in un centro di detenzione che diventò un luogo di terrore.

    Il secondo motivo è che, sette anni dopo, Covell e i suoi compagni aspettano ancora giustizia. Il 14 luglio 2008 quindici poliziotti, guardie penitenziarie e medici carcerari sono stati condannati per il loro ruolo nelle violenze. Ma nessuno sconterà la pena. In Italia gli imputati non vanno in prigione fino alla conclusione dell’ultimo grado di giudizio, e le condanne per i fatti di Genova cadranno in prescrizione l’anno prossimo. I politici che all’epoca erano responsabili della polizia, delle guardie penitenziarie e dei medici carcerari non hanno mai dovuto dare spiegazioni.

    Le domande fondamentali su come tutto ciò sia potuto accadere rimangono senza risposta e rimandano al terzo e più importante motivo per ricordare Genova. Questa non è semplicemente una storia di poliziotti esaltati. Sotto c’è qualcosa di più grave e preoccupante.

    Questa storia può essere raccontata solo grazie al duro lavoro coordinato da un pubblico ministero appassionato e coraggioso, Emilio Zucca. Con l’aiuto di Covell e di una squadra di magistrati, Zucca ha raccolto centinaia di testimonianze e analizzato cinquemila ore di video e migliaia di fotografie. Tutte insieme raccontano una storia cominciata proprio mentre Covell giaceva a terra sanguinante.

    Come porci
    I poliziotti irruppero nella Diaz. Alcuni gridavano “Black bloc! Adesso vi ammazziamo”. Ma si sbagliavano di grosso se credevano di dover affrontare i black bloc che avevano scatenato i disordini in alcune zone della città durante le manifestazioni di quel giorno. La scuola era stata messa a disposizione dal comune di Genova a dei ragazzi che non avevano nulla a che fare con gli anarchici: avevano perfino organizzato un servizio di sicurezza per accertarsi che i black bloc non potessero entrare nello stabile.



    Genova, 21 luglio 2001. (Reuters/Contrasto)

    Uno dei primi ad accorgersi dell’irruzione fu Michael Gieser, un economista belga di 35 anni che si era appena messo il pigiama e stava facendo la fila davanti al bagno con lo spazzolino in mano. Gieser crede nel dialogo e in un primo momento si diresse verso gli agenti dicendo: “Dobbiamo parlare”. Vide i giubbotti imbottiti, gli sfollagente, i caschi e le bandane che nascondevano i volti dei poliziotti, cambiò idea e scappò di corsa per le scale.

    Gli altri furono più lenti. Erano ancora nei sacchi a pelo. I dieci spagnoli accampati nell’atrio della scuola si svegliarono sotto i colpi dei manganelli. Alzarono le mani in segno di resa, ma altri poliziotti cominciarono a picchiarli in testa, provocando tagli e ferite e fratturando il braccio a una donna di 65 anni. Nella stessa stanza alcuni ragazzi erano seduti davanti al computer e mandavano email a casa. Tra loro c’era Melanie Jonasch, 28 anni, studentessa di archeologia a Berlino, che si era offerta di lavorare nella scuola e non aveva neppure partecipato ai cortei.

    Melanie non riesce ancora a ricordare cosa accadde. Ma molti testimoni hanno raccontato che i poliziotti l’aggredirono e la colpirono alla testa con tanta violenza che perse subito conoscenza. Quando cadde a terra, gli agenti la circondarono continuando a picchiarla e a prenderla a calci, sbattendole la testa contro un armadio e alla fine lasciandola in una pozza di sangue. Katherina Ottoway, che vide la scena, ricorda: “Tremava tutta. Aveva gli occhi aperti ma rovesciati all’insù. Pensai che stesse morendo, che non sarebbe sopravvissuta”.

    Nessuno dei ragazzi che erano al piano terra sfuggì al pestaggio. Come ha scritto Zucca nella sua requisitoria: “Nell’arco di pochi minuti, tutti gli occupanti del piano terra furono ridotti all’impotenza. I gemiti dei feriti si univano agli appelli a chiamare un’ambulanza”. Per la paura, alcune vittime persero il controllo dello sfintere. Poi gli agenti si diressero verso le scale.

    Nel corridoio del primo piano trovarono un piccolo gruppo di persone, tra cui Gieser, che stringeva ancora il suo spazzolino: “Qualcuno suggerì di sdraiarsi, per dimostrare che non facevamo nessuna resistenza, così mi sdraiai. I poliziotti arrivarono e cominciarono a picchiarci, uno dopo l’altro. Io mi riparavo la testa con le mani e pensavo: ‘Devo resistere’. Sentivo gridare ‘basta, per favore’ e lo ripetevo anch’io. Mi faceva pensare a quando si sgozzano i maiali. Ci stavano trattando come animali, come porci”.

    I poliziotti abbatterono le porte delle stanze che si affacciavano sui corridoi. In una trovarono Dan McQuillan e Norman Blair, arrivati in aereo da Stansted, vicino Londra, per manifestare a favore di “una società libera e giusta dove la gente possa vivere in armonia”, spiega McQuillan. Avevano sentito la polizia al piano terra e insieme a un amico neozelandese, Sam Buchanan, avevano cercato di nascondersi con le loro borse sotto dei tavoli in un angolo di una stanza buia. Una decina di agenti fece irruzione nel locale e li illuminò con una torcia. McQuillan scattò in piedi, alzò le mani e cominciò a ripetere “Calma, calma”, ma non servì a fermare i poliziotti. McQuillan ne uscì con un polso rotto. “Sentivo tutto il loro veleno e il loro odio”, ricorda Norman Blair.

    Gieser era in corridoio: “Intorno a me era tutto coperto di sangue. Un poliziotto gridò ‘Basta!’ e per un attimo sperammo che tutto sarebbe finito. Ma gli agenti non si fermarono, continuarono a picchiare di gusto. Alla fine ubbidirono all’ordine, ma erano come dei bambini a cui si toglie un giocattolo contro la loro volontà”.

    Ormai c’erano poliziotti in tutta la scuola. Picchiavano e davano calci. Secondo molte vittime c’era quasi del metodo nella loro violenza: gli agenti pestavano chiunque gli capitasse a tiro, poi passavano alla vittima successiva lasciando a un collega il compito di continuare a picchiare la prima. Sembrava importante che tutti fossero pestati a sangue. Nicola Doherty, un’assistente sociale di Londra di 26 anni, racconta che il suo compagno, Richard Moth, si sdraiò sopra di lei per proteggerla. “Sentivo i colpi sul suo corpo, uno dopo l’altro. I poliziotti si allungavano per raggiungere le parti del mio corpo che erano rimaste scoperte”. Nicola cercò di proteggersi la testa con il braccio. Le ruppero il polso.

    Un crescendo di violenza

    Un gruppo di uomini e donne fu costretto a inginocchiarsi in un corridoio in modo che i poliziotti potessero colpirli più facilmente sulla testa e sulle spalle. Daniel Albrecht, 21 anni, studente di violoncello a Berlino, fu colpito così violentemente che dovettero operarlo per fermare l’emorragia cerebrale. Fuori dall’edificio, i poliziotti tenevano i manganelli al contrario, usando il manico ad angolo retto come un martello.

    In questo crescendo di violenza ci furono momenti in cui i poliziotti scelsero l’umiliazione. Un agente si mise a gambe aperte davanti a una donna inginocchiata e ferita, si afferrò il pene e glielo avvicinò al viso. Poi si girò e fece la stessa cosa con Daniel Albrecht, che era inginocchiato lì accanto. Un altro poliziotto interruppe un pestaggio per prendere un coltello e tagliare i capelli alle vittime, tra cui Nicola Doherty. Un altro chiese a un gruppo di ragazzi se stavano bene e quando uno disse di no, partì un’altra scarica di botte.

    Alcuni riuscirono a sfuggire alla violenza, almeno per un po’. Karl Boro scappò sul tetto, ma poi fece l’errore di rientrare nella scuola e subì lo stesso trattamento degli altri. Riportò gravi lesioni alle braccia e alle gambe, una frattura cranica e un’emorragia toracica. Jaraslav Engel, polacco, riuscì a uscire dalla Diaz arrampicandosi sulle impalcature, ma fu preso sulla strada da alcuni autisti della polizia che gli spaccarono la testa, lo scaraventarono per terra e rimasero a fumare mentre il suo sangue scorreva sull’asfalto.

    Due studenti tedeschi, Lena Zuhlke, 24 anni, e il suo compagno Niels Martensen, furono tra gli ultimi a essere presi. Si erano nascosti in un armadio usato dagli addetti alle pulizie all’ultimo piano. Sentirono la polizia che si avvicinava sbattendo i manganelli sulle pareti delle scale. La porta dell’armadio venne aperta, Martensen fu trascinato fuori e picchiato da una decina di poliziotti schierati a semicerchio intorno a lui. Zuhlke attraversò di corsa il corridoio e si nascose nel bagno. I poliziotti la videro, la seguirono e la trascinarono fuori per i capelli. In corridoio, l’aggredirono come cani addosso a un coniglio. Fu colpita alla testa e poi presa a calci da ogni parte finché sentì collassare la gabbia toracica. La rimisero in piedi appoggiandola a una parete dove un poliziotto le dette una ginocchiata all’inguine mentre gli altri continuarono a prenderla a manganellate. Scivolò giù, ma la picchiarono ancora: “Sembrava che si divertissero, quando gridavo di dolore sembrava che godessero ancora di più”.

    I poliziotti trovarono un estintore e spruzzarono la schiuma sulle ferite di Martensen. Zuhlke venne afferrata per i capelli e scaraventata per le scale a testa in giù. Alla fine, trascinarono la ragazza nell’ingresso del piano terra, dove avevano ammassato decine di prigionieri insanguinati e sporchi di escrementi. La gettarono sopra ad altre due persone. Non si muovevano e Zuhlke, tramortita, chiese se erano vivi. Nessuno rispose e lei rimase supina. Non muoveva più il braccio destro ma non riusciva a tenere fermi il braccio sinistro e le gambe, che si contraevano convulsamente. Il sangue le gocciolava dalle ferite alla testa. Un gruppo di poliziotti le passò accanto: uno dopo l’altro si sollevarono le bandane che gli coprivano il volto e le sputarono in faccia.

    Mussolini e Pinochet
    Perché dei rappresentanti della legge si comportarono con tanto disprezzo della legge? La risposta più semplice può essere quella che ben presto venne urlata dai manifestanti fuori dalla Diaz: “Bastardi!”. Ma stava succedendo qualcos’altro, qualcosa che emerse più chiaramente nei giorni seguenti.

    Covell e decine di altre vittime dell’irruzione furono portati all’ospedale San Martino, dove i poliziotti camminavano su e giù per i corridoi, battendo il manganello sul palmo delle mani, ordinando ai feriti di non muoversi e di non guardare dalla finestra, lasciandoli ammanettati. Poi, senza che fossero stati medicati, li spedirono all’altro capo della città nel centro di detenzione di Bolzaneto, dove erano trattenute decine di altri manifestanti, presi alla Diaz e nei cortei.

    I primi segnali che c’era qualcosa di più grave possono sembrare banali. Alcuni poliziotti avevano vecchie canzoni fasciste come suoneria del cellulare e parlavano con ammirazione di Mussolini e Pinochet. Diverse volte ordinarono ai prigionieri di gridare “Viva il duce” e usarono le minacce per costringerli a intonare canzoni fasciste: “Uno, due, tre. Viva Pinochet!”.



    Genova, 22 luglio 2001. Un’aula della scuola Diaz. (Alberto Giuliani, Luzphoto)

    Le 222 persone detenute a Bolzaneto furono sottoposte a un trattamento che in seguito i pubblici ministeri hanno definito tortura. All’arrivo furono marchiati con dei segni di pennarello sulle guance e molti furono costretti a camminare tra due file di poliziotti che li bastonavano e li prendevano a calci. Una parte dei prigionieri fu trasferita in celle che contenevano fino a 30 persone. Qui furono costretti a restare fermi in piedi davanti al muro, con le braccia in alto e le gambe divaricate. Chi non riusciva a mantenere questa posizione veniva insultato, schiaffeggiato e picchiato. Mohammed Tabach, che ha una gamba artificiale e non riusciva a sopportare la fatica della posizione, crollò. Fu ricompensato con due spruzzate di spray al pepe e, più tardi, un pestaggio particolarmente feroce.

    Norman Blair ricorda che mentre era in piedi nella posizione che gli avevano ordinato una guardia gli chiese: “Chi è lo stato?”. “La persona davanti a me aveva risposto ‘Polizei’, così detti la stessa risposta. Avevo paura che mi pestassero”.

    Stefan Bauer osò dare un’altra risposta: quando una guardia che parlava tedesco gli chiese di dove era, rispose che veniva dall’Unione europea e aveva il diritto di andare dove voleva. Lo trascinarono fuori, lo riempirono di botte e di spray al pepe sulla faccia, lo spogliarono e lo misero sotto una doccia fredda. I suoi vestiti furono portati via e dovette tornare nella cella gelida con un camice d’ospedale.

    Tremanti sui pavimenti di marmo delle celle, i detenuti ebbero solo qualche coperta, furono tenuti svegli senza mangiare e gli venne negato il diritto di telefonare e a vedere un avvocato. Sentivano pianti e urla dalle altre celle.

    Uomini e donne con i capelli rasta vennero brutalmente rasati. Marco Bistacchia fu portato in un ufficio, denudato, costretto a mettersi a quattro zampe e ad abbaiare. Poi gli ordinarono di gridare “Viva la polizia italiana!”. Singhiozzava troppo per ubbidire. Un poliziotto anonimo ha dichiarato al quotidiano La Repubblica di aver visto dei colleghi che urinavano sui prigionieri e li picchiavano perché si rifiutavano di cantare Faccetta nera.

    Minacce di stupro

    Ester Percivati, una ragazza turca, ricorda che le guardie la chiamarono puttana mentre andava al bagno, dove una poliziotta le ficcò la testa nel water e un suo collega maschio le urlò: “Bel culo! Ti piacerebbe che ci infilassi dentro il manganello?”. Alcune donne hanno riferito di minacce di stupro, anale e vaginale.

    Perfino l’infermeria era pericolosa. Richard Moth, che aveva difeso con il suo corpo la compagna, era coperto di tagli e lividi. Gli misero dei punti in testa e sulle gambe senza anestesia. “Fu un’esperienza molto dolorosa e traumatica. Dovevano tenermi fermo con la forza”, ricorda. Tra le persone condannate il 14 luglio ci sono anche alcuni medici della prigione.

    Tutti hanno dichiarato che non fu un tentativo di costringere i detenuti a confessare, ma solo un esercizio di terrore. E funzionò. Nelle loro testimonianze, i prigionieri hanno descritto la sensazione d’impotenza, di essere tagliati fuori dal mondo in un luogo senza legge e senza regole. La polizia costrinse i prigionieri a firmare delle dichiarazioni. Un francese, David Larroquelle, ebbe tre costole rotte perché non voleva firmare. Anche Percivati si rifiutò: gli sbatterono la faccia contro la parete dell’ufficio, rompendole gli occhiali e facendole sanguinare il naso.

    All’esterno arrivò una versione dei fatti molto distorta. Il giorno dopo il pestaggio Covell riprese conoscenza all’ospedale e si accorse che una donna gli stava scuotendo la spalla. Pensò che fosse dell’ambasciata inglese, poi quando l’uomo che era con lei cominciò a scattare foto si rese conto che era una giornalista. Il giorno dopo il Daily Mail pubblicò in prima pagina una storia inventata di sana pianta secondo cui Covell aveva contribuito a pianificare gli scontri (ci sono voluti quattro anni perché il Mail si scusasse e risarcisse Covell per aver violato la sua privacy).

    Mentre alcuni cittadini britannici venivano pestati e trattenuti illegalmente, i portavoce del primo ministro Tony Blair dichiararono: “La polizia italiana doveva fare un lavoro difficile. Il premier ritiene che lo abbia svolto”.

    Le forze dell’ordine italiane raccontarono ai mezzi d’informazione una serie di menzogne. Perfino mentre i corpi insanguinati venivano trasportati fuori dalla Diaz in barella, i poliziotti raccontavano ai giornali che le ambulanze allineate nella strada non avevano nulla a che fare con l’incursione, che le ferite dei ragazzi erano precedenti all’incursione, e che l’edificio era pieno di estremisti violenti che avevano attaccato gli agenti.

    Il giorno dopo, le forze dell’ordine tennero una conferenza stampa in cui annunciarono che tutte le persone presenti nell’edificio sarebbero state accusate di resistenza aggravata e associazione a delinquere finalizzata alla devastazione e al saccheggio. Alla fine, i tribunali italiani hanno respinto tutti i capi di accusa contro ogni singolo imputato, Covell compreso. I tentativi della polizia d’incriminarlo per una serie di reati gravissimi sono stati definiti “grotteschi” dal pubblico ministero Enrico Zucca.

    Nella stessa conferenza stampa, furono esibite quelle che la polizia descrisse come armi: piedi di porco, martelli e chiodi che gli stessi agenti avevano preso in un cantiere accanto alla scuola, strutture in alluminio degli zaini, 17 macchine fotografiche, 13 paia di occhialini da nuoto, 10 coltellini e un flacone di lozione solare. Mostrarono anche due bombe molotov che, come ha concluso in seguito Zucca, erano state trovate in precedenza dalla polizia in un’altra zona della città e introdotte alla Diaz alla fine del blitz.

    Queste bugie facevano parte di un più ampio tentativo di inquinare i fatti. La notte dell’incursione, un gruppo di 59 poliziotti entrò nell’edificio di fronte alla Diaz dove c’era la redazione di Indymedia e dove, soprattutto, un gruppo di avvocati stava raccogliendo le prove degli attacchi della polizia ai manifestanti. Gli agenti andarono nella stanza degli avvocati, li minacciarono, spaccarono i computer e sequestrarono i dischi rigidi. Portarono via tutto ciò che conteneva fotografie e filmati.

    Poiché i magistrati rifiutavano di incriminare gli arrestati, la polizia riuscì a ottenere l’ordine di espellerli dal paese, con il divieto di tornare per cinque anni. In questo modo i testimoni furono allontanati dalla scena. In seguito i giudici hanno giudicato illegali tutti gli ordini di espulsione, così come i tentativi d’incriminazione.

    Nessuna spiegazione
    Zucca ha lottato per anni contro le bugie e gli insabbiamenti. Nella memoria che accompagna la richiesta di rinvio a giudizio ha dichiarato che tutti i dirigenti coinvolti negavano di aver avuto un ruolo nella vicenda: “Neppure un funzionario ha ammesso di aver avuto un ruolo sostanziale di comando per qualsiasi aspetto dell’operazione”. Un alto funzionario ripreso in video sulla scena ha dichiarato che quella notte era fuori servizio ed era passato alla Diaz solo per accertarsi che i suoi uomini non fossero feriti. Le dichiarazioni della polizia cambiavano continuamente ed erano contraddittorie, e sono state platealmente smentite dalle prove fornite dalle vittime e da numerosi video. “Nessuno dei 150 poliziotti presenti all’operazione ha fornito informazioni precise su un singolo episodio”.

    Senza Zucca, senza la determinazione dei magistrati italiani, senza l’intenso lavoro di Covell per trovare i filmati sull’incursione alla Diaz, la polizia avrebbe potuto sottrarsi alle sue responsabilità e ottenere false incriminazioni e pene detentive contro decine di vittime. Oltre al processo per i fatti di Bolzaneto, che si è appena concluso, altri 28 agenti e dirigenti della polizia sono sotto accusa per il loro ruolo nell’incursione alla Diaz. Eppure, la giustizia è stata compromessa.



    Genova, 20 luglio 2001. La polizia carica davanti al cadavere di Carlo Giuliani. (Reuters/Contrasto)

    Nessun politico italiano è stato chiamato a rendere conto dell’accaduto, anche se c’è il forte sospetto che la polizia abbia agito come se qualcuno le avesse promesso l’impunità. Un ministro visitò Bolzaneto mentre i detenuti venivano picchiati e a quanto sembra non vide nulla, o almeno nulla che ritenesse di dover impedire. Secondo molti giornalisti, Gianfranco Fini – ex segretario del partito neofascista Msi e all’epoca vicepremier – si trovava nel quartier generale della polizia. Nessuno gli ha mai chiesto di spiegare quali ordini abbia dato.

    Gran parte dei rappresentanti della legge coinvolti nelle vicende della scuola Diaz e di Bolzaneto – e sono centinaia – se l’è cavata senza sanzioni disciplinari e senza incriminazioni. Nessuno è stato sospeso, alcuni sono stati promossi. Nessuno dei funzionari processati per Bolzaneto è stato accusato di tortura: la legge italiana non prevede questo reato. Alcuni funzionari di polizia che all’inizio dovevano essere accusati per il blitz alla Diaz hanno evitato il processo perché Zucca non è riuscito a dimostrare che esisteva una catena di comando. Ancora oggi, il processo ai 28 funzionari incriminati è a rischio perché Silvio Berlusconi vorrebbe far approvare una legge per rinviare tutti i procedimenti giudiziari che riguardano fatti accaduti prima del giugno 2002. Nessuno è stato incriminato per le violenze inflitte a Covell. E come ha detto Massimo Pastore, uno degli avvocati delle vittime, “nessuno vuole ascoltare quello che questa storia ha da dire”.

    La lezione della Diaz
    È una storia di fascismo. Circolano molte voci che poliziotti, carabinieri e personale penitenziario appartenessero a gruppi fascisti, ma non ci sono le prove. Secondo Pastore, però, così si rischia di perdere di vista la questione principale: “Non si tratta solo di qualche fascista esaltato. È un comportamento di massa della polizia. Nessuno ha detto no. Questa è la cultura del fascismo”. La requisitoria di Zucca parla di “sospensione dello stato di diritto”.

    Cinquantadue giorni dopo l’irruzione nella Diaz, diciannove uomini usarono degli aerei pieni di passeggeri per colpire al cuore le democrazie occidentali. Da quel momento, politici che non si definirebbero mai fascisti hanno autorizzato intercettazioni telefoniche a tappeto, controlli della posta elettronica, detenzioni senza processo, torture sistematiche sui detenuti e l’uccisione mirata di semplici sospetti, mentre la procedura dell’estradizione è stata sostituita dalla “consegna straordinaria” di prigionieri.

    Questo non è il fascismo dei dittatori con gli stivali militari e la schiuma alla bocca. È il pragmatismo dei nuovi politici dall’aria simpatica. Ma il risultato appare molto simile. Genova ci dice che quando il potere si sente minacciato, lo stato di diritto può essere sospeso. Ovunque.

    Traduzione di Maria Giuseppina Cavallo.

    Nick Davies è un giornalista britannico. Scrive per il Guardian e gira documentari. Ha vinto il premio Martha Gellhorn e il premio europeo per il giornalismo per le sue inchieste sulla crisi della scuola e sul traffico di droga. Il suo ultimo libro è Flat earth news (Chatto & Windus 2008).

    Internazionale, numero 754, 24 luglio 2008

    http://www.internazionale.it/davies/
    Ultima modifica di kalandar; 15-07-2012 alle 20:03

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