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Discussione: Scure del governo su statali e sanità

  1. #1

    Scure del governo su statali e sanità

    di Bianca Di Giovanni

    Pagano gli statali. Tagli per 25 miliardi
    Tagli nel pubblico: blocco degli stipendi, ferie coatte e stop ai concorsi
    Via il 10% dei dipendenti e il 20% dei dirigenti. Sanità: i posti letto calano del 10%
    Sindacati sul piede di guerra: così lo sciopero sarà inevitabile
    Il Pd: il governo ci ascolti, niente forbici sul sociale


    Il governo non scopre le cifre: non lo fa con i presidenti di Regione e i sindaci e tantomeno con i sindacati. Ma i numeri ci sono, e sono pesantissimi: 25 miliardi da reperire da oggi al 2014. Tutto sulle spalle di dipendenti pubblici, delle amministrazioni centrali e periferiche, e della spesa sanitaria.

    Sulla revisione della spesa il governo non scopre le cifre con i presidenti di Regioni e Province e con i sindaci, e tantomeno con i rappresentanti sindacali. Ma i numeri ci sono eccome, e sono pesantissimi: 25 miliardi da reperire da oggi al 2014. Tutto sulle spalle di dipendenti pubblici, delle amministrazioni centrali e periferiche, e della spesa sanitaria. All’inizio del lavoro Piero Giarda non aveva superato la soglia di 17 miliardi nel triennio, ma il terremoto, la questione esodati e l’andamento degli spread hanno imposto un intervento più pesante. Anche se Mario Monti insiste: «non è una manovra, ma un’operazione strutturale. Siamo contrari a tagli lineari fatti con l’accetta». Ma sul tavolo a Palazzo Chigi non si visto nessun piano analitico, il «bisturi» che il premier ha promesso di utilizzare non si è visto. Cosa che ha fatto balzare sulle barricate sia i sindacati che gli amministratori locali.

    Sta di fatto che dal blocco di stipendi dei dipendenti pubblici (che non sembrano «sprechi»), da prepensionamenti e mobilità per il 20% dei dirigenti e il 10% dei dipendenti, la riduzione dei permessi sindacali del 10% per gli statali a partire da gennaio del 2013, dal taglio dei fondi per la sanità (già decurtati di 8 miliardi in tre anni) si dovranno reperire le risorse per evitare l’aumento dell’Iva, salvaguardare gli esodati e affrontare l’emergenza terremoto. Per il solo 2012 si punta a recuperare circa 8 miliardi. Monti avrebbe riferito alle parti sociali che per ora si troveranno le risorse per evitare l’Iva soltanto del 2012 (4,2 miliardi), per il 2013 si vedrà. Il decreto è atteso per venerdì: in tempo per presentarsi di nuovo a Bruxelles con i conti a posto, nel momento in cui si scriveranno le regole tecniche del fondo salva-spread. L’intervento fa parte di un piano in tre mosse. La prima è già stata varata con il decreto limitato al ministero dell’Economia, che contiene anche indicazioni sulla razionalizzazione delle società degli enti locali. Il secondo step avverrà in questa settimana, con l’intervento sui pubblici e sulla sanità, mentre l’ultimo gradino arriverà a fine luglio, e riguarderà l’accorpamento dei piccoli Comuni e la riorganizzazione delle Province. L’Anci ha fatto richiesta di anticipare la manovra sui piccoli Comuni, perché a fine luglio sarebbe troppo tardi per modificare l’articolo 16 del Salva-Italia sull’unione dei centri sotto i mille abitanti. In ottobre, poi, arriverà la legge di Stabilità: in quella sede si dovrebbero reperire ulteriori risorse per evitare l’aumento dell’Iva, anche parziale, dal 2013.

    PUBBLICI

    Il pubblico impiego è un territorio minato per il governo. Il ministro Filippo Patroni Griffi ha assicurato che si procederà alla riduzione del personale della Pubblica Amministrazione solo dopo «la verifica delle piante organiche e solo dopo sarà possibile selezionare e modulare l’intervento di riduzione attraverso la mobilità di due anni». Insomma, il governo non agirà unilateralmente. Ma da ora a fine settimana i tempi sembrano davvero stretti per sperare in un’intesa. Vero è che il ministro indica tempi più lunghi. Per lui la deadline è ottobre, quando l’intera organizzazione del personale verrà rivista. l’intervento dovrebbe riguardare circa 2,2 milioni di lavoratori, visto che la scula sembra esclusa. In sostanza si studieranno accorpamenti e possibili trasferimenti di personale. Solo dopo si procederà all’effettiva quantificazione di esuberi reali (quel 10% si riferisce alla pianta organica sulla carta). Per le eccedenze si profilerebbero due percorsi: il pensionamento con i vecchi requisiti del contributivo per chi è vicino alla pensione (ma il Tfr sarà versato solo quando si saranno raggiunti i requisiti previsti dalla riforma Fornero), e per gli altri la mobilità, che vuol dire due anni con una riduzione dello stipendio all’80%. I sindacati hanno sollevato da subito una questione di diritto. Nella stessa platea di lavoratori, magari con la stessa anzianità contributiva e la stessa età anagrafica, si profilerebbero così due diversi trattamenti: chi è individuato come esubero avrà la pensione (magari non volendo andarci), gli altri saranno costretti a restare al lavoro con le nuove regole.

    SANITÀ

    Ancora da definire il pacchetto sanità. Il piano elaborato da Renato Balduzzi (senza interventi sui servizi) prevedeva risparmi di 1 miliardo per quest’anno e di due per ciascuno dei prossimi due anni (5 miliardi in totale). Con l’aumento della manovra complessiva, sicuramente il taglio lieviterà almeno a 3 miliardi per ciascun anno (totale 8 miliardi). Secondo una bozza circolata in serata, ma non confermata dal ministero, si sarebbe pensando a un taglio di circa 30mila posti letto, con la chiusura dei piccoli ospedali. Il piano Bondi poi dovrebbe consentire acquisti più vantaggiosi, soprattutto sulla logistica (pasti, lenzuola, ecc). Ci si sarebbe presi una pausa di riflessione sul fronte dei farmaci, dopo la levata di scudi di farmacie e case produttrici. Ma sul fronte delle spese sanitarie è ancora nebbia fitta: è possibile che anche sui vecchi tagli vengano fatte delle revisioni. Una cosa è certa: i presidenti di Regione hanno fatto barricate. «Dicano chiaramente che vogliono ridurre i livelli essenziali di assistenza (lea)», dichiara all’uscita di Palazzo Chigi Roberto Formigoni. «Nessuno toccherà i lea», fanno sapere dal ministero di Balduzzi. Oggi è in programma il primo incontro ministro-Regioni.


    l'Unità 4 luglio 2012
    Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali.

    (Don Lorenzo Milani)

  2. #2

    Si toglie all’università e si dà alle scuole private

    di La. Ma.

    Sacrifici per i pubblici: stipendi bloccati fino al 2014
    30mila posti in meno negli ospedali


    Ecco le principali misure previste dalla bozza sulla spending review. Blocco degli stipendi: per due anni, dal 1 gennaio 2013 al 31 dicembre 2014, lo stipendio dei dipendenti delle società pubbliche non potrà superare quello del 2011. Ridotte le assunzioni: le «facoltà assunzionali» sono ridotte al 20% per tutte le amministrazioni nel triennio 2012-2014, del 50% nel 2015 e del 100% a decorrere dal 2016. Sono anche sospesi i concorsi per l’accesso alla prima fascia dirigenziale, non oltre il 31 dicembre 2015. Pianta organica ridotta: estensione a tutte le amministrazioni pubbliche della riduzione delle piante organiche attraverso un taglio del personale del 10% per i dipendenti e del 20% per i dirigenti. E, tra le ipotesi formulate dal governo, anche l’eventualità di derogare dalla riforma Fornero sulle pensioni mandando in pensionamento anticipato obbligatorio i dipendenti e i dirigenti che abbiano realizzato i requisiti previsti dalle vecchie regole, entro il 31 dicembre 2013. Riduzione dei permessi sindacali del 10% a partire da gennaio 2013. Ferie obbligatorie per una settimana a Ferragosto, Natale e Capodanno. Sarà vietato monetizzare su ferie, riposi e permessi non goduti. Buoni pasto: non potranno superare i 7 euro, a partire dal 1 ottobre. Fondi Università: 200 milioni in meno dal 2013. Fondi alle scuole non statali: arrivano fondi per 200 milioni. Riduzione delle Province entro 20 giorni dalla data di entrata in vigore del decreto. La redistribuzione degli obiettivi del patto di stabilità interno tra gli enti «è operata a invarianza del contributo complessivo». Meno risorse alle Regioni: ridotte di 700 milioni per il 2012 e di 1 miliardo a decorrere dal 2013. Esodati: salvati altri 55mila rispetto ai 65mila già interessati. Riduzione compensi Caf: il compenso scende a 13 euro per ciascuna dichiarazione elaborata e trasmessa e a 24 euro per l’elaborazione e la trasmissione delle dichiarazioni in forma congiunta. Il decreto riduce anche del 10% i trasferimenti a favore dei patronati. Uso gratuito beni pubblici per lo Stato di beni di proprietà degli enti territoriali e viceversa. Blocco delle tariffe fino al 31 dicembre 2013. Dimezzata spesa auto blu nel 2013 rispetto al 2011. Presidenza del Consiglio: si annuncia un taglio per 15 milioni al 2013, 5 dei quali già quest’anno, 10 il prossimo. Sanità: 30mila posti letto in meno in ospedale, con un rapporto di 3,7 posti letto per mille abitanti contro gli attuali 4,2. In sostanza, i posti letto passeranno da 252mila a 222mila. Taglio del 5% per l’acquisto di beni e servizi. Fondo sanitario: tre miliardi in meno in due anni, un miliardo per il 2012 e due per il 2013. Farmacie: l’ulteriore sconto dovuto dalle farmacie convenzionate è rideterminato al valore del 3,65% (fino al 31 dicembreal 6,5%). Per il 2012 l’onere a carico del Servizio sanitario nazionale per l’assistenza farmaceutica territoriale è rideterminato nella misura del 13,1%. Mentre dal 2013 questo stesso tetto è ulteriormente abbassato all’11,5%. A decorrere dal 2013, «gli eventuali importi derivanti dalla procedura di ripiano sono assegnati alle Regioni, per il 25%, in proporzione allo sforamento del tetto registrato nelle singole Regioni e, per il residuo 75%, in base alla quota di accesso delle singole Regioni al riparto della quota indistinta delle disponibilità finanziarie per il Servizio sanitario nazionale». Radio e Tv locali: contributi ridotti di 30 milioni a decorrere dal 2013. Missioni di pace: meno 8,9 milioni già per quest’anno. Polizia: i dipendenti delle forze di polizia di età inferiore a 32 anni, salvo casi eccezionali, devono essere utilizzati a servizi operativi. Nell’ambito della riduzione delle spese per il personale (articolo 14), «le strutture interessate dalla limitazione delle assunzioni previste adottano misure per destinare a servizi operativi un numero di unità di personale non inferiore a quello corrispondente alle minori assunzioni da esso derivanti». Liquidatori: i commissari liquidatori di enti pubblici potranno avere un incarico non superiore ai 3 anni, che potrà essere prorogato una sola volta per un periodo massimo di 2 anni, quindi per complessivi 5 anni. Uranio impoverito: viene dimezzato il fondo per le vittime dell’uranio impoverito, meno 10 milioni per il 2012. In origine il fondo era superiore ai 21 milioni di euro, di cui 9 già erogati, su oltre 600 domande di risarcimento da parte dei familiari di militari e civili impegnati nelle missioni italiane ammalati o morti per gli effetti letali dell’uranio impoverito. Strade sicure: per l’operazione «strade sicure» autorizzata la spesa di 72,8 milioni nel 2013. Autotrasporto: per il settore vengono destinati 200 milioni per il 2013. Enti: riorganizzati Cnr, Infn e Ingv, cancellati altri istituti. Sono soppressi l’Istituto nazionale di ricerca metrologica, la Stazione zoologica Anton Dohrn, l’Istituto italiano di studi germanici e l’Istituto nazionale di alta matematica. Sopresso anche l’Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale, quello di astrofisica e il Museo storico della fisica e centro di studi e ricerche «Enrico Fermi».


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  3. #3

    La sanità italiana non regge davanti a nuovi tagli

    di Carlo Burraroni -Presidente Tecné

    La riduzione dei finanziamenti al SSN peggiore le diseguaglianze, anche quelle territoriali

    Spending review. È questa la parola magica che esprime l’idea di tagli progressivi alla spesa pubblica, accusata di essere la principale responsabile del debito dello Stato e conseguentemente dell’aggravarsi della crisi finanziaria. Anche se, in realtà, la spesa pubblica è solo un mezzo il principale attraverso il quale la politica governa lo sviluppo e agisce per raggiungere obiettivi di equilibrio sociale, correggendo eventuali distorsioni e iniquità. Se utilizzata in modo inefficiente (com’è avvenuto, ad esempio nell’Italia degli anni ‘80) produce effetti negativi; al contrario, quando è usata in modo da favorire la crescita e il benessere, è in grado di attivare processi virtuosi, talmente potenti da riuscire a invertire il segno negativo degli eventi. Come nel ’29, quando gli Stati Uniti risposero alla grande crisi con altrettanti grandi investimenti pubblici. Una scelta che permise agli americani di diventare una potenza economica mondiale. La ripresa economica conseguente a quelle scelte, e ancor più le politiche d’intervento pubblico nell’economia e nel welfare in Europa, hanno assicurato all’occidente un lungo periodo di prosperità e crescita.

    Oggi, i grandi accusatori della spesa pubblica sostengono che i debitori (cioè i mercati e i piccoli risparmiatori) devono essere rassicurati rispetto alla capacità di rimborso. Vero. Ma, anche rispetto a quest’accusa, si confonde il fine con i mezzi. È impossibile pensare di riuscire a pagare un debito crescente se le entrate rimangono le stesse che hanno costretto a contrarre i debiti (o se addirittura diminuiscono e si diventa più poveri). In Europa è passata, invece, l’idea che l’austerità possa essere “espansiva”. Molto più di una semplice contraddizione in termini. È evidente come si rileva dai dati economici dei paesi costretti all’austerità quanto queste scelte stiano peggiorando la situazione economica.

    Negli Stati Uniti il presidente Obama ha attuato un piano di spesa pubblica nel tentativo di far ripartire l’economia, cercando di ridare equilibrio ed equità al sistema. Un approccio molto diverso da quello europeo e soprattutto italiano. Diversi economisti americani ritengono tale piano persino troppo timido rispetto alle reali necessità. Obama ha anche attuato una profonda riforma della sanità pubblica. Attualmente, quasi il 15% dei cittadini americani risulta fuori da ogni copertura in quanto non sufficientemente poveri da rientrare nell’assistenza pubblica e non sufficientemente ricchi da potersi permettere un’assicurazione sanitaria privata. Negli Stati Uniti, la quota pubblica della spesa sanitaria è pari al 46%, mentre in Europa è circa del 77%. Non è un caso che, proprio in concomitanza con la crisi, sia stata varata una riforma molto onerosa dal punto di vista dei conti pubblici, tesa a colmare tali ingiustizie e a recuperare il gap con l’Europa.

    L’austerità, compresa quella che riguarda la spesa non direttamente produttiva, non è quindi l’unica ricetta per uscire dalla crisi. Se il problema è il debito pubblico, è possibile assumere come obiettivo vincolante la sua riduzione attraverso un piano di crescita guidata dalla domanda interna, anziché esclusivamente attraverso i “sacrifici”. Analizzando quanto il governo Monti sta portando avanti in questo momento, risulta chiaramente come la “spending review” occupi a pieno titolo lo spazio opposto alle riflessioni sinora fatte. Con l’obiettivo della lotta agli sprechi, la manovra del governo taglia drasticamente le risorse destinate agli enti locali, al sociale e alla sanità. Ma ci sono veramente sprechi su cui si può intervenire tagliando la spesa?

    Prendiamo la sanità come esempio: nel 2011, la spesa sanitaria pubblica italiana è stata di circa 115 miliardi di euro, inferiore a quella di altri importanti paesi europei come Francia e Germania. Oltre un quinto della spesa sanitaria complessiva (cioè pubblica e privata), inoltre, è coperta direttamente dalle famiglie. Questo significa che c’è un bisogno sanitario dei cittadini solo in parte coperto dal pubbli co. Sempre nel 2011, le famiglie hanno speso per i farmaci 1,3 miliardi di euro, il 33% in più del 2010 e la spesa farmaceutica si è progressivamente spostata dalle casse dello Stato alle tasche dei cittadini. La spesa per medicinali a carico dello Stato lo scorso anno è diminuita dell’8%, grazie anche a un maggior ricorso ai farmaci generici, mentre la quota di partecipazione dei cittadini è passata dal 7,6% al 10,7%. Quando si parla di spesa sanitaria, bisogna fare molta attenzione ai dati e alle dinamiche complessive. Negli ultimi vent’anni, l'Italia ha contenuto i costi della sanità spendendo addirittura meno di quanto il suo livello di sviluppo economico, paragonato a quello di altri paesi europei, avrebbe suggerito. Basti pensare che tra il 2000 e il 2009 il tasso di crescita reale (depurato cioè dell'inflazione) della spesa sanitaria pro-capite è stato dell'1,6%, rispetto a una media Ocse pari al 4%. Più che tagli, quindi, vi sarebbero ragioni sufficienti a favorire nuovi in-vestimenti che favoriscano la crescita “fisiologica” del sistema, ribaltando la politica del sotto-finanziamento che ha contento la spesa negli anni passati, producendo, però, guasti e inefficienze.

    Secondo uno studio dell’Università di Roma-Tor Vergata, altri tagli alla sanità non sono sostenibili anche perché, come ricorda lo stesso studio, il Governo Berlusconi era già intervenuto pesantemente in questo senso, nell’estate del 2011. Apparentemente, il finanziamento del SSN è cresciuto in termini nominali nell’ultimo quinquennio, ma, depurando il dato dalla variazione dei prezzi, si registra un decremento in termini reali pari a -0,9% nel 2008 e -0,6% nel 2010.

    Nel complesso, in Italia, l’incidenza della spesa sanitaria pubblica sul PIL è di circa il 7%, quasi un punto in meno rispetto alla media dei paesi europei più avanzati. Il divario, però, è molto più sensibile se si considera la spesa pro-capite a parità di potere d’acquisto: la nostra, l’anno scorso, è stata inferiore del 20%, mentre nel 2001 la differenza era (solo!) del 12%. Il divario quindi è aumentato. E tutto questo solo per quanto riguarda la sola spesa corrente.

    Nuovi tagli alla spesa sanitaria pubblica e agli enti locali non faranno che peggiorare le diseguaglianze, comprese quelle inter-regionali, senza però migliorare l’efficienza degli apparati e l’appropriatezza della spesa e dei servizi nelle regioni meno virtuose.

    L’Italia ha bisogno di altro. Soprattutto di riprendere a crescere. Non c’è un paese che, nella dinamica di questa crisi, abbia migliorato i parametri economici con interventi recessivi. E per risolverla occorre più “politica”, per comprendere la differenza tra una linea tracciata per far quadrare i conti e quella degli orizzonti economici e sociali. Più che spending review, quindi, una “spending fast-forward”.

    l'Unità 9 luglio 2012
    Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali.

    (Don Lorenzo Milani)

  4. #4

    Li chiamano “sprechi” ma tagliano sanità e ricerca

    di Caterina Perniconi

    7 mila posti letto in meno negli ospedali dal 2013
    L’elenco degli enti che dovranno rinunciare a 209 milioni


    Letteralmente “spending review” significa revisione della spesa. In questo caso, quella pubblica. Ma leggendo con attenzione il decreto emanato dall’esecutivo di Mario Monti, più che una verifica degli sprechi si trovano una serie di tagli lineari a comparti come quelli della sanità e della ricerca, che tutto sembrano tranne razionalizzazioni.

    Il messaggio è chiaro: noi riduciamo i trasferimenti per fare cassa, voi pensate dove potete sforbiciare. E così, dal 2013, gli ospedali offriranno 7 mila posti letto in meno sul territorio nazionale (la media scenderà da 4,2 ogni 1000 abitanti a 3,7). Una stima fatta dal ministro Renato Balduzzi che prevede la riduzione di 7,9 miliardi di finanziamenti al servizio sanitario in tre anni, sommando all’ultimo decreto gli effetti della manovra Tremonti del 2011. Una “scure devastante” secondo il presidente dell’Associazione chirurghi ospedalieri, Luigi Presenti: “Non sarà una razionalizzazione ma un peggioramento in prestazioni e sicurezza”.

    Tagli altrettanto significativi colpiranno la ricerca. Nel prossimo triennio gli enti riceveranno 209 milioni in meno, 33 nel 2012 e 88 rispettivamente nel 2013 e nel 2014. “Nel caso in cui per effetto delle operazioni di gestione la predetta riduzione non fosse possibile – si legge nel decreto emanato dall’esecutivo – per gli enti interessati si applica quanto previsto dal precedente comma 3”. Ovvero una riduzione pari al 5% della spesa per i consumi intermedi nel 2012 e al 10% dal 2013. La cifra più eclatante è quella dell’Istituto nazionale di fisica nucleare – reduce dal coinvolgimento nella scoperta del bosone di Higgs – che dovrà rinunciare a 9 milioni quest’anno e 42 tra nel prossimo biennio. Il Cnr perderà complessivamente 38 milioni mentre l’Agenzia spaziale italiana dovrà tagliarne 6,5. L’Istituto nazionale di astrofisica rinuncerà a un milione e mezzo, l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia perderà 4 milioni mentre quello di Oceanografia e geofisica sperimentale circa 3. Tagli anche per il Consorzio scientifico di Trieste (4,5 milioni), l’Istituto italiano di studi germanici (130 mila euro), quello di Alta matematica (300 mila euro) l’I- stituto di ricerca metrologica (2 milioni) il Museo storico della Fisica (350 mila euro) la Stazione geologica Dohrn (1,6 milioni) e l’Istituto per la valutazione (70 mila euro). Ieri il ministro dell’Istruzione, Francesco Profumo, ha assicurato che si batterà per recuperare una parte dei fondi del suo dicastero, ma appare ormai evidente come gli investimenti in formazione e ricerca non siano una priorità nemmeno di questo governo. Fisici e ricercatori si sono appellati a Giorgio Napolitano definendo “devastanti” le misure annunciate. “I nostri scienziati sono pochi e meritevoli – ha dichiarato la presidente della commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni – si stanno accanendo su una delle componenti migliori del Paese che all’estero invece viene valorizzata”. Per questo molti dei nostri ricercatori decidono di emigrare e pochi tornano in patria. Per non parlare della cifra sempre minore di stranieri che sceglie l’Italia per lavorare. In una ricerca presentata ieri dal nuovo think tank, guidato dal senatore democratico Ignazio Marino “I think”, si fa il conto di qual è il prezzo che il Paese paga per il merito che esporta all’estero: in 20 anni la fuga di cervelli ha creato un danno pari a 4 miliardi, come una manovra finanziaria, per il mancato ritorno economico della formazione, che sale alla cifra record di 861 miliardi se si contano i brevetti depositati dai “top scientist” italiani all’estero. Del resto nel nostro Paese c’è spazio solo per 70 mila ricercatori contro i 147 mila del Regno Unito, i 155 mila della Francia e i 240 mila della Germania. E se il milione e 150 mi-la scienziati americani è una cifra irraggiungibile, una lezione ce la danno i giapponesi con 640 mila ricercatori: mai sotto-posti a una spending review.


    Il Fatto Quotidiano 10 luglio 2012
    Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali.

    (Don Lorenzo Milani)

  5. #5
    Nello statale c'è da tagliare ad iosa.

    bonanni,mica monti,ha affermato che nella regione Lazio c'è un dirigente (con tanto di benefit) ogni 9 dipendenti.
    Un'assurdità.
    http://sitav.splinder.com/

    Sono responsabile di ciò che scrivo,non di ciò che capisci.


    L'appartenenza a sistemi valoriali, si deve dimostrare coi fatti, con l'intera vita, non semplicemente brandendo l'atto di nascita

    Zigmunt Bauman

  6. #6
    Il problema delle regioni ( escluso quelle a statuto speciale) nasce nel 2001 con questa normativa che mette le regioni in possibilità di legiferare.
    http://www.simone.it/appaltipubblici...ni/regioni.htm
    in un paese a democrazia "matura" poteva funzionare...
    qui dove chi va in politica lo fa per "mestiere" perchè non ha di meglio o perchè si vuole arricchire questa di legiferare da ogni parte NON FUNZIONA.
    Non si fanno leggi per i cittadini ma solo per i soliti furbi, politici regionali, amici e funzionari nonché impiegati della stessa affinchè tutti siano uniti dal patto e nessuno abbia da lamentarsi.

    Quelle a "statuto speciale" nascono ancora prima, infatti i debiti sono maggiori. Bastava guardare queste per capire da che parte si andava a finire.
    Falcone scrive che il Terzo Livello, quello che alcuni riterrano responsabile della sua uccisione, è soltanto un fraintendimento. Non esiste nessun terzo livello. Anzi, chi lo cerca, non fa che ritardare le indagini e complicare il lavoro dei magistrati.

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