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Discussione: Femministe amoraliste

  1. #1

    Femministe amoraliste

    di Marina Terragni

    Secondo loro io sarei una cosiddetta “moralite”: una di quelle che non vorrebbero vedere il magnifico sedere di Belen in primetime, una di quelle che preferirebbero evitare che “Kooly Noody” diventasse la nuova sigla del tg.

    Per questo le femministe amoraliste e i loro entusiasti supporter non ci amano, noi moralite. Dicono che boicottiamo il godimento. Talora trascendono un po’ e dicono che siamo cesse e invidiose, tipo le comari di “Bocca di rosa”.
    Invece loro godono e godono. E lo dicono e lo scrivono, paventando che il femminismo bacchettone delle “moralite” ci riporterà indietro, a ri-essere donnine che esultano per il bianco-più-bianco e per la sfoglia-più-sfoglia. E’ infatti arcinota la casalinghitudine delle scandinave, che se un uomo per strada gli dice “Hey, bella!” chiamano l’esercito.
    Ora avrei una notizia: anche noi “moralite” ce la spassiamo -o ce la siamo spassata, qui dipende dall’anagrafe e dal livello di estrogeni-. Almeno alcune di noi non sono affatto male, o lo sono state, le occasioni non sono mancate. E forse è proprio per il fatto che ce la spassiamo o ce la siamo spassata, che non ci viene poi tutta questa voglia di vedere sesso mentre diamo la pappa ai bambini e di dire e parlare di sesso. A riprova della nota legge “meno lo fai e più ne parli”. O anche a conferma dell‘intuizione di Foucault, secondo il quale non esiste la sessualità, esistono i corpi e i piaceri, i quali non richiedono necessariamente di essere detti. Ogni parola detta sul sesso è norma sul sesso.
    Magari quello che ci fa soffrire è che lo splendore del corpo della madre (quella ragazza che è stata nostra madre, e che siamo state noi, o siamo noi) venga umiliato per ragioni di audience, ovvero per vendere cose, e perciò ridotto a cosa.
    Devo poi dire che tra l’originale e la copia tendo a preferire l’originale. E mi attacco al midollo di alcune leonesse, come Roberta (Tatafiore), o anche Catherine Millet, che quanto meno non hanno mai fatto mistero di quanto Thànatos ti arriva addosso ogni volta che fai troppo la spiritosa con Eros.

    14 giugno 2012
    http://blog.iodonna.it/marina-terragni/
    Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali.

    (Don Lorenzo Milani)

  2. #2

    Femministe che scopano e quelle che non scopano

    di Angela Azzaro

    Marina Terragni oggi sul suo blog chiama in causa le femministe amoraliste. Dice che queste femministe attaccano le femministe “moralite”, di cui lei fa parte, perché non scopano. Bene, dice la giornalista del Corriere, vi do una notizia: anche noi scopiamo e godiamo. Terragni non fa nomi e cognomi delle amoraliste. Forse perché tra questi nomi e cognomi ci dovrebbe essere pure il mio, che non essendo famosa come lei e improriamente in cerca di visibilità, come la stessa Terragni mi ha accusato, non merito di essere citata.
    La discussione è iniziata da tempo, ma l’altro giorno c’è stato uno scambio un po’ vivace su twitter che riportiamo qui sotto. Il mio tweep era rivolto alla candidatura al cda Rai di Lorella Zanardo di cui non apprezzo l’analisi e ho detto: se lei va in Rai bisognerà entrare con il burqa e non si scoperà più. Una battuta è diventata un’accusa: l’accusa che le femministe come Zanardo non scopano. E’ evidente che non è così. Ma la discussione è trascesa perché «non scopo solo io» e come ribadito nel blog di Terragni oggi «anche loro scopano». E’ forse questa la nuova frontiera della divisione tra donne? Dopo quella tra donne perbene e donne permale una nuova contrapposizione. Che come quella originale tra sante e puttane serve soprattutto a fare una cosa: a inibire la diversità e il diritto di critica. Possibile che chi non la pensa come Terragni, Zanardo o Lipperini venga sempre tacciata di qualcosa? Non siamo d’accordo, punto e basta. Ma per favore: non fate le vittime.
    ————————-
    Lo scambio via Twitter
    Luca Sappino
    a me #zanardoinRai sembra una buona cosa.
    Angela Azzaro
    @lucasappino #zanardoinrai poi peró x entrare bisogna indossare il burqa e smettere di scopare
    marina terragni
    @AngelaAzzaro ma tu veramente credi che scopi solo tu? così, per sapere… e il culo di Belen im primetime ti è strettamente necessario?
    Angela Azzaro
    @marinaterragni Cara mia lo stile nn è acqua io faccio discorso generale tu attacchi me, e il culo di belen mi piace tantissimo
    marina terragni
    @AngelaAzzaro qui non mi pare discorsi in generale, tra l’altro parli di gran bella donna (Zanardo) che non si fa mancare niente, credimi
    Angela Azzaro
    @marinaterragni forse detto che zanardo non scopa? penso che abbia posizioni moraliste e pericolose… Si puó dire o scatta censura?
    marina terragni
    @AngelaAzzaro capisco la necessità di costruirsi un personaggino… ma non sulla (splendida) pelle delle altre. provaci
    Angela Azzaro
    @marinaterragni Cara quella sei tu non io, stai scendendo sempre piú in basso
    marina terragni
    @AngelaAzzaro ti vedo in difficoltà. bene. quanto al magnifico culo di belen, se a te piace guardatelo in privato, ok?
    Angela Azzaro
    @marinaterragni Non ci provare nessuna difficoltà semmai tu che sei stata cosí misera nell’accusarmi.

    14 giugno 2012
    http://www.glialtrionline.it/





    Capisco il dissenso, ma perché accusare me di non aver capito? O di essere filo libero? questo è il modo peggiore di zittire le differenze. la rai penso che sia inemendabile e che i candidati siano penosi. Ma se devo scegliere qualcuna o qualcuno che mi rappresenta questa non è zanardo. Penso che il suo pensiero sia pericoloso e moralista. la libertà delle donne, perchè di questo stiamo parlando, si conquista con il ricnoscimento della soggettività altrui anche quando espresione di comportamenti che non si condividono. Puntare tutto sulla stigmatizzazione della sessualità o del corpo non aiuta a capire come il problema sia molto piú profondo e legato in generale ai ruoli. Perchè una pubblicità con una donna nuda dovrebbe essere peggiore di uno spot in cui la donna fa la casalinga? Eppure zanardo si scandalizza solo per la prima, mentre la seconda è maggioritaria. Ció che va contrastato è la ruolizzazione delle donne. Ma la rottura degli schemi non passa attraverso lo stigma, ma attraverso la moltiplicazione delle immagini delle donne. Sono stata alla Vita in diretta con Zanardo. Si discuteva di una maestra che fuori dalla scuola ha fatto un calendario erotico. Beh, zanardo insieme ai peggiori bigotti in quella occasione ha detto che era sbagliato! E che capiva chi chiedeva di non esercitare il lavoro di maestra perchè era un cattivo esempio. Trovo questo modo di pensare sbagliato e limitrofo a certo pensiero patriarcale. Una posizione contestabile ma legittima. Invece appena si tocca zanardo, come è successo altre volte, sembra di aver messo in discussione un dogma. Questo, soprattutto questo, trovo insopportabile (Angela Azzaro, FB, 15 giugno)


    Daniel Rustici su Facebook (14.06.2012 h. 13.20)

    Angela Azzaro su Facebook (15.06.2012 h. 00.10)
    Sabrina Deligia su Facebook (15.06.2012 h. 11.38)
    Stefania Podda su Facebook (15.06.2012 h. 09.04)
    Massimo Micucci su Facebook (15.06.2012 h. 11.46)
    Isabel Puglisi su Facebook (15.06.2012 h. 15.59)
    Alessandro Litta Modigliani su Facebook (15.06.2012 h. 16.00)
    Angela Azzaro su Facebook (16.06.2012 h. 09.19)
    Angela Azzaro su Facebook (16.06.2012 h. 10.00)

    Marina Terragni su Facebook (14.06.2012 h. 08.40)
    Marina Terragni su Facebook (15.06.2012 h. 15.59)
    Marina Terragni su Facebook (15.06.2012 h. 20.05)
    Marina Terragni su Facebook (16.06.2012 h. 08.46)
    Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali.

    (Don Lorenzo Milani)

  3. #3
    La cosa migliore, secondo me, è non sapere nemmeno chi sia Belem, o ancora meglio, anche avendolo saputo, non ricordarselo.
    E questa sarà davvero l'ultima.

  4. #4
    Questo dev'essere il tentativo più organico di critica a Lorella Zanardo, accennato anche nello scambio polemico tra Terragni e Azzaro e nell'articolo del Foglio (da cui forse sono scoppiazzati i passaggi critici al documentario Il corpo delle donne). Terragni si è rifiutata di recensirlo. Resta sempre da capire quanto, l'oggetto della critica sia fondato: cioè quanto appartiene effettivamente al pensiero di Lorella Zanardo e quanto invece gli è soltanto attribuito, o quanto ancora corrisponde sì al suo pensiero, ma viene assolutizzato.

    Valeria Ottonelli, La libertà delle donne.
    Contro il femminismo moralista,
    Il Melangolo, Genova 2011, pagg.120.


    di Fabio Milazzo Il testo della Ottonelli, che insegna Filosofia Politica ed Etica Pubblica all’Università di Genova, fa parte di un genere letterario che definirei: “critica del presente”. Nei testi di quest’insieme, partendo dalle analisi sulla contemporaneità, in particolare su quegli snodi problematici che segnano le tensioni congiunturali del momento, si cerca di sviscerare le tensioni e i rapporti di forza che si celano dietro orizzonti simbolici e valoriali assunti quali “norma”.
    Un modo di procedere che deve molto alle pratiche genealogiche “lanciate” da Nietzsche.

    Valeria Ottonelli, nel saggio che presentiamo, “ La libertà delle donne. Contro il femminismo moralista”, edito per le edizioni de Il Melangolo, si propone di smascherare le “tensioni chimiche” che agitano il moralismo di un certo femminismo molto in voga oggi, quello che recentemente si è scagliato nei confronti della politica “machista” tipica della “corte” di Berlusconi e dei suoi sodali.
    La tesi dell’autrice è chiara: il femminismo censorio, quello dei cortei “se non ora quando?”, è una posizione politica e culturale che, nel nome della libertà e della dignità delle donne, esercita una declinazione morale della peggior specie, quella che limita l’esercizio della “costruzione di sé” in nome dei “valori” e del “vero bene”.
    Il discorso che anima questa posizione è evidente: l’essere donna è messo in pericolo da politiche maschiliste che riducono l’universo femminile a strumento utile per il soddisfacimento del desiderio del “capo branco”. E’ dunque necessaria una levata di scudi al fine di arginare questa situazione che rischia di ridurre -nell’immaginario collettivo- la donna ad oggetto, riproponendo geometrie collettive che il femminismo era riuscito a mandare in soffitta. Bisogna rimodulare il pensare di gruppo orientandolo verso la riscoperta dei valori fondanti lo stare insieme: la famiglia (uomo/donna), il rispetto della vita, del proprio corpo, della sessualità, dell’Altro in quanto “ente pensante”, dei ruoli di genere. L’implicita violenza che si nasconde dietro questi propositi è chiara.
    L’ordine simbolico all’interno del quale questi valori vengono considerati un valore aggiunto è tipico di certe costellazioni consuetudinarie, religiose, tradizionali oggi non più scontate, né ovvie. Sembra riaffacciarsi alla finestra certo dispotismo illuminato che cela la tracotanza insita nel godimento del potere attraverso la maschera ideologica della virtù.
    La Ottonelli attenziona uno strano paradosso legato al femminismo moralista di questi anni: se il movimento degli anni Settanta si proponeva di sovvertire logiche e gerarchie che ponevano la donna in una posizione subalterna all’interno della società, veicolando così istanze liberatorie, il femminismo censorio dei nostri tempi si propone di “ri-sanare” la società appellandosi alla “tradizione”, quindi alle gerarchie, ai ruoli costituiti, al rispetto delle parti, insomma al presunto ordine naturale delle cose. E’ un discorso “moralista” che si appella ad una “morale” deleteria che sanziona il “vero” bene ed esclude il “male” in quanto tale.
    Ma il “moralismo” è una virtù? Questo l’interrogativo di fondo che l’Autrice vuole mettere in discussione.

    Sono diversi i potenziali pericoli scorti dalla Ottonelli dietro l’atteggiamento “censorio” e, almeno apparentemente politicamente corretto, del “moralismo femminista”.
    Innanzitutto la celebrazione della pratica medioevale della “gogna”. L’atteggiamento censorio non fa che riproporre geometrie sociali tese a strutturare l’insieme contenente gli “esclusi” sanzionati attraverso l’additamento sociale. Come ha mostrato Giacomo Todeschini (Giacomo Todeschini, Visibilmente crudeli. Malviventi, persone sospette e gente qualunque dal Medioevo all’età moderna, Il Mulino, Bologna 2007, pagg.309.) nel medioevo l’infamia “intra comunitaria” è il criterio attraverso il quale si strutturano le logiche del potere: da una parte “chi ha diritto di parola”, dall’altra “chi è ridotto al silenzio”. “La pubblica gogna è sempre un male , in una società civile e aperta, ma lo è in particolare quando riguarda la disapprovazione di comportamenti in cui sono implicate le vittime” (p. 12). Le ragazze oggetto delle pratiche di mercificazione alla corte di Berlusconi sono state esposte al pubblico ludibrio e sanzionate in quanto infami, indegne di abitare in quanto cittadini attivi entro lo spazio della comunità. La denuncia morale, seppur rivolta verso gli abusi sessuali commessi, i rapporti asimmetrici di potere che li avevano consentiti, le pratiche di ostentazione di “uomini un po’ troppo in là con l’età”, alla fine hanno “colpito” soprattutto le ragazze implicate nelle faccende. La loro colpa è quella di “essersi prestate al gioco per amore del lusso, del denaro, della vita facile”(p.13). La Ottonelli con una battuta efficace: “ se l’intento di questa reprimenda morale era quello di essere dalla parte delle donne, si è trattato sicuramente di un pessimo risultato” (p.13). L’accusa moralista recita: “queste donne non si guadagnano il pane onestamente; non sono come le ‘altre donne’ che invece non sono ‘in fila per il bunga-bunga”(p.13). Da una parte dunque stanno le donne “perbene”, dall’altra le donne “permale”, proprio un clima da “lettera scarlatta”…
    Il paradosso della sanzione operata dal “femminismo moralista” è stato quello di aver ridotto le ragazze della corte di Berlusconi a dei “paria completi”, più in basso nella piramide feudale delle “lavoratrici del sesso”: queste infatti lo fanno “per vivere”, quelle per il lusso e il godimento della carne.
    C’è un’altra declinazione possibile di questo “moralismo”: quello di ergersi a giudice paterno (materno, anzi…) che ritiene ingiudicabili queste donne perché “troppo sciocche, sprovvedute e ignoranti” per rendersi conto del proprio agire. In questo caso l’accusa implicita è ancora più discriminatoria: non sono degne neanche della riprovazione sociale, perché, semplicemente, non sono (persone). Pena e comprensione sono gli unici elementi che si è disposti a conceder loro. Incapaci di intendere e di volere queste donne vengono ridotte ad uno stato di minorità che di fatto le relega ad un ruolo di subalternità “senza se e senza ma”.
    Delegare al “moralismo di piazza” ciò che dovrebbe essere perimetrato attraverso la produzione legislativa è molto pericoloso, dovrebbe essere implicito in ciò che abbiamo sopra detto. Chi decide dei comportamenti da discriminare? Secondo quali logiche? Secondo quali valori? Secondo quali interessi?

    Ciò che dovrebbe dare fastidio, nel caso della corte di Berlusconi, non è la scelta esistenziale delle ragazze coinvolte, ma la mercificazione della politica che esalta il primato del privato sul pubblico. Gli interessi della comunità vengono gestiti secondo modalità nepotiste e clientelari basate sui rapporti di sesso e sulla asimmetria dei rapporti di potere. Da una parte uomini maturi che gestiscono il potere politico, dall’altra ragazze che “vedono” nella mercificazione del proprio corpo l’unica via per emergere socialmente. Un chiaro problema politico che dovrebbe essere gestito nelle aule parlamentari, prima che nelle camere di giustizia; sicuramente non nelle piazze e nei talk show. “Le donne hanno bisogno di più libertà e di più potere, non di stima, apprezzamento e simpatia da parte degli uomini” (p.17).
    Il “peccato più grave”, secondo la Ottonelli, di cui si macchia il “femminismo moralista” è quello di pretendere di “costruire” il “migliore dei mondo possibili” a partire dai propri “quadri mentali”, dai propri valori, dalle proprie credenze relativamente a ciò che è giusto e a ciò che è sbagliato. “Una palingenesi morale” che non è altro che un “sogno totalitario” a spese di “chi non la pensa come me”. Presupposti razzisti e classisti animano questi “sogni” che continuano a perpetuare nell’immaginario collettivo la repulsione per l’Altro in quanto tale, percepito nel suo essere diverso, inclassificabile e, quindi, potenziale fonte d’angoscia. Il “femminismo moralista” si anima inseguendo modelli opprimenti e illiberali che, di fatto, veicolano il mai sopito sogno totalitario di una comunità ridotta all’Uno, contrassegnata da un’intelligenza collettiva programmata secondo le ricette del moralismo benpensante di “vittoriana” memoria.
    Il volume della Ottonelli si struttura in quattro parti che analizzano diverse declinazioni del fenomeno “femminismo”. Nella prima parte si parla del “corpo delle donne”, il titolo del documentario di Loretta Zanardo, abilmente decostruito nelle istanze moralizzatrici. Nel secondo capitolo si discute del ruolo del politico e delle relazioni tra la dimensione pubblica e quella privata a partire dal noto, quanto increscioso, insulto rivolto da Berlusconi alla Bindi in occasione di un dibattito. La Bindi viene elogiata per aver saputo contenere l’attacco becero e privo di tatto di Berlusconi mostrando una non comune consapevolezza dello scarto che deve esserci tra l’attacco personale e il ruolo politico. Nel terzo capitolo si discute del ruolo svolto all’interno della nostra società dalle badanti, additate a vittime della tracotanza delle donne in carriera dell’occidente ricco ed affettivamente sterile. Nel quarto capitolo si giunge al “tema dei temi” per il “femminismo moralista”, vale a dire la celebrazione di una certa idea di famiglia (che non è mai esistita, come mostriamo qui: La famiglia: storia di una morte che ritorna. ), borghese, eterosessuale, gerarchicamente contrassegnata.
    Il testo della Ottonelli ad una prima lettura risulta “scomodo”, fastidioso e, a tratti, “irritante”, perché mette in discussione tante “comode” posizioni celebrate dal senso comune. Proprio per questi motivi è un libro che deve essere letto, perché permette quella “presa di distanza dal sé” e dalle convenzioni sociali che dovrebbe caratterizzare gli esercizi di riflessione critica sul presente.
    Valeria Ottonelli, La libertà delle donne. Contro il femminismo moralista, IL Melangolo, Genova 2011, pagg.120, euro 12.


    1 aprile 2004
    http://haecceitasweb.com/
    Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali.

    (Don Lorenzo Milani)

  5. #5
    Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali.

    (Don Lorenzo Milani)

  6. #6
    Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali.

    (Don Lorenzo Milani)

  7. #7
    Citazione Originariamente Scritto da Roderigo Visualizza Messaggio
    Questo dev'essere il tentativo più organico di critica a Lorella Zanardo, accennato anche nello scambio polemico tra Terragni e Azzaro e nell'articolo del Foglio (da cui forse sono scoppiazzati i passaggi critici al documentario Il corpo delle donne). Terragni si è rifiutata di recensirlo. Resta sempre da capire quanto, l'oggetto della critica sia fondato: cioè quanto appartiene effettivamente al pensiero di Lorella Zanardo e quanto invece gli è soltanto attribuito, o quanto ancora corrisponde sì al suo pensiero, ma viene assolutizzato.

    Valeria Ottonelli, La libertà delle donne.
    Contro il femminismo moralista,
    Il Melangolo, Genova 2011, pagg.120.


    di Fabio Milazzo Il testo della Ottonelli, che insegna Filosofia Politica ed Etica Pubblica all’Università di Genova, fa parte di un genere letterario che definirei: “critica del presente”. Nei testi di quest’insieme, partendo dalle analisi sulla contemporaneità, in particolare su quegli snodi problematici che segnano le tensioni congiunturali del momento, si cerca di sviscerare le tensioni e i rapporti di forza che si celano dietro orizzonti simbolici e valoriali assunti quali “norma”.
    Un modo di procedere che deve molto alle pratiche genealogiche “lanciate” da Nietzsche.

    Valeria Ottonelli, nel saggio che presentiamo, “ La libertà delle donne. Contro il femminismo moralista”, edito per le edizioni de Il Melangolo, si propone di smascherare le “tensioni chimiche” che agitano il moralismo di un certo femminismo molto in voga oggi, quello che recentemente si è scagliato nei confronti della politica “machista” tipica della “corte” di Berlusconi e dei suoi sodali.
    La tesi dell’autrice è chiara: il femminismo censorio, quello dei cortei “se non ora quando?”, è una posizione politica e culturale che, nel nome della libertà e della dignità delle donne, esercita una declinazione morale della peggior specie, quella che limita l’esercizio della “costruzione di sé” in nome dei “valori” e del “vero bene”.
    Il discorso che anima questa posizione è evidente: l’essere donna è messo in pericolo da politiche maschiliste che riducono l’universo femminile a strumento utile per il soddisfacimento del desiderio del “capo branco”. E’ dunque necessaria una levata di scudi al fine di arginare questa situazione che rischia di ridurre -nell’immaginario collettivo- la donna ad oggetto, riproponendo geometrie collettive che il femminismo era riuscito a mandare in soffitta. Bisogna rimodulare il pensare di gruppo orientandolo verso la riscoperta dei valori fondanti lo stare insieme: la famiglia (uomo/donna), il rispetto della vita, del proprio corpo, della sessualità, dell’Altro in quanto “ente pensante”, dei ruoli di genere. L’implicita violenza che si nasconde dietro questi propositi è chiara.
    L’ordine simbolico all’interno del quale questi valori vengono considerati un valore aggiunto è tipico di certe costellazioni consuetudinarie, religiose, tradizionali oggi non più scontate, né ovvie. Sembra riaffacciarsi alla finestra certo dispotismo illuminato che cela la tracotanza insita nel godimento del potere attraverso la maschera ideologica della virtù.
    La Ottonelli attenziona uno strano paradosso legato al femminismo moralista di questi anni: se il movimento degli anni Settanta si proponeva di sovvertire logiche e gerarchie che ponevano la donna in una posizione subalterna all’interno della società, veicolando così istanze liberatorie, il femminismo censorio dei nostri tempi si propone di “ri-sanare” la società appellandosi alla “tradizione”, quindi alle gerarchie, ai ruoli costituiti, al rispetto delle parti, insomma al presunto ordine naturale delle cose. E’ un discorso “moralista” che si appella ad una “morale” deleteria che sanziona il “vero” bene ed esclude il “male” in quanto tale.
    Ma il “moralismo” è una virtù? Questo l’interrogativo di fondo che l’Autrice vuole mettere in discussione.

    Sono diversi i potenziali pericoli scorti dalla Ottonelli dietro l’atteggiamento “censorio” e, almeno apparentemente politicamente corretto, del “moralismo femminista”.
    Innanzitutto la celebrazione della pratica medioevale della “gogna”. L’atteggiamento censorio non fa che riproporre geometrie sociali tese a strutturare l’insieme contenente gli “esclusi” sanzionati attraverso l’additamento sociale. Come ha mostrato Giacomo Todeschini (Giacomo Todeschini, Visibilmente crudeli. Malviventi, persone sospette e gente qualunque dal Medioevo all’età moderna, Il Mulino, Bologna 2007, pagg.309.) nel medioevo l’infamia “intra comunitaria” è il criterio attraverso il quale si strutturano le logiche del potere: da una parte “chi ha diritto di parola”, dall’altra “chi è ridotto al silenzio”. “La pubblica gogna è sempre un male , in una società civile e aperta, ma lo è in particolare quando riguarda la disapprovazione di comportamenti in cui sono implicate le vittime” (p. 12). Le ragazze oggetto delle pratiche di mercificazione alla corte di Berlusconi sono state esposte al pubblico ludibrio e sanzionate in quanto infami, indegne di abitare in quanto cittadini attivi entro lo spazio della comunità. La denuncia morale, seppur rivolta verso gli abusi sessuali commessi, i rapporti asimmetrici di potere che li avevano consentiti, le pratiche di ostentazione di “uomini un po’ troppo in là con l’età”, alla fine hanno “colpito” soprattutto le ragazze implicate nelle faccende. La loro colpa è quella di “essersi prestate al gioco per amore del lusso, del denaro, della vita facile”(p.13). La Ottonelli con una battuta efficace: “ se l’intento di questa reprimenda morale era quello di essere dalla parte delle donne, si è trattato sicuramente di un pessimo risultato” (p.13). L’accusa moralista recita: “queste donne non si guadagnano il pane onestamente; non sono come le ‘altre donne’ che invece non sono ‘in fila per il bunga-bunga”(p.13). Da una parte dunque stanno le donne “perbene”, dall’altra le donne “permale”, proprio un clima da “lettera scarlatta”…
    Il paradosso della sanzione operata dal “femminismo moralista” è stato quello di aver ridotto le ragazze della corte di Berlusconi a dei “paria completi”, più in basso nella piramide feudale delle “lavoratrici del sesso”: queste infatti lo fanno “per vivere”, quelle per il lusso e il godimento della carne.
    C’è un’altra declinazione possibile di questo “moralismo”: quello di ergersi a giudice paterno (materno, anzi…) che ritiene ingiudicabili queste donne perché “troppo sciocche, sprovvedute e ignoranti” per rendersi conto del proprio agire. In questo caso l’accusa implicita è ancora più discriminatoria: non sono degne neanche della riprovazione sociale, perché, semplicemente, non sono (persone). Pena e comprensione sono gli unici elementi che si è disposti a conceder loro. Incapaci di intendere e di volere queste donne vengono ridotte ad uno stato di minorità che di fatto le relega ad un ruolo di subalternità “senza se e senza ma”.
    Delegare al “moralismo di piazza” ciò che dovrebbe essere perimetrato attraverso la produzione legislativa è molto pericoloso, dovrebbe essere implicito in ciò che abbiamo sopra detto. Chi decide dei comportamenti da discriminare? Secondo quali logiche? Secondo quali valori? Secondo quali interessi?

    Ciò che dovrebbe dare fastidio, nel caso della corte di Berlusconi, non è la scelta esistenziale delle ragazze coinvolte, ma la mercificazione della politica che esalta il primato del privato sul pubblico. Gli interessi della comunità vengono gestiti secondo modalità nepotiste e clientelari basate sui rapporti di sesso e sulla asimmetria dei rapporti di potere. Da una parte uomini maturi che gestiscono il potere politico, dall’altra ragazze che “vedono” nella mercificazione del proprio corpo l’unica via per emergere socialmente. Un chiaro problema politico che dovrebbe essere gestito nelle aule parlamentari, prima che nelle camere di giustizia; sicuramente non nelle piazze e nei talk show. “Le donne hanno bisogno di più libertà e di più potere, non di stima, apprezzamento e simpatia da parte degli uomini” (p.17).
    Il “peccato più grave”, secondo la Ottonelli, di cui si macchia il “femminismo moralista” è quello di pretendere di “costruire” il “migliore dei mondo possibili” a partire dai propri “quadri mentali”, dai propri valori, dalle proprie credenze relativamente a ciò che è giusto e a ciò che è sbagliato. “Una palingenesi morale” che non è altro che un “sogno totalitario” a spese di “chi non la pensa come me”. Presupposti razzisti e classisti animano questi “sogni” che continuano a perpetuare nell’immaginario collettivo la repulsione per l’Altro in quanto tale, percepito nel suo essere diverso, inclassificabile e, quindi, potenziale fonte d’angoscia. Il “femminismo moralista” si anima inseguendo modelli opprimenti e illiberali che, di fatto, veicolano il mai sopito sogno totalitario di una comunità ridotta all’Uno, contrassegnata da un’intelligenza collettiva programmata secondo le ricette del moralismo benpensante di “vittoriana” memoria.
    Il volume della Ottonelli si struttura in quattro parti che analizzano diverse declinazioni del fenomeno “femminismo”. Nella prima parte si parla del “corpo delle donne”, il titolo del documentario di Loretta Zanardo, abilmente decostruito nelle istanze moralizzatrici. Nel secondo capitolo si discute del ruolo del politico e delle relazioni tra la dimensione pubblica e quella privata a partire dal noto, quanto increscioso, insulto rivolto da Berlusconi alla Bindi in occasione di un dibattito. La Bindi viene elogiata per aver saputo contenere l’attacco becero e privo di tatto di Berlusconi mostrando una non comune consapevolezza dello scarto che deve esserci tra l’attacco personale e il ruolo politico. Nel terzo capitolo si discute del ruolo svolto all’interno della nostra società dalle badanti, additate a vittime della tracotanza delle donne in carriera dell’occidente ricco ed affettivamente sterile. Nel quarto capitolo si giunge al “tema dei temi” per il “femminismo moralista”, vale a dire la celebrazione di una certa idea di famiglia (che non è mai esistita, come mostriamo qui: La famiglia: storia di una morte che ritorna. ), borghese, eterosessuale, gerarchicamente contrassegnata.
    Il testo della Ottonelli ad una prima lettura risulta “scomodo”, fastidioso e, a tratti, “irritante”, perché mette in discussione tante “comode” posizioni celebrate dal senso comune. Proprio per questi motivi è un libro che deve essere letto, perché permette quella “presa di distanza dal sé” e dalle convenzioni sociali che dovrebbe caratterizzare gli esercizi di riflessione critica sul presente.
    Valeria Ottonelli, La libertà delle donne. Contro il femminismo moralista, IL Melangolo, Genova 2011, pagg.120, euro 12.


    1 aprile 2004
    http://haecceitasweb.com/
    Questa donna è il mnio eroe.

    Questo è l'unico vero femminismo,dato hce:

    1) non accetta patentini e cappelli da nessuno
    2) nno sbugiarda la più bella corrente che il femminismo abbia mai creato. Mi riferisco a ''IL CORPO E' MIO E FACCIO CIO' CHE VOGLIO''.
    http://sitav.splinder.com/

    Sono responsabile di ciò che scrivo,non di ciò che capisci.


    L'appartenenza a sistemi valoriali, si deve dimostrare coi fatti, con l'intera vita, non semplicemente brandendo l'atto di nascita

    Zigmunt Bauman

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