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Discussione: Linee guida anti pedofilia

  1. #1

    Linee guida anti pedofilia

    La Cei in ritardo sui piani
    Erano previste entro fine aprile


    di Gia. Gal.

    «Linee guida entro 12 mesi», aveva imposto con una circolare la Santa Sede il 3 maggio 2011. Quasi tutti gli episcopati si sono dotati per tempo di misure contro la pedofilia. In extremis, tra due settimane, i vescovi italiani voteranno le norme anti-abusi. Il 21 maggio, all’assemblea Cei, sarà discusso il «pacchetto» di provvedimenti e, salvo modifiche, il testo verrà inviato all’ex Sant’Uffizio per il «via libera». In pieno scandalo dei preti pedofili, un anno fa la Santa Sede aveva chiesto alle conferenze episcopali di affrontare «tempestivamente il problema», «rispettare la competenza fondamentale dei vescovi», dare «attenzione prioritaria alle vittime». Furono sollecitate «procedure chiare e coordinate» e «il dovere di collaborare con le autorità statali»(denuncia dei crimini alla magistratura). Dopo 12 mesi, ultima chiamata per la Cei.

    La Stampa 5 maggio 2012
    Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali.

    (Don Lorenzo Milani)

  2. #2

    Pedofilia, nella direttiva Cei niente obbligo di denuncia

    di Marco Ansaldo

    Le linee guida dei vescovi per evitare abusi sessuali. "Collaborate con i giudici"
    "I vescovi non sono obbligati a denunciare i preti pedofili"


    PIENA collaborazione della Chiesa italiana con la giustizia civile sugli abusi sessuali di sacerdoti nei confronti di minori. Ma nessuna denuncia diretta da parte dei vescovi, perché l´obbligo non è previsto dall´ordinamento nazionale. Sono questi alcuni tra i punti fondamentali delle "Linee guida" della Cei sulla pedofilia.
    Ecco le linee guida della Cei: i prelati collaborino con i giudici
    La scelta è stata di non scavalcare la legge nazionale che costringe solo i pubblici ufficiali
    Le nuove norme accolgono le richieste del Papa: saranno diffuse la settimana prossima


    La Conferenza episcopale italiana le diramerà la prossima settimana durante la sua Assemblea generale, preceduta da una prolusione del presidente, il cardinale arcivescovo di Genova, Angelo Bagnasco. Una decisione che non mancherà di suscitare l´attenzione dell´opinione pubblica, e forse qualche polemica. Perché con l´annuncio delle "Linee guida per il trattamento dei casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici", la Chiesa italiana viene in ogni caso incontro alle richieste fatte lo scorso anno da Benedetto XVI, e poi raccomandate nel maggio 2011 dalla Congregazione per la Dottrina della fede. Ma le denunce dovranno partire dalle vittime stesse, e non dalle diocesi.

    Vediamo i punti principali delle disposizioni in materia. Nella sostanza, il documento della Chiesa italiana è in buona parte l´applicazione della Lettera circolare della Congregazione, l´ex Sant´Uffizio, per tanti anni guidato da Joseph Ratzinger prima di diventare Papa. Quando nel 2010 scoppiò il caso della pedofilia nella Chiesa, il Pontefice chiese alle Conferenze episcopali di tutto il mondo di redigere un regolamento che affrontasse con spirito nuovo e "tolleranza zero" il fenomeno. Le nuove norme sono state quindi elaborate e approvate nel gennaio scorso, ma si è deciso di presentarle e pubblicarle nella settimana in cui si svolge l´Assemblea generale della Cei.

    Uno dei primi punti è quello dell´ascolto delle vittime o dei loro familiari da parte del vescovo o di un suo delegato. Determinante sotto questo profilo l´assistenza psicologica e spirituale dei minori. E vale per tutti l´esempio dato dallo stesso Benedetto in più viaggi all´estero: a Malta, in Germania, in Gran Bretagna il Papa ha voluto ricevere e parlare con le vittime. Dura in proposito la sua Lettera pastorale ai cattolici d´Irlanda, con ferme accuse ai prelati e parole di vicinanza agli abusati.

    Un secondo pilastro riguarda la protezione dei bambini e dei giovani da parte del vescovo. Viene sentita come doverosa l´esigenza di fornire una risposta adeguata ai casi di abuso sessuale commesso dai chierici. E sono previsti programmi educativi di prevenzione, sia per aiutare i giovani sia per sostenere i genitori.

    Terzo punto forte, la formazione dei religiosi. Un aspetto che concerne il «corretto discernimento vocazionale» e una «sana formazione umana e spirituale dei candidati». I futuri sacerdoti dovranno infatti apprezzare «la castità e il celibato», rispettando così «la disciplina della Chiesa».

    Il vescovo dovrà quindi, e questo è un ulteriore cardine, accompagnare i suoi religiosi, soprattutto nei primi anni del loro sacerdozio, avvertendoli circa il «danno recato da un chierico alla vittima di abuso sessuale» e della «propria responsabilità di fronte alla normativa canonica e civile».

    Il punto in ultimo decisivo è quello della cooperazione con la giustizia civile. La Lettera circolare del Sant´Uffizio lo scorso anno raccomandava così: «Sebbene i rapporti con le autorità civili differiscano nei diversi Paesi, tuttavia è importante cooperare con esse nell´ambito delle rispettive competenze». E poiché si prescriveva che le Linee guida tenessero conto delle legislazioni dei singoli Paesi, la scelta infine è stata quella di non scavalcare la normativa nazionale che, per l´Italia, prevede l´obbligo di denuncia all´autorità giudiziaria solo per i pubblici ufficiali e non lo prevede dunque per i casi di abuso di cui venissero a conoscenza i vescovi. L´eventuale denuncia starà alle vittime, che troveranno in questo piena collaborazione da parte dei ministri religiosi.


    Repubblica 19 maggio 2012
    Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali.

    (Don Lorenzo Milani)

  3. #3

    Cei, le linee guida sulla pedofilia «Non c'è l'obbligo di denunciare»

    di Gian Guido Vecchi

    CITTÀ DEL VATICANO — Un vescovo in Italia «non è un pubblico ufficiale» e quindi «non ha l'obbligo giuridico» di denunciare alle autorità civili un prete pedofilo, ma questo la Cei lo aveva detto fin dall'inizio. Eppure il testo delle «linee guida» antipedofilia, presentato ieri, non mancherà di far discutere, anche perché è molto più tiepido di documenti analoghi presentati in questi mesi dai vescovi in altri Paesi, a cominciare dalla collaborazione con le autorità civili. E non è tanto per il riferimento all'articolo 200 del codice di procedura penale sul «segreto professionale» o alla revisione del Concordato dell'84, dove all'articolo 4 si dice che «gli ecclesiastici» non sono tenuti a dare a magistrati e altre autorità informazioni conosciute «in ragione del loro ministero». La Congregazione per la dottrina della fede, l'anno scorso, aveva chiesto a tutte le conferenze episcopali di preparare entro maggio 2012 linee sul modello di quelle dell'ex Sant'Uffizio. Già si era detto che avrebbero tenuto conto delle diverse legislazioni: in Italia non ci sarebbe stato l'obbligo previsto ad esempio in Germania o in Irlanda. Eppure, di là dall'obbligo formale, resta la «responsabilità morale» perché «il principio deve rimanere lo stesso», diceva il cardinale William Levada, prefetto della Congregazione. Il vescovo che non denuncia può raccomandare alle vittime di farlo, o intimare al pedofilo di costituirsi. Nel testo approvato dal consiglio della Cei non compare nessuna raccomandazione in tal senso, anche se il segretario generale Mariano Crociata rassicura: «C'è un'assoluta volontà di collaborare che sta nell'azione ordinaria». Del resto «non possiamo chiedere a un vescovo di diventare un pubblico ufficiale» perché «contrasta con l'ordinamento». Così il testo scritto si limita a dire che «risulterà importante la cooperazione del vescovo con le autorità civili» solo nel caso in cui siano già «in atto indagini o sia aperto un procedimento penale». I vescovi «sono esonerati dall'obbligo di deporre o di esibire documenti» su quanto conosciuto «in ragione del loro ministero», gli atti canonici non possono essere sequestrati, l'«archivio segreto» del vescovo è «inviolabile». L'unico responsabile nella diocesi è il vescovo, non si prevedono né referenti nazionali né sportelli diocesani per segnalazioni né i programmi di «assistenza spirituale e psicologica alle vittime» suggeriti dalla Santa Sede. Per lo più si parla delle norme canoniche. Il testo è stato comunque visto dall'ex Sant'Uffizio, «passaggio informale ma autorevole». In compenso la Cei ha fornito per la prima volta dati sui preti pedofili. Tra il 2000 e il 2011 risultano 135 casi, solo 77 quelli denunciati alla magistratura: non si sa quanti degli altri 58 fossero prescritti e quanti invece ignoti alle autorità italiane.


    Corriere della Sera 23 maggio 2012
    Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali.

    (Don Lorenzo Milani)

  4. #4

    Pedofilia, il clero non denuncia

    di Marco Politi

    I vescovi non vogliono indagare

    Molte parole, ottime intenzioni, nessun meccanismo concreto per portare alla luce i crimini di pedofilia commessi dal clero attraverso i decenni. Le Linee-guida “per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici”, emesse ieri dalla Conferenza episcopale italiana, deludono quanti dentro e fuori la Chiesa cattolica si aspettavano che anche in Italia l’istituzione ecclesiastica si attrezzasse per rendere efficacemente giustizia alle vittime e scoprire i criminali nascosti al proprio interno. Si fa prima a elencare quello che non c’è nel documento che indicare le novità. Positivo è certamente l’incitamento ai vescovi a essere sollecitamente disponibili ad ascoltare le vittime e i familiari, ad offrire sostegno spirituale e psicologico, a proteggere i minori e a procedere immediatamente ad una “accurata ponderazione” della notizia del crimine per aprire altrettanto rapidamente un’indagine ecclesiastica. Poi, se del caso, si passa al processo diocesano, allontanando nel frattempo il prete da ogni contatto con minori per evitare il “rischio che i fatti delittuosi si ripetano”.

    DOPO DUE anni di riflessione e un anno di elaborazione del testo, la Conferenza episcopale si ferma qui. Chiudendo ostinatamente gli occhi di fronte alle esperienze più avanzate realizzate in altri paesi come gli Stati Uniti, la Germania, l’Austria, il Belgio, l’Inghilterra. In Belgio e in Austria hanno formato commissioni di inchiesta nazionali, guidate da personalità laiche indipendenti? Pollice verso dei vescovi italiani. In Germania esiste un vescovo incaricato a livello federale di monitorare il dossier pedofilia e di intervenire nelle diocesi – diciamo così – poco attente? In Italia non se ne parla nemmeno. In Inghilterra operano gruppi di vigilanza nelle parrocchie? La Cei si guarda bene dal suggerirlo. Nella diocesi di Bressanone era stato istituito un indirizzo mail e un referente per le vittime? La Cei non istituisce neanche questo piccolo strumento operativo.

    Don Fortunato Di Noto, il prete siciliano impegnato nel contrasto alla pedofilia, aveva proposto che in tutte le diocesi venisse istituito un “vicario per i bambini”, una sorte di angelo custode per prevenire e vigilare. Proposta cestinata. Spira in tutto il documento un vento difensivo, concentrato nel respingere interventi energici delle autorità giudiziarie. “Eventuali informazioni o atti concernenti un procedimento giudiziario canonico possono essere richiesti dall’autorità giudiziaria dello Stato, ma non possono costituire oggetto di un ordine di esibizione o di sequestro”. È la paura che – come è accaduto in America – i tribunali possano ottenere la documentazione delle manovre che hanno portato a insabbiamenti. Impedito anche l’accesso agli archivi vescovili.

    Altrove nel mondo gli episcopati si preoccupano di approntare anche un equo risarcimento per le vittime. Le Linee-guida si preoccupano di proclamare che “nessuna responsabilità, diretta o indiretta, per gli eventuali abusi sussiste in capo alla Santa Sede o alla Conferenza episcopale italiana”. Il culmine del documento si raggiunge nell’affermazione lapidaria che nell’ordinamento italiano il vescovo non riveste la qualifica di pubblico ufficiale e perciò “non ha l’obbligo giuridico di denunciare all’autorità giudiziaria statuale le notizie che abbia ricevuto in merito ai fatti illeciti”.

    È vero, in Italia l’obbligo non c’è. (Lo potrebbe introdurre il Parlamento!) Ma come dimenticare le migliaia di vittime soffocate dal silenzio. Sarebbe stato un gesto di responsabilità se la Cei, liberamente, avesse impegnato tutti i vescovi a denunciare i criminali. Non accadrà. Nonostante episodi vergognosi di inrzia verificatisi in passato. Si chiama – lo si legge nelle Linee – “rispetto della libertà della vittima di intraprendere le iniziative giudiziarie che riterrà più opportune”. Dice mons. Crociata, segretario della Cei, che non va dimenticato che gli abusi del clero sono un “delitto”. Aggiunge che la pedofilia è un fenomeno che “purtroppo ha un’estensione enorme e richiede uno sforzo collettivo per combatterlo” e che la cooperazione tra autorità ecclesiastiche e civili è prassi.

    MA QUANDO gli si chiede perché i vescovi non sentono il dovere della denuncia, risponde: “Non possiamo chiedere al vescovo di diventare un pubblico ufficiale”. Una spiegazione razionale, giuridica o evangelica non c’è. C’è solo la grande paura dell’episcopato italiano di affrontare un bagno di verità. Dopo due anni (due anni!) la Cei ha fornito qualche cifra: 135 casi di abusi di chierici avvenuti tra il 2000 e il 2011 e portati alla Congregazione per la Dottrina della fede. “53 condanne, 4 assolti e gli altri casi in istruttoria”, spiega Crociata. E ancora: delle settantasette denunce alla magistratura: 2 condanne in primo grado, 17 in secondo, 21 patteggiamenti, 5 assolti e 12 casi archiviati.

    Il rapporto tra la maggioranza dei colpevoli e la piccola percentuale di innocenti è palese. La grande paura di scavare nella realtà nasce da qui.


    Il Fatto Quotidiano 23 maggio 2012
    Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali.

    (Don Lorenzo Milani)

  5. #5

    Pedofilia: Cei troppo morbida, il documento non piace al Vaticano

    di Marco Politi

    Monsignor Scicluna: “Daremo suggerimenti concreti”

    Non piace al Vaticano il documento striminzito che la Cei ha preparato sul contrasto agli abusi sessuali. Un testo che mette in luce la ferrea volontà dei vescovi di spogliarsi di ogni “responsabilità nazionale” nel gestire il fenomeno della pedofilia nel clero, scaricando l’onere sui singoli presuli e la Congregazione vaticana per la Dottrina della fede. Proprio dalla Congregazione – il vecchio Sant’Uffizio – è venuto all’improvviso un rabbuffo indirizzato alla Cei.

    Intervistato dalla rivista Jesus, il Promotore di giustizia mons. Charles Scicluna – che agisce praticamente da procuratore generale – avverte abbastanza seccamente che la Congregazione “non è in grado di dare un giudizio sulle Linee-guida della Cei, perché questa valutazione non è ancora stata fatta”. Avverrà dopo l’estate “con l’aiuto di esperti”. E aggiunge, Scicluna, a tutti gli episcopati verranno dati, ove necessari, “suggerimenti molto concreti per l’integrazione di alcuni punti o la revisione di alcune enfasi”.

    RISPETTO alle regole, che si sono date molte conferenze episcopali europee ed extraeuropee, il documento della Cei fa acqua da tutte le parti. Non si tratta solo del rifiuto di denunciare i criminali con la motivazione che il vescovo “non è pubblico ufficiale” (anche papa Ratzinger non è a favore di un automatismo delle denunce). Piuttosto è il rifiuto totale a organizzare con strutture specifiche il contrasto alla pedofilia ciò che rende sospette le Linee-guida della Chiesa italiana.

    Mons. Scicluna già nel 2010, in un’intervista all’Avvenire, aveva affermato esplicitamente: “Mi preoccupa (in Italia) una certa cultura del silenzio che vedo ancora troppo diffusa”. Adesso anticipa alcune nuove direttive. La Chiesa, sottolinea, deve impegnarsi “a non agire mai per dissuadere le vittime dal loro diritto di denuncia allo Stato. È un impegno che è bene esplicitare”. Punto secondo: negli Stati Uniti, spiega, esiste l’“obbligo di denuncia e questo rende la vita facile, non bisogna nemmeno discutere”. Però anche negli Stati, come l’Italia, dove l’obbligo non sussiste “bisogna senz’altro aiutare le persone, che vorrebbero denunciare”. E soprattutto “in ogni caso impegnarsi a non creare ostruzionismo alla ricerca legittima della giustizia”.

    È UN PUNGOLO alla Cei (e ad altri episcopati inadempienti) di farsi parte molto attiva nel portare i preti-predatori davanti alla giustizia civile. Il lato allarmante della situazione italiana è la cappa del silenzio che la gerarchia ecclesiastica tenta di imporre sul tema dell’organizzazione concreta del contrasto agli abusi. Con le più speciose motivazioni. Ad esempio viene ripetuto spesso a mezza bocca: “In Italia il problema non è così grave come altrove”. Oppure: “Il vescovo è il supremo responsabile in ogni diocesi”.

    Quando a maggio furono diffuse le Linee-guida della Cei, il giornale dei vescovi Avvenire evitò di pubblicare uno specchietto sulla situazione europea, mettendo a confronto le regole italiane con quelle di altri Paesi. Il nuovissimo Inserto-Donna dell’Osservatore Romano, che si avvale della collaborazione di personalità anche non cattoliche, si è ben guardato dall’affrontare l’argomento. Il Fatto ha già documentato la maniera precisa con cui a livello nazionale e diocesano procede la Chiesa tedesca. Con referenti e “persone di contatto” a cui ovunque le vittime possono rivolgersi. In Olanda l’episcopato ha affidato due anni fa ad un protestante, ex ministro ed ex sindaco dell’Aja, Wim Deetman, la guida di una commissione indipendente sui casi di pedofilia nel clero dal 1945 ad oggi. Il rapporto conclusivo, che rivela gravi responsabilità delle gerarchie, è stato già presentato nel dicembre scorso! Il documento dei vescovi francesi, intitolato Lutter contre la pedophilie, è lapidario: “Quando si è a conoscenza di un delitto (ricordiamo che lo stupro è un delitto) o di fatti precisi relativi a privazioni, maltrattamenti o violenze sessuali su minori al di sotto dei 15 anni, si deve informare la giustizia. In questi casi, non si può e non si deve tener conto della natura del presunto aggressore. Sia un sacerdote, un educatore laico o un familiare la denuncia è obbligatoria”.

    In Svizzera i vescovi hanno deciso che le vittime vanno aiutate, a seconda dei casi, non solo in forma “pastorale e psicoterapeutica (ma) anche finanziaria”. Nelle diocesi svizzere “vengono nominate una o più persone di contatto che ricevono le informazioni e le denunce di abusi sessuali”.

    In Austria la commissione indipendente, istituita nel 2010 dal cardinale Schoenborn e guidata da una donna, Waltraud Klasnic ex governatrice della Stiria, nel primo anno aveva già risarcito 58 vittime. I risarcimenti sono suddivisi in quattro categorie; 5.000, 15.000, 25.000 euro o anche importi superiori.
    Se la Cei volesse, potrebbe integrare anche subito le sue Linee-guida. Ma ha paura di scoprire gli scheletri negli armadi. Eppure tutti sanno che i ritardi alla fine verrano pagati moralmente a caro prezzo.


    Il Fatto Quotidiano 11 luglio 2012
    Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali.

    (Don Lorenzo Milani)

  6. #6
    Gli unici che possono combattere la pedofilia nella chiesa cattolica sono i genitori, non certo il Vaticano: è sufficiente non mandare i propri figli dai preti, problema risolto. Ogni tanto mi domando in che pianeta vivono certe persone. Sanno leggere? Con tutti gli articoli che negli ultimi 15 anni sono usciti sui preti che stuprano i bambini, continuano a mandare i propri figli dai preti. Chissà quanti genitori cattolici, pur sapendo del problema dei preti pedofili, hanno mandato i propri figli da un prete pedofilo pensando: "Ma no! Il mio prete è buono, il mio prete è migliore, queste cose non le fa!". Poi sono caduti dalle nuvole.

  7. #7
    Inaccettabile generalizzazione.

    Potrei postare migliaia di articoli in cui si legge di violenze sessuali da parte di stranieri,ma non potrei mai dire di non frequentarli,come minimo verrei cestinato
    Potrei postare migliaia di articoli con donne picchiate da uomini,ma non potrei mai dire di non avvicinarsi a willypd in quanto uomo,come minimo verrei cestinato (
    ecc


    ecc

    ecc
    http://sitav.splinder.com/

    Sono responsabile di ciò che scrivo,non di ciò che capisci.


    L'appartenenza a sistemi valoriali, si deve dimostrare coi fatti, con l'intera vita, non semplicemente brandendo l'atto di nascita

    Zigmunt Bauman

  8. #8
    Se diamo al termine "stupro" un senso più ampio allora possiamo dire che sì, tutti i preti stuprano i bambini. Ma qua si sta parlando dello stupro sessuale e allora ammettiamo come dici che non tutti i preti siano stupratori sessuali di bambini. I casi in Italia però sono comunque tanti. Quindi, trovi saggio che un genitore giochi alla roulette russa coi propri figli per verificare se il proprio prete è uno dei tanti pedofili? Visto che la legge non obbliga i genitori a mandare i figli dai preti e visto che in generale (aldilà della questione "pedofilia") ritengo che la parrocchia sia un brutto ambiente io consiglio ai genitori di non mandare i propri figli da preti, suore, o ad attività svolte anche da laici (catechismi, attività parrocchiali, eccetera). Dare un consiglio è lecito e non ho ne il potere ne il diritto di impedire a dei genitori di dare ai propri figli l'educazione che ritengono opportuna: ogni genitore è responsabile dell'educazione che dà ai propri figli.
    Citazione Originariamente Scritto da taccaromiceto Visualizza Messaggio
    Inaccettabile generalizzazione.

    Potrei postare migliaia di articoli in cui si legge di violenze sessuali da parte di stranieri,ma non potrei mai dire di non frequentarli,come minimo verrei cestinato
    Potrei postare migliaia di articoli con donne picchiate da uomini,ma non potrei mai dire di non avvicinarsi a willypd in quanto uomo,come minimo verrei cestinato (
    ecc


    ecc

    ecc
    Gli uomini o gli stranieri non sono una categoria "lavorativa" come i preti, ne essere un uomo o essere uno straniero implica una certa morale. Gli uomini e gli stranieri che stuprano lo fanno non perché hanno un gene malato ma perché hanno una certa "cultura"; le "culture" che oggi (in Europa, in America, in Australia, in Africa, in Medioriente) odiano le donne sono le religioni abramitiche.

  9. #9
    Tutto que3llo che vuoi,ma un conto è dire: ''dato l'alto tasso di condannati,sarebbe meglio evitare di ....''

    Un altro conto è dire:''per evitare la pedofilia del clero,non bisogna portare i fligli dai (nessuno escluso) preti''

    Credo che tu stesso possa cogliere la differenza.
    http://sitav.splinder.com/

    Sono responsabile di ciò che scrivo,non di ciò che capisci.


    L'appartenenza a sistemi valoriali, si deve dimostrare coi fatti, con l'intera vita, non semplicemente brandendo l'atto di nascita

    Zigmunt Bauman

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