Risultati da 1 a 2 di 2

Discussione: «Così torturavamo i brigatisti»

  1. #1

    'Così torturavamo i brigatisti'

    di Pier Vittorio Buffa
    Usare ogni mezzo per far parlare i terroristi: era il 1982 quando l'Espresso denunciò le sevizie ai responsabili per il sequestro Dozier. All'epoca il nostro cronista fu smentito e arrestato. Oggi il commissario di polizia Savatore Genova conferma tutto: 'Ero tra i responsabili, e ricevemmo il via libera per botte e sevizie"
    (05 aprile 2012)

    Sì, sono anche io responsabile di quelle torture. Ho usato le maniere forti con i detenuti, ho usato violenza a persone affidate alla mia custodia. E, inoltre, non ho fatto quello che sarebbe stato giusto fare. Arrestare i miei colleghi che le compivano. Dovevamo arrestarci l'un con l'altro, questo dovevamo fare".
    Salvatore Genova è l'uomo il cui nome è da trent'anni legato a una grigia vicenda della nostra storia recente. Quella delle torture subite da molti terroristi tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta.

    Una vicenda grigia perché malgrado il convergere di testimonianze concordanti, le denunce di poliziotti coraggiosi e le inchieste giudiziarie la verità non è mai stata accertata. Nessuna condanna definitiva, nessuna responsabilità gerarchico-amministrativa, nessuna responsabilità politica. Solo lui, il commissario di polizia Salvatore Genova, e quattro altri poliziotti arrestati con l'accusa di aver seviziato Cesare Di Lenardo, uno dei cinque carcerieri del generale americano James Lee Dozier, sequestrato dalle Brigate rosse il 17 dicembre 1981 e liberato dalla polizia il 28 gennaio 1982. Evocare il nome di Genova vuol dire far tornare alla memoria l'acqua e sale ai brigatisti, le sevizie, le botte.

    Oggi Salvatore Genova non ci sta più. Nel 1997 aveva iniziato a mandare al ministero informative ed esposti senza avere risposte. Adesso ha deciso di fare nomi, indicare responsabilità, svelare quello che accadde davvero in quei giorni drammatici. Ecco il suo racconto.
    "Questura di Verona, dicembre 1981. Il prefetto Gaspare De Francisci, capo della struttura di intelligence del Viminale (Ucigos) convoca Umberto Improta, Salvatore Genova, Oscar Fioriolli e Luciano De Gregori. E' la squadra messa in campo dal ministero dell'Interno (guidato dal democristiano Virginio Rognoni) per cercare di risolvere il caso Dozier.

    Il capo dell'Ucigos, De Francisci, ci dice che l'indagine è delicata e importante, dobbiamo fare bella figura. E ci dà il via libera a usare le maniere forti per risolvere il sequestro. Ci guarda uno a uno e con la mano destra indica verso l'alto, ordini che vengono dall'alto, dice, quindi non preoccupatevi, se restate con la camicia impigliata da qualche parte, sarete coperti, faremo quadrato. Improta fa sì con la testa e dice che si può stare tranquilli, che per noi garantisce lui. Il messaggio è chiaro e dopo la riunione cerchiamo di metterlo ulteriormente a fuoco. Fino a dove arriverà la copertura? Fino a dove possiamo spingerci? Dobbiamo evitare ferite gravi e morti, questo ci diciamo tra di noi funzionari. E far male agli arrestati senza lasciare il segno.

    Il giorno dopo, a una riunione più allargata, partecipa anche un funzionario che tutti noi conosciamo di nome e di fama e che in quell'occasione ci viene presentato. E' Nicola Ciocia, primo dirigente, capo della cosiddetta squadretta dei quattro dell'Ave Maria come li chiamiamo noi. Sono gli specialisti dell'interrogatorio duro, dell'acqua e sale: legano la vittima a un tavolo e, con un imbuto o con un tubo, gli fanno ingurgitare grandi quantità di acqua salata. La squadra è stata costituita all'indomani dell'uccisione di Moro con un compito preciso. Applicare anche ai detenuti politici quello che fanno tutte le squadre mobili. Ciocia, va precisato, non agì di propria iniziativa. La costituzione della squadretta fu decisa a livello ministeriale.

    Ciocia, che Umberto Improta soprannomina dottor De Tormentis, un nomignolo che gli resta attaccato per tutta la vita, torna a Verona a gennaio, con i suoi uomini, i quattro dell'Ave Maria. Da più di un mese il generale è prigioniero, la pressione su di noi è altissima.

    Il 23 gennaio viene arrestato un fiancheggiatore, Nazareno Mantovani. Iniziamo a interrogarlo noi, lo portiamo all'ultimo piano della questura. Oltre a me ci sono Improta e Fioriolli. Dobbiamo "disarticolarlo", prepararlo per Ciocia e i quattro dell'Ave Maria. Lo facciamo a parole, ma non solo. Gli usiamo violenza, anche io. Poi bisogna portarlo da Ciocia in un villino preso in affitto dalla questura. Lo facciamo di notte. Lo carichiamo, bendato, su una macchina insieme a quattro dei nostri. Su un'altra ci sono Ciocia con i suoi uomini, incappucciati. Fioriolli, Improta e io, insieme ad altri agenti, siamo su altre due macchine. Una volta arrivati Mantovani viene spogliato, legato mani e piedi e Ciocia inizia il suo lavoro con noi come spettatori. Prima le minacce, dure, terrorizzanti: "Eccoti qua, il solito agnello sacrificale, sei in mano nostra, se non parli per te finisce male". Poi il tubo in gola, l'acqua salatissima, il sale in bocca e l'acqua nel tubo. Dopo un quarto d'ora Mantovani sviene e si fermano. Poi riprendono. Mentre lo stanno trattando entra il capo dell'Ucigos, De Francisci, e fa smettere il waterboarding.

    Fonte: http://espresso.repubblica.it/dettag...atisti/2178029

  2. #2
    Il problema della tortura negli anni di Piombo.

    Jan 5th, 2011





    Il giornalista Filippo Ceccarelli intitolava il suo articolo su La Stampa del 13 maggio 2004: “Quando anche l’Italia degli anni settanta torturava“. Per battere l’eversione si superò ogni limite? Un argomento molto doloroso e sensibile. Non solo perchè chi in genere subisce la violenza fa poi molta difficoltà ad elaborare in pubblico il suo vissuto ma anche perchè in genere questi episodi tendono ad essere rimossi velocemente dalla memoria collettiva. Questa delicata questione scoppiò con forza nel 1982, in particolare in relazione al sequestro Dozier.

    Il 17 dicembre 1981 le Brigate Rosse rapiscono a Verona il generale americano NATO James Lee Dozier. Quattro finti idraulici suonano alla porta dell’appartamento del militare, immobilizzano la moglie e lo caricano su un furgone dopo una collutazione. Il generale non ha guardie del corpo e l’operazione si rivela sorprendentemente facile. E’ l’inizio di un giallo internazionale che vede coinvolte l’Italia, l’America e la Nato. Il rapimento, opera della colonna veneta delle BR guidata da Antonio Savasta, riapre le polemiche sulle complicità e gli interessi internazionali che si nascondono dietro le Brigate Rosse. Rapire un generale americano è una cosa che non era riuscita a nessuno, neanche alla guerriglia sudamericana.

    Chi è Dozier? Dozier ha 50 anni ed è un generale di Brigata, vice-comandande delle forze terrestri nel Sud Europa,che coordina le operazioni dell’esercito italiano dall’appennino fino ai confini con la Jugoslavia. Viene scelto come obiettivo in quanto le BR pensano, nella loro logica distorta, “di individuare nell’istallazione dei missili americani nel nostro paese il terreno per una nuova lotte di classe”, racconterà Luigi Novelli, ex-brigatista della colonna romana. Vi era anche la speranza per le BR, tramite questa azione, di ottenere delle credenziali presso i servizi segreti del Patto di Varsavia. Infatti, durante la gestione del rapimento le BR entrarono in contatto con i servizi segreti bulgari, ma alla fine l’ambasciatore di Sofia con cui dovevano incontrarsi si defilò.

    Le reazioni degli Stati Uniti furono molto forti. Il presidente Reagan espresse tutta la sua indignazione in modo piuttosto colorito. Gli pareva assurdo che in un Paese alleato “quattro straccioni vagabondi” (così disse testualmente ai suoi collaboratori), potessero impunemente rapire nientemeno che un generale dell’esercito statunitense.

    I servizi segreti americani nutrivano una scarsissima fiducia nei loro omologhi italiani. All’origine di questa diffidenza contribuiva certo un atteggiamento di superiorità, condito da superficialità, da parte degli USA nei confronti del fenomeno terrorismo, allora non ancora sperimentato oltreoceano.

    Il generale Dozier venne nascosto a Padova in una palazzina in periferia, dove rimase per 6 settimane, fino al giorno in cui uno comando dei NOCS lo liberò grazie, si disse, alla soffiata di una “gola profonda”. I brigatisti presenti nel covo vennero tutti catturati e gli Stati Uniti si complimentarono per il successo.

    Il caso Dozier rappresentò, secondo alcuni uno spartiacque, nella lotta contro l’estremismo di sinistra nel senso che l’azione dello Stato si fece da quel momento più forte e, probabilmente, vennero usati con maggiore frequenza metodi non molto ortodossi per combattere sia le BR che gli altri groppuscoli di sinistra e di destra che, attraverso diverse sigle, contribuivano a lasciare una lunga scia di sangue colpendo magistrati, poliziotti, carabinieri, agenti di custodia, giornalisti e sindacalisti.

    Episodi di pestaggi e sevizie all’interno delle strutture carcerarie o nei comandi delle forze dell’ordine, erano avvenute anche in precedenza, in maniera più o meno episodica. Sicuramente dopo il sequestro e l’omicidio dell’ On. Aldo Moro, che si era concluso tragicamente il 9 maggio 1978, la lotta contro il terrorismo di matrice rossa si era fatta più pressante.

    Il 14 settembre 1978 il Presidente Pertini incontrò alcuni parlamentari che si erano recati in visita al Carcere dell’Asinara, mentre si moltiplicavano le voci di pestaggi all’interno delle carceri speciali; ultima in ordine di tempo da parte quella dell’avvocato Edoardo Arnaldi per conto di Giuliano Isa, detenuto nel carcere di Cuneo per banda armata, che sarebbe stato sottoposto a pestaggio da una decina di guardie carcerarie.

    Alcune notizie relative ad operazioni “poco ortodosse” ottenere delle confensioni “non spontanee”, riguardano all’epoca anche le indagini sull’omicidio di Pietro Torregiani, di cui si parla molto in questi giorni per la mancata estradizione dal Brasile di Cesare Battisti.

    Il 17-18 febbraio 1979 a Milano sono tratti in arresto, nell’ambito di questa inchiesta Roberto Villa, Umberto Lucarelli, Annamaria Fatone, Michele Fatone, Gioacchino Vitrani e Sisinnio Bitti. Quest’ultimo affermerà di essere stato torturato con il metodo della “cassetta” dalla polizia.

    Alcuni giorni dopo a Milano, il 24 febbraio 1979, sono scarcerati per mancanza di indizi 3 dei 9 componenti del “collettivo autonomo della Barona” arrestati in relazione all’omicidio Torregiani, Umberto Lucarelli, Roberto Villa, Fabio Zoppi. I tre denunciano subito dopo che Roberto è stato torturato mediante ustioni ai testicoli e picchiato e che la stessa sorte è toccata a Sisino Bitti, ricoverato al Niguarda per le botte subite, e ad Angelo Franco, costretto a ingerire litri d’acqua e bastonato. Anche Anna Casagrande, arrestata per “favoreggiamento” denuncia di essere stata presa a schiaffi durante gli interrogatori.

    Il 28 febbraio Annamaria Fatone, Michele Fatone e Gioacchino Vetrani presentano formale denuncia alla Procura della repubblica per le sevizie alle quali affermano di essere stati sottoposti, dopo l‘arresto, dai poliziotti. Il procuratore Gresti, interpellato dai giornalisti circa le denunce di tortura, salite ad 8, dichiara: “Ho ricevuto le denunce e le vaglierò. E’ la prima volta che si dicono cose del genere sui comportamenti della Digos”. In quelli stessi giorni, peraltro, un’altra denuncia per torture viene da un cittadino di Corsico, Antonio Macina, arrestato in relazione ad una rapina, poi scarcerato per mancanza di indizi. Anch’egli sarebbe stato preso a calci e pugni e costretto ad ingerire grosse quantità d’acqua.

    Mentre vanno avanti le indagini con l’interrogatorio di 27 agenti della Questura di Milano, il 15 marzo 2009, su l’”Unità” esce un articolo in cui viene denunciato il caso del 30enne Mauro Osservi, portato in Questura a Roma per essere identificato, è stato torturato con pestaggi al volto e i genitali, e una corda al collo. Dopo essere ricorso alle cure ospedaliere, il giovane ha sporto denuncia.

    Il 5 aprile 1979 Amnesty International scrive al Ministro dell’Interno Virgilio Rognoni una lettera per richiedere un’inchiesta ministeriale sui casi di tortura che sono stati denunciati.

    Il 23 maggio 1979, a Roma, la Procura della repubblica è costretta ad aprire un’inchiesta in seguito alla denuncia di un giovane autonomo, Roberto Rotondi, che era stato selvaggiamente picchiato dai poliziotti, insieme ad un suo compagno, all’interno del commissariato di Primavalle. La polizia nega, affermando che le ferite derivano da una colluttazione, ma la perizia medica conferma la veridicità della denuncia del giovane.

    Numerosi altri episodi vengono segnalati o riportarti dalla stampa, in particolare dal quotidiano “Lotta Continua”. Non ci sono particolari reazioni da parte dei maggiori partiti politici (DC, PSI, PCI) e del sindacato di polizia aderente alle confederazioni Cgil-Cisl-Uil. Di fronte, al pericolo che il Paese potesse diventare ancora più instabile, di fronte agli “espropri proletari” (così venivano chiamate le rapine dai gruppi e dai groppuscoli dell’eversione di sinistra), di fronte a fatti di sangue che si susseguono, la scelta di un Paese che vuole uscire da un’incubo che dura ormai da 10 anni, è quella di girare la testa dall’altra parte.

    Il 12 dicembre 1980, in un’intervista al “Quotidiano dei lavoratori” l’avvocato milanese Luigi Zezza, sospettato di “favoreggiamento” nei confronti di suoi assistiti, afferma: “Con una facile ironia, rivendico il mio ruolo di ‘favoreggiatore’ perché non posso fare altro che favorire i miei clienti, i miei assistiti; non posso certo sfavorirli, essendo questo il mio diritto ed anche il mio dovere. Zezza osserva che le conseguenze di una simile accusa di favoreggiamento sono pesanti anche perché i suoi assistiti non possono continuare a ricorrere alla sua difesa. Parla di “terrorismo psicologico”, maltrattamenti e vere e proprie torture praticate agli inquisiti. “Noi sappiamo per certo di pistole puntate alla tempia, minacce di morte, persone portate in giro per la città incappucciate, percosse per ore…Ricordiamoci della Barona, con l’acqua fatta bere a litri, i fiammiferi accesi sui testicoli. Contemporaneamente c’è chi promette soldi, passaporto, facili espatri…”

    Il 21 gennaio 1981 il Consiglio d’Europa approva la raccomandazione n.909 relativa alla Convenzione internazionale contro la tortura, nella quale riporta l’esistenza di “informazioni allarmanti sulla tortura” in alcuni Stati membri, e invita i governi dei paesi aderenti ad affrettare l’attuazione del progetto di convenzione predisposto dalle Nazioni unite.

    I metodi duri vengono talvolta usati anche contro i militanti dell’estrema destra. L’8 maggio 1981, a Roma, è sventato un piano dei “camerati” per uccidere Paul Nash commissario di Ps in forza alla squadra mobile, ritenuto responsabile del pestaggio subito, al momento dell’arresto, da Nazareno De Angelis il 4 ottobre 1980.

    Ed eccoci al sequestro Dozier.


    Il 26 gennaio 1982, a Venezia, è tratta in arresto Anna Maria Sudati, nell’ambito delle indagini sul sequestro del generale americano. In sede giudiziaria, successivamente, la Sudati sporgerà denuncia contro i carabinieri per le sevizie subite dopo il suo arresto.

    Il 1 febbraio 1982, presso la caserma del 2° reparto Celere di Ps, il giudice Guido Papalia interroga il brigatista rosso Antonio Savasta. Nel verbale si legge: “…Si da atto che il Savasta presenta sul dorso della mano sinistra due segni caratteristici che a suo dire sono stati provocati dai ricci di mare…”.

    Il giorno dopo, il 2 febbraio 1982 a Verona, lo stesso Papalia prende atto delle condizioni fisiche del brigatista rosso Cesare Di Lenardo e ordina una perizia medica. Di Lenardo denuncia le sevizie subite dai poliziotti.

    Il 9 febbraio 1982 il giornalista Enrico Deaglio scrive un articolo per denunciare l’esistenza di voci incontrollate che riferiscono che agli arrestati delle Br siano state somministrate sostanze chimiche, nel corso degli interrogatori, per farli confessare, in particolare Pentotal, un farmaco anestetico che, in dosaggi massicci, tende ad annullare l’autocontrollo e, per questo motivo, è detto anche siero della verità (la cui produzione in Italia da parte dell’azienda farmaceutica Reprieve la Hospira Spa, con base a Liscate – Milano, ha sollevato in questo periodo diverse proteste in quanto il farmaco viene usato per le esecuzioni capitali in America).

    Il 10 febbraio 1982 a Roma, il sottosegretario agli Interni Marino Corder afferma che le notizie circolanti sulle torture inflitte ai brigatisti rossi, nell’ambito delle indagini sul sequestro Dozier ed altri casi, sono “sciocchezze enormi, nate dalla fervida fantasia di chi immagina le forze dell’ordine italiane simili a quelle di un paese dittatoriale.” Qualche giorno dopo, il 15 febbraio 1982, il ministro degli Interni Virginio Rognoni risponde, alla Camera, alle interpellanze presentate sull’uso di violenze e sevizie nel corso degli interrogatori dei militanti politici arrestati, negando assolutamente che cose del genere siano potute avvenire. “…Posso dire che sono totalmente false. In particolare, devo dire che i terroristi Cesare Di Lenardo e Giovanni Ciucci non sono stati accompagnati nelle carceri di Padova e di Trieste, come sostiene un quotidiano romano, né hanno mai avuto bisogno di cure mediche…”

    Ma il 28 febbraio 1982, sul settimanale “L’Espresso”, nell’articolo “Il rullo confessore”, Pier Vittorio Buffa denuncia i sistemi di tortura impiegati dalle forze di polizia nei confronti dei brigatisti rossi arrestati, fra i quali cita Ennio Di Rocco, Luciano Farina, Lino Vai, Nazareno Mantovani e Gianfranco Fornoni.

    Contemporaneamente, in quello stesso mese, il nascente “Comitato contro l’uso della tortura” lancia un appello a “magistrati, politici, giuristi, medici, avvocati, giornalisti, esponenti del mondo della cultura e ad ogni sincero democratico di entrare a far parte di questo Comitato portando il proprio specifico contributo affinché, una volta accertata pienamente la veridicità di quanto denunciato, si impegni a sensibilizzare l’opinione pubblica e a contribuire ad ogni iniziativa che valga a far cessare l’uso di tali pratiche…” Il mese successivo aderiranno a questo comitato: Alberto Benzoni, Pio Baldelli, Alfredo Barbagallo, Adele Faccio (del partito Radicale), Giacomo Mancini e Agostino Viviani (PSI) e Umberto Terracini (PCI).

    Il caso è ormai scoppiato e cercano di fare di tutto per correre ai ripari. Il 9 marzo 1982, la Procura della repubblica di Venezia dispone l’arresto del giornalista Pier Vittorio Buffa, imputato “del reato dell’art.372 c.p. perché deponendo innanzi al sostituto procuratore della repubblica di Venezia, Cesare Albanello, taceva in parte ciò che sapeva intorno alla fonte da cui apprese le notizie riportate nell’articolo ‘Il rullo confessore’ apparso sul settimanale L’Espresso del 28 febbraio 1982 e del quale egli era l’autore”.

    L’11 marzo 1982 – due giorni dopo – il giornalista de “l’Espresso” Pier Vittorio Buffa che era stato tratto in arresto, nei giorni precedenti, su ordine del sostituto procuratore Cesare Albanello, per non aver voluto rivelare i nomi dei suoi informatori sulle torture inflitte ai brigatisti rossi arrestati per il sequestro Dozier verrà assolto. La assoluzione è resa possibile dal capitano di Ps Ambrosini, segretario per il Veneto dello Siulp, e dell’agente di Ps Giovanni Trifirò che ammettono di essere stati loro a passare le notizie utilizzate dal giornalista nel suo articolo.

    Il 15 marzo 1982, il quotidiano “La Repubblica” scrive un articolo intitolato “Il Siulp apre un’inchiesta sui tre agenti sindacalisti. La Questura di Venezia: ‘trasferiteli’ “, che rende un idea delle reazioni che seguirono le rivelazioni del capitano di Ps Riccardo Ambrosini e dell’agente Giovanni Trifirò sulle torture inflitte ai brigatisti arrestati di cui avevano, poi, parlato con il giornalista Buffa. Intanto a Milano il giudice istruttore Maurizio Grigo era stato costretto ha rinviare a giudizio un funzionario della squadra mobile, Enrico Macrì, due brigadieri, Pio Cafaro e Antonio Scarpaneti, e l’agente Roberto Polidoro “per lesioni personali ai danni di Antonio Macina, fermato dalla polizia il 15 febbraio perché sospettato (risultò poi del tutto estraneo alla vicenda) di aver compiuto una estorsione ai danni del proprietario di un cinema”.

    Il 18 marzo 1982 il quotidiano romano “Paese sera”, nell’articolo intitolato “Sulla tortura polemiche fra avvocati, magistrati, polizia. Per Sica sono tutte invenzioni dei terroristi. Saraceni: ‘E’ vero’ “, a firma di Guido Rampoldi, riporta le dichiarazioni del magistrato Pasquale Saraceni che ricorda come un’inchiesta sul pestaggio di tre ladruncoli da parte della polizia, anni prima, gli fu sottratta, per finire nel nulla, dalla Procura della repubblica. “Così è sempre stato” , conclude Saraceni , “così continua ad essere: la polizia spesso picchia, la magistratura chiude gli occhi e si tura le orecchie”.

    E mentre la questione finisce per la prima volta al Consiglio Superiore della Magistratura (odg: “Denunce di maltrattamenti in danno di arrestati detenuti in articoli di stampa e interpellanze parlamentari al riguardo; problemi generali e istituzionali in relazione al ruolo della magistratura e ai suoi compiti in difesa dell’ordine democratico e dei diritti inviolabili della persona”), lo stesso giorno sul quotidiano “La Repubblica”, Luca Villoresi, nell’articolo intitolato “La testimonianza di alcuni poliziotti sulle discusse voci di maltrattamenti. Ma le torture ci sono state? Viaggio nelle segrete stanze. Quei giorni dell’operazione Dozier” riporta altre testimonianze rese da altripoliziotti che, in forma anonima, confermano le accuse di tortura inflitta agli arrestati.

    Il giorno dopo, il 19 marzo 1982, sul quotidiano romano “Paese sera”, nell’articolo di Giorgio Manzini intitolato “Il giudice milanese Spataro parla di violenze e pentiti. ‘Non credo alle torture ma non devono restare dubbi’ “, riporta le dichiarazioni del magistrato milanese che afferma come, proprio a Milano nel 1979, le stesse accuse rivolte alla polizia dagli arrestati per l’omicidio Torregiani si erano poi rivelate false, così che è giusto essere scettici dinanzi a quelle che ora vengono rivolte agli investigatori di Venezia per il caso Dozier.

    Intanto che gli articoli sui giornali che riprendono questi argomenti continuano a susseguirsi, il Ministro degli Interni, rispondendo ad un interrogazione parlamentare minimizza, e fornisce le cifre dei detenuti politici: 1.414 di sinistra, 432 di destra, dei quali 382 arrestati dalla data del 17 dicembre 1981, fra i primi, e 58 dei secondi.

    Il prezzo pagato in termini di affievolimento dei principi democratici secondo alcuni è pesante. Amnesty International dichiara di aver raccolto solo in 3 mesi una “mole impressionante” di denunce di torture in Italia. “…Tra le nostre fonti non ci sono solo le dichiarazioni delle vittime. Esistono anche lettere di agenti di polizia che lamentano la frequenza con cui la tortura verrebbe applicata a persone arrestate per terrorismo. (Settimanale L’Espresso del 21 marzo 1982).

    Il 23 marzo 1982, durante un dibattito alla Camera dei Deputati, Leonardo Sciascia dichiarerà: “”Vorrei molto brevemente soffermarmi su cose già dette, per ribadirle a mio modo. Ieri sera ho ascoltato con molta attenzione il discorso del ministro dell’Interno e ne ho tratto il senso di una ammonizione, di una messa in guardia: badate che state convergendo oggettivamente sulle posizioni dei terroristi! Personalmente di questa accusa ne ho abbastanza! In Italia basta che si cerchi la verità perché si venga accusati di convergere col terrorismo, nero, rosso, con la mafia, con la P2 o con qualsiasi altra cosa. Come cittadino e come scrittore posso anche subire una simile accusa, ma come deputato non l’accetto. Non si converge assolutamente col terrorismo quando si agita il problema della tortura”

    Il 15 del 1983 il Tribunale di Padova condanna per le torture inflitte ai brigatisti arrestati dopo il sequestro Dozier: gli agenti di Ps Danilo Amore a 1 anno e 2 mesi di reclusione; Giancarlo Aralla, a 1 anno e 1 mese; Carmelo di Janni e Fabio Laurenzi, ad 1 anno, con la concessione per tutti della sospensione condizionale della pena. Agli imputati è concessa l’attenuante “dell’aver agito per motivi di particolare valore morale e sociale…”. Un anno dopo, il 26 marzo 1984, a Venezia, la Corte di appello modificherà la sentenza di primo grado a carico dei poliziotti, derubricando i reati e condannando per la sola ‘violenza privata’ Danilo Amore e Giancarlo Aralla a 10 mesi di reclusione, Carmelo Di Janni e Fabio Laurenzi a 8 mesi ciascuno.

    La tesi che verrà ribadita più volte dal Governo sarà quella di negare ogni responsabilità della polizia affermando che le accuse di tortura possono essere spiegate con un “tentativo di ricercare solidarietà e di recuperare terreno inquinando i successi degli organi di polizia con un sospetto infamante”, come ebbe a dichiarare il sottosegretario Angelo Sanza il 18 marzo 1982.

    La Convenzione internazionale “contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti” verrà adottata dall’ONU il 10 dicembre 1984, ed entrerà in vigore a partire dal 26 giugno 1987. L’Italia la ratificherà un anno e mezzo dopo, il 3 novembre 1988, con la stagione del terrorismo, per fortuna, ormai alle spalle.

    Se la tortura è stata probabilmente utilizzata nel periodo dell’”emergenza democratica”, e ha consentito al nostro Paese di non sospendere i diritti costituzionali, con la dichiarazione dello stato di guerra, come aveva più volte chiesto il Movimento Sociale Italiano, e il nostro Stato, come altri, ha fatto qualche passo nella direzione del riconoscimento di diritti umani inalienabili, oggi dobbiamo pretendere che si faccia di più.

    Innanzitutto perchè la piaga dell’uso della tortura e delle sevizie non è mai totalmente scomparsa, come possiamo facilmente ricordare il G8 di Genova. Un anno dopo i fatti, il 14 luglio 2002, Amnesty International rilevava che: “Nel luglio 2001 ci fu in Italia una violazione dei diritti umani di proporzioni mai viste in Europa nella storia più recente”.

    Oggi credo che si possa dire che forse si è diventati più sensibili a questo argomento anche grazie al fatto che in quell’occasione, non solo estremisti o terroristi hanno subito trattamenti tanto disumani o degradanti, ma la gente comune.Così casi come quelli della morte di Federico Aldrovandi o di Stefano Cucchi, oggi forse trovano nell’opinione pubblica, mi auguro, una sensibilità diversa. Chi ha voglia di fare una rapida ricerca su Internet, può constatare che violenze di questa natura, senza arrivare alle estreme conseguenze dei due casi sopracitati, non riguardano purtroppo il passato, ma – naturalmente con tutte le differenze del caso – il nostro presente. In questo senso, come ha rilevato Amnesty International, è alquanto deludente che lo Stato italiano non ha ancora introdotto nel suo codice penale il reato di tortura, come previsto all’art. 1 della Convenzione sulla tortura , che l’Italia ha ratificato nel 1988.

    Il materiale usato in questo articolo per la costruzione della cronologia di molti avvenimenti è stato tratto dall’archivio storico della Fondazione Luigi Cipriani.

    Fonte: Guerre Contro
    Ultima modifica di Edric; 11-04-2012 alle 21:59
    Se è vero che il fine giustifica i mezzi, ne discende che il non raggiungimento del fine non consente più di giustificarli. N.Bobbio

    La tolleranza deve essere estesa a tutti tranne che agli intolleranti. N.Bobbio

Segnalibri

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •