Risultati da 1 a 14 di 14

Discussione: Addio ad Antonio Tabucchi

  1. #1

    Addio ad Antonio Tabucchi



    La casa di campagna era immersa nel silenzio, si era levata una brezza fresca che accarezzava le foglie del gelso. Buonanotte, dissi, o meglio: addio. A chi, o a che cosa, stavo dicendo addio? Non lo sapevo bene, ma era quel che mi andava di dire ad alta voce. Addio e buonanotte a tutti, ripetei. Reclinai il capo all'indietro e mi misi a guardare la luna.


    Antonio Tabucchi, Requiem





    Grazie!
    ...

  2. #2
    Ciao Antonio, addio.
    Se è vero che il fine giustifica i mezzi, ne discende che il non raggiungimento del fine non consente più di giustificarli. N.Bobbio

    La tolleranza deve essere estesa a tutti tranne che agli intolleranti. N.Bobbio

  3. #3
    Classe 1943: ottimi artisti.
    Con lui muore ancora una volta Pessoa.



    “Pessoa appoggiò una guancia sul cuscino e fece un sorriso stanco. Caro António Mora, disse, Proserpina mi vuole nel suo regno, è ora di partire, è ora di lasciare questo teatro d’immagini che chiamiamo la nostra vita, sapesse le cose che ho visto con gli occhiali dell’anima, ho visto i contrafforti di Orione, lassù nello spazio infinito, ho camminato con questi piedi terrestri sulla Croce del Sud, ho attraversato notti infinite come una cometa lucente, gli spazi interstellari dell’immaginazione, la voluttà e la paura, e sono stato uomo, donna, vecchio, bambina, sono stato la folla dei grandi boulevards delle capitali dell’Occidente, sono stato il placido Buddha dell’Oriente del quale invidiamo la calma e la saggezza, sono stato me stesso e gli altri, tutti gli altri che potevo essere, ho conosciuto onori e disonori, entusiasmi e sfinimenti, ho attraversato fiumi e impervie montagne, ho guardato placide greggi e ho ricevuto sul capo il sole e la pioggia, sono stato femmina in calore, sono stato il gatto che gioca per strada, sono stato sole e luna, e tutto perché la vita non basta. Ma ora basta, mio caro António Mora, vivere la mia vita è stato vivere mille vite, sono stanco, la mia candela si è consumata, la prego, mi dia i miei occhiali.”

    Antonio Tabucchi - Gli ultimi tre giorni di Fernando Pessoa

    Oggi non faccio niente. Anche ieri non ho fatto niente, ma non avevo finito
    Snoopy

  4. #4
    Una bella dichiarazione di non proprietà.

    Oggi non faccio niente. Anche ieri non ho fatto niente, ma non avevo finito
    Snoopy

  5. #5
    Un altro grande insegnamento.

    Guardare il mondo con occhi altrui, con altri punti di vista







    La letteratura è nomade, perché ci fa viaggiare nel mondo ma soprattutto ci fa viaggiare dentro noi stessi e anche dentro gli altri, perché nello scrivere, nel creare i personaggi letterari siamo obbligati a uscire da noi stessi e guardare il mondo con occhi altrui, con altri punti di vista, credo che sia questo una sorta di miracolo, perchè noi siamo talmente abituati a guradare le cose con il nostro punto di vista...


    Da Scrittori per un anno l’intervista è del 2008.


    L'intera intervista - qui -
    ...

  6. #6
    Caro Antonio, ho bevuto in tuo onore un succo di limone
    con tanto zucchero, dopo una camminata al sole.
    Odio che moriate così presto, così improvvisamente, mentre siete ancora così tanto necessari.
    Chiunque rifletta su queste quattro cose:
    ciò che è sopra, ciò che è sotto,
    ciò che è prima e ciò che è dopo,
    meglio sarebbe se non fosse mai nato.

    Talmud, Hagigah.

    ho una intelligenza intermittente
    come le luci dell'albero di natale

  7. #7
    Citazione Originariamente Scritto da Samarilla Visualizza Messaggio
    Caro Antonio, ho bevuto in tuo onore un succo di limone
    con tanto zucchero, dopo una camminata al sole.
    Odio che moriate così presto, così improvvisamente, mentre siete ancora così tanto necessari.

    Io con poco zucchero, perchè non amo il dolce, e l'ho accompagnata con le omelette alle erbe aromatiche fatte alla sua maniera con la mostarda di Digione.

    Troppo presto se n'è andato.
    ...

  8. #8
    Si, si ... Intanto è mezzogiorno, ed io ho fame.
    Omelette alle erbe aromatiche: farebbero resuscitare anche i morti.
    Se è vero che il fine giustifica i mezzi, ne discende che il non raggiungimento del fine non consente più di giustificarli. N.Bobbio

    La tolleranza deve essere estesa a tutti tranne che agli intolleranti. N.Bobbio

  9. #9
    Per apertivo una sua creazione il Janelas Verdes Dream.

    Io non l'ho provato, ma un suo “ammiratore” sì.

    - Qui -
    ...

  10. #10





    Finestre: ecco ciò di cui abbiamo bisogno, mi disse una volta un vecchio saggio in un paese lontano, la vastità del reale è incomprensibile, per capirlo bisogna rinchiuderlo in un rettangolo, la geometria si oppone al caos, per questo gli uomini hanno inventato le finestre che sono geometriche, e ogni geometria presuppone gli angoli retti. Sarà che la nostra vita è subordinata anch'essa agli angoli retti? Sai, quei difficili itinerarì, fatti di segmenti, che tutti noi dobbiamo percorrere semplicemente per arrivare alla nostra fine, forse, ma se una donna come me ci pensa da una terrazza spalancata sul Mar Egeo, in una sera come questa, capisce che tutto ciò che pensiamo, che viviamo, che abbiamo vissuto, che immaginiamo, che desideriamo, non può essere governato dalle geometrie. E che le finestre sono solo una pavida forma di geometria degli uomini che temono lo sguardo circolare, dove tutto entra senza senso e senza rimedio, come quando Talete guardava le stelle, che non entrano nel riquadro della finestra.


    AntonioTabucchi, Si sta facendo sempre più tardi.


    ...

  11. #11
    Cento vite scomode chiamate Tabucchi


    Ricordo dello scrittore scomparso in marzo



    Ranieri Polese



    In memoria di uno scrittore amico, che ci ha lasciato il 25 marzo di quest'anno. Antonio Tabucchi che raccontava a voce le storie più incredibili e belle, che magari qualche tempo dopo uno ritrovava in un suo libro; Tabucchi che nell'ultimo anno voleva scrivere un romanzo di sms sull'Italia; Tabucchi che pensava a un libro sugli ultimi giorni di Walter Benjamin; Tabucchi che viaggiava come in un perenne trasloco («ho vissuto in molti altrove»); Tabucchi che nessuno sapeva mai dov'era - Parigi Lisbona Vecchiano - poi all'improvviso, a qualunque ora, telefonava; Tabucchi con l'altalena dei suoi stati d'animo, con l'ingordigia di sigarette, con la passione per lo champagne; Tabucchi che sapeva essere un maestro come gli antichi maestri di bottega, ruvido a volte ma sempre generoso.

    Parlano di lui e lo ricordano degli scrittori di generazioni diverse che l'hanno conosciuto, frequentato, ascoltato, in un libro intitolato Una giornata con Tabucchi (ed. Cavallo di ferro). Sono Dacia Maraini, Paolo Di Paolo, Ugo Riccarelli e Romana Petri, ma nel libro c'è anche una lunga intervista realizzata da Carlos Gumpert per Dedica, Pordenone 2001.

    Il senso del titolo si spiega leggendo un passo dello scritto di Paolo Di Paolo: «Una giornata con Tabucchi era anche la giornata "di" Tabucchi: spiazzante, carica di sorprese, sull'altalena dei suoi stati d'animo». Di questo Tabucchi privato parlano un po' tutti: delle sue «risate contagiose» (Maraini), della sua «affabilità contagiosa» e delle sue «tempeste violente di malinconia» (Di Paolo), dei suoi «malumori», dei suoi «sorrisi» (Riccarelli). Romana Petri, dopo aver letto Donna di Porto Pim, gli scrive per chiedere un itinerario di viaggio e scopre Lisbona e le Azzorre. Sempre lei ricorda il primo incontro (1992), il viaggio in treno a Firenze, la coincidenza per Pisa, e poi il ritorno con lo scrittore che la riporta in macchina a Firenze. E qui, nella sala d'attesa della stazione, comincia a scrivere un racconto in cui vero e romanzesco si confondono, per colpa di un personaggio, Isabel, conosciuto sui libri di Tabucchi, e che ora prende nuova vita. L'incontro fra Dacia Maraini e Tabucchi risale agli anni di quando lui insegnava a Siena. Abitava a Firenze in una casa che guardava sul Cimitero degli inglesi (quello dov'è sepolta Elizabeth Barrett Browning e che per molti ha ispirato «L'isola dei morti» di Arnold Böcklin).

    In quegli anni, a Firenze, scoppia la polemica sui rom, relegati in campi senz'acqua né luce, costretti a una vita subumana e a rendersi invisibili in una città che vive di turismo e di moda. Con il pamphlet Gli zingari e il Rinascimento Tabucchi inaugura la sua stagione di interventi politici, di intellettuale scomodo che non si accontenta di chiamare i pompieri se vede un incendio (in polemica con Umberto Eco scrive La gastrite di Platone, 1998). Paolo Di Paolo ricorda, nel suo testo, il decennio successivo, quando interviene contro i governi Berlusconi e scrive lettere aperte al Presidente della Repubblica perché non metta la sua firma sulle leggi del Cavaliere. Articoli che comparivano sui giornali stranieri, «El País» e «Le Monde», ma creavano problemi in Italia. «Più di un articolo su temi politici gli ha fruttato guai, anche seri. (...) Coltivava - e gli venivano contraccambiate - colossali antipatie, pregiudizi da estremista buono, convinzioni testarde che era difficile, forse impossibile, modificare. Stefano Benni l'ha chiamato "moschettiere", è una definizione perfetta».

    Ma più che il Tabucchi politico (a cui è stato dedicato un numero di «Micromega») qui c'è lo scrittore che sa che le storie non si concludono mai, che alle domande seguono altre domande, che viaggiare è un po' perdersi, che le persone care che se ne sono andate possono a volte riapparire. Tutti gli scrittori di questo libro avrebbero voluto che lui ci raccontasse molto di più della sua vita poco conosciuta, per intendersi quella di prima del successo mondiale (Pereira naturalmente), di cui a volta lasciava indovinare piccoli sprazzi, come le gite in treno a Firenze con lo zio per vedere i grandi musei, le spiagge della Versilia quando c'erano le donne che vendevano i bomboloni, il primo lungo soggiorno in Portogallo. Pudore, il rifiuto di mettere la vita in ordine alfabetico, forse. Ma qui conta soprattutto quella cifra che è solo di Tabucchi, la malinconia, la nostalgia per un qualcosa che non viene detto («ti ricordi com'era bella l'Italia?») e che diventa il motivo insistente di una dolce, straziata inquietudine. Con la consapevolezza che nel tempo che ci è dato, si sta facendo sempre più tardi.

    11 dicembre 2012


    http://www.corriere.it/
    ...

  12. #12
    Tabucchi, la letteratura come inquietudine






    A un anno dalla scomparsa del più portoghese tra gli scrittori italiani
    Le battaglie civili di un intellettuale che poneva
    l’onestà al di sopra di tutto



    OSVALDO GUERRIERI



    Il 25 marzo di un anno fa moriva a Lisbona Antonio Tabucchi. Aveva sessantotto anni e nessuno sapeva che era malato. Anche gli amici ignoravano che un cancro ai polmoni gli stava spolpando la vita.

    L’urna con le sue ceneri fu collocata nella cappella gotica del cimitero dei Prazeres dedicata alla memoria degli «escritores portugueses»: sembrava la scelta più naturale custodire in quel luogo i resti del più portoghese dei nostri scrittori. E poi, come per indicare un legame astrale, la cappella della «saudoza memoria» non è molto distante dal monastero dei Jeronimos dove riposano le spoglie di quel Pessoa che Tabucchi fece conoscere in Italia, tradusse in collaborazione con la moglie Maria José de Lancastre, detta Zé, e divenne quasi un suo misterioso doppio.

    Naturalmente Tabucchi non è stato soltanto il fervido divulgatore della poesia di Fernando Pessoa, né l’inquilino di Lisbona tanto abbagliato dalla sua luce da suggerire agli amici l’immagine dell’italiano che sogna in portoghese. Tabucchi è stato molte altre cose che, pur diverse fra loro, sono riuscite ad armonizzarsi dentro la sua persona. È stato un viaggiatore e un uomo del mondo che, oltre a Pisa e all’amato rifugio di Vecchiano, oltre a Lisbona, aveva Parigi nel cuore e nella mente. È stato un narratore di atmosfere misteriose. È stato un intellettuale senza padroni, obbediente al motto «non serviam»: non servirò.

    Queste sue molteplici facce, quasi una proiezione del «baule pieno di gente» di cui trabocca la poesia di Pessoa, sono rintracciabili in una produzione letteraria che ha raggiunto presto il cuore dei lettori, da Piazza d’Italia a Notturno indiano che, pubblicato nel 1984, fu trasformato in film nel 1989 da Alain Corneau. Nel 1994, anno per lui importantissimo, Tabucchi pubblicò due libri che ancora oggi paiono fondamentali. Il primo era Requiem, scritto direttamente in portoghese e solo successivamente tradotto in italiano. In quelle pagine si incontrano tutti gli incubi e i sogni dell’io narrante, tutte le persone che gli sono state care, compreso Pessoa che parla in inglese.

    L’altro libro era Sostiene Pereira, che diede a Tabucchi una larghissima rinomanza e nel ’95 diventò un film di successo con la regia di Roberto Faenza. Quando il romanzo finì nelle mani di Marcello Mastroianni, l’attore, a lettura finita, si attaccò al telefono, chiamò lo scrittore e gli disse, quasi gli urlò: «Pereira sono io!» come rivendicando una primogenitura interpretativa. Complessa la genesi del Pereira. Tabucchi trasse il nome da Eliot e da un suo piccolo intermezzo intitolato What about Pereira? In un articolo scritto per Il Gazzettino, contenuto in appendice al volume pubblicato da Feltrinelli, confessò che Pereira veniva a visitarlo per chiedergli di essere scritto. Sembrava un personaggio in cerca di autore, un’invenzione di Pirandello.

    Ma Pereira era esistito. Tabucchi lo aveva incontrato a Parigi. Era un giornalista portoghese rifugiatosi in Francia per difendersi dalle rappresaglie poliziesche dopo avere scritto un articolo contro la dittatura. Tornato in patria dopo la caduta di Salazar, nessuno si ricordava più di lui. Tabucchi se lo trovò sotto gli occhi leggendo il necrologio della sua morte. Andò a salutarlo. Disteso nella bara, gli parve grasso e flaccido. Tornarono i ricordi, poi la fantasia fece il resto.

    Al di là della riuscita letteraria, Sostiene Pereira segnò uno snodo cruciale nella vita e nella carriera di Tabucchi. Il romanzo dell’intellettuale che dalla sua marginalità si oppone a un regime dittatoriale superava la dimensione della favola e diventava un simbolo di condotta civile. In Italia erano gli anni dell’ascesa berlusconiana. I maîtres-à-penser che avevano nutrito l’animo di Tabucchi - primo fra tutti Camus e il suo homme révolté - si svegliarono. E lui, anche quando continuava a offrirsi come narratore, si trasformava in uomo pubblico. «Non crede - domandava il personaggio del Convitato nel finale di Requiem - che sia proprio questo che deve fare la letteratura, inquietare?».

    E Tabucchi, fuori e dentro la letteratura, inquietava, provocava. Nell’attività politica di Berlusconi, e nell’opposizione insignificante, vedeva un paese condannato alla deriva. Cominciò a protestare. Pubblicò articoli durissimi su Micromega e su Le Monde. Sull’Unità attaccò Renato Schifani e il presidente del Senato lo denunciò chiedendo un milione di euro come risarcimento. «Sosteniamo Tabucchi» proclamò Le Monde raccogliendo firme di solidarietà tra gli intellettuali di tutto il mondo.

    Ma Tabucchi si considerava così libero da andare anche contro gli «intellos» che lo avevano sostenuto. È accaduto in occasione dell’ultima battaglia civile combattuta contro Cesare Battisti. In Francia l’ex terrorista condannato in contumacia dalla giustizia italiana per quattro omicidi commessi durante gli anni di piombo aveva ottenuto una larga rete di protezione. Gli «innocentisti a priori», primo tra tutti il filosofo Bernard-Henri Lévy, lo consideravano un perseguitato, la vittima di un sistema iniquo.

    E Tabucchi reagiva, li trattava da ignoranti, da gente che non sapeva l’italiano e perciò non era in grado di leggere una sentenza. Gente, soprattutto, che ignorava la Storia. Era fatto così, ed è superfluo notare come sembri essersi perduto, con lui, lo stampo dell’intellettuale che pone la verità e l’onestà al di sopra di ogni altro bene.

    È stato un uomo plurale come Pessoa, ed è su questa sua molteplicità che si snoderanno le tre giornate fiorentine con cui, un anno dopo, si renderà omaggio a un uomo che, alludendo a se stesso, aveva scritto:


    «Gli artisti sono sempre piccoli David di fronte a un enorme Golia. Non sono loro a far cadere i regimi, ma vivendo nell’Attuale, nel loro tempo, nel loro ”ora”, se non altro ne osservano le storture; se non altro, tentano di capire il perché e il quando delle cose, di ciò che non va. E capire è già molto».


    22/03/2013


    http://www.lastampa.it/
    ...

  13. #13
    Requiem per Antonio Tabucchi




    «La vita non è in ordine alfabetico come credete voi.
    Appare… un po’ qua e un po’ là, come meglio crede, sono briciole,
    il problema è raccoglierle dopo…»


    Antonio Tabucchi, Tristano muore






    Nella costa settentrionale di Creta, a Haniá (Chaniá), appena fuori dall’antico centro fortificato veneziano, dopo la grande Moschea, c’è un magico alberghetto, dove ho passato giorni bellissimi. Il “Doma” è ricavato dall’ex dimora ottocentesca di un viceconsole britannico. Al primo piano, nella sala da pranzo con enormi finestre spalancate sul mare, occupata da tavole apparecchiate con tovaglie di lino, e coppette di marmellate fatte in case, e yogurt da guarnire con miele, gelatina di rose e noci, c’è su una parete, incorniciata, una copia della traduzione greca, con la copertina disegnata da Valerio Adami, di un racconto di Antonio Tabucchi che dice, a un certo punto:

    «Doma, una piccola villa neoclassica, fino ad alcuni anni fa residenza di una famiglia del luogo, è stata trasformata dalle mie amiche Rena e Ioanna Koutsoudaki (due signore, mi piace ripeterlo, la cui raffinatezza, cultura e gentilezza sono tali che in mancanza di aggettivi migliori potremmo definire “neoclassiche” come la loro casa), in un piccolo ed elegante albergo che ha la straordinaria virtù di farvi sentire a casa anche nel caso che voi di neoclassico non abbiate niente. C’è della mobilia di famiglia, nell’albergo, quadri, oggetti, e appese alle pareti vecchie fotografie di una famiglia (o di famiglie cretesi) che non vi appartengono ma che adottate immediatamente, perché è anche vostra senza esserlo: è un po’ il passato della nostra vecchia Europa, così uguale e per nostra fortuna così diversa». (A. Tabucchi, Viaggi e altri viaggi, Feltrinelli, Milano 2010, p. 208).


    Tabucchi adorava quel luogo, dove aveva scritto uno dei suoi racconti-lettera più belli, Il fiume (A. Tabucchi, Si sta facendo sempre più tardi. Romanzo in forma di lettere, Feltrinelli, Milano 2001, pp. 20-37), dedicato all’«ineguagliabile ospitalità» delle due simpatiche padrone. Sono poche pagine, frutto evidente di una sorta di illuminazione che lo porta a sostenere: «Siamo sempre alla ricerca della stessa logica: causa effetto, causa effetto, causa effetto, solo per dare un senso a ciò che è privo di senso. È per questo (…) che hanno scelto il silenzio le persone che nella vita in un modo o nell’altro hanno scelto il silenzio: perché hanno intuito che parlare, e soprattutto scrivere, è sempre un modo di venire a patti con la mancanza di senso della vita».


    E oggi che la sua voce si è spenta (un anno fa: il 25 marzo), è difficile non ripensare a come terminava quel racconto: «Tutto finirà in un attimo, in una modestissima bolla, un residuo, un niente, come una scorreggia del tempo. (…) Non ci sono sponde, c’è solo il fiume (…). Ora lo so, che idioti, ci preoccupavamo tanto delle sponde e invece c’era solo il fiume». Di quel fiume senza limiti, Tabucchi, che si definiva «uno che si cerca e si cercherà sempre» (Conversazione con Antonio Tabucchi. Dove va il romanzo?, a c. di P. Guaglianone e M. Cassini, Il libro che non c’è, Roma 1995, p. 34), ha in realtà parlato per tutta la sua opera, raggiungendo il culmine nel romanzo scritto in portoghese Requiem (A. Tabucchi, Requiem, uma alucinação, Quetzal Editores, Lisboa 1991; trad. it. Requiem, Feltrinelli, Milano 1992): un vagabondaggio, un’allucinazione, uno scongiuro, un congedo dai fantasmi di una donna, di un padre, di un amico, di un poeta, di una casa, di una città.

    L’ultimo congedo di Tabucchi, il suo funerale a Lisbona, il 29 marzo 2012, è stato raccontato con discrezione e passione, in modo come sempre perfetto, da Andrea Bajani (A. Bajani, Mi riconosci, Feltrinelli, Milano 2013), che ha saputo raccontare la inciampante cerimonia del suo addio, come un surreale e malinconico scherzo: a cominciare da quando il portellone della macchina delle pompe funebri si aprì e non uscì la bara che tutti si sarebbero aspettati, ma una scatolina di legno chiaro, con dentro le ceneri.
    Tabucchi è sepolto nel Cimitério Dos Prazeres di Lisbona, nella tomba degli “escritores portugueses”. Il Portogallo fu per Tabucchi il luogo dell’anima, il luogo dell’affetto, la patria adottiva («Amo il Portogallo proprio perché è un paese del sud, un paese di grande luce, di grande sole, di giornate lunghissime»). Grazie all’incontro empatico con la poesia di Fernando Pessoa, Tabucchi uscì dalle sue radici italiane diventando un poco lusitano. A Lisbona, Tabucchi è diventato davvero uno scrittore europeo, di casa a Parigi, come in Portogallo o a Creta, raccontando le sue belle storie che vanno oltre il filo dell’orizzonte italiano.


    FRANCESCO CATALUCCIO

    25 marzo 2013


    http://www.ilpost.it
    ...

  14. #14
    io Tabucchi c'ho provato a leggerlo, ma ho resistito 5 pagine...
    come fate a sorbirvi tutta quella roba??
    Nietzsche è impazzito, ma se l'è meritato. Qui invece di pazzi ne abbiamo fin troppi che non se lo sono sudato, non se lo sono guadagnato. Questo è il discorso. E sono squallidi, mediocri. Come i nostri governanti, i vostri governanti.

    Carmelo Pompilio Realino Antonio Bene

Segnalibri

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •