Trayvon Martins: Il mito dell’America post-razziale

Mar 25th, 2012




di Khaled A Beydoun (*) e Linda Sarsour (**)


L’uccisione di un giovane uomo di colore è la dimostrazione di come il razzismo sia strutturalmente e istituzionalmente ancora forte in America.

Trayvon Martins aveva appena incominciato a vivere. Era un figlio. Era uno studente delle scuole superiori, che aveva davanti il college, una carriera e forse una propria famiglia.

Trayvon Martins era molte cose, ma per George Zimmerman era solo un nero.

La corsa dell’adolescente era sufficente a generare il sospetto e a fare si che il vigilantes di quartiere entrasse in azione, anche se non possedeva nessuna formazione ne autorità per farlo, ma solo la prerogativa di essere un razzista – ed ha ucciso un ragazzo inerme e spaventato che scappava per salvarsi la vita.

Il 28 novembre 2011, nessuna altra cosa era importante se non il fatto di essere un ‘negro’ e la demonizzazione strutturalmente radicata verso i neri codificata dalle nostre leggi, perpetuata dalle nostre forze di polizia e sottoscritta dai nostri amici e colleghi, compagni di classe e familiari.

Trayvon Martins non è, come molti scrittori ed esperti hanno commentato dopo la sua morte, una reminescenza del razzismo americano. Per gli afro-americani e per la maggior parte delle persone di colore, il razzismo, la xenofobia e i pregiudizi religiosi sono esperienze comunemente vissute nella loro quotidianità.

Nel caso di Trayvon Martins, un mix di pregiudizi razzisti ha determinato la sua morte prematura: il punto di vista di Zimmerman che un giovane negro deve essere per forza impegnato in attività criminali in virtù dell’appartenenza alla sua razza; e i vigilantes di quartiere così come i poliziotti mettono in atto in nome della legge un razzismo strutturalmente inglobato nei reparti di polizia e all’interno del sistema penale nazionale.

Il mito dell’era Obama.


Per l’America bianca, l’elezione a Presidente di Barak Obama ha segnato la presa di distanza da un passato razziale. Dopo il 2008, gli americani bianchi hanno sostenuto che l’America era entrata nella fase embrionale di un era post-razziale. Il razzismo americano si intreccia con la storia della nazione, è codificato nel diritto e radicato nelle sue istituzioni. I suoi artefici e custodi erano, e sono ancora, in gran parte bianchi.

I bianchi raramente hanno sperimentato il razzismo, in forme mortali, frequenti o latenti. Questo ha contribuito a dare vita all’utopia di un’America libera dal razzismo. In questo stato daltonico, i diritti di cittadinanza vengono negati agli afro-americani, a imusulmani americani e ai latinos in virtù di una triade di sospetti: la criminalità, il terrorismo e l’immigrazione clandestina.

Tuttavia gli americanni bianchi non sono gli unici ad essere incolpati di razzismo. Il 10 marzo, un arabo americano, impiegato in un distributore di benzina a Detroit è morto e ha a sua volta ucciso un 24 enne afro-americano dopo una discussione sul prezzo di una scatola di preservativi. Delitti a sfondo razziale e omicidi tra afro-americani e latinos sono fino troppo frequenti, e la tensione esplosiva tra commercianti asiatico-americani e arabo-americani è ben documentata.

Istituzionalmente e strutturalmente il razzismo è ancora forte negli Stati Uniti. Questo è reso evidente dai diversi tassi di incarcerazione e condanna, dalla decimazione delle iniziative per la promozione dell’uguaglianza dei diritti, dal sistema scolastico pubblico fattiscente nelle comunità abitate da minoranze, e dai fin troppo abituali omicidi a sangue freddo di persone di colore – sia all’interno degli Stati Uniti sia oltre il confine – da parte di vigilantes, poliziotti e militari.

“Peggio di una psicosi nazionale”.

Kumar Rao, un avvocato della difesa del Bronx, New York, ha dichiarato che: ” L’uccisione di Martins riflette in assoluto la peggiore psicosi nazionale.” L’idea che i maschi neri – giovani o meno giovani – siano intrinsecamente pericolosi e non degni della loro incolumità personale; e l’impegno da parte dello Stato affinchè questa credenza perduri e sia istituzionalizzata”.

L’omicidio di Trayvon Martins poteva essere evitato, ma viene ancora perversamente giustificato dal silenzio dello Stato.

Zimmerman era un vigilantes di quartiere – non un funzionario di polizia – ma la differenza è sottile in questo caso.

Alcuni funzionari di polizia, da Miami a Oakland, mettono in mostra lo stesso comportamento avventato e sprezzante di Zimmerman. Ma la cosa più preoccupante è che funzionari di polizia e interi reparti si rendono responsabili di arresti per motivi razziali, pestaggi di individui sotto custodia, e lo fanno sotto la copertura della legge. Eppure Zimmerman non aveva questa copertura. Questo rende ancora più sconcertante e assurdo questo caso, anche perchè la polizia gli aveva dato l’ordine di “interrompere l’inseguimento”, come è stato rivelato dalle registrazioni che sono state rese disponibili il 19 marzo. Se Zimmerman, un vigilantes di quartiere – un volontario senza alcuna formazione – avesse obbedito agli ordini della polizia, oggi Martins sarebbe ancora vivo.

Zimmerman non ha obbedito a quell’ordine, si è sostituito alla legge, e non è mai stato arrestato.


L’importanza del caso Trayvon Martins si fonda sull’urgenza legata all’attuale momento socio-politico. Il Dipartimento di Polizia di New York ha trasformato qualsiasi musulmano arabo o nero, qualsiasi asiatico o latinos, in un bersaglio di spionaggio illegale o, peggio ancora, di una condanna ingiusta per terrorismo basata esclusivamente sulla sua religione o sulla sua etnia. Il fatto che il Dipartimento di Polizia di New York ha appiccicato l’etichetta ai musulmani neri americani di “interessamento per le origini” dimostra quanto l’applicazione della legge andrebbe a giustificare indagini orientate al profilo etnico o religioso.

Punti in comune.

Gli americani arabi e i musulmani a New York hanno dei punti in comune – se si tratta degli arresti e delle perquisizione dei giovani neri o latinos, dello spionaggio illegale della loro quotidianità, hanno dei punti in comune con le persone di colore prese di mira dai più grandi reparti di polizia del paese. Per raggiungere l’obiettivo di sconfiggere il razzismo istituzionalizzato del Dipartimento di Polizia di New York, e creare un precedente per il paese, dobbiamo coalizzarci, collegare le nostre lotte e chiedere conto tutti insieme per le nostre comunità. Nessuno potrà vincere da solo. Nel giugno 2009, un poliziotto di Miami ha sparato e ucciso Husein Shehada, 29 anni,un americano arabo, dopo che aveva passato una serata speciale una con il fratello e la fidanzata.

Shehada, come Martin, era disarmato e non rappresentava alcuna minaccia. Eppure, il poliziotto bianco, Adam Tavss, era convinto che la sua provenienza etnica fosse sufficente a rendere Shehada una persona sospetta e ucciderlo.

Il valore della vita di un arabo – sia quella di un bambino palestinese senza nome bombardato da aerei da combattimento finanziati con soldi americani o quella di un giovane americano incarcerato e interrogato perchè frequentava una particolare moschea – sta rapidamente cadendo verso il basso negli Stati Uniti, e ancora di più nel mondo arabo.

Trayvon Martins non è un martire o il simbolo dell’ingiustizia razziale. Amadou Diallo, Sean Bell, Malice Green o Ramaley Graham, sono altri giovani afro-americani abbattuti per il colore della loro pelle, e ve ne sono innumerevoli altri che rimangono senza nome.

Recentemente il caso di Troy Davis ha scosso la nazione quale ultima vittima di un sistema giudiziario sbagliato che continua a fallire con la gente di colore, ma non con una persona alla volta, con arresti di massa e i tassi di condanna.

Trayvon Martin era un individuo e nello stesso tempo l’ archetipo dei nostri fratelli, dei nostri figli, dei nostri nipoti. Trayvon è Mohammed che cammina su Atlantic Avenue, vulnerabile ai poliziotti che diffidano della sua barba. Trayvon è Carlos, che indossando i Dodger Blue Pico Rivera e per il colore della sua pelle è stato scambiato per un bandito dalla Squadra Anti-Gang del Dipartimento di Polizia di Los Angeles.

Articolo originale: Trayvon Martin: The myth of US post-racialism , Aljazeera del 22 marzo 2012

(*) Khaled A Beydoun, nativo di Detroit, è un avvocato che lavvora a Washington D.C.

(**) Linda Sarsour è una musulmana palestinese americana, leader di una organizzazione no-profit, conferenziera e organizzatrice di comunità.

-------------------------------------

Il 23 marzo il Presidente Barak Obama è intervenuto davanti all’opinione pubblica ha affermato che la morte di questo adolescente in Florida è stata una tragedia che deve essere indagata fino in fondo.

OBAMA: "If I had a son, he'd look like Trayvon", ("Se avessi un figlio, avrebbe l'aspetto di Trayvon")




FONTE: Guerre Contro