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Provate a fare il nome di Vinicius De Moraes a un brasiliano. Immancabilmente, come per magia, il viso si distenderà in un radioso sorriso di nostalgia, anzi, sarebbe meglio dire di “saudade”. L’effetto è prodigioso, e non capita solo ai brasiliani. Chiunque si sia imbattuto nel suo poetar cantando conserva il ricordo di un’aura, intangibile, preziosa.
Il fatto è che raramente un artista ha saputo spargere tanta gioia poetica nel mondo. La sua vita è stata un’irripetibile fiaba letteraria, la storia di un poeta che si è fatto musico, un intellettuale che è uscito dall’accademia per abbracciare il suo amato popolo, per interpretarne i sentimenti profondi, raccontarne l’epos avvincente.
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Nel 1954 la svolta. Scrive la piece teatrale
Orfeo da conceiçao, che cinque anni più tardi Marcel Camus trasformò in un film che fece furore in tutto il mondo (premiato con l’Oscar e la Palma d’oro a Cannes). Nella sua visione, il mito di Orfeo riviveva in una favela, l’incantatore è un ragazzo, un tranviere che canta e suona in modo mirabile, e secondo alcuni è grazie al suo canto che ogni mattina spunta il sole. Il mito arrivava così nelle strade povere di Rio, si confondeva coi riti pagani del carnevale.
Un vero colpo di genio e quando fu fatto il film (che ai brasiliani piacque poco perché riproneva una versione “straniera”, esotica, del loro mondo) le musiche erano già in odore di bossa nova.
Vinicius amava la gente, passava intere giornate a chiacchierare e la sua casa divenne un porto di mare aperto a tutti. Chiunque poteva arrivare, bastava che avesse una chitarra sotto braccio, o in mancanza di quella una bottiglia di whisky, e ci si metteva a cantare.
Era prodigo, generoso con tutti, soprattutto quando iniziò a incassare ottimi profitti dai diritti d’autore, e girava con rotoli sparsi di banconote che spendeva ovunque, senza badare minimamente al valore del denaro, come ricordano divertiti molti testimoni delle sue scorribande in giro per i bar di Rio.
In questo fervore nacque la bossa nova, la più importante rivoluzione della musica popolare brasiliana, il punto di svolta. C’è un prima e un dopo la bossa nova, un po’ come in Italia, in tutt’altra veste musicale, successe con Volare di Modugno.
L’avvio fu una canzone,
Chega di saudade, scritta con Jobim e cantata da Joao Gilberto. Nessuno aveva mai sentito una cosa del genere. C’è una intera generazione di musicisti pronti a giurare che dopo aver ascoltato quel pezzo la loro vita è cambiata. La sintesi era irresistibile.
Jobim e Vinicius, grazie alla complicità dell’inarrivabile e sommessa interpretazione di Joao Gilberto, avevano inventato uno stile che era ben inserito nella tradizione, ma allo stesso tempo moderno, complesso, raffinatissimo, amato poi dai jazzisti americani e diventato uno stile classico, quasi obbligatorio, per ogni musicista. La bossa nova era la soluzione perfetta, una musica fortemente intellettuale che però aveva la grazia necessaria per essere amata da tutti. A questo punto il vero Vinicius era sbocciato, brillava in tutta la sua forza.
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L’epitaffio più bello che si potesse immaginare l’ha tirato fuori Maria Bethania, che nel film dice di Vinicius:
“Se è vero che l’essenziale della vita è dare amore e riceverlo, allora Vinicius è stato mandato sulla terra per ricordarcelo costantemente”
Gino Castaldo,
Vinicius De Moraes, La Domenica di Repubblica, Domenica 13 maggio 2007
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