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Discussione: Processo per l'omicidio di Arrigoni

  1. #1

    Processo per l'omicidio di Arrigoni

    si sapra' mai la verita'?


    http://notizie.virgilio.it/cronaca/p...re_154497.html

    Ankara, 23 ago. (TMNews) - Il processo contro i presunti assassini di Vittorio Arrigoni, il pacifista italiano, 36 anni, ucciso a Gaza il 15 aprile scorso, potrebbe iniziare l'8 settembre prossimo. Lo afferma il quotidiano "Il Manifesto" che ha raccolto alcune indiscrezioni nella Striscia di Gaza. L'inchiesta condotta dalla procura militare di Gaza si è conclusa nel giugno scorso con il rinvio a giudizio di due palestinesi, presunti appartenenti al gruppo salafita "Tawhid wal Jihad".
    Vik vive!

  2. #2
    PALESTINA/LA MORTE DI VITTORIO ARRIGONI

    Vittorio Arrigoni.
    L'8 settembre si apre il processo






    L'inchiesta condotta dalla Procura militare di Gaza
    si è chiusa a giugno con il rinvio a giudizio di 2 palestinesi



    Michele Giorgio


    In questi giorni abbiamo sentito tanto la mancanza di Vittorio Arrigoni. Vik, come amavamo chiamarlo, ci viziava passandoci informazioni precise e in tempo reale su quanto accadeva a Gaza ogni giorno, senza tralasciare il più piccolo particolare. E prezioso sarebbe stato il suo contributo in queste ore in cui la Striscia rivive la paura dei bombardamenti aerei israeliani, degli attacchi «mirati» ma che mirati lo sono molto poco, della pressione dei carri armati pronti a lanciarsi in profonde e devastanti incursioni in questo lembo di terra palestinese che paga sempre il conto per tutti. Vik avrebbe potuto raccontarci tanto, anche questa volta, ma giovani assassini, presunti salafiti del gruppo «Tawhid wal Jihad» - apparentemente decisi ad affermarsi come gruppo armato grazie ad un rapimento «eccellente» - lo scorso 15 aprile hanno strappato Vittorio alla famiglia, agli amici e ai tanti che in Italia (e non solo) seguivano il suo resoconto quotidiano della difficile condizione di Gaza.

    Sono andate davvero così le cose? Le certezze sono poche e i misteri irrisolti troppi. In ogni caso, la regia esterna dell'assassinio di Vittorio resta una ipotesi da non scartare. Ne sapremo, forse, qualcosa in più il prossimo 8 settembre quando, finalmente, dovrebbe aprirsi la prima udienza del processo a carico di almeno uno degli assassini. Si tratta per il momento di una indiscrezione, riferita al manifesto da un giornalista di Gaza ben informato e con buone fonti nel governo di Hamas che ha chiesto di rimanere anonimo. La cautela è d'obbligo, anche alla luce dell'atteggiamento reticente, ai limiti dell'ambiguità, mostrato dal movimento islamico sin dal giorno dell'uccisione di Vik, lo scorso 15 aprile.

    Atteggiamento che non è cambiato nonostante le assicurazioni date in più occasioni alla famiglia di Vittorio dal vice ministro degli esteri del governo di Hamas, Ghazi Hamad. Il governo di Gaza non ha ancora fatto un solo annuncio ufficiale sulle indagini svolte nei mesi scorsi e attraverso suoi rappresentanti si è limitato a riferire al manifesto ipotesi piuttosto vaghe sugli organizzatori ed esecutori dell'assassinio di Vik. Non solo, la nostra fonte di Gaza ha aggiunto che lo scorso 11 agosto si è tenuta una udienza preliminare del processo. Già due mesi fa il governo di Hamas si era rifiutato di consegnare agli avvocati dei genitori di Vittorio, il fascicolo con i risultati delle indagini svolte in questi mesi.

    L'inchiesta condotta dalla Procura militare di Gaza si è chiusa nella seconda metà di giugno e il file è stato consegnato ai giudici militari che hanno poi deciso di rinviare a giudizio due palestinesi (al momento in carcere) coinvolti nell'omicidio (altri due sono rimasti uccisi in un conflitto a fuoco con reparti scelti di Hamas poco dopo l'assassinio di Vik). È evidente che il processo e la pubblicazione dei verbali degli interrogatori degli imputati hanno un peso eccezionale per chi attende di capire perché è stato assassinato Vittorio che a Gaza godeva di stima e considerazione. Purtroppo però le autorità di Gaza si sono rifiutate sino ad oggi di consegnare quel fascicolo a causa della procura imperfetta fatta dal padre e dalla madre di Vik a favore del Centro palestinese per i diritti umani di Gaza. Secondo i giudici militari di Gaza la traduzione in arabo della procura doveva avvenire da parte della Delegazione Palestinese in Italia, con apposizione del relativo timbro, più un altro timbro del Ministero degli Esteri italiano. In queste ultime settimane, in Italia, i legali della famiglia Arrigoni si sono attivati per preparare tutti i documenti indicati da Gaza ed i timbri richiesti da Hamas per consegnare il fascicolo. La speranza è farlo arrivare in tempo utile a Gaza prima dell'apertura del processo. Ma gli ostacoli da superare sono ancora tanti, a cominciare dalle pesanti misure restrittive israeliane che limitano la possibilità degli abitanti di Gaza di ricevere posta da un altro paese. Ed inoltre non è affatto sicuro che il processo si svolgerà a porte aperte, con accesso consentito alla stampa estera.


    il manifesto 23 Agosto 2011
    http://www.ilmanifesto.it
    Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali.

    (Don Lorenzo Milani)

  3. #3
    soprattutto deve essere la gente di Gaza a mobilitarsi nella richiesta di chiarezza sui motivi che hanno portato alla morte di Vittorio.
    penso sia un atto dovuto.
    Vik vive!

  4. #4
    http://vittorioarrigoni.wordpress.co...e-il-processo/

    Vittorio Arrigoni: domani si apre il processo


    GAZA. A 4 mesi dall’assassinio del militante pacifista italiano per mano di una «cellula salafita» legata ad Hamas, l’avvocato di uno degli accusati ci mostra la confessione di uno dei 4 imputati.

    Vittorio Arrigoni è stato strangolato tra le 23 del 14 aprile e l’1 di notte del 15. Era ancora vivo nel video girato dai suoi rapitori e messo in rete. Il volto tumefatto e sanguinante dell’attivista e giornalista italiano mostrato dalle immagini filmate era il risultato dei colpi durissimi che aveva ricevuto, in particolare uno inferto alla testa con il calcio di una pistola da Bilal al Omari, suo occasionale compagno di palestra, nelle prime fasi del sequestro allo scopo di fermare il suo tentativo di liberarsi e fuggire.

    A riferirci questi e molti altri particolari, in anticipo sull’apertura domani a Gaza city del processo a carico di quattro palestinesi accusati del rapimento e dell’omicidio di Vittorio, è stato ieri Mohamed Najar, avvocato di Khader Jram, 26 anni, un giovane palestinese del campo profughi di Shate, con un incarico presso i vigili del fuoco, che ha confessato di aver personalmente indicato Vittorio come lo straniero da catturare al gruppo (presunto) salafita che lo scorso aprile, agli ordini del giordano Abdel Rahman Breizat, ha rivendicato il rapimento di Vik. Najar, mostrandoci le fotocopie di documenti ufficiali ricevuti dalla procura militare, ha letto i passaggi più rilevanti delle confessioni rese dagli imputati durante gli interrogatori.


    E’ la verità degli imputati – Mohammed Salfiti, 23 anni di Karama; Tarek Hasasnah, 25 anni di Shate; Amer Abu Ghoula, 25 anni di Shate e Khader Jram -, che forse non corrisponde pienamente a quanto è accaduto. Inoltre altri due componenti del gruppo di rapitori, il giordano Breizat e il palestinese al Omari, considerati i «capi» della cellula salafita, non possono raccontare la loro versione. Sono stati uccisi un paio di giorni dopo il ritrovamento del corpo di Vik durante il blitz effettuato nel loro rifugio di Nusseirat da una unità scelta di Hamas.


    Tuttavia è la prima volta, cinque mesi dopo l’assassinio di Vittorio, che viene reso noto, anche se solo in parte, il file delle indagini svolte dalla procura militare di Hamas (tutti e quattro gli imputati sono membri con compiti diversi delle forze di sicurezza) e mai consegnato ai legali della famiglia Arrigoni. Due giorni fa è finalmente giunta dall’Italia a Gaza la procura (sulla base dei criteri fissati dal movimento islamico) a favore del Centro palestinese per i diritti umani che rappresenterà i famigliari di Vik all’udienza di domani. Si spera che Hamas non trovi ulteriori pretesti per non riconoscerla.


    Perché è stato ucciso Vittorio, che a Gaza aveva dedicato gli ultimi anni della sua vita e dove godeva della stima di tanti palestinesi? L’avvocato Najar ha una lunga risposta a questa domanda che da mesi si pongono tanti. «Dalle confessioni e dichiarazioni del mio assistito e dagli altri imputati emerge che l’intento del gruppo, informale non una vera e propria organizzazione, era quello di sequestrare un occidentale per ottenere la liberazione dello sceicco Abdel-Walid al-Maqdisi, arrestato da Hamas per attività sovversive», ha spiegato Najar. «Breizat era tornato a Gaza (vi era entrato la prima volta un anno e mezzo prima e vi aveva fatto ritorno, grazie a documenti falsi, tra febbraio e marzo 2011, ndr) allo scopo preciso di trovare un modo per liberare lo sceicco Maqdisi che era stato suo maestro in Giordania», ha aggiunto l’avvocato sostenendo che «attraverso il rapimento i giovani volevano affermare l’esistenza della loro cellula armata (ideologicamente legata a Tawhid wal Jihad, ndr) e non avevano intenzione di uccidere l’italiano». Vero, falso? Najar alza la spalle. «Questo è ciò che leggo negli atti».

    Perché proprio Vittorio Arrigoni? «Il mio assistito (Jram) che lavorava nella stazione dei vigili del fuoco davanti ad un edificio frequentato da Vittorio, mi ha detto di aver insistito molto su quel nome perché era conosciuto a Gaza e perché, secondo lui, l’italiano conduceva una vita poco conforme ai costumi locali, troppo da occidentale». In sostanza, ha spiegato il legale, «il fine del rapimento era di far liberare prima di ogni altra cosa Maqdisi e subito dopo dare una lezione all’italiano: pestarlo, impaurirlo e poi liberarlo».
    Ma le cose sono andate in modo diverso e Vik è stato brutalmente ucciso. «La polizia di Hamas (la sera del 14 aprile, ndr) ha ricostruito in poche ore la dinamica del rapimento e ha arrestato subito Khader Jram che seguiva i movimenti di Arrigoni, gli aveva parlato la sera del sequestro e aveva segnalato i suoi spostamenti ai complici. Per evitare la cattura perciò Breizat ha ucciso l’italiano e con altri due complici ha provato a far perdere le tracce, assieme ad altri due (al Omari e Salfiti,ndr) ma sono stati rapidamente individuati».

    La figura del giordano, descritto come freddo e calcolatore dagli altri membri del gruppo, rimane un mistero anche nell’indagine svolta da Hamas. Scorrendo gli atti, l’avvocato Najar dice che la procura militare non è stata in grado di accertare collegamenti tra Breizat e «forze esterne» interessate ad eliminare Vittorio Arrigoni, ma gli investigatori non li escludono.


    L’impressione che abbiamo ricavato ieri è che durante il processo l’avvocato Najar e i legali degli altri imputati addosseranno a Breizat e al Omari, che non possono più parlare, le responsabilità maggiori. Salfiti, ad esempio, ha dichiarato sotto interrogatorio che quando Vittorio è stato ucciso «lui era al gabinetto» e di non aver visto nulla. Hasasnah ha fornito una versione simile. Jram invece afferma di aver avuto un ruolo secondario, non operativo, nella gestione del sequestro mentre al Ghoula dice di aver soltanto dato in affitto l’appartamento usato dai rapitori per nascondere Vittorio e di non aver mai saputo delle intenzioni del gruppo armato. Assisteremo perciò ad un intenso «scaricabarile». Jrar nel frattempo si dichiara «molto pentito» per aver insistito sul rapimento di Vik e spera in una condanna a pochi anni di carcere. Spetterà al giudice militare Abu Omar Atallah fare chiarezza mettendo fine alle reticenze delle autorità di Hamas che in cinque mesi non hanno diffuso alcun comunicato sull’assassinio di Vittorio. Persino la data del processo non è stata annunciata.

    Da Il Manifesto




    Segue in: Processo ad Arrigoni
    Vik vive!

  5. #5
    GAZA/PERCHÉ TANTI SILENZI? RISPONDE IL MINISTRO DEGLI ESTERI DI HAMAS

    Vittorio Arrigoni, oggi al via il processo
    in un tribunale affollato di amici e sostenitori






    di Michele Giorgio - INVIATO A GAZA


    Ebaa Rezeq ci mostra i polsi su cui ha tatuato quelle due parole che hanno fatto il giro del mondo: «Restiamo umani». A Gaza una ragazza con i tatuaggi fa scalpore e a casa sua mamma si è bevuta la storiella che «durano solo un anno e poi scompaiono». Ma la verità verrà fuori presto. «Non mi importa delle conseguenze, lo dovevo a Vik, per tutto quello che ha fatto per Gaza, per i palestinesi, per le cose che mi ha insegnato. "Restiamo Umani" sarà la mia filosofia di vita» dice Ebaa, seduta assieme ai suoi amici, il reporter Bashar e il manager della band hip hop «Darg Team» Fadi, in un caffè sul lungomare di Gaza city.

    Discutono del processo che si apre questa mattina nell'aula nei pressi del campo profughi di Shate e che vede alla sbarra quattro palestinesi, presunti membri di una nascente cellula salafita, accusati di aver rapito e ucciso Vittorio Arrigoni lo scorso aprile. «Andremo in tanti - aggiunge Fadi - vogliamo vedere in faccia quelli che lo hanno ammazzato e capire come hanno potuto commettere un crimine così orrendo nei confronti di un amico del nostro popolo e della nostra terra. E loro guardandoci in faccia comprenderanno che hanno ucciso il corpo ma non l'anima di Vik che resterà a Gaza per sempre».

    Nell'aula del tribunale, che dovrebbe essere aperta a tutti, ci saranno anche gli italiani che lavorano nella Striscia e che conoscevano bene Vittorio. «Cinque mesi e ancora nessuna verità - ci dice Adriana Zega, cooperante - Spero che l'inizio di questo processo ponga fine al lungo silenzio delle autorità di Hamas, e soprattutto che sia fatta chiarezza fino in fondo. Vittorio è vivo, capita di incontrarlo nelle tante persone che gli volevano bene e conoscevano il suo impegno per Gaza».
    I silenzi di Hamas, la mancanza di comunicati ufficiali del governo di Gaza per tutta la durata dell'inchiesta e il mancato annuncio dell'apertura del processo, sono alcuni degli aspetti che rendono ancora più amara la vicenda di Vittorio Arrigoni. Abbiamo perciò chiesto spiegazione al ministro degli esteri di Hamas, Mohammed Awad, che abbiamo incontrato nel suo ufficio di Gaza city. E' stata l'occasione per sollevare altre questioni legate ai risultati delle indagini.

    Neppure un comunicato in cinque mesi sull'omicidio di Vittorio Arrigoni, perché?
    Da parte nostra è sempre esistita la volontà di portare avanti con serietà le indagini e di arrivare a condannare gli assassini di Vittorio Arrigoni. Credo che la conclusione dell'inchiesta e l'apertura del processo sia la prova della nostra sincera intenzione di fare piena luce su quanto è accaduto. A gestire la comunicazione sono stati il ministero della giustizia e quello dell'interno che, evidentemente, hanno ritenuto opportuno mantenere un riserbo strettissimo sulle indagini e tutto il resto.

    Ma non è stato giusto lasciare senza informazioni tanti palestinesi e italiani vicini a Vittorio, a cominciare dalla famiglia Arrigoni
    Noi rispettiamo la famiglia di Vittorio ma, come ho detto, è stata presa la decisione di non lasciar trapelare nulla, a beneficio esclusivo delle indagini.

    Veniamo proprio alle indagini. L'interrogativo più grande riguarda il ruolo del giordano Abdel Rahman Breizat, il capo della cellula che ha rapito e ucciso Vittorio. Di lui si sa davvero così poco e molti sospettano che fosse un agente di un servizio segreto straniero.
    Gli inquirenti hanno cercato di ottenere il maggior numero possibile di informazioni su Breizat ma non hanno raccolto quanto speravano. I suoi compagni non sapevano molto di lui, se non che veniva dalla Giordania e che era un devoto musulmano fautore del Jihad salafita. Si è portato i suoi segreti nella tomba.

    Per questo occorreva catturarlo vivo ma le forze speciali di Hamas lo hanno ucciso nel suo nascondiglio a Nusseirat, assieme al suo braccio destro.
    Era armato e si è rifiutato più volte di arrendersi. Ha minacciato le forze di sicurezza che volevano arrestarlo e lo scontro a fuoco è stato inevitabile. I nostri uomini hanno dovuto sparare.

    Lei come spiega il fatto che tutti e quattro gli imputati, pur essendo vicini al salafismo, erano sul libro paga delle forze di sicurezza di Gaza? Erano degli infiltrati isolati o ciò conferma, come si dice da tempo, che la base di Hamas, soprattutto i militanti più giovani, si muovono a metà strada tra l'appartenza al vostro movimento e l'adesione a formazioni più radicali?
    Secondo me rientra tutto nella normalità. Il nostro movimento ha fatto delle scelte ed è ovvio che accanto a tanti che le accettano ci siano altri che invece le respingono. Queste ultime persone talvolta scelgono di far parte di organizzazioni estremiste. Ma ciò accade ovunque e per qualsiasi movimento politico. E' fisiologico, non siamo davanti alla frantumazione della resistenza palestinese.


    il manifesto 8 settembre 2011
    http://www.ilmanifesto.
    Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali.

    (Don Lorenzo Milani)

  6. #6
    Arrigoni, negata la parte civile





    Prima udienza del processo ai giovani salafiti che uccisero Vittorio.
    Subito rinviato



    Michele Giorgio (da Gaza City)


    Sono chiusi nella gabbia degli imputati, quattro dei sei giovani accusati di aver rapito e assassinato Vittorio Arrigoni. Mahmoud Salfiti, Tamer Hasasnah, Khader Jram e Amer Abu-Ghoula. Sono i superstiti della (presunta) cellula salafita (altri due membri, tra cui il giordano Abdel Rahman Breizat, sono morti in uno scontro a fuoco con le forze speciali di Hamas) che credeva, prendendo in ostaggio l'attivista italiano, di poter liberare lo sceicco jihadista al Maqdisi, arrestato dalla polizia di Gaza a inizio anno.
    Vittorio poi l'hanno ucciso, brutalmente, dopo averlo immobilizzato e pestato. Hanno agito da soli o avevano qualcuno dietro? Il dubbio è forte. Ma ora sono lì, davanti a noi. E li osserviamo con attenzione. Pare impossibile che dei ragazzi poco più che ventenni abbiamo potuto togliere la vita a un giovane italiano che alla loro terra martoriata aveva dedicato la sua esistenza. Ma tant'è.

    Salfiti appare tranquillo, indossa una maglietta a righe blu e azzurre orizzontali e con lo sguardo cerca i suoi familiari seduti tra il pubblico. Accanto a lui Hasasnah, camicia e pantaloni beige, barba lunga e ben curata, sorride e saluta i parenti. Al Ghoula, maglietta nera e pantaloni color verde militare, non dice una parola. Jram è il più teso, chiede consiglio al suo avvocato, poi torna a sedersi. E' lui che ha suggerito ai compagni di sequestrare Vittorio. I due si erano conosciuti davanti al palazzo «Abu Ghalion», sul lungomare di Gaza, dove Vik ha vissuto a lungo. Jram prestava servizio alla stazione dei vigili del fuoco situata di fronte, vicino all'ingresso del porto dove Vittorio si recava spesso spesso per uscire in mare con i pescatori nella speranza di poterli proteggerli, con la sua «presenza passiva», dalle intimidazioni minacciose della marina militare israeliana. Vik si fidava di lui, come di tutti a Gaza.

    La madre di Jram ripete che il figlio è un bravo ragazzo. «Era un amico dell'italiano, voleva solo spaventarlo, non ucciderlo», ripete la donna provando a dare un'immagine più positiva del figlio. Le indagini invece hanno accertato che la «scelta» di Vittorio da parte dei rapitori si deve soprattutto alla sua insistenza.

    Non siamo i soli ad avere lo stomaco sottosopra. Sono presenti nell'aula fatiscente del tribunale militare di Mashtal (Gaza city) diversi amici di Vik, italiani e palestinesi. Paolo non regge la tensione, lui i quattro ce li ha proprio davanti, a un paio di metri di distanza: a un certo punto si alza, esce dall'aula. Forse per fumare una sigaretta. Ebaa non riesce a dire una parola. Meri, Valentina e Adriana ascoltano attente la traduzione in italiano di ciò che si dice in aula, garantita da Sami, odontotecnico di Khan Yunis. I giornalisti presenti, italiani e palestinesi, sono meno di dieci. I media locali hanno ignorato la notizia del processo - ma la conoscevano in pochi, dato che le autorità non lo hanno mai annunciato pubblicamente.

    «In piedi, entra la corte» urla un militare battendo con forza la mano sul leggio. Il presidente della corte, Ata Abu Mansur, indossa l'uniforme come il pubblico ministero (assistito da una collega donna). Legge ad alta voce i nomi degli imputati, tre dei quali residenti nel vicino campo profughi di Shate. I primi due sono accusati d'aver partecipato direttamente all'operazione - uno, Salfiti, venne preso nel corso del blitz in cui furono uccisi i «capi» della cellula salafita Abdel Rahman Breizat e Bilal al Omari, Jram e Ghoula hanno responsabilità penali minori.

    Gli imputati principali rischiano fino alla pena di morte ma, come ci ha spiegato prima dell'udienza il procuratore militare Ahmad Atallah, la famiglia Arrigoni avrebbe in quel caso il diritto di chiedere la non esecuzione della condanna. In ogni caso la pena di morte nell'ordinamento palestinese può essere eseguita solo con l'approvazione scritta del presidente dell'Autorità Nazionale. Ma visto che Cisgiordania e Gaza sono separate, nella Striscia questo ruolo è ora svolto dal consiglio dei ministri.

    Alle spalle del pubblico ministero sono seduti i legali del Centro Palestinese per i Diritti Umani (Cpdu), incaricati dalla famiglia Arrigoni di rappresentarla al processo (in assenza anche del legale italiano Gilberto Pagani, ancora in attesa di entrare a Gaza dal valico di Rafah). Colpo di scena: l'avvocato Mohammed Najar, che assiste Khader Jram, obietta che la costituzione di parti civili non è prevista nel procedimento penale presso le corti militari. Il giudice accoglie il rilievo e invita l'avvocato Eyal al-Alami a sedersi con il pubblico, potendo svolgere solo il ruolo di osservatore.

    E' un duro colpo, dopo la fatica enorme fatta dagli Arrigoni per far arrivare a Gaza il documento di incarico ufficiale al Cpdu secondo i criteri fissati dalla procura militare. Al momento non è chiaro quale potrà essere la funzione precisa degli avvocati del Cpdu. «Con nostra grande sorpresa - ci dice Khalil Shahin, vice direttore del Centro per i diritti umani - abbiamo appreso che il governo di Hamas di recente con un decreto ha modificato la procedura penale nelle corti militari, vietando la costituzione delle parti civili. Non pensiamo che l'abbia fatto per colpire proprio noi ma in ogni caso è una decisione presa in segreto che respingiamo come tutte le modifiche dei codici a Gaza avvenute dopo il 2007».

    L'udienza va avanti ancora qualche minuto. La corte dispone il rinvio al 22 settembre dopo che la pubblica accusa annuncia l'introduzione di nuovi elementi di prova e di un cd con le confessioni degli imputati. Materiale contro la cui presentazione la difesa si oppone - non avendo ricevuto nulla in anticipo - e che i giudici si sono riservati di ammettere o meno prima della seconda udienza, una volta che gli avvocati avranno potuto prenderne visione. Il processo è aggiornato. «In piedi, la corte di ritira», urla lo stesso militare battendo la mano con ancora più forza di prima sul leggio. Usciamo dall'aula, come tutti gli altri, con tanto amaro in bocca.


    9 settembre 2011
    www.ilmanifesto.it
    Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali.

    (Don Lorenzo Milani)

  7. #7
    PROCESSO ARRIGONI

    Nessuna vendetta, solo verità





    Una testimonianza dal legale della famiglia dell'attivista ucciso a Gaza Gli avvocati distratti, la Procura imprecisa, una Corte inutilmente autoritaria, il medico legale assente... Poi l'udienza è rinviata al 3 ottobre



    Gilberto Pagani*


    Giovedì 22 settembre, dopo alcune traversie e un viaggio abbastanza avventuroso, sono a Gaza. Il processo inizia alle 10. Per arrivare alla Military Permanent Court costeggiamo la spiaggia e il campo profughi «Beach Camp», dove abita il presidente del governo di Gaza.

    L'aula è piccola, sporca , spoglia. Nessuna scritta nessun simbolo politico o religioso. Lo scranno del Tribunale è molto sopraelevato, per il pubblico ci sono delle panchette, le persone presenti sono una trentina, molti gli italiani. I banchi dell'accusa e della difesa sono uno di fronte all'altro, la cattedra della Corte è perpendicolare a loro; il banco dei testimoni è di fronte ai giudici, il teste volta le spalle ad avvocati e pubblico.

    Sulla destra la gabbia, nella quale vengono fatti entrare i quattro imputati.

    Un militare in tuta mimetica, barbuto come tutti, ricopre la funzione di usciere, è lui che batte con forza il palmo della mano sul banco dei testimoni e lancia un urlo, entra la Corte. Il presidente della Corte avrà circa 30 anni, così come i giudici a latere, il Pm e i suoi assistenti. Tutti vestono camicie militari senza alcun distintivo o grado.

    I quattro avvocati portano la toga sopra camicia e cravatta. Sono svogliati, uno di loro durante il processo (un processo per omicidio!) si assopisce, il controesame del testimone e degli imputati è di pura facciata. Mi dicono che gli avvocati sono sconosciuti, con poca esperienza.

    L'udienza è brevissima, viene interrogato un agente che conferma i filmati con le confessioni degli imputati. Poi a turno gli imputati vengono interrogati dalla Corte. Uno è accusato di aver aiutato gli assassini, gli altri tre di sequestro di persona e omicidio; questi ultimi si riconoscono nelle immagini che vengono mostrate solo a loro e non al pubblico ma affermano che le confessioni sono state estorte con vessazioni e minacce.

    Gli imputati appaiono spauriti e inoffensivi, sono vestiti con jeans e t-shirts, barba; non hanno l'aria dei terroristi e neppure degli imputati di terrorismo islamico che in Italia ho potuto osservare nei processi.

    Viene reintrodotto l'agente, che nega ci siano state pressioni. Le dichiarazioni filmate sono state confermate anche in verbali scritti firmati dagli imputati. Nel frattempo l'usciere redarguisce aspramente quelli tra il pubblico che accavallano le gambe (mi dicono che qui sia una forma di maleducazione) e ne allontana uno (non capisco perché) che esce senza fare una piega.

    Di nuovo un colpo sul banco e un urlo da parte dell'usciere: l'udienza è rinviata al 3 ottobre per ascoltare il medico legale che oggi non si è presentato.

    Alla fine di questa udienza vado a incontrare il Procuratore militare, nel suo ufficio. Gli pongo tre domande: possiamo accedere agli atti delle indagini? «L'inchiesta è militare, il processo è pubblico, venite al processo e saprete quel che c'è da sapere». Sono state fatte indagini sulla morte di due sospettati in un conflitto a fuoco con la polizia? «Un'inchiesta della polizia ha appurato che tutte le regole sono state rispettate, per altre informazioni potete leggere quel che è stato scritto dalla stampa». La Procura chiederà la pena di morte per i colpevoli? «La punizione prevista dalle nostre leggi in questo caso è la pena di morte».

    Sono assolutamente stranito. Mi aspettavo una procedura da Corte militare, rapida, forse spietata, comunque finalizzata a cercare una ricostruzione dei fatti, se non la verità, che sia la base per una decisione. Assisto a un processo in cui i tempi sono dilatati senza ragione, la Procura imprecisa e svogliata, gli avvocati assenti, l'interesse pubblico nullo, la Corte inutilmente autoritaria.

    Non è plausibile che in una situazione (anche territoriale) come questa il medico legale non si presenti per quello che è il primo atto di un processo per omicidio, cioè illustrare le cause della morte di una persona.

    Il processo si basa sulle confessioni, ma nulla viene detto sulle indagini che hanno portato all'individuazione degli imputati, come si sia arrivati alla casa dove gli accusati si erano rifugiati, come si sia svolta l'azione della polizia, quale sia stato il ruolo dei due presunti assassini uccisi durante l'azione. E soprattutto: perchè proprio Vittorio è stato rapito e perchè è stato ucciso. Queste domande elementari non avranno spazio nel processo.

    La famiglia di Vittorio, come tutti noi, vuole, oltre alla punizione dei colpevoli, che venga chiarita la verità. Queste domande legittime sono considerate con stupore, quasi con fastidio.

    Il ragionamento che le autorità non fanno esplicitamente, ma che si può percepire è: ve ne abbiamo già uccisi due, altri tre forse li impiccheremo, non vi basta? Avete avuto la vostra vendetta, volete anche la verità?

    Non ho dubbi che se avessimo avuto la possibilità di costituirci parte civile (nel codice militare introdotto da Hamas non è prevista la parte civile) ed avere quindi un ruolo nel processo i miei colleghi palestinesi avrebbero saputo smontare le falle e le omissioni dell'inchiesta, pur sapendo che la loro posizione già adesso è molto scomoda, per usare un eufemismo.

    Prevedo un verdetto di colpevolezza, in quanto non appare realistico che la Corte smentisca le indagini segrete della security e della polizia e ritenga non utilizzabili le confessioni perché estorte. Equivarrebbe a smentire le autorità, in un paese dove il principio della divisione dei poteri non mi sembra abbia una rilevanza particolare.

    Ho incontrato persone di fiducia delle famiglie degli imputati che chiedono alla famiglia di Vittorio tramite me di impedire che i loro figli vengano condannati a morte.

    La famiglia di Vittorio è ovviamente contraria alla pena di morte e non può accettare che ad una tragedia si assommi un'altra tragedia, per cui farà tutti i passi necessari in questa direzione.

    La mia richiesta a queste persone, che non costituisce una contropartita in cambio della loro vita, è stata che essi dicano la verità. Salvare la vita di queste persone, spezzare la logica di violenza e di odio, sarà il più grande lascito di Vittorio, per continuare il suo impegno per cui a Gaza è ricordato con affetto e commozione.


    *Avvocato della famiglia Arrigoni


    il manifesto 29 ottobre 2011
    http://www.ilmanifesto.it
    Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali.

    (Don Lorenzo Milani)

  8. #8
    http://nemo-ilperiscopio.blogspot.co...sione-per.html

    venerdì 6 gennaio 2012

    VITTORIO ARRIGONI, DELUSIONE PER ANDAMENTO PROCESSO

    Il processo che prometteva verità e giustizia in tempi rapidi sembra impantanarsi. Nuovi particolari emergono dalle confessioni degli imputati Vittorio è stato pedinato per due mesi. A ucciderlo sono stati in tre.

    MICHELE GIORGIO

    Gaza, 06 gennaio 2012, Nena News – Ha un limite la comprensione per i problemi e le difficoltà che a Gaza attraversa il sistema giudiziario. Non è accettabile quanto è accaduto ieri alla Corte militare della Striscia dove da quattro mesi è in corso il processo agli imputati per il sequestro e l’assassinio di Vittorio Arrigoni compiuti lo scorso aprile a Gaza da una sedicente cellula salafita.

    Le indiscrezioni annunciavano un’udienza di particolare importanza. Speravamo perciò di assistere ad un dibattimento concreto, sui motivi di un sequestro e di un assassinio che hanno generato forte sdegno a Gaza e in Italia. Vittorio era un amico dei palestinesi, era impegnato a diffondere informazioni dettagliate e continue sulla condizione di Gaza e a cercare di proteggere, con la sua presenza nelle aree a rischio, contadini e pescatori (i più danneggiati dalle misure nei confronti di Gaza che attuano le autorità militari israeliane). Ma ieri le cose sono andate nella direzione opposta a quella sperata. L’ultima udienza è stata la più breve delle nove che si sono svolte dallo scorso 8 settembre ad oggi ed anche la più inutile e, per certi versi, paradossale.

    La prima sorpresa è venuta da Amr Abu Ghoula, uno dei quattro imputati, agli arresti domiciliari perché accusato di reati minori. Abu Ghoula ieri non si è fatto trovare nella gabbia degli imputati, violando l’ordine di presentarsi all’udienza. La corte, registrata la sua assenza, ha subito spiccato un mandato di arresto ma fino a ieri sera di Abu Ghoula non si sapeva nulla.

    La seconda sorpresa è stata la rapidità con la quale la stessa corte, dopo aver appreso che la difesa non aveva ricevuto alcuni documenti relativi alle prove prodotte dalla procura militare, ha aggiornato il processo al 16 gennaio. Quattro-cinque minuti in tutto, questa la durata dell’udienza. È inaccettabile.

    A settembre il procuratore aveva parlato di tempi molto stretti per lo svolgimento del processo nel pieno rispetto, naturalmente, dei diritti degli imputati e di tutte le parti coinvolte. Senza dimenticare le assicurazioni date alla famiglia Arrigoni e all’Italia da Ghazi Hamad, vice ministro degli esteri del governo di Hamas. Di mesi però ne sono già passati quattro e nove udienze non sono bastate ad andare alla sostanza di un assassinio che lo scorso aprile ha fatto il giro del mondo. Tutto ciò è un affronto, a nostro avviso, alla famiglia Arrigoni che pure ha scelto la riservatezza, evitando di commentare pubblicamente le indagini e il processo. Senza dimenticare che Egidia Beretta e Alessandra Arrigoni, la madre e la sorella di Vittorio, il mese scorso, rispondendo ad un appello dei famigliari degli imputati, avevano espresso apertamente la loro opposizione ad una eventuale sentenza di condanna a morte (che a Gaza danno per certa).

    Egidia Beretta e Alessandra Arrigoni però avevano chiesto anche giustizia e chiarezza su un delitto che si rivela più terribile man mano che emergono nuovi particolari dalle confessioni fatte dagli imputati (che ora non affermano più di averle firmate sotto pressione). Una fonte giornalistica di Gaza ha consegnato al manifesto i testi delle confessioni di due degli imputati, Mahmud Salfiti e Khader Ijram, che aggiungono particolari importanti a fatti già noti. Ijram – vigile del fuoco presso la stazione della difesa civile situata di fronte all’edificio dove Vittorio aveva vissuto per lungo tempo – ha fornito per due mesi alla (presunta) cellula salafita informazioni dettagliate sui movimenti dell’attivista italiano. Agli inquirenti ha spiegato candidamente di «non aver avuto la forza di dire di no» al suo amico Tamer Hasasnah, uno degli imputati e, stando a quanto è emerso, responsabile dell’organizzazione tecnica del sequestro. Ancora più importanti appaiono le confessioni di Mahmud Salfiti. Rispondendo alle domande della polizia subito dopo il suo arresto, Salfiti ha detto che tutti i membri della cellula avevano accettato senza tentennamenti la decisione presa dal «capo», il giovane giordano Abdel Rahman Breizat (ucciso assieme al palestinese Bilal Omari in uno scontro a fuoco con la polizia di Hamas), di «eliminare l’ostaggio» di fronte ad un rifiuto del governo di Gaza di scarcerare lo sceicco salafita al Maqdisi che intendevano scambiare con Vittorio. Salfiti ha anche riferito agli inquirenti che sono stati in tre ad uccidere l’italiano e non solo Breizat come, invece, si era inizialmente appreso. La decisione di non rispettare l’ultimatum e di assassinare l’ostaggio, allo scopo di darsi la fuga, è stata presa da Breizat ma sempre con il consenso pieno e convinto degli altri membri della cellula. Rimane in piedi peraltro l’ipotesi che il giordano abbia eseguito le istruzioni di un regista esterno, deciso a far tacere una voce scomoda
    Vik vive!

  9. #9
    Processo Arrigoni, qualcosa si muove




    Finalmente in aula i testimoni della difesa che non si erano presentati finora. Ma gli imputati non sono ancora stati chiamati a spiegare i motivi dell'assassinio di Vittorio.


    di Michele Giorgio


    Sarà merito delle sollecitazioni alla corte promesse un paio di settimane fa dal capo della procura militare, Ahmad Atallah, o degli echi a Gaza dell'insoddisfazione degli italiani per la lentezza del processo agli assassini di Vittorio Arrigoni. Fatto sta che dopo le ultime tre udienze «lampo» (durata media 5 minuti), quella di ieri è stata per così dire «normale», almeno nello svolgimento e nella durata (circa un'ora). Sono finalmente apparsi in aula i testimoni convocati dalla difesa, che non si erano presentati alle ultime udienze. Nessuna traccia ancora di Amr Abu Ghoula, agli arresti domiciliari perché accusato di favoreggiamento e non dell'assassinio di Vittorio. Di Abu Ghoula non si sa più nulla. Ha violato l'ordine della corte di partecipare alle udienze e contro di lui è stato spiccato un mandato di arresto. Al tribunale però nessuno sa o vuole dirci dove sia finito.

    La strategia della difesa è chiara. L'obiettivo è quello di scaricare ogni responsabilità sul capo della presunta cellula salafita che ha rapito e ucciso Vittorio il 15 aprile dello scorso anno, il 22enne giordano Abdel Rahman Breizat, morto in un conflitto a fuoco con la polizia di Hamas. I due palestinesi chiamati ieri a testimoniare, un ausiliario della difesa civile, Amr Sourur, e Mohammed Salfiti, padre di uno degli imputati (Mahmud Salfiti), hanno provato ad alleggerire la posizione dei tre alla sbarra. «Mio figlio non faceva parte di alcun gruppo salafita, era di Hamas», ha detto Mohammed Salfiti che ricorda di aver visto Breizat tre volte a casa sua. «Li conosco tutti (gli imputati), non hanno mai espresso tesi politiche particolari, non mi hanno mai detto di essere salafiti», ha aggiunto da parte sua Amr Sourur.

    In sostanza - tenta di dimostrare la difesa - gli imputati sarebbero stati «usati» dal giordano, che, da solo, avrebbe scelto di uccidere Vittorio, senza attendere la scadenza dell'ultimatum lanciato con video postato su youtube. Gli altri rapitori, secondo gli avvocati degli imputati, sapevano che il rapimento era finalizzato solo a scambiare Vittorio con lo sceicco Abdel Walid al Maqdisi, l'ideologo del gruppo Tawhid wal Jihad incarcerato un anno fa da Hamas. Tesi difensiva che contrasta nettamente con la confessione di Mahmud Salfiti secondo il quale tutti i membri del gruppo avevano approvato l'eliminazione immediata dell'ostaggio se le cose non fossero andate per il «verso giusto».

    E' da decifrare inoltre il fine della convocazione ieri in aula dell'avvocato Mohammed Bseiso, del Centro palestinese per i diritti umani, al quale è stato chiesto di chiarire e tradurre in arabo il contenuto della lettera inviata dalla famiglia Arrigoni qualche settimana a Gaza in cui si esprime netta contrarietà ad una eventuale condanna a morte degli imputati. Dopo aver ascoltato Bseiso la corte ha aggiornato il processo al prossimo 27 febbraio.

    A Gaza non c'è solo il processo. Gli abitanti seguono anche la spaccatura interna ad Hamas, tra sostenitori ed oppositori dell'accordo di riconciliazione con Fatah firmato a Doha dal leader in esilio Khaled Meshaal. Il capo dell'ala militare, Mohammed Deif, e i deputati eletti a Gaza, guidati da Khalil Haya, si sono schierati dalla parte di Mahmud Zahar, uno dei fondatori di Hamas, che sabato ha lanciato un attacco durissimo a Meshaal. I dissidenti rifiutano la nomina, decisa a Doha, del presidente palestinese Abu Mazen a capo di un governo di unità nazionale. Dalla parte di Meshaal invece sono schierati il vice comandante militare, Ahmad Jabari, e i deputati di Hamas in Cisgiordania. Il premier Ismail Haniyeh media tra le posizioni.

    Meshaal, però, dovrebbe ottenere il via libera nel vertice di Hamas previsto entro un paio di giorni, ma l'annuncio del nuovo governo palestinese, previsto il 18 febbraio, è in dubbio.


    14 febbraio 2012
    www.globalist.it
    Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali.

    (Don Lorenzo Milani)

  10. #10

    Un anno senza Vittorio. E senza giustizia

    Un anno senza Vittorio.
    E senza giustizia






    La prossima udienza del processo Arrigoni ancora rimandata.
    Intanto fioriscono tra Italia e Palestina le iniziative
    a un anno dall'omicidio dell'attivista italiano.



    di Michele Giorgio


    L'allerta che da una settimana regna nella Striscia di Gaza per i raid aerei israeliani (26 morti palestinesi), è la causa del rinvio dell'udienza, prevista ieri, del processo ai rapitori di Vittorio Arrigoni, davanti alla corte militare di Gaza city. Le autorità di Hamas hanno ordinato l'evacuazione di tutte le strutture militari e di sicurezza. La corte perciò è rimasta chiusa e il processo riprenderà il 2 aprile.

    Sino ad oggi il dibattimento è stato minimo, molte udienze sono durante poche minuti, il più delle volte per l'assenza dei testimoni convocati dagli avvocati dei quattro imputati: Mahmud Salfiti, Khader Ijram, Tamer Hasasnah e Amu Abu Ghoula. I primi tre sono in carcere, il quarto è a piede libero e, di lui, da due mesi, non si sa più nulla. Tutti gli imputati facevano parte o fiancheggiavano una presunta cellula salafita guidata dal giordano Abdel Rahman Breizat e dal palestinese Bilal Omari, entrambi rimasti uccisi in uno scontro a fuoco con la polizia di Hamas.

    A Gaza circolano voci di una imminente accelerazione del processo. Si sussurra che si terranno altre tre udienze e poi arriverà la sentenza entro maggio. Più di tutto si prevede una condanna ad un massimo di dieci anni per tre degli imputati. Decisamente più lieve rispetto alla pena di morte (comunque respinta dalla famiglia Arrigoni) ipotizzata sino ad oggi. La corte, si dice, accoglierà la tesi degli avvocati difensori secondo la quale l'unico responsabile dell'assassinio sarebbe il giordano Breizat. Ma si tratta solo di voci e a Gaza in questi mesi sono circolate spesso indiscrezioni intorno al processo Arrigoni, poi risultate infondate.

    E' certo invece che Vittorio non viene dimenticato da amici e compagni che in internet seguivano le sue cronache da Gaza. Fioriscono le iniziative per l'anniversario, il prossimo 15 aprile, del suo barbaro assassinio. Il Teatro di Narrazione Civile di Pistoia sta portando in giro per l'Italia (oggi a Ostia) la rappresentazione «Restiamo Umani», sulla base di articoli scritti (per il manifesto) da Vittorio durante l'offensiva «Piombo fuso», lanciata tre anni fa da Israele contro Gaza.

    Le iniziative più importanti sono annunciate a cavallo dell'anniversario. A Roma dal 13 al 15 sono previsti tra il Teatro Valle occupato e il cinema Palazzo, narrazioni, spettacoli, musica, attività culturali e il concerto della rapper palestinese Shadya Mansour, oltre ad una fiaccolata (anche in altre città). Il 15 aprile a Bulciago, il paese dove risiedeva Vittorio, verranno raccolti su di una bacheca i loghi delle associazioni che hanno sostenuto e appoggiato l'attivista e giornalista italiano. In serata Bulciago sarà in videoconferenza con Roma, Milano e soprattutto Gaza, dove nel media center e centro culturale italo-palestinese, intitolato alla memoria di Vittorio, saranno presenti i suoi amici e compagni di lotta. Sempre il 15 aprile nel campo profughi di Jabaliya verrà messo in funzione un pozzo, dedicato alla sua memoria, che porterà acqua a centinaia di famiglie palestinesi.


    16 marzo 2012
    www.globalist.it



    Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali.

    (Don Lorenzo Milani)

  11. #11



    Poesia di Ibrahim Nasrallah per Vittorio Arrigoni



    A Vittorio Arrigoni







    Hanno ucciso tutti

    Hanno ucciso tutti

    hanno ucciso tutti i minareti

    e le dolci campane

    uccise le pianure e la spiaggia snella

    ucciso l’amore e i destrieri tutti, hanno ucciso il nitrito.

    Per te sia buono il mattino.

    Non ti hanno conosciuto

    non ti hanno conosciuto fiume straripante di gigli

    e bellezza di un tralcio sulla porta del giorno

    e delicato stillare di corda

    e canto di fiumi, di fiori e di amore bello.

    Per te sia buono il mattino.

    Non hanno conosciuto un paese che vola su ala di farfalla

    e il richiamo di una coppia di uccelli all’alba lontana

    e una bambina triste

    per un sogno semplice e buono

    che un caccia ha scaraventato nella terra dell’impossibile.

    Per te sia buono il mattino.

    No, loro non hanno amato la terra che tu hai amato

    intontiti da alberi e ruscelli sopra gli alberi

    non hanno visto i fiori sopravvissuti al bombardamento

    che gioiosi traboccano e svettano come palme.

    Non hanno conosciuto Gerusalemme … la Galilea

    nei loro cuori non c’è appuntamento con un’onda e una poesia

    con i soli di dio nell’uva di Hebron,

    non sono innamorati degli alberi con cui tu hai parlato

    non hanno conosciuto la luna che tu hai abbracciato

    non hanno custodito la speranza che tu hai accarezzato

    la loro notte non si espone al sole

    alla nobile gioia.

    Che cosa diremo a questo sole che attraversa i nostri nomi?

    Che cosa diremo al nostro mare?

    Che cosa diremo a noi stessi? Ai nostri piccoli?

    Alla nostra lunga dura notte?

    Dormi!
    Vik vive!

  12. #12
    Gli Arrigoni amano Hamas, non la sua giustizia

    di Fiamma Nirenstein

    C'è qualcosa di fatale e triste, come chiedere che un racconto mal concluso trovi almeno un baleno di luce, nella richiesta di verità rivolta soprattutto allo Stato italiano che proviene dalla famiglia, dagli avvocati, dagli amici di Vittorio Arrigoni, il giovane attivista filopalestinese ucciso per mano di coloro che considerava i suoi migliori amici nella striscia di Gaza. Là, prodigandosi per i palestinesi e spargendo dal suo blog parole di fuoco contro Israele, faceva il volontario. Purtroppo fu rapito e ucciso un anno fa da un gruppo definito «salafita», ormai una specie di patente di assoluzione per tutti i loro amici appena di un grado al di sotto nella scala dei tagliagole, come Hamas e la Fratellanza Musulmana, appunto. Il dramma dell'uccisione di Arrigoni adesso continua nel rifiuto del tribunale di Gaza di celebrare il processo, nel continuo rinvio delle sedute, nella strana latitanza di alcuni accusati su un territorio minuscolo come la Striscia, e nella pesante ironia dei barbuti killer che sghignazzano in aula. C'è di che stupirsi? Certo che no in una situazione come quella di un territorio governato da un gruppo terrorista. Ed ecco che la delusione della famiglia e dei sodali di Arrigoni diventa, a sorpresa, quella che ti è stata iniettata nel sangue dall'educazione democratica e borghese. Quella della certezza del diritto. Perchè, allora, chiede la famiglia, il governo italiano non interviene? Perchè gli interrogatori sono ridicoli? Perchè non si conosce la lista dei testimoni? Perchè non si ammette che gli italiani si costituiscano parte civile? E qui, si suggerisce, non dipenderà dal fatto che l'Italia non riconosce Hamas come potere legale? Perchè non si fa un processo in absentia ora che si pensa che uno dei principali accusati sia in Egitto? Si capisce bene che la signora Egidia Beretta e il suo avvocato abbiano scritto a Napolitano, ai ministri degli Esteri, della Giustizia, e chiedano conto della loro «indifferenza». Ma è qui che le due parti della questione, la richiesta di legalità e l'indifferenza verso il fatto che Hamas sia un gruppo terrorista e illegale, stridono nel toccarsi, non si incontrano. Gli alleati naturali non dovrebbero essere i rappresentanti del governo, ma, per esempio i talkshow filopalestinesi senza se e senza ma; quelli che dovrebbero avere fiducia in un processo di Hamas potrebbero essere per esempio coloro che mostrano propensione per quell'organizzazione, l'arcipelago filopalestinese che ama la Flottilla, che dice che Israele non ha diritto a difendersi... in Italia ce ne sono tanti, per esempio, che so, Michele Santoro, o altri giornalisti da talk show. Vorremmo certo vedere un processo fair. Ma chi pensa di poter interagire, parlare con Hamas vive in una bolla ideologica che è la stessa che ha condannato a morte Arrigoni. L'Italia infatti l'ha messa nella sua lista di organizzazioni terroristiche, insieme all'Europa e agli Usa. Chi mai può aspettarsi un processo giusto da Hamas? Con tutto il rispetto per il suo lutto, sembra il caso che la famiglia di Arrigoni si renda conto che Arrigoni è stato ucciso per fanatismo islamista, come Daniel Pearl a Karachi, come Nick Berg in Iraq, come Fabrizio Quattrocchi, perch´ per gli integralisti islamici era «nemico di Dio e di Allah» e diffondeva a Gaza «il malcostume occidentale» e perchè «l'Italia combatte i Paesi Musulmani». Hamas sa cosa fare ai nemici, nel periodo intorno al 2007 quando prese il potere a Gaza (luglio), furono uccisi 353 palestinesi. Svariati uomini di Fatah furono, ricordano orrificati testimoni, buttati giù dai tetti, 86 dei morti di cui 26 bambini erano passanti, le torture si sprecarono. Di Hamas è il rapimento di Shalit, i duecento missili lanciati dal 9 al 13 marzo su Israele, la distruzione del campo di ricreazione dell'Onu i cui criteri non erano confacenti ai criteri islamisti, l'arresto di 150 donne con l'accusa di stregoneria, l'uccisione del libraio cristiano che vendeva Bibbie, Rami Khader Ayyad, la rimozione dei corpi dei cristiani dai cimiteri. Che cosa può avere a che fare la giustizia con un processo celebrato in un simile ambito?

    Il Giornale 17 marzo 2012




    La lettera di Maria Elena Delia
    a nome anche di Egidio e Alessandra


    Signora Nirenstein,
    la prego, mi spieghi, ci spieghi.

    “Fatale” e “triste” una legittima richiesta di verità? Che bizzarra scelta linguistica.
    Fatale come ineluttabile, come mortale o come colma di fascino, Signora Nir...enstein? Fatale come la fine toccata a Vittorio o triste come l’assenza vergognosa di una qualsivoglia rappresentanza delle nostre istituzioni al rientro della sua salma in Italia, nella stiva di un volo di linea, sdoganato come un pacco postale, dopo aver reso onore a questo paese con la sua stessa vita dedicata alla difesa dei diritti umani e del diritto internazionale?

    Triste in sè o triste perché inascoltata? Triste per lei, perché forse avrebbe preferito che sulla vita e sulla morte di Vittorio calasse un velo di silenzio e indifferenza che, mi spiace deluderla, non vedrà mai calare, finchè tutte le persone che lo hanno amato, stimato e supportato avranno vita. O triste “soprattutto perché rivolta allo stato italiano”? Vale a dire? Che se fosse stata rivolta, che so, agli dei dell’olimpo, l’avrebbe trovata più allegra? Signora Nirenstein, ci spieghi, a chi dovrebbe rivolgersi questa famiglia per avere giustizia?

    Vittorio era un cittadino italiano ed è stato rapito e ucciso all’estero. Non esiste un protocollo in questi casi? Non dovrebbe il nostro stato prodigarsi con tutti i mezzi possibili per fare luce su quanto accaduto ad un figlio della sua costituzione?

    Vittorio non è stato ucciso per mano di coloro che considerava i suoi migliori amici. I suoi migliori amici sono rimasti straziati da un dolore che non li abbandonerà mai più e nei confronti del quale lei dovrebbe avere più rispetto, i suoi migliori amici siamo noi, i suoi migliori amici sono tutti i palestinesi che, con un’equazione di pura propaganda, lei vorrebbe cercare di far passare per responsabili di quanto accaduto a Vittorio. Sarebbe come dire che tutta l’India è responsabile del rapimento dei due turisti italiani in Orissa, ridicolo, vero? Appunto.

    Afferma che la famiglia Arrigoni ama Hamas.

    Signora Nirenstein, sulla base di quali prove sente di poterlo affermare? Perché ho imparato, proprio da Vittorio, che scripta manent, che le parole hanno peso e valore e devono essere sempre specchio di verità.

    Ha mai parlato con la famiglia Arrigoni, Signora Nirenstein? Conosce la posizione che Vittorio aveva e aveva esplicitato più di una volta riguardo ad Hamas? Naturlamente no, o quanto ha scritto sarebbe stato scritto in totale malafede. E non voglio né posso pensare che una rappresentante dei cittadini alla Camera dei Deputati potrebbe mai fare una cosa simile. La invito perciò a documentarsi prima di esprimere pubblicamente pareri assolutamenti privi di alcun fondamento.

    Vittorio è morto a Gaza. Cosa avrebbe dovuto fare, secondo lei? Scegliere sul mappamondo un paese il cui governo fosse considerato un possibile interlocutore per lo stato italiano? Per ogni evenienza? Vittorio era a Gaza proprio perché a Gaza c’era più bisogno di lui. Proprio per raccontare al mondo tutto che Gaza non significa Hamas, che Gaza significa donne, bambini e uomini che desiderano solo la loro libertà di esistere, di lavorare, di muoversi, di esprimersi. Come lei, come me.

    “Trovare almeno un baleno di luce in un racconto mal concluso.” Esatto, Signora Nirenstein. È esattamente quello che faremo, continueremo a chiedere giustizia e verità e la chiederemo agli unici interlocutori che abbiamo, il nostro governo e quello che attualmente sta gestendo il processo. Non ne abbiamo altri. Questo sì che è fatale e triste.

    Maria Elena Delia



    19 marzo 2012
    www.contropiano.org
    Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali.

    (Don Lorenzo Milani)

  13. #13
    La Nirestein non manca mai di fare le sue pisciatine ...
    Se è vero che il fine giustifica i mezzi, ne discende che il non raggiungimento del fine non consente più di giustificarli. N.Bobbio

    La tolleranza deve essere estesa a tutti tranne che agli intolleranti. N.Bobbio

  14. #14
    A Gaza ancora un'udienza rinviata.
    E il 15 è l'anniversario dell'uccisione


    Si annunciava una udienza affollata ieri mattina alla corte militare di Gaza City. Dopo la sospensione del processo agli assassini di Vittorio Arrigoni decisa il mese scorso dalle autorità di Hamas per motivi di sicurezza - vale a dire i raid aerei israeliani sulla Striscia di Gaza - ci si attendeva una ripresa nel segno, stavolta, della concretezza. Anche perché a Gaza circolano voci che vorrebbero il processo chiuso entro breve, poco dopo il primo anniversario (il prossimo 15 aprile) dell'assassinio di Vittorio. E invece le cose sono andate, purtroppo, come sempre. La solita udienza-lampo. Stavolta in aula non mancavano i testimoni convocati dalla difesa, come è spesso capitato in passato, ma gli stessi avvocati dei quattro imputati. È stato nominato un avvocato di ufficio che però, non avendo seguito il «caso», ha chiesto e ottenuto il rinvio per poter leggere gli atti. La prossima udienza è stata fissata il 12 aprile. Se il processo procede a passo di lumaca, invece a Gaza vanno avanti speditamente i preparativi delle tante iniziative per l'anniversario dell'uccisione di Vittorio, che si svolgeranno in contemporanea con il programma in fase di definizione in Italia. Preparativi che devono tenere conto anche della gravissima crisi energetica che colpisce ormai da molte settimane Gaza, dove l'elettricità, a causa della mancanza di combustile, viene erogata soltanto poche ore al giorno.

    Michele Giorgio - Il Manifesto 3 aprile 2012
    Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali.

    (Don Lorenzo Milani)

  15. #15
    VITTORIO: GAZA SI PREPARA A RICORDARLO
    Domenica prossima migliaia di italiani e palestinesi ricorderanno Vittorio Arrigoni nel primo anniversario del suo assassinio. Nena News vi propone il programma delle iniziative previste nella Striscia di Gaza a partire da domani.

    Gaza, 9 aprile 2012, Nena News – Comincerà domani, 10 aprile, il programma preparato dai palestinesi a Gaza per ricordare Vittorio Arrigoni, l’attivista e giornalista italiano assassinato il 15 aprile dello scorso anno.

    La prima iniziativa non poteva non essere che nella “buffer zone”, la “zona cuscinetto” imposta da Israele lungo le linee di confine all’interno del territorio di Gaza, dove i palestinesi non possono entrare. In questa area, la più fertile della Striscia, Vittorio aveva portato avanti una delle sue battaglie, a sostegno delle centinaia di contadini che non possono più andare ai loro campi coltivati e, per questa ragione, sono finiti in rovina assieme alle loro famiglie. Domani alle 10 italiane centinaia di palestinesi, ai quali si uniranno numerosi attivisti internazionali e cooperanti stranieri, si riuniranno di fronte al College di Agricoltura di Beit Hanoun e, scandendo il nome di Vittorio, procederanno verso la “buffer zone” per riaffermare i diritti dei palestinesi sulla loro terra.

    Il secondo appuntamento è per giovedì 12 aprile, in occasione dell’udienza del processo a Gaza city ai quattro palestinesi accusati del rapimento e dell’assassinio di Vittorio. Udienza che si annuncia particolarmente affollata che palestinesi sfrutteranno per chiedere che venga fatta piena luce e in tempi brevi sull’uccisione di un attivista che aveva dedicato gli ultimi anni della sua vita alla causa di Gaza stretta nel blocco israeliano. Nel pomeriggio è previsto una spettacolo di bambini in ricordo al centro “Besan” a Beit Lahya

    Sabato 14 aprile saranno protagonisti i pescatori di Gaza, che ben conoscevano Vittorio protagonista assieme a loro di uscite in mare molto sofferte e interrotte con la forza dalle armi dalla Marina militare israeliana. Al piccolo porto di Gaza candele e murales ricorderanno Vik e il suo impegno per i pescatori costretti a gettare le reti in un rettangolo di mare poco pescoso a causa delle restrizioni israeliane.

    Domenica 15 aprile, anniversario dell’assassinio, è prevista l’inaugurazione di un pozzo dedicato alla memoria di Vittorio nella municipalità di Jabalya el-Nazla. L’appuntamento principale è atteso per le 16 italiane all’Avenue, un locale pubblico dove Gaza sarà collegata in video conferenza con l’Italia per il “Reading Movie Stay Human”. Sono previsti interventi della famiglia Arrigoni, nonchè di amici, compagni di lotta e sostenitori di Vittorio. La serata sarà completata da un performance di bambini palestinesi. Nena News

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