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Discussione: L'agorà araba

  1. #1
    L'agorà araba

    di BARBARA SPINELLI

    Strane e nuove cose stanno accadendo nei paesi arabi. Strane e nuove anche per quel che dicono di noi, democrazie assestate ma incapaci di ricordare come nacquero, di chiedersi se ancora sono all'altezza delle promesse d'origine. Tutti i paesi europei sono sconvolti dai turbini nordafricani, ma è in Italia che lo sgomento s'accoppia a quest'inettitudine, radicale, di interrogare se stessi. È come se ci fossimo abituati, lungo gli anni, a pensare la democrazia in maniera monistica: come se il dominio, anche da noi, fosse di uno solo. Come se una fosse la fonte della sovranità: il popolo elettore. Una la legge: quella del capo. Una l'opinione, anche quando essa coincide con il parere di una parte soltanto (la maggioranza) della collettività. Monismo e pensiero unico cadono a pezzi oltre il Mediterraneo, ma da noi hanno messo radici e vantano trionfi.

    Tocqueville spiega bene, nei libri sulla Rivoluzione francese, le insidie delle prese della Bastiglia. Il Re fu sostituito da un potere solitario, illimitato, più efficace della Corona. Quello del Popolo, uno e indivisibile. Un solo valore venne eretto a valore supremo, non negoziabile: quello della Ragione. L'Uno è il fulcro del pensiero monistico, e surrettiziamente ci addestra a pensare contro la democrazia. Fino a due non riusciamo a contare. La stabilità è l'idolo cui sacrifichiamo le primordiali aspirazioni democratiche. Forse è il motivo per cui i governanti europei, e gli italiani in sommo grado, faticano a capire i paesi arabi o l'Iran. Stentano a osservarli, a parlarne: non ne hanno il vocabolario, pur essendo i padri dei dizionari democratici disseppelliti oltre il Mediterraneo anche per noi.

    Cantileniamo il ritornello della primavera dei popoli, e non sappiamo più quel che accade, quando un popolo s'appropria del proprio destino. Quel che urge costruire, una volta distrutto il trono. Eppure basta guardare: non si riducono a questo, per ora, le rivoluzioni arabe. Non è un Popolo che si solleva, monolitico grumo di passioni che conquista il potere. Quel che vediamo sono le molteplici aspirazioni, il proliferare e differenziarsi di progetti, il bisogno - inaugurale in democrazia - di un regime regolato in modo da favorire tale differenziazione. Non il dominio del popolo è la meta ma la possibilità della disputa, la concordia nutrita di discordia.

    Due sono le caratteristiche delle rivoluzioni arabe, che possono finir male o bene ma sono comunque esperienze della democrazia ai suoi albori. In primo luogo la scoperta dell'altro, del diverso, non più sotto forma del nemico che si odia o cui ci si assoggetta: dunque la scoperta di sé, di quel che io posso fare per sortire dal marasma. È significativo che la prima scintilla delle rivolte sia stata il suicidio del tunisino Mohamed Bouazizi, giovane venditore ambulante, il 4 gennaio. Il gesto ha annullato d'un colpo anni di suicidi-omicidi terroristi, e per la prima volta l'arabo insorge cominciando da sé. La seconda caratteristica è la scoperta di quanto sia prezioso, perché ci sia democrazia, lo spazio pubblico dove le varie idee s'incrociano, s'oppongono, sfociano in delibera. Nella Grecia antica si chiamava agorà: la piazza dove i privati s'incontrano, diventano cittadini che accudiscono la cosa pubblica oltre che la propria famiglia. Dove democraticamente decidono. Si decide votando a maggioranza, ma l'esistenza dell'agorà è il preambolo che dà spazio, dignità, legittimità al diverso.

    Chi ha seguito su internet i tumulti arabi avrà visto le discussioni sterminate attorno a ogni articolo, appello. In assenza di un'agorà ufficiale (di una res publica), gli arabi scelgono internet e cellulari per parlarsi l'un l'altro come mai prima d'ora, per manifestare contro gli autocrati da cui erano manipolati, non governati. Il primo atto della democrazia è uscire di casa, contrariamente a quel che dice Berlusconi secondo cui la famiglia privata ti insegna tutto, e fuori s'aggirano scuri professori della scuola di Stato che inculcano nozioni devianti. Ha scritto Robert Malley sul Washington Post che Al-Jazeera è divenuta un attore politico di primo piano "perché riflette e articola il sentimento popolare. È diventata il nuovo Nasser. Il leader del mondo arabo è una rete televisiva".

    Ma internet e Tv sono gli strumenti, non la stoffa delle democrazie nascenti. Altrimenti potremmo dire che anche da noi le Tv commerciali sono state levatrici di democrazia. Quel che le reti sociali arabe suscitano è la pluralità di opinioni e notizie, non l'emergere dell'etere privatizzato italiano; non la Tv a circuito chiuso di Milano 2 che s'estende alla nazione ed è emblema del quartiere sbarrato che gli americani chiamano gated community. Al-Jazeera e social network arabi abbattono i recinti, aprono finestre. Le aprono a quel che le nostre democrazie inventarono, quando nacquero anch'esse nel tumulto: la pluralità di idee, la separazione dei poteri, la convinzione che il potere tende a estendersi, se altri poteri non lo fermano e controbilanciano. Le apre infine alla laicità, tappa essenziale delle democrazie d'occidente. Naturalmente è possibile che i Fratelli musulmani, più organizzati dei manifestanti, abbiano il sopravvento. Ma gli ingredienti iniziali delle rivolte non sono in genere confessionali. Può darsi che le cerchie autocratiche si limitino a spostar pedine. Ma gli insorgenti, come si vede in Tunisia, sgamano presto e non tollerano gattopardi che fingono cambiamenti. Un esempio significativo è il documento pubblicato il 24 gennaio sul sito del giornale Yawm al-Sâbì ("Il settimo giorno"): un manifesto in 22 punti in cui si chiede la separazione tra religione e Stato, la dignità delle donne, il diritto di ogni cittadino (comprese donne, cristiani) di accedere alle massime cariche, tra cui la Presidenza. Il documento è firmato da una ventina di teologi e imam egiziani, ed è stato ripreso prima da Asia News e poi da più di 12.400 siti arabi. Ne parla da giorni Samir Khalil Samir, gesuita egiziano e professore in Libano e al Pontificio Istituto Orientale di Roma. Secondo Samir, i firmatari del proclama non sono soli: "Questo desiderio di operare una distinzione tra religione e Stato è un sentimento comune. La religione è una cosa buona in sé e non vogliamo ostacolarla, purché rimanga nel suo ambito, come una cosa piuttosto privata, che non entra nelle leggi dello Stato. Invece i diritti umani, questi sì! (...) E se la legge religiosa va contro i diritti umani, allora preferiamo i diritti umani anziché la sharia" (www. zenit. org). In Italia parole simili sono eresia, perché tutt'altro è lo spettacolo cui assistiamo: una regressione della laicità, della separazione dei poteri, della democrazia. Non stupisce che Berlusconi abbia difeso in principio i dittatori, temendo di disturbarli: non è la storia araba, ma la storia delle nostre democrazie che non arriva a interiorizzare. Metà del mondo entra in contatto con la democrazia, con le tesi di Montesquieu sul potere frenato da altri poteri, ma lui è fermo, a presidio dell'Uno e l'Indivisibile, in polemica costante con ogni potere di controllo (magistratura, Consulta, Quirinale). Mai come in queste settimane il suo esperimento è apparso superato: espressione di una democrazia impigrita, chiusa. Anche la sua idea di televisione non è agorà, inclusione del diverso. È un'opinione sola che grida dallo schermo della "scatola tonta" e ha l'impudicizia di presentarsi come Radio Londra armata contro tiranni. Non siamo certo gli unici ad arrancare dietro la primavera araba senza sapere perché arranchiamo: dimentichi dei patti coi tiranni, dei profughi respinti ai nostri confini e consegnati ai campi di concentramento libici, dell'Arabia tramutata in terra d'affari. Il ministro degli Esteri francese Michéle Alliot-Marie ha reagito all'inizio come Frattini, Berlusconi. Ma in Francia son bastati due mesi, e domenica il ministro ha dovuto dimettersi, spinto dal suo stesso partito.

    Il discorso sui valori, caro al Premier quando inveisce contro la scuola pubblica, o contro l'adozione da parte di single o gay, o contro il diritto del morente a decidere se farsi o non farsi tenere in vita, è frutto di questo monismo non democratico. È una visione gradita alla Chiesa, che può ottenere potere (non in omaggio ai Vangeli ma a una sacralizzazione della stabilità degna del Grande Inquisitore) spartendolo alla maniera dell'Islam radicale: agli imam le moschee, i soldi, la signoria sulle anime; agli autocrati l'imperio politico inconfutato. L'orizzonte è quello dell'agorà negata: che trasforma l'inquilino della comunità protetta non in cittadino, ma in consumatore appeso alla scatola tonta, incapace di uscire e scoprire la Città.

    (02 marzo 2011)
    www.repubblica.it
    Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali.

    (Don Lorenzo Milani)

  2. #2
    http://www.internazionale.it/l%e2%80...non-serve-piu/




    L’uomo forte non serve più
    8 marzo 2011





    I movimenti per la democrazia in Medio Oriente hanno fatto emergere un nuovo tipo di nazionalismo. Che si basa sul concetto di cittadinanza e non sull’appartenenza religiosa.

    Le rivolte si diffondono nel mondo arabo e i giovani che hanno dato il via al movimento di protesta vedono al loro fianco un numero sempre più grande di manifestanti. Così viene da chiedersi fino a che punto si spingeranno le proteste e quali saranno le conseguenze dal punto di vista geostrategico. Mentre in alcuni regimi la posta in gioco è “tutto o niente” (come nella Libia di Muammar Gheddafi), in altri paesi i governi provano a limitare i danni, cercando di dare l’impressione che le cose stanno cambiando anche se i cambiamenti reali sono minimi.

    Per il momento l’occidente sembra aver accolto favorevolmente questo processo di democratizzazione, anche se è ossessionato dalla necessità di mantenere lo status quo: una pace fredda tra Israele e il mondo arabo, e il tentativo di costruire un fronte comune per isolare l’Iran. Nelle società arabe, invece, i conservatori si preoccupano perché non sanno che direzione potrebbe prendere il movimento democratico.

    La democrazia dei giovani
    In questi paesi anche i movimenti di opposizione sono attraversati da un conflitto generazionale. Lo si nota soprattutto nei Fratelli musulmani egiziani. La vecchia generazione ha ancora una cultura politica fondata sull’unanimità e sul culto del leader carismatico. In campo sociale è conservatrice e teme il moltiplicarsi dei conflitti sociali e delle rivendicazioni. Anche se accetta il pluralismo politico, non ha una cultura democratica e diffida della libertà di espressione.

    Questa Fratellanza più tradizionalista potrebbe perfino diventare un partner affidabile per l’esercito. I militari sono infatti alla ricerca di interlocutori che condividano il loro desiderio di ordine e la diffidenza nei confronti dei nuovi movimenti sociali. In molti paesi, in mancanza di politici esperti provenienti dalle fila dei manifestanti, la fase di transizione è gestita in gran parte da persone appartenenti ai vecchi regimi, molto lontane dalla cultura politica della piazza e prigioniere di una mentalità autoritaria. I nuovi governi di transizione spesso annunciano riforme e nuove elezioni, ma non capiscono che i cambiamenti di facciata non basteranno a fermare le proteste di chi è disoccupato o di chi denuncia il monopolio delle élite su ampi settori dell’economia. In tutti i paesi interessati dalle rivolte, a parte la Tunisia, i militari detengono buona parte del potere economico.

    Anche gli esponenti dei vecchi partiti d’opposizione sono tentati dall’idea di raggiungere un accordo con le élite, che promettono un governo sicuramente più aperto, ma pur sempre autoritario. In questo contesto il vero discrimine è quello generazionale, non quello ideologico. La nuova generazione dei Fratelli musulmani, già attiva nella sfera pubblica e su internet, si è unita ai manifestanti di piazza Tahrir, contro l’opinione dei leader dell’organizzazione, sottoponendo i princìpi della Fratellanza alla prova della democrazia e della libertà di espressione. Dinamiche simili sono in atto tra i giovani copti, che non si sentono più rappresentati dal papa Shenuda III.

    Le élite non hanno ancora capito fino in fondo il carattere innovativo delle proteste. Le manifestazioni pacifiche, democratiche e pluraliste rendono obsoleti i vecchi strumenti di repressione fondati su un misto di violenza e corruzione. Inoltre le nuove generazioni rifiutano i capisaldi della cultura politica che ha dominato il Medio Oriente negli ultimi sessant’anni: l’apparente unità in nome di una causa (il popolo arabo, l’islam, la Palestina) e di un leader (lo zaim), uno stato costruito sui servizi segreti (la mukhabarat) e la denigrazione di tutti gli oppositori politici, accusati di essere traditori al soldo delle potenze straniere (di solito Stati Uniti e Israele).

    Inoltre il movimento è democratico e allo stesso tempo nazionalista: il suo successo potrebbe infatti migliorare lo status regionale e internazionale dei paesi in cui trionferà perché permetterà l’ascesa di governi legittimi e, di conseguenza, più liberi di agire. La rapida diffusione del movimento in Medio Oriente pone anche un’altra questione: fino a che punto la democratizzazione cambierà l’equilibrio strategico della regione?

    L’esempio del Bahrein è molto utile per fare ipotesi sul futuro. Se si considerano le divisioni religiose nel paese (in cui una minoranza sunnita governa su una maggioranza sciita), si può essere portati a pensare che il successo del movimento democratico possa spingere il Bahrein nell’orbita iraniana, alterando considerevolmente gli equilibri di potere nel golfo Persico, anche perché il Bahrein potrebbe spingere gli scii*ti dell’Arabia Saudita a ribellarsi. Questa, almeno, è la teoria più accreditata a Riyadh per giustificare il sostegno alla famiglia regnante in Bahrein. Tuttavia, l’opposizione del Bahrein si presenta come un movimento che supera le divisioni confessionali. I suoi sostenitori sventolano la bandiera nazionale – quella della famiglia Al Khalifa – e non quelle sciite né tantomeno i colori dell’Iran. Hanno pochi legami con la teocrazia iraniana, che ha messo agli arresti domiciliari uno dei loro leader spirituali, l’ayatollah Shirazi. E la principale scuola di pensiero religioso in Bahrein, l’akhbarismo, non è quella dominante in Iran.

    In Bahrein l’opposizione, com’è successo in Tunisia e in Egitto, ha assunto un carattere patriottico. La monarchia dell’isola si trova a un punto di svolta: può continuare a identificarsi con la minoranza tribale che ha preso il potere nel settecento o accettare una concezione più ampia di cittadinanza, che superi le divisioni religiose.

    Monarchie e tribù
    Nel corso della sua lunga storia la monarchia marocchina è riuscita a portare a termine un processo di nazionalizzazione come questo. Grazie alla sostanziale identificazione tra nazione e monarchia, il Marocco è rimasto indipendente nel periodo ottomano ed è riuscito a mantenere la sua autonomia anche sotto il protettorato francese. Oggi il movimento di protesta marocchino, a differenza di quanto succede negli altri paesi della regione, non vuole la rivoluzione contro il sistema, ma chiede riforme e una transizione graduale verso una monarchia costituzionale.

    Nello Yemen la società è attraversata da divisioni che oppongono i democratici alle tribù del nord, tradizionalmente ostili alle élite urbane, sullo sfondo dell’irredentismo delle regioni meridionali. Il regime del presidente Ali Abdallah Saleh non avrà problemi a mobilitare le tribù e i loro interventi saranno molto violenti. Anche in Libia gli oppositori al regime di Gheddafi devono tenere conto delle solidarietà tribali, ma potrebbero dimostrarsi abbastanza dinamici da superarle.

    In Siria, dove ancora aleggia il ricordo del massacro dei Fratelli musulmani ad Hama nel 1982, la minoranza alawita al potere si sente indubbiamente con le spalle al muro e, come Gheddafi, si batterà fino alla fine. In Algeria, invece, è il ricordo di dieci anni di guerra civile che blocca la diffusione del movimento: il regime è riuscito a instillare nella popolazione una nuova forma di autorepressione che ha confuso i confini tra massacratori e massacrati, mentre le élite militari continuano a comandare in tutta tranquillità e senza dare troppo nell’occhio.

    Giocando la carta delle divisioni culturali i regimi autoritari del Medio Oriente indeboliscono i loro stati, mentre le forze democratiche spingono questi stessi stati verso una maggiore omogeneità nazionale. Uno dei risultati di quest’ondata di democratizzazione potrebbe essere il rafforzamento di un nazionalismo improntato ai princìpi della realpolitik invece che a un’ideologia sovranazionale.

    Una delle conseguenze inattese degli eventi di queste settimane è che il conflitto israelo-palestinese avrà un ruolo sempre più marginale nella politica della regione. Israel*e potrebbe non essere più l’unica democrazia nel Medio Oriente. Nelle manifestazioni di piazza si fanno pochissimi riferimenti al conflitto tra israeliani e palestinesi, mentre in passato la strumentalizzazione di quella guerra ha di fatto congelato qualsiasi evoluzione negli altri paesi. E va detto che non sono stati soltanto i regimi al potere a servirsi di questo argomento, ma anche una certa sinistra terzomondista occidentale, agli occhi della quale niente potrà cambiare in Medio Oriente finché il conflitto non sarà risolto.

    Ideologie panarabiste
    Il fatto che si dia meno importanza al conflitto israelo-palestinese destabilizza il governo di Tel Aviv. Ha inoltre conseguenze anche sulla posizione di Hezbollah in Libano, che si trova di fronte a due problemi: in primo luogo, il movimento per la democrazia minaccia di sminuire il suo ruolo regionale, rafforzando invece la posizione degli stati nazionali a spese delle ideo*logie panarabiste e panislamiste. In secondo luogo, sostituisce l’appartenenza religiosa con la nozione di cittadinanza in quanto fondamento dello stato.

    Resta da vedere come si comporteranno i nuovi regimi nei confronti di Israele. Probabilmente manterranno una situazione di pace fredda, che però costringerà Israe*le ad affrontare le sue contraddizioni, e le potenze occidentali ad assumersi maggiori responsabilità. Un’altra vittima collaterale della democratizzazione sarà il fronte antiiraniano: il regime di Teheran non diventerà più accettabile, ma i nuovi governi saranno meno propensi a fare crociate contro altri paesi e non avranno più bisogno di provare le loro buone intenzioni all’occidente, che sarà costretto a prendere atto della volontà di questi popoli.

    Olivier Roy è un politologo francese. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è La santa ignoranza (Feltrinelli 2009).

    Traduzione di Giusi Muzzopappa.

    Internazionale, numero 887, 4 marzo 2011
    Vik vive!

  3. #3
    http://www.nena-news.com/?p=10626







    KHALED HADADAH: VOGLIONO IN MEDIO ORIENTE UNA NUOVA SYKES –PYCOT

    Per il leader dei comunisti libanesi dopo l’esplosione delle proteste gli Usa hanno lanciato una controffensiva che ha preso corpo attraverso un compromesso storico fra forze liberali, quel che restava dei vecchi regimi e l’Islam cosiddetto moderato come i Fratelli Musulmani




    DI MAURIZIO MUSOLINO

    Roma, 11 giugno 2011, Nena News – «Le rivolte nei paesi arabi sono la certificazione della morte clinica dei regimi che li governano. E dove questo non accade è solo perché non ci sono alternative». Non ha mezze parole il segretario del Partito dei comunisti libanesi, Khaled Hadadah nel parlare di quanto avviene nell’area orientale del Mediterraneo. Per Hadadah, in Italia per un incontro bilaterale con il Pdci, da tempo gli Usa lavoravano ad una nuova divisione del “Grande Medioriente”, «una nuova Sykes –Pycot, con l’obiettivo di frantumare gli stati nazionali. Hanno iniziato con l’Iraq, il Sudan, poi con la Libia… la Siria, e così via. Obama ha solo implementato questa strategia messa a punto negli anni del primo mandato Bush». Ma il segretario del Pc libanese sottolinea anche come «né Obama, né gli Usa, né la Nato siano riusciti a capire la potenzialità presente nelle masse arabe. Per questa ragione – prosegue Hadadh – Egitto e Tunisia hanno sorpreso i Paesi occidentali». Rivolte che per Hadadah sono state caratterizzate da un forte aspetto socio-politico.

    Per il leader dei comunisti libanesi dopo l’esplosione delle proteste gli Usa hanno compreso che serviva una immediata controffensiva che ha preso corpo attraverso prima «un compromesso storico fra forze liberali, quel che restava dei vecchi regimi e l’islam cosiddetto moderato come i Fratelli Musulmani». Questo sta accadendo in Tunisia e in Egitto. La fine di Bin Laden. Secondo Hadadah, va in questa direzione. Poi – spiega sempre l’esponente del Pcl – intensificando il ruolo “normalizzatore” dell’Arabia Saudita, come ad esempio in Barhein. E infine attraverso un vero e proprio accerchiamento e attacco militare, vedi la Siria e la Libia. Questa strategia è aiutata dalla natura stesa dei regimi, che in questi decenni hanno intensificato la repressione interna e la bassa democrazia.

    Un discorso leggermente diverso va però fatto per la Siria. Per il segretario del Pc libanese tre sono stati i fattori che hanno influito nelle rivolte: il carattere antimperialista, la richiesta di maggiore democrazia e la crisi economica. «Per la Siria – sottolinea Hadadah – il primo fattore è inesistente, visto che Damasco è da tempo schierata con decisione nel campo antimperialista. Ma le recenti privatizzazioni hanno innescato una logica neoliberale che ha portato negli ultimi mesi ad un attacco ai salari, all’occupazione e in ultima ai diritti dei lavoratori. Il tutto condito con un aumento vertiginoso della corruzione». In questo modo – spiega Hadadah – il regime siriano è andato via via perdendo il consenso che aveva, vedendo assottigliarsi la base popolare che lo sosteneva e che gli riconosceva comunque di aver apportato notevoli conquiste sociali. Le prime proteste vedevano protagonisti esponenti dello stesso partito Baath e comunisti. Per Hadadah è stato un errore reprimerle violentemente arrestando decine di manifestanti. Poi sono arrivate le vere e proprie stragi a Daraa, che sono rimaste senza colpevoli anche se tutti sanno delle responsabilità del cugino del Presidente Bashar. Infine le strumentalizzazioni esterne… Oggi bloccare le proteste non sarà facile, dice il segretario del Pc libanese, «perché la principale richiesta è la riforma dell’articolo 8 della costituzione, ovvero l’esistenza del multipartitismo». Si chiede, in pratica, al partito Baath di suicidarsi con le sue mani.

    Nel frattempo – racconta Hadadah – i Fratelli musulmani hanno assunto un ruolo decisamente ostile verso il governo siriano «e il loro potenziale bellico è di primo piano». Infine il Libano. Il Paese dei cedri sottolinea il segretario del Pcl «è l’anello debole di tutta la regione. Siamo senza un governo da mesi, il Parlamento non riesce a riunirsi, e tutto questo accade nell’apparente disinteresse del mio popolo. Questo accade perché da decenni gli accordi dentro il Libano sono frutto di accordi fra le potenze dell’area: Arabia Saudita, Siria, Iran Francia e Usa. Oggi l’instabilità generale impedisce questo accordo e noi restiamo appesi ad un filo sottilissimo che può spezzarsi in ogni momento. Ci sono rischi serissimi davanti a noi».
    Vik vive!

  4. #4
    http://www.asianews.it/notizie-it/Il...smo-21811.html

    Il futuro della “primavera araba”, frenato da povertà e fondamentalismo
    di Samir Khalil Samir
    In Egitto e altrove i nuovi tentativi democratici rischiano il fallimento a causa dell’enorme povertà, l’ignoranza, il fondamentalismo. L’occidente non può solo stare a guardare o fare da gendarme. Occorre intervenire nell’economia, l’educazione, in opere comuni fra cristiani e musulmani per mostrare che la convivenza è possibile
    Vik vive!

  5. #5
    http://www.ilgiornaledivicenza.it/st...8__la_rivolta/

    11.09.2011

    La primavera araba non è finita. È cominciata in Tunisia. Ha proseguito in Egitto, in Yemen, in Libia e in Siria e non si fermerà. In molte nazioni del Medio Oriente non è ancora arrivata, ma il cambiamento è ormai alle porte. È inevitabile. A sostenere questa tesi è il direttore del canale televisivo del Qatar Al Jazeera, Mostefa Souag, ospite del Festiva letteratura di Mantova. Per molti osservatori internazionali Al Jazeera, nata nel 1996, ha preparato e poi accompagnato il risveglio, l'emancipazione democratica del mondo arabo, mettendo a confronto le versioni ufficiali e le voci delle opposizioni, con un linguaggio sconosciuto nel mondo islamico. Dopo gli anni in cui veniva accusata di essere la portavoce di Bin Laden, durante la primavera araba di questi mesi la televisione araba ha ricevuto pubblicamente il sostegno del capo della diplomazia americana, Hillary Clinton, ed è diventata una fonte indispensabile per i media occidentali.
    «Ora ci accusano di essere al soldo della Cia e del Mossad e di voler rovesciare tutti i leader arabi e in molti di questi ora non possiamo più avere corrispondenti», ha detto il numero uno di Al Jazeera. «Ci vietavano l'ingresso in Tunisia prima della rivoluzione dei gelsomini e la stessa cosa ora accade nel nuovo centro delle rivolte, la Siria».
    I DITTATORI hanno ripetutamente cercato di chiudere Al Jazeera. Souag ha affermato che la sua televisione «sarà sempre aperta e libera» e ha ribadito il fatto che la rete all news del Qatar «non ha innescato alcuna rivoluzione. Ne ha solo dato notizia. Dal 1996 abbiamo dato la possibilità alla gente di avere delle notizie, informandole correttamente», ha continuato Souag, «Al Jazeera non ha cominciato la rivoluzione, ma ha reso le persone consapevoli di quello che stava accadendo nei Paesi arabi per far sì che queste persone non si sentissero isolate e con le spalle al muro».
    Tra questi cittadini ci sono molti giovani. Gad Lerner, sempre a Mantova, ha ricordato che metà dei 350 milioni di arabi ha meno di 25 anni. Al Festival della letteratura ha parlato poi uno di loro: Wael Abbas. Il giovane egiziano è uno dei blogger più attivi, ben prima di quel 25 gennaio 2011 in cui piazza Tahrir si riempì di uomini e donne che gridavano basta con il vecchio regime.
    «In Egitto», ha affermato Abbas, «dopo le dimissioni di Osni Mubarak la rivoluzione non è ancora finita e c'è ancora un sistema da cambiare». I social network hanno giocato un ruolo importante nella rivolta. In Egitto si è costruita una rete orizzontale, da blog a blog, da post a post, per esprimere idee ed eludere la censura. Ci sono molte persone che nutrono dubbi riguardo al futuro di queste cosiddette «e-rivoluzioni». Abbas ha ricordato che i blogger e la società civile, da ora in poi, avranno un peso decisivo, nonostante l'esercito.
    PROSPETTIVE «Se durante le prossime elezioni», ha proseguito Abbas, «ci saranno brogli li denunceremo. Se chi prenderà il potere non farà l'interesse dei cittadini scenderemo in piazza, di nuovo».
    Tra coloro che sono scesi in piazza c'è lo scrittore egiziano Ala al-Aswani, che, nel suo libro del 2006 Palazzo Yacoubian (Feltrinelli) aveva previsto tutto quello che sarebbe successo a Piazza Tahrir. A Mantova ha raccontato come un popolo che appariva debole, prostrato e senza speranza, un giorno abbia deciso di scendere in piazza. «La società ha rotto il cristallo della paura. Si è giunti così al momento della rivoluzione e del cambiamento. Le persone erano talmente frustrate che volevano agire per il cambiamento anche al costo della propria vita e così si sono messe a lottare per la libertà dei propri figli».
    «La gente allora ha trovato coraggio di manifestare nonostante centinaia di cecchini fossero appostati giorno e notte sui palazzi», ha proseguito al-Aswani. «La morte non rappresentava più un rischio, un'idea davanti alla quale si doveva indietreggiare. C'era la volontà di convivere con la possibilità di morire. È successo a me e a milioni di persone», conclude lo scrittore, convinto che «la libertà non si fermerà».
    Vik vive!

  6. #6
    http://www.padpad.eu/Detail_News_Dis...0kLI.oknotizie

    Attivisti della Primavera araba tra i candidati al Nobel per la pace
    Così tra i nomi dei candidati spuntano Wael Ghomin, un attivista egiziano, Israa Abdel Fattah uno dei fondatori del Movimento egiziano 6 Aprile, la blogger tunisina Lina Ben Mheni.
    Vik vive!

  7. #7
    http://www.medarabnews.com/2011/10/2...uni-gli-altri/


    La generazione dei giovani che ha prodotto la rivoluzione nei paesi arabi non è contaminata dal settarismo e propugna esclusivamente la libertà e la democrazia; ma coloro che sono venuti dopo, e hanno aderito alla rivoluzione senza esserne stati i pionieri o i creatori, hanno portato con sé la loro cultura politica, settaria e di partito, frapponendola al cammino della rivoluzione senza rinunciare alla loro intolleranza politica e religiosa – scrive l’analista libanese Nasri al-Sayegh
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    Le rivoluzioni dei giovani…non hanno religione
    Per cominciare, è necessario scagionare la rivoluzione araba democratica dalla macchia del settarismo e del confessionalismo. La generazione dei giovani – i quali sono usciti dalle loro case, dalle loro scuole, dalle loro università e dai loro luoghi di lavoro, oltre che dai mercati della disoccupazione, per demolire i regimi della tirannia, dello sfruttamento, della corruzione e della soppressione – non era contaminata dal settarismo e dal confessionalismo, era esente dalla macchia del razzismo e dell’arroganza, e pura come il suo slogan: libertà, dignità e pane.

    continua
    Vik vive!

  8. #8
    http://www.uaar.it/news/2011/11/23/t...sto-califfato/

    Tunisia, segretario partito Ennahdha: “è l’ora del sesto califfato”

    Il segretario del partito Ennahdha e futuro primo ministro tunisino, Hamadi al Jabali, la settimana scorsa nella città di Susa ha fatto davanti ai suoi sostenitori un discorso in proclamava che è giunto il tempo del “sesto califfato, grazie a Dio”, riporta il Washington Post. Il riferimento al sesto califfato si ricollega alle cinque precedenti dinastie di regnanti musulmani che hanno istituito dei califfati, l’ultimo dei quali venne abolito da Kemal Ataturk in Turchia, spiega Reuters. Le affermazioni esplicitamente religiose hanno preoccupato la componente laica tunisina, nonostante Ennahdha abbia più volte cercato di rassicurare le componenti liberali sul fatto che non sarà imposta la sharia in Tunisia.

    Valentino Salvatore

  9. #9
    http://www.tunisia-live.net/2011/11/...understanding/


    As a reaction, Hamadi Jebali confirmed that Tunisia is a democratic country which obtains it’s legitimacy from the people through free and fair elections and a peaceful transfer of power. He added that Ennahdha will not change its positions and Tunisia will remain a civil state. Jebali said that the reactions and comments made on the speech about the 6th Caliphate were based on an already reduced and out of context sentence. Adding, that it is a just misunderstanding.

    The center-left party, Ettakatol (Democratic Forum for Labor and Liberties), has announced that they have suspended their discussions to be a part of the governing coalition in the upcoming Tunisian Constituent Assembly. Mohamed Benour, the spokesperson of Ettakatol, told Tunisia Live that “the main reason why we suspended the discusions is the statement made by Mr. Jebali, we believe that Tunisia is a free and democratic country and we refuse to abandon the principles of our party,” continuing, “We wanted to deliver a clear and simple message to all political actors and to the public… but this is not a total break we just wanted to a deliver message, as soon as we contact Ennahdha and they explain the statement we will resume discussions… because we have a lot of responsibilities ahead of us.”
    Vik vive!

  10. #10
    http://www.osservatorioiraq.it/dalle...ono-a-distanza

    Dall'Egitto agli Usa: quando le rivolte e le repressioni si sostengono, a distanza

    di Maria Letizia Perugini

    Un aspetto affascinante delle rivolte arabe è stato il fatto di aver rappresentato una fonte di ispirazione per le (stanche) nuove generazioni 'occidentali'.
    In un rovesciamento di prospettiva, ora sembra essere l'Occidente a prendere 'lezioni' di democrazia da quella parte di mondo dove fino a qualche tempo fa si voleva esportare la democrazia con ogni mezzo, anche con le bombe.
    Oggi, i canali di comunicazione e scambio aperti dal basso dai giovani che hanno animato le piazze negli ultimi mesi, sono 'rimbalzati' anche in 'alto', e se da una parte i movimenti di protesta si sostengono, trasmettandosi informazioni e idee, dall'altra i 'guardiani dell'ordine 'costituito' si passano i mezzi di repressione.
    Le armi con cui sono state combattutte le primavere erano americane, francesi, italiane, inglesi, russe, ect, così come le armi usate dai governi di transizione provengono ancora da Europa e America.
    Questa volta si tratta dei gas lacrimogeni usati in piazza Tahrir, negli scontri che hanno preceduto le elezioni.
    In quei giorni le testimonianze che arrivavano dalla piazza parlavano di gas lacrimogeni più potenti di quelli usati nella prima fase della rivoluzione di febbraio.
    Tra chi non era equipaggiato con maschere anti-gas si registravano casi di perdita di coscienza e momenti di convulsioni simili a crisi epilettiche, effetti mai riscontrati finora. La maggior parte delle persone morte negli ultimi scontri sono decedute per soffocamento.
    Il Guardian ha raccolto numerose testimonianze, intervistando soprattutto i medici, principali testimoni degli effetti di questi gas.
    Ci sono stati pazienti che hanno continuato a "tossire sangue" per 15 ore, così come persone che pur indossando la maschera hanno comunque avvertito una forte sensazione di stortimento e debolezza, e poi, nei casi più gravi, le convulsioni.
    Sempre secondo il giornale inglese, una parte di questi gas sarebbe anche di produzione italiana, come riferito da Heba Morayef, ricercatrice per Human Rights Watch al Cairo. Ma la maggioranza proverrebbe invece da una compagnia americana che ha sede in Pennysilvania.
    Si tratta della Combined Systems Inc. (CSI), la società americana fondata nel 1981 che si occupa di elaborare, costruire e fornire armi alle forze militari e alle forza di sicurezza che 'si occupano di far rispettare la legge nel mondo'. Produce 'munizioni tattiche' e 'sistemi di controllo della folla', armi non letali ma che hanno effetti gravi sulle vittime, e che servono appunto a controllare e disperdere le folle.
    Questa vicenda ha avuto una grande eco negli Stati Uniti, con i giovani del movimento Occupay Wall Street che si sono subito mobilitati per protestare contro la CSI.
    Azioni dimostrative davanti alla sede della società americana per portare l'attenzione dei media sulla contraddizione nella quale si trova l'America, che sostiene le piazze arabe e allo stesso tempo fornisce i mezzi per reprimere quegli stessi movimenti.
    Le voci di dissenso sono arrivate fino al dipartimento di Stato americano, dove nel corso del colloquio con la stampa il rappresentante del governo Mark Toner ha dovuto rispondere alle domande sui gas lacrimogeni usati in Egitto.
    Si è fatto riferimento alla vicenda - datata 28 novembre - dell'arrivaro al porto di Suez di un carico di sette tonnellate di gas, il primo di tre successive tranche, per rifornire le forze di sicurezza con un totale di 21 tonnellate di prodotto.
    I lavoratori del porto di Suez si sono ribellati. Cinque funzionari si sono rifiutati di firmare i documenti necessari per autorizzare l'attracco della nave che trasportava le armi da usare contro i ragazzi di piazza Tahrir.
    I cinque verranno deferiti a una commissione di inchiesta. Ma intanto per un po' sono diventati i protagonisti indiscussi del 'mondo di twitter', che da giorni segue la vicenda e coordina le azioni tra un capo e l'altro dell'Atlantico.
    Guarda il video.

    12 dicembre 2011
    Vik vive!

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