luglio 21, 2010
LO STORICO DEL BOCA
«È un sonoro schiaffo all’Italia», così reagisce alla notizia delle decisione della Libia di chiudere tutti i campi di detenzione per immigrati Angelo del Boca, lo storico del colonialismo che aveva denunciato l’esistenza dei campi di detenzione come «nuovi campi di concentramento» all’ultimo convegno di storia italo-libico; e sulla vicenda dei 204 immigrati eritrei deportati fino a Braq, si era appellato al figlio di Gheddafi Seif Al Islam, l’uomo che sta scrivendo la Costituzione libica e che ha mostrato gesti di apertura verso gli oppositori politici.
Come giudichi questa decisione del leader libico Gheddafi, confermata dall’ambasciatore libico in Italia Hafed Gaddur?
La notizia è di estrema importanza, perché chiude il capitolo ignobile dei campi di raccolta, che poi altro non sono – ora speriamo di dire non erano – che campi di concentramento per i disperati in fuga dall’Africa interna che premono dal grande Sahara su Tripoli. Anche di questi campi è in massima parte responsabile l’Italia, come è dimostrato dalla medesima pratica dei Cie e dagli stessi problemi e polemiche che abbiamo avuto. Sarebbe importante sapere se quello di Gheddafi è l’atto di un autocrate che decide della vita e della morte dei suoi ospiti – ospiti della sua Africa – oppure è un ripensamento vero ed umano. La scelta corrisponderebbe alla sua tempra umana: perché, dopo un’inchiesta rapida che avrebbe dimostrato l’inutilità dei centri di raccolta, altrettanto rapidamente ha preso la decisione di chiuderli.
Quali problemi apre questa decisione al Trattato Italia-Libia di due anni fa, dove non c’era menzione dei campi di detenzione ma la Libia s’impegnava a «contenere l’immigrazione clandestina»?
Per l’Italia è uno schiaffo. Perché una delle chiavi di volta, oltre al pattugliamento a mare con arrivo di motovedette italiane, era proprio questo sistema di veri e propri lager. Ora non è che la disperazione che spinge popoli interi dal Sahara verso Tripoli finirà. È decisivo capire la conclusione dalla vicenda dei 205 eritrei. Dove andranno i nigeriani liberati dai campi e dove tutti gli altri? Gli eritrei, dopo una forte pressione internazionale e la battaglia di voci libere come il manifesto, sono stati liberati a Braq, possono fare, entro tre mesi quello che vogliono, ma intanto non possono lasciare Seba. E qualora arrivassero a Tripoli, dove potranno mai arrivare ora e quante volte il tempo della loro libertà «entro tre mesi» sarà scaduto? Ecco dunque che l’Italia, che li ha respinti in acque internazionali senza identificarli come avrebbe dovuto, è richiamata subito in causa: perché devono essere ospitati da un paese terzo che riconosce i diritti umani.
Forse il cosiddetto contenimento troverà altre forme. C’è la Finmeccanica che sta per avviare la costruzione di un mega-muro tecnologico ai confini del Sahara per fermare i nostri «clandestini»…
Sì, c’è anche questa ulteriore mostruosità della Finmeccanica da denunciare. Ma subito l’Italia deve dare una risposta alla decisione di Tripoli, basta chiacchiere del ministro Frattini. Se il sottosegretario Stefania Craxi ha dato la disponibilità ad ospitare temporaneamente una parte dei disperati eritrei di Braq, si passi subito a ospitarli. Il governo Berlusconi prenda un’iniziativa chiara. E l’opposizione – che, senza tanto per il sottile, aveva dato il suo assenso al Trattato Italia-Libia solo perché risolveva l’annoso contenzioso coloniale – se esiste davvero, su questo alzi la voce immediatamente. I diritti umani non possono essere scambiati con la memoria della lotta anticoloniale e ora valgono quanto, se non più, la lotta al potere di un governo corrotto e colluso. E invece nessuno in Italia propone un piano chiaro. Può sembrare incredibile, ma lo sta facendo Gheddafi.
Fonte: Guerre Contro




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