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Discussione: Resistenza Tricolore

  1. #1
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    Resistenza Tricolore

    Un antico adagio dice : La Storia la scrivono i vincitori
    quanto abbia fatto eccezione la redazione della storia della Resistenza Italiana non si sa, perchè generalmente la scrittura della storia della Resistenza è stato appannaggio delle sinistre che per via del vincolo atlantico.........................

    Quindi per motivi volontari o involontari non è stata mai fatta luce sulla Resistenza di quei militari italiani che si opposero ai tedeschi dopo l'8 settembre 1943, e parliamo di qualcosa come 90.000 caduti militari.

    chi erano costoro?

    inquesti giorni comincianoa uscire alcune pubbliazioni

    http://guide.supereva.it/controcultu...enza-tricolore

    http://blog.panorama.it/libri/2010/0...i-dimenticati/



    http://www.liberonweb.com/asp/libro.asp?ISBN=8804601442

  2. #2
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    un luogo triste dei militari italiani


    "Caserme rosse". Il lager di Bologna. Armando Sarti

    A Bologna, in via di Corticella al civico 147, si trova il portale di ingresso di ciò che resta del “lager di Bologna” dopo il bombardamento aereo alleato del 12 ottobre 1944, che demolì oltre il 90% della cubatura dei fabbricati allora esistenti, dove erano rinchiusi migliaia di rastrellati in attesa della deportazione. Cinque dei sei imponenti fabbricati a forma di U, le palazzine comando, altri fabbricati minori, sotto il peso distruttivo di 750 ordigni da 100 libbre sganciati durante l’attacco aereo del 47° Bomb Wing dell’Air Force americana che avvenne dalle ore 12 alle ore 14, come si è appreso dall’apertura avvenuta qualche anno fa degli archivi dei servizi segreti americani riguardo i bombardamenti aerei della seconda guerra mondiale, furono rasi al suolo. Gli americani pensavano di colpire un complesso militare nemico, non sapevano che Caserme Rosse era un campo di prigionia. Solo su Caserme Rosse quel giorno caddero oltre 34.000 kg di bombe costruite sì per demolire, ma soprattutto per ferire ed uccidere gli uomini: ogni ordigno era in grado di colpire, con il suo effetto schegge, uomini allo scoperto nel raggio 60 metri dall’esplosione.



    I reclusi nel lager di Caserme Rosse, oltre a temere la furia nazista ed il sempre presente pericolo dell’immediata deportazione nei campi di prigionia o di sterminio organizzati da Adolf Hitler, seguivano con l’udito, ogni volta con grande apprensione, il passaggio in cielo dei bombardieri. A loro non era permesso di fuggire al riparo di un rifugio. Se il bombardamento fosse avvenuto avrebbero dovuto subirne le conseguenze all’interno delle camerate rigurgitanti di prigionieri.

    Padre Saccomano, un frate Barnabita, era stato condotto a piedi dall’Eremo di Tizzano, prigioniero dei tedeschi con altri 75 rastrellati, era l’8 ottobre 1944. Quel giorno a Caserme Rosse giunsero, meglio si aggiunsero altri 1500 prigionieri a quelli già presenti, tant’è che non vi era angolo di camerata o giaciglio libero per i nuovi arrivati.

    Anche quel 12 ottobre i fascisti avevano rassicurato ed andavano ripetendo che non c’era da avere paura, perché già altre volte i nemici avevano sorvolato Caserme Rosse senza mai sganciare una bomba.

    “Era da poco passato il mezzogiorno ed il cielo era solcato da innumerevoli fortezze volanti, sentimmo il caratteristico scroscio delle bombe sganciate sul nostro capo ed il loro esplodere nelle nostre immediate vicinanze. Le Caserme Rosse erano prese di mira”.

    Così, dai ricordi di Padre Saccomano, ci è dato di sapere come cessò l’esistenza di quel tremendo luogo di dolore che è stato Caserme Rosse per decine e decine di migliaia di rastrellati e deportati, punto di partenza di un viaggio spesso senza ritorno.

    Il 12 ottobre 1944 Bologna subì, dopo il 25 settembre 1943, il secondo più grave bombardamento di tutta la guerra, che provocò oltre 400 morti e 600 feriti in città. A Caserme Rosse numerosi furono i morti ed i feriti; sotto le bombe i tedeschi ed i fascisti si erano subito eclissati, fu così facile fuggire anche per i rastrellati rimasti illesi.

    Di Caserme Rosse conosciamo bene data e modalità di chiusura del campo di detenzione. Conosciamo meno bene ciò che avvenne dopo l’8 settembre 1943. Sappiamo per precise testimonianze dirette che già il 9 settembre 1943 i tedeschi ed i fascisti armati di fucile a baionetta montata conducevano a Caserme Rosse tutti i militari italiani che venivano rastrellati alla stazione ferroviaria, nelle strade e nelle piccole caserme. Nelle nostre zone la grande massa dei militari italiani non era, come si pensa, sbandata; bensì essi, tentarono di salvarsi, obbedendo ad un preciso ordine impartito dai superiori di fuggire dalle caserme e di togliersi la divisa per sottrarsi alla cattura da parte dei tedeschi. Il “tutti a casa” fu conseguenza della mancata organizzazione ed esecuzione di un piano di resistenza armata generalizzato ai tedeschi da parte del Re, di Badoglio e dei comandi superiori, che pensarono a mettersi in salvo lasciando l’esercito allo sbando.

    Già la sera del 9 settembre 1943 Caserme Rosse rigurgitava di soldati di ogni arma dell’esercito, della marina e dell’aeronautica, catturati con estrema facilità dai tedeschi nel momento in cui scendevano dai treni.Caserme Rosse raccolsero per mesi, sicuramente fino a novembre e dicembre 1943, decine di migliaia di militari. La quasi totalità di questi furono deportati in Germania con vagoni bestiame piombati. Durante la permanenza dei militari il tentativo di fuga veniva punito con l’immediata fucilazione: i tedeschi tiravano al bersaglio sui fuggitivi. Chi veniva solo ferito o catturato illeso veniva messo al muro ed immediatamente fucilato. Stessa sorte toccava a chi aiutava a fuggire: anch’essi, se individuati, venivano immediatamente fucilati, come ci ha testimoniato l’aviere scelto Luigi Lorenzato. Le

    Lorenzato arrivò a Caserme Rosse il 9 settembre 1943, la caserma era già piena zeppa di militari. Lorenzato ricorda: “nel breve periodo trascorso a Caserme Rosse sentivo tutti i giorni, spesso, colpi di arma da fuoco, che erano indirizzati verso chi tentava la fuga. Numerosi miei compagni di prigionia persero la vita per mano dei tedeschi, mentre tentavano di fuggire. In una occasione avevo aiutato alla fuga un prigioniero. Con altri fui messo in fila, per riconoscere chi aveva aiutato il fuggitivo. Rimasi terrorizzato di essere riconosciuto, fortunatamente i tedeschi mi scrutarono, ebbi un colpo di fortuna e passarono oltre”.

    Nell’ottobre del 1943, come ci ha lasciato scritto Monsignor Giulio Salmi, “Arrivarono dapprima i Carabinieri, colpevoli di un solo giuramento”. I Carabinieri romani e laziali, come i commilitoni campani, si erano rifiutati di rastrellare gli ebrei. Per questo vennero considerati inaffidabili dai tedeschi e dal maresciallo Graziani ministro della difesa nazionale della "repubblica di Salò", come ci è stato rivelato dalla recente apertura degli archivi della C.I.A. riferiti al 1943-44.

    Ai primi del 1944, terminò la fase del rastrellamento dei militari italiani già in armi dopo l’8 settembre del '43. Anche per colpa e responsabilità della cosiddetta “repubblica di Salò", un fortissimo accanimento fu rivolto verso i giovani in età di leva, in particolare le classi 1924-1925, che vennero richiamate per essere al servizio, in realtà, dell’occupante tedesco. I tedeschi, più che combattenti (essi giudicavano molto negativamente il soldato italiano), cercavano manodopera gratuita da avviare allo sfruttamento nel dispositivo di produzione bellica e nelle campagne della Germania, per sostituire a costo nullo i militari nazisti richiamati alle armi. Praticamente tutti i giovani abili per la "repubblica di Salò" che giunsero a Caserme Rosse furono destinati in Germania, subendo anch’essi uno sfruttamento bestiale e disumano. Chi invece godeva di minore vigoria fisica e di minore salute era inviato, sempre come manodopera gratuita da sfruttare, alla Todt (*), per il consolidamento dei sistemi di difesa passiva tedeschi sul nostro territorio nazionale.

    La ricerca affannosa di nuovi deportati per la Germania portò a metà del 1944 ai rastrellamenti a tappeto prima nelle Marche ed in Toscana, poi a settembre e ottobre in Emilia Romagna. Tutte le stragi nazifasciste erano accompagnate da feroci rastrellamenti verso la popolazione civile, con i molteplici scopi di fare terra bruciata attorno alla Resistenza, di seminare il terrore e di raccogliere quanti più uomini e donne possibile da avviare ai luoghi di detenzione e di transito, in cui venivano selezionati e divisi i prigionieri per la Germania da coloro che sarebbero stati utilizzati nei lavori forzati in Italia. Fra questi centri di raccolta è ormai certo che il grande primato negativo per il numero dei transitati, spetti a Caserme Rosse. Secondo Don Giulio Salmi, che fu Cappellano dei rastrellati di Caserme Rosse, nel solo periodo maggio-ottobre 1944 essi furono almeno 36.000.

    Dai dati dello storico tedesco Lutz Klinkhammer, nel suo libro "L’occupazione tedesca in Italia. 1943-1945”, risulta che nella città e provincia di Bologna dal 15 luglio all’11 agosto 1944, furono rastrellati 3336 uomini e 47 donne. Di essi 1903 uomini e 38 donne vennero deportati in Germania; 1151 uomini passarono in forza alla Todt; 286 uomini e 9 donne risultarono inabili.

    Sempre nel mese di agosto nella provincia di Bologna altri 7436 uomini e 139 donne vennero catturati, l'89% di essi erano civili rastrellati. Di questi, 5.600 furono deportati in Germania, 1500 restarono in Italia a disposizione della Todt; 500 i dichiarati inabili.

    Questi ultimi dati danno l’idea del tremendo tributo pagato prima dai militari poi dalle popolazioni civili, alla deportazione nei lager nazisti e transitati da Caserme Rosse.

    Armando Sarti

    Segretario del Comitato Unitario Democratico ed Antifascista della Bolognina e Navile
    Presidente dell'A.N.P.I Bolognina

    - Nota a margine dell'autore:
    La ricerca per fare luce sul tragico periodo della seconda guerra mondiale che coincise con la trasformazione delle Caserme Rosse in un lager, prosegue. Chi avesse notizie, scritti o testimonianze di fatti accaduti alle Caserme Rosse, può scrivere o contattare il Sig. Armando Sarti presso il Comitato Unitario, via di Corticella 145, 40129 Bologna.

    - Note a margine della redazione:

    (*) Todt : impresa governativa tedesca fondata nel 1933 da Fritz Todt (Reich. Dopo la morte del Todt, l'impresa estese la sua attività nei paesi occupati, mediante il reclutamento volontario o forzoso di operai locali. 1891-1942), ispettore generale delle autostrade tedesche, plenipotenziario e ministro degli armamenti del

    (**) Le foto , di deportati in attesa dei treni alla stazione e di alcune vie di Bologna dopo i bombadamenti, sono tratte dalle pubblicazioni promosse dall'ANPI di Bologna


    http://www.pianurareno.org/?q=node/542

  3. #3






    monumento agli italiani della divisione Acqui trucidati a Cefalonia dai tedeschi





    versi in dialetto friulano di un fante della Acqui, Olinto G. Perosa.



    Il dì plui trist



    Nus puartin

    vers Argostoli

    incolonaz

    sote la curte cane

    del "mascin"

    un puar drapel

    batut

    e dezimat

    Vin piardut

    guere e speranze

    e i nestris muarz

    son lì

    par tiere

    di cà e di là de'strade

    cui voi sbaraz

    E il mar...lajù

    cui tant ò vin sperat

    nus vuarde

    ndiferent

    e mut!


    Il giorno più triste



    Noi partivamo

    verso Argostoli

    incolonnati

    sotto le corte canne

    del mitra

    un povero drappello

    battuto

    e decimato

    Abbiamo perduto

    guerre e speranze

    e i nostri morti

    sono lì

    per terra

    di quà e di là della strada

    con gli occhi sbarrati

    E il mare...laggiù

    in cui tanto avevamo sperato

    ci guarda

    indifferente

    e muto!

  4. #4
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    Operazione Achse
    Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.


    Operazione Achse ("Asse") è il nome in codice di un piano dell'Oberkommando der Wehrmacht (OKW), elaborato durante la Seconda guerra mondiale, relativo all'occupazione dell'Italia, da parte della Wehrmacht, in caso di uscita dell'Italia stessa dalla guerra.

    Il piano, la cui esecuzione fu affidata al Generalfeldmarschall Erwin Rommel, prevedeva una defezione dell'Italia dalla guerra e quindi la necessità di rendere innocue le forze armate italiane, di impadronirsi dei loro equipaggiamenti, e, se fosse stato necessario, di distruggerle o catturarle in quanto nemiche del Terzo Reich.

    L'8 settembre 1943, Radio Roma diffuse l'annuncio di un armistizio fra il Regno d'Italia e gli Alleati, e alle 07.50 venne lanciata l'Operazione Achse per evitare che le forze italiane attaccassero quelle tedesche: furono innanzitutto disarmate e tradotte in Germania le truppe italiane che si trovavano sotto il controllo tedesco, mentre altre formazioni italiane si disciolsero autonomamente. Solo le navi della Regia Marina, ad eccezione della nave da battaglia Roma affondata dai tedeschi, riuscirono a sottrarsi alle mire tedesche e a consegnarsi agli Alleati nell'isola di Malta. Le truppe tedesche, già infiltratesi in Italia in base alle direttive dell'Operazione Alarico, dilagarono nel paese occupando in pochi giorni tutta la penisola, dalle Alpi a Napoli, che non era ancora stata presa dagli Alleati.

    Il 19 settembre, secondo i resoconti del Gruppo d'armate B, a cui era stata affidata l'esecuzione dell'occupazione, 82 generali italiani, circa 13.000 ufficiali e 402.600 soldati erano stati di fatto disarmati, e di questi 183.300 erano già stati tradotti in Germania come Internati Militari Italiani (IMI).



    Operazione Achse in cifre [modifica]
    Soldati italiani disarmati dopo l’otto settembre [modifica]

    * Italia settentrionale 415.682
    * Italia centromeridionale 102.340
    * Francia 8.722
    * Balcani 164.986
    * Grecia, isole dell'Egeo 265.000

    Totale 1.006.730
    Armi e materiali sottratti al Regio Esercito dopo l'otto settembre [modifica]

    * Fucili 1.285.871
    * Mitragliatrici 39.007
    * Moschetti automatici 13.906
    * Mortai 8.736
    * Cannoni contraerei e controcarro 2.754
    * Pezzi di artiglieria 5.568
    * Automezzi 16.631
    * Mezzi corazzati 977

  5. #5
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    La Resistenza dei militari italiani in Iugoslavia



    Il territorio della Iugoslavia venne occupato nell'aprile 1941 dagli eserciti italiano e tedesco. La Wehrmacht teneva la Serbia e la Croazia, mentre gli italiani erano così dislocati: in Erzegovina le divisioni Marche e Messina, in Montenegro le Divisioni Emilia, Ferrara, Venezia e Taurinense, inquadrate nella IX armata; in Slovenia, Croazia e Dalmazia otto Divisioni (Cacciatori delle Alpi, Isonzo, Lombardia, Macerata, Murge, Bergamo, Zara, Eugenio di Savoia), inquadrate nella II armata. In totale circa duecentomila uomini che, al momento dell'armistizio dell'8 settembre 1943, erano schierati da Fiume sino ai confini albanesi, frammentati in migliaia di piccoli presidi con modeste possibilità di movimento.
    Le Divisioni tedesche invece erano disposte unitariamente in blocchi consistenti, con robuste formazioni corazzate e un'aviazione potente. I loro comandi nel contempo avevano previsto, nel caso il governo Badoglio avesse abbandonato l'Asse, interventi immediati atti a neutralizzare e disarmare le forze italiane.
    Fu così che la sera dell'8 settembre venne subito attuata l'"Operazione Achse", intesa a bloccare ogni iniziativa italiana arrestando i maggiori comandanti e disarticolando tutta la rete dei collegamenti sia con l'Italia che all'interno delle nostre unità. Il potere decisionale passò allora nelle mani dei singoli comandanti di unità, che reagirono in modo diverso alle richieste di resa dei tedeschi. Molti militari italiani scelsero di unirsi ai partigiani iugoslavi e con loro parteciparono attivamente alla difesa o riconquista di città come Spalato, Dubrovnik e Belgrado.

    http://www.anpi.it/militari/iugoslavia.htm

  6. #6
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    I 600.000 militari italianiche dissero no alla R.S.I.
    quelli noti come I.M.I. Internati Militari Italiani.
    L'Internato Militare una figura creata appositamente per gli Italiani e non prevista dalle Convezioni di Ginevra

    Internati militari



    Dopo l’armistizio dell’8 settembre l’esercito italiano, lasciato senza ordini, soprattutto per quanto riguarda l’atteggiamento da tenere verso l’ex alleato tedesco, si dissolve.

    Internati militari, non prigionieri di guerra

    Gli 810mila militari italiani catturati dai tedeschi sui vari fronti di guerra vengono considerati disertori oppure franchi tiratori e quindi giustiziabili se resistenti (in molti casi gli ufficiali vengono trucidati, come a Cefalonia). Sono classificati prima come prigionieri di guerra, fino al 20 settembre 1943, poi come internati militari (Imi), con decisione unilaterale accettata passivamente dalla RSI che li considera propri militari in attesa di impiego. Hitler non li riconosce come prigionieri di guerra (KGF) e per poterli "schiavizzare" senza controlli, li classifica "internati militari" (IMI), categoria ignorata dalla Convezione di Ginevra sui Prigionieri, del 1929.

    La scelta

    Degli 810mila militari italiani, 94.000 optano alla cattura per la RSI o le SS italiane, come combattenti (14.000) o ausiliari (80.000). Dei 716.000 IMI restanti, durante l'internamento, 43.000 optano nei lager come combattenti della RSI e 60.000 come ausiliari (per un quadro più dettagliato delle cifre, vedi il saggio di Sommaruga "1943/45. Schiavi di Hitler"). Quindi, oltre 600mila IMI, nonostante le sofferenze e il trattamento disumano subito nei lager, rimangono fedeli al giuramento alla Patria, scelgono di resistere e dicono "NO" alla RSI.

    Il trattamento disumano

    Gli internati – rinchiusi nei lager con scarsa assistenza e senza controlli igienici e sanitari – a differenza dei prigionieri di guerra sono privi di tutele internazionali e sono obbligati arbitrariamente e unilateralmente al lavoro forzato (servizi ai lager, manovalanza, edili, sgombero macerie, ferrovieri, genieri, o al servizio diretto della Wehrmacht e della Luftwaffe, o presso imprenditori e contadini).

    I "lavoratori liberi"

    Con gli accordi Hitler-Mussolini del 20 luglio 1944 gli internati vengono smilitarizzati d’autorità dalla Rsi, coattivamente dismessi dagli Stalag e gestiti come lavoratori liberi civili. Si tratta in realtà di lavori forzati con l'etichetta ipocrita del lavoro civile volontario/obbligato (!). A quella data i superstiti sono 495 mila, mentre in 50.000 sono morti d'inedia, tbc e violenza. Alla fine della guerra gli ex-IMI fuori dai lager come "lavoratori liberi" sono 495 mila, altri 14 mila invece sono rimasti nei lager.


    http://www.storiaxxisecolo.it/internati/internati.htm

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