Un «trauma collettivo»
alle origini della canzone d'autore italiana




Il 27 gennaio 1967 moriva in una stanza d'albergo Luigi Tenco.
Partendo da quella data Marco Santoro racconta la storia del genere



Fabio Dei


Nel Festival di Sanremo di quest'anno si è potuta con una certa meraviglia riascoltare Ciao amore ciao, la canzone che nel 1967 segnò il suicidio di Luigi Tenco. L'ha proposta in una versione rock il cantautore Edoardo Bennato, accompagnandola con alcune battute sarcastiche sul festival stesso («Sì, da bambino lo guardavo Sanremo»). Non poteva darsi messa in scena più densa dell'ambiguo rapporto che al tempo stesso lega ed oppone questi due generi, entrambi molto «italiani», del consumo musicale: la canzonetta sanremese e la canzone d'autore. Per quanto in termini musicali ed artistici i confini non siano sempre così netti e chiari, i due generi si sono sviluppati come oggetti culturali l'uno a fronte dell'altro. La reputazione artistica della canzone d'autore, in particolare, si è costruita sulla base di una esibita presa di distanza dalla canzonetta popolare. L'amore dei suoi cultori e appassionati fa tutt'uno con il loro disprezzo per i prodotti musicali più commerciali e trash. Gusti e disgusti, come mostrava Bourdieu, sono facce della stessa medaglia.


Nell'Italia di oggi, la canzone d'autore si è ritagliata uno spazio culturale prestigioso, non inferiore a quello della grande arte e della grande letteratura - fino a comparire nei libri di storia e nelle antologie scolastiche. Com'è avvenuto tutto ciò? Perché in Italia il «cantautore» è diventato una figura di rilievo pubblico, dallo status più forte e meglio delineato che in altri paesi? Marco Santoro, sociologo culturale e studioso della popular music, propone una audace risposta in un libro uscito da pochi giorni. L'origine di tutto starebbe proprio in quel gennaio del 1967, quando Tenco si suicidò (o almeno così sembra, dal momento che il mistero sulla sua morte non si è mai completamente dissipato) in una stanza d'albergo dopo l'eliminazione di Ciao amore ciao .

Il suicidio di Tenco, sostiene Santoro, ha agito nella storia culturale italiana come un «trauma collettivo»: vale a dire come un evento che non solo ha mobilitato a lungo l'attenzione dell'opinione pubblica, ma è stato vissuto come un momento di rottura, nucleo di irradiazione di nuove pratiche e nuovi significati. Il trauma ha funzionato da «momento catalizzatore» di energie creative e configurazioni simboliche. Ha conferito coesione e legittimazione a forme musicali, stili poetici, valori morali e politici che già esistevano, certo, ma in modo più disperso e meno autoconsapevole. Tutto ciò ha aperto un processo di «consacrazione» (altro concetto mutuato da Bourdieu) della canzone d'autore come genere culturale. Principale agente e protagonista di questo processo, secondo Santoro, è stato il Club Tenco, alla cui nascita e alle cui attività è dedicata ampia parte del libro. I premi e le rassegne sanremesi del Club - esplicitamente alternative al Festival - sono state al tempo stesso pratiche di memoria e momenti cruciali di costituzione e riconoscimento di un campo culturale peculiare e distintivo. Il libro è dunque un capitolo di storia culturale dell'Italia del dopoguerra, efficace soprattutto nella ricostruzione del clima degli anni '60.

La tesi del «trauma culturale» è forse un po' rigida: del resto lo stesso autore ammette di aver forzato metodologicamente la mano, per sondare quali effetti di comprensione storica può produrre l'applicazione di una simile categoria sociologica. L'idea della canzone d'autore come luogo privilegiato delle trasformazioni socio-culturali della società italiana resta assai feconda: un terreno sul quale la storia, la sociologia e l'antropologia hanno ancora molto da lavorare.

04.04.2010

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