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Discussione: Sibilla Aleramo

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  1. #1

    Sibilla Aleramo

    Una donna di nome Sibilla


    Ricordando la Aleramo a 50 anni dalla scomparsa















    di Roberto Arduini


    «Tu hai letto il mio primo libro, Una Donna. C'è al principio il racconto della mia educazione infantile, del mio dressage mentale. Segue poi l'intera narrazione di quella che io chiamo “mia preistoria”, fino al giorno in cui lascia marito e figlio e cominciai a vivere come Sibilla». È in questa lettera del 12 luglio 1927, poi pubblicata in “Amo quindi sono”, che Sibilla Aleramo fa la più lucida analisi del suo primo romanzo della sua vita, della sua “seconda vita” come scrive, quella di scrittrice e donna. La “prima” era stata segnata dall'oppressione del contesto familiare e sociale, come era cosa comune del resto alla maggior parte delle donne in quel periodo lontano, ma per certi aspetti vicinissimo, che era la fine del XIX° secolo. Con l’inizio del nuovo secolo, le donne del movimento femminista cominciarono prepotentemente a rivendicare i loro diritti. E Sibilla Aleramo fu la prima scrittrice in Italia a far sentire le voci delle donne.

    Nel suo primo e, forse, più famoso romanzo, pubblicato nel 1906, Aleramo rappresentò un concentrato di tutti i modi positivi e negativi che lei, nel corso della sua carriera, modulerà in diverse forme, a partire dall’autobiografismo pieno di autoconteplazione. Né diario, né autobiografia, Una donna potrebbe forse definirsi “esercizio di autoanalisi” (Emilio Cecchi nella postfazione ipotizza non a caso l’attenzione postuma dei critici freudiani) in forma letteraria: probabilmente una severa, a tratti spietata, riflessione sul proprio vissuto e su come avrebbe potuto o dovuto essere.

    In “Una donna”, infatti, la scrittrice produsse un tipo di scrittura al femminile, sempre attenta ad ogni piccolo sommovimento interiore. La Aleramo seppe trasportare la sua ansia di vita nel quotidiano, costruendo immagini di donne capaci di saggiare il perimetro del carcere delle convenzioni e dei pregiudizi nel quale si trovano rinchiuse. Da questo romanzo emergono anche caratteristiche fondamentali della sua personalità: la sensibilità per le questioni sociali e la forte carica autobiografica.

    In questo scritto così come nei successivi, la Aleramo riesce a far emergere la diversità femminile: «Gli uomini ai quali parlo non sanno, quando mi dicono con reale stupore che hanno l’impressione di discorrer con me da pari a pari, non sanno come echeggi penosa in fondo al mio spirito quella pur lusinghiera dichiarazione, a quale insolvibile dramma essa mi richiami». In questa storia, a tratti limpida ed emblematica narrazione di un percorso di coscienza storica e di liberazione personale, si innestano le figure di un padre apparentemente illuminato, libero pensatore, dai caratteri fascinosi e moderni, che delega alla figlia appena adolescente una parte non marginale della direzione della fabbrica e di un marito che si comporta con la moglie, né più né meno di qualsiasi uomo della sua epoca: egoista e cieco di fronte alla sua disperazione e al destino oscuro che l’attende dopo il volontario esilio nella follia. Vi é poi la figura della madre stessa - «E per la prima volta ella mi era apparsa come una malata: una malata cupa che non vuol essere curata, che non vuol dire nemmeno il suo male» - paradigma femminile in disfacimento, senza ombra di riscatto dalla propria debolezza, che trova rifugio nel progressivo oblio della ragione.

    Da qui la sua ferma presa di posizione: «Ed ero più che mai persuasa che spetta alla donna di rivendicare se stessa, ch’ella sola può rivelar l’essenza vera della propria psiche, composta, sì, d’amore e di maternità e di pietà, ma anche, di dignità umana». Sibilla Aleramo, Una donna (capitolo XXVII)

    12 gennaio 2010

    http://www.unita.it/news/speciale_si...alla_scomparsa

  2. #2
    In un momento

    In un momento
    Sono sfiorite le rose
    I petali caduti
    Perché io non potevo dimenticare le rose
    Le cercavamo insieme
    Abbiamo trovato delle rose
    Erano le sue rose erano le mie rose
    Questo viaggio chiamavamo amore
    Col nostro sangue e colle nostre lagrime facevamo le rose
    Che brillavano un momento al sole del mattino
    Le abbiamo sfiorite sotto il sole tra i rovi
    Le rose che non erano le nostre rose
    Le mie rose le sue rose

    P.S. E così dimenticammo le rose.


    (per Sibilla Aleramo)

  3. #3
    Biografia di Sibilla Aleramo







    Rina Faccio, vero nome della scrittrice Sibilla Aleramo, nasce ad Alessandria il 14 agosto 1876. Con la famiglia si stabilisce presto a Civitanova Marche, dove a 15 anni trova impiego nella fabbrica chimica diretta dal padre. A sedici anni deve sposare, con "matrimonio riparatore" Ulderico Pierangeli, un operaio della fabbrica, che l’aveva violentata. Risentendo sia dell’instabilità mentale della madre, che muore suicida, sia della costrizione di un’unione sfortunata, ha continui sbalzi depressivi, cui unica consolazione è l'amore per il figlio. La scrittura diviene una fuga e un modo di affrancarsi. Comincia a collaborare con riviste femministe, scrive recensioni di libri, critiche letterarie, studi sociologici e commenti sulla vita quotidiana.

    Nel 1899 le viene offerto di dirigere una rivista femminile a Milano, dove si era trasferita, per un breve periodo, con la famiglia. Milano le offre una finestra sul mondo, così quando il marito la costringe a tornare al paese, nel 1901, per Rina è un'ulteriore crisi. Dopo un tentato suicidio, matura la soffertissima decisione di abbandonare il marito violento e l'amato figlio, che non rivedrà mai più, per salvare se stessa da un destino che ricalcherebbe quello della madre. Distrutta dalla separazione dal figlio, si trasferisce a Roma nel 1902.

    La "seconda vita"
    Da questo momento inizia una vita che le avrebbe permesso di affermarsi come persona e che lei amava definire la sua “seconda vita”. A Roma conosce Giovanni Cena, direttore della rivista La Nuova Antologia, con il quale instaura una relazione culturale e spirituale durata sette anni. È in questo periodo, nel 1906, che Rina Faccio, su consiglio di Cena e altri intellettuali suoi amici, scrive e pubblica il suo primo libro "Una donna". Con questo evento, diviene Sibilla Aleramo: un nuovo nome per una nuova vita.

    Il romanzo, scritto in prima persona, è una sofferta testimonianza della donna nel suo ruolo di subalterna nella famiglia e nella società, ma è pervaso di un chiaro appello femminista contro la provocazione maschile. Con esso la Aleramo apre il Novecento letterario firmato donna. L’opera si può definire a pieno titolo il primo romanzo nella storia del femminismo italiano: è l’aperta ed appassionata denuncia della grettezza dell’ambiente sociale in cui l’autrice era vissuta, di un piccolo mondo diviso da campanilismo, ipocrisia, ignoranza; la prosa appare originale e nuova per quegli anni e con essa la scrittrice si guadagna larghissimi consensi sia in Italia che all’estero.

    A fianco del poeta Cena si occupa attivamente dei problemi delle popolazioni dell’agro romano e delle paludi pontine. Alla fine della sua storia con il Cena inizia una vita errabonda che la porta in giro per il mondo alla ricerca dell’amore perfetto.

    Nel 1916 conosce Dino Campana e inizia con lui una passione vorticosa e tempestosa, che dura fino al 1918 e testimoniata dalle Lettere pubblicate per la prima volta solo nel 1958. La sua seconda opera è Il passaggio, del 1919, una prosa lirica incandescente, percorsa da una tensione verbale estrema e da una sensualità accesa.

    Più tempestose sono le pagine di Andando stando del 1920, di Gioie d’occasione e di Orsa minore del 1938; la tematica femminista è ripresa nei romanzi Amo, dunque sono del 1927 e Il frustino del 1932.

    Nel 1928, ridotta sul lastrico, torna a Roma dove, nel 1936, conosce Franco Matacotta, studente di quarant’anni più giovane di lei. Politicamente si impegna attivamente contro il fascismo e nel 1949, alla fine della seconda guerra mondiale, si iscrive al PCI, continuando il suo impegno nel sociale. Ha scritto moltissimi articoli per l’Unità e la rivista Noi donne.

    Dal 1945 al 1960 scrive Diario di una donna, pubblicato postumo nel 1978, e Un amore insolito, che documentano i suoi rapporti con i protagonisti della vita culturale dell’epoca tra i quali Giovanni Papini, Vincenzo Cardarelli, Boccioni, Quasimodo. Muore a Roma nel 1960 dopo una lunga malattia ma senza aver mai smesso di scrivere.
    12 gennaio 2010

    http://www.unita.it/news/speciale_si...aleramo/93604/

  4. #4
    Orsa minore, ricordo-frammento fattosi stile letterario











    Pubblicato nel 1938 e mai più ristampato "Orsa minore" raccoglie riflessioni intime, notazioni di paesaggio, considerazioni sull'arte, sulla cultura, sulle letture di una vita intera, sulla legge della donna sola e sul destino di quella solitaria. L'ultima edizione ristampa i taccuini accostandoli ad altri inediti, mescolando date, notizie e racconto.

    Fin dal titolo si fa esplicito il riferimento allo spazio del diario (il «taccuino»): ma la relazione tra il taccuino e Orsa minore è ingannevole e ambigua. «La raccolta è composta di “note di taccuino”. Per la verità io di taccuini non ne ho mai adoperati» scrive la Aleramo nella prefazione (pag. 49). In diversi luoghi della sua opera ci ha informato della sua abitudine di prendere appunti su fogli e foglietti «sparsi» «volanti». Rifiutare il taccuino, significa respingere lo stretto ordine cronologico del “prima” e del “poi” e costruire una scrittura frammentata, privato delle coordinate spaziotemporali che orientano la lettura.

    Orsa minore è invece fondato su un tentativo di comunicazione preciso, che si organizza a partire non da uno schema diaristico, ma da uno schema autobiografico. Questa scelta è riconducibile a una precisa strategia di scrittura della Aleramo, che fonda tutta la sua indagine sulle «scritture del me», sperimentandole in vario modo nell’arco della sua opera. Gli elementi che rivelano la preponderanza dello schema autobiografico sono la comunicazione in forma letteraria di una “verità del sé”, l'individualità distinta, l’attualizzazione: «Il tempo e il luogo, dicevo. Ed ecco uno dei segreti, o trucchi, o sortilegi, di questo tipo di libri: i foglietti sparsi, ingialliti, talora pressoché svaniti, si trovano, così stampati e riuniti in volume, a dimenticare e forse anche a smarrire la data di nascita; per il pubblico, essi diventano tutti dell’anno in cui il libro appare: in questo caso, il sedicesimo dell’era fascista» (pag. 50).

    Nell’appunto-frammento la Aleramo individua come primaria la funzione di «promemoria» per un uso futuro a parte auctoris («parole appuntate rapidamente,più che altro promemoria, col sottinteso, spesso, di ulteriori sviluppi», pag. 49). Fermare su carta un pensiero o un’intuizione da poi sviluppare, raccogliere nel presente un materiale da consegnare al futuro. Ma nel momento in cui si organizza la pubblicazione degli appunti, e sia pur copiando febbrilmente qua e là, si compie un movimento formalizzante (scegliere una serie di “appunti dall’esistenza”, montarli in volume rompendo esplicitamente la linearità temporale e trasmetterli a un pubblico) che non è operazione innocente. La funzione dell’appunto come «pro-memoria» rimane: ma cambia destinatario. L’autore è soppiantato dal lettore. All’interno di questo meccanismo la scelta dei frammenti garantisce e concorre a costruire la “memoria” di quel tipo di esistenza che Sibilla Aleramo ha voluto formalizzare e incarnare e che ha coinciso, in superficie, con il suo ingombrante personaggio.


    http://www.unita.it/news/speciale_si...ile_letterario
    12 gennaio 2010

  5. #5

    Una donna e la poesia













    di c.s.tutti gli articoli dell'autore «Non so se sono stata donna, non so se sono stata spirito. Son stata amore».

    Così nella lettera dell’11 Luglio del 1927 Sibilla Aleramo esprime la sua condizione esistenziale. Che cosa vuol dire essere una donna? Al cogito ergo sum di Cartesio sostituisce l’Amo dunque sono. L’amore non è solo quello dei «brividi nella carne», ma è ciò che la rende ogni volta nuova, libera, come ogni donna dovrebbe essere.

    Il cuore del femminismo con Sibilla Aleramo non consiste solo nell’assumere diritti e doveri degli uomini, non è cioè rendersi uguali agli uomini, ma poter essere libere di amare, vivere, e persino morire come una donna e, tutto questo per Sibilla, significa scrivere.

    Si può dire che l’amore è l’essenza della poetica di Sibilla Aleramo.

    «Il poco che una donna riesce a realizzare nel campo della poesia è il risultato di una tensione infinitamente più tremenda della tensione virile».

    La tensione prodotta dalla dimensione assoluta di un vivere diverso che Sibilla paga sulla propria pelle: «La società non mi perdona proprio questo, non mi perdona che io vada sola ed indifesa, io donna, e che così condanni implicitamente, anche in silenzio il suo modo d’essere, le sue corazze, i suoi pugnali, i suoi veleni. Non mi perdona, e si vendica, ed è logico».

    Sibilla inizia a scrivere poesie molto tardi: «iI canto si è sprigionato da me tardi, tanto tardi, quando mi son trovata per la prima volta lontana da ogni soggezione spirituale, lontana da tutti, sola, con tanto amore in petto, ma libera, nessuno vicino che potesse udire la mia voce, nessuno più che mi tenesse, timida, muta».

    Sibilla canta l’amore come canta il suo essere, melodia.

    Riguardo ai suoi amori: «E gli uomini han creduto che io perseguissi l’arte, la libertà, la voluttà... Ma nello stesso tempo vedevano su di me il segno ineffabile di qualcosa che trascendeva tutto ciò.
    Ali intorno alla fronte...
    Aliante mondo inespresso...
    Parole che furon visioni e ancor non dissi...
    Sono tutti motivi che ritornano nei miei poemi a grandi distanze».

    Sibilla canta la sua unicità, la sua particolarità e cerca e a volte trova nelle braccia degli uomini che ama ciò che la distingue da qualunque altra nell’atto dell’amore così come nell’atto creativo della sua poesia.

    «.. Diversa da ogni altra, insostituibile, sola e di me stessa signora»

    Anticipando di molti anni quello in cui ci riconosciamo donne al tempo d’oggi Sibilla Aleramo ci ricorda che l’amore, non esiste come valore assoluto, che può trovare espressione nell’arte, ma soprattutto che l’amore è l’invenzione di una donna.

    «Perché io son nata poeta, non santa».

    http://www.unita.it/news/speciale_si...ile_letterario
    12 gennaio 2010

  6. #6
    Donne di ieri donne di oggi - Dal diario



    di Sibilla Aleramo


    Giovani amiche, intellettuali, oppur casalinghe, o anche operaie (e perfino contadine come la brava emiliana N.N. che si fermò mesi fa a Roma per conoscermi di persona, qualche ora, reduce da Napoli con una medaglia vinta ad un concorso ove aveva recitato una mia poesia) molte giovani amiche, dicevo, mi chiedono spesso: «Tu, che ci hai tanto preceduto, tu che nel tuo romanzo Una donna, son cinquant’anni, vero? hai alzato il primo grido per la nostra indipendenza e per la nostra dignità, in pagine che ci sembrano scritte oggi, tu, che ne pensi di noi? E io... nessun compenso nella mia lunga vita m’è giunto mai più alto e commovente. Donne di oggi. Diverse da quelle della mia giovinezza? Certo sì, dalle intellettuali e dalle borghesi d’allora, italiane che mi furono in gran parte ostili o finsero d’ignorarmi e n’ebbi profonda malinconia. Le altre, le massaie, le operaie, le agricole non immaginavano neppure di poter organizzarsi, di poter difendersi. Esisteva qualche grande semplare maggiore a me anche d’età, che mi sostenne e che non ho mai dimenticato, Alessandrina Ravizza sopra ogni altra che fu la fondatrice dell’Università Popolare amata come una mamma, e il suo ritratto è qua sul mio tavolo; Anna Kuliscioff, Linga Malnasi, fra le artiste la D. e, la Serao, la Deledda. Ma ecco, la differenza d’oggi è soprattutto questa, che le donne che lavorano non si sentono più sole, sanno di esser tante e d’essere una forza. E non soltanto le cosiddette lavoratrici del braccio, ma anche quelle del mondo culturale, anche se non tutte lo dichiarano. Deputate, giornaliste, medichesse, avvocatesse, pittrici, maestre elementari, libere docenti di tendenze sociali diverse, persone fra loro avversarie, eppure, eppure hanno quasi tutte, ben nitido o nel subcosciente, il senso di appartenere ad una esercito nuovissimo, insignite di una nobiltà che le antenate mai supposero.

    Una nobiltà collettiva, ecco, e che nello stesso tempo distingue quell’esercito da quello maschile, inconfondibilmente. Queste donne manifestano il loro valore, la loro spiritualità in quanto donne, in modo che non era mai stato possibile sinché la specie femminea veniva considerata solo per i suoi attributi - e i suoi meriti - di moglie di madre, in nulla partecipe, in nulla responsabile, di quel che il mondo virile creava. Le donne, oggi concorrono nella creazione del mondo nuovo, della nuova società: e vi concorrono con le loro qualità intrinseche, mai manifestate se non nel leggendario matriarcato, chi sa?

    Quando io, alcuni anni dopo la pubblicazione di Una donna, scrissi e pubblicai in un giornale letterario alcune pagine intitolate Apologia dello spirito femminile (poi raccolte nel volume Andando e stando e più di recente in Gioie d’occasione) pochi in Italia le rilevarono: vi su solo un critico americano, a me ignoto, ad affermarne l’originalità e l’importanza. In verità - e le mie giovani amiche d’oggi sono certa non mi accuseranno di vanità per questo richiamo - originali e importanti erano, quelle paginette, e il critico d’oltre Oceano diceva nientemeno che le sorelle di tutto il mondo dovevano essermene grate. Perché io affermavo nientemeno che la donna non s’era ancor mai rivelata nella sua vera intima essenza, diversa fondamentalmente da quella maschile (parlavo delle scrittrici ma il discorso poteva avere una estensione più vasta).
    Ebbene, la sorte m’ha dato di vivere tanto da vedere profilarsi l’avvento di quella mia remota trepida intuizione.

    Due tremende guerre si sono succedute da allora. Una nuova formidabile forma di vita sociale s’è instaurata nella metà quasi del nostro globo, ed anche dove ancora non s’è attuata i sistemi d’esistenza stanno ovunque mutando, e ovunque, ovunque, la donna più ancor dell’uomo sta modificandosi nella sua più profonda essenza, non è forse vero, giovani amiche mie, giovani compagne?

    Nella sua più profonda, più segreta essenza la donna va rivelandosi a se stessa, ora che il campo della sua attività ogni di meravigliosamente s’estende. Quanto più ella si sente partecipe e necessaria nel grande lavoro di costruzione della nuova umanità, tanto più il suo spirito coglie le differenze con lo spirito maschile, le avverte d’uguale valore, ma direbbe, più fresche, più pure, sì, e ne prova un tacito stupore, che da al suo sorriso una grazia quasi infantile.
    Un sorriso che credo sia avvertito dagli uomini e li sproni ad essere degni per la maggior gloria del tempo che sopraggiunge.
    http://www.unita.it/news/speciale_si...ggi_dal_diario
    Da l’Unità - 29 luglio 1959
    11 gennaio 2010

  7. #7


    […]
    Esempio clamoroso di una vita registrata in diretta con la sua calligrafia nitida, a caratteri grandi, la prima parte dell’opera, Dal mio diario (1940-1944) esce dall’editore romano Tumminelli il 12 dicembre 1945, un volume di 359 pagine scelte da Sibilla medesima da uno scartafaccio di circa millesettecento cartelle. L’intero diario fu acquistato da Giangiacomo Feltrinelli nel 1955, probabilmente su indicazione di Palmiro Togliatti che aveva conosciuto la scrittrice dopo la sua iscrizione al Pci il 3 gennaio 1946. A lui Sibilla aveva chiesto «se c’è un modo di aver assicurato un reddito anche minimo, ma sufficiente». Intanto, nella sua nuova condizione di militante, è sempre ospitata dai giornali di partito, inviata in giri di letture in tutta Italia, e all’estero in occasioni ufficiali. Quando si ammalerà, negli ultimi giorni, sarà accolta nella clinica romana di Mario Spallone, medico personale del leader comunista. Il 14 gennaio 1960, il giorno dopo la sua morte - nelle scorse settimane si è ricordato il cinquantenario - «la salma è esposta in via Scarlatti nella sede del Pci», ricorda un testimone.
    Giangiacomo Feltrinelli offre un vitalizio di trentamila lire al mese con la possibilità di fare dei tagli all’imponente manoscritto, ma Sibilla sui tagli non è d’accordo. Conduce la trattativa - che va a buon fine - Marcella Ferrara, moglie di Maurizio, esponente di spicco del Pci, autori di Conversando con Togliatti (Edizioni di Cultura Sociale, 1953).
    Depositato presso la Fondazione Feltrinelli il diario ammonta a 5.520 cartelle manoscritte: l’edizione integrale di prossima uscita è allestita e introdotta da Anna Folli, italianista dell’Università di Ferrara, studiosa di scritture femminili (Penne leggere, Guerini, 2000), curatrice per Feltrinelli (2002) dei taccuini di Sibilla (Orsa minore 1938), della nuova edizione di Una donna (2003) e di significativi carteggi novecenteschi.

    Carlo Feltrinelli ha concesso a Repubblica l’anticipazione dei brani inediti riportati in questa pagina che riguardano i rapporti amichevoli, affettuosi, adoranti di Sibilla con Togliatti, e il ruolo che lei - icona dell’autonomia femminile, generosamente protetta dal Migliore in un partito di arcigna misoginia svolgeva nel propagandare se stessa e la palingenesi rivoluzionaria comunista fino a vagheggiare gli Stati Uniti d’Europa «a regime comunista».
    I brani che pubblichiamo, inediti, risultano esclusi dalle parziali edizioni feltrinelliane del 1978 e del 1979 a cura di Alba Morino, accompagnate la prima da un ricordo di Fausta Cialente, la seconda da una lettura di Lea Melandri. Lavoro «pionieristico e imponente» - dice Anna Folli - deplorando però «il silenzio sui criteri che hanno guidato la scelta, la trascrizione, il montaggio». Insomma, «un uso incurante del testo sottoposto a tagli e suture di cui non si dà motivazione né traccia».

    Enzo Golino, Togliatti ti voglio bene. Sibilla e il Migliore, un amore politico in La Domenica di Repubblica, 21 marzo 2010






    Più di cento ragazze rosseggianti nel sole

    di Sibilla Aleramo



    25 LUGLIO 1946 pomeriggio
    Ascoltato un altro discorso di Togliatti. Questo era alla Costituente, ieri, sulle dichiarazioni del governo. Era la prima volta che Togliatti parlava dal suo seggio all’Estrema Sinistra, e la cosa aveva assunto una specie di solennità, a cominciare dal vestito nero inappuntabile dell’oratore. Aula al completo, tutti i deputati attentissimi durante l’intero discorso, di un’ora e mezzo, magnifico di precisione, incisivo, calmo, a momenti perfino arguto, e fortissimo nelle argomentazioni come nelle dimostrazioni, con un senso d’autorità così profonda che tutti n’erano soggiogati, tutti sentivano d’aver dinanzi, per la prima volta, un uomo vero, dopo tanti anni di retorica e falsità e teatralità...
    Stamane ho scritto a Togliatti questo biglietto: «Caro grande compagno, credo che tutti ieri alla Camera, anche gli avversari più ottusi, abbiano inteso che qualcosa di nuovo avveniva , che veramente qualcosa di formidabile si affermava in quell’aula attraverso la tua voce e la tua persona, per la vita del nostro paese e del mondo. Lascia che ti ringrazi.
    Ero così depressa, ieri, per tanti motivi, così stanca, e invece dopo il tuo discorso sono uscita per la città con il cuore sollevato, con l’allegrezza di una bimba e insieme una rinnovata volontà di essere. Questo è il più minuscolo risultato ottenuto da te, ma consideralo simbolicamente. Caro compagno, tu non puoi immaginare che significhi sentire che c’è un uomo grande e puro a rappresentare dinanzi a tutti la nostra fede: non puoi, giacché quell’uomo sei tu. Grazie ancora e per sempre».

    8 SETTEMBRE 1947 - pomeriggio
    Poco innanzi di arrivare a Reggio Emilia, un vigile fece fermare la macchina. Alcune staffette in bicicletta precedevano un corteo, che si recava alla Festa dell’Unità: avanzava, nel centro della strada, una lunga e doppia fila di ragazze in costume sportivo, recanti ciascuna la bandiera di una sezione socialista, più di cento, rosseggianti nel sole: bellissime le ragazze e le bandiere per un che di favoloso e nello stesso tempo di così vivo, di così affermativo, di così inserito in una realtà in cammino. Sorridenti e insieme fiere le giovinette, ondeggianti gli stendardi di fiamma. [...]
    Forse mai mi ero sentita invasa da tanta commozione come a quella inattesa vista, forse mai ancora avevo provato così intensamente il senso d’esser unita a quel popolo, di farne parte, carne sangue e spirito, d’esser sorretta dalla medesima volontà, dalla medesima forza, dalla medesima musica...
    La medesima musica, quella, segreta, che sempre mi accompagna, anche nelle ore più aspre o squallide, e mi dà lume, lume che poi da me sprigiona fin nel pianto, aleggiava, ugualmente segreta e sovrana, nel vasto spazio del Parco di Modena, quando vi giunsi, che già brulicava di folla. Andò, la folla, sempre più facendosi grande, di cento, duecento, forse quattrocentomila persone, e sparsi i ventimila partigiani la punteggiavano con i rossi fazzoletti al collo.
    Arrivò Togliatti, prese a parlare, io l’ascoltavo dal palco a un metro della tribuna, e nello stesso tempo guardavo quell’altra parte di me, immensa, che là sotto seguiva l’orazione. Distinguevo dei volti, stagliati volti, pieni di carattere, taluni come resi da qualche affresco illustre, Masaccio o Mantegna ed erano assorti e insieme pareva, estatici, portando ciascuno sulle spalle, certo, il peso dell’immensa moltitudine intorno, ciascuno sentendosi moltiplicato quasi all’infinito, assorbendo la parola come un nutrimento non solo per sé ma per tutti, non solo per quel giorno ma per il resto della sua vita e per i figli in ciò che non era contingenza, attualità, ma anche visione e certezza di giustizia dell’avvenire...

    9 LUGLIO 1950 - domenica sera
    Letto per intero il veramente grande discorso tenuto alla Camera da Togliatti venerdì scorso, e uscito integralmente nell’Unità di stamane. Il nostro giornale l’ha intitolato: Vogliamo che la pace d’Italia sia salvata. Il discorso si chiude con queste parole: «Mi auguro, a nome dei lavoratori, che sorgano dal seno degli altri partiti uomini che comprendano questa nostra passione e che si trovi un terreno d’intesa per salvare la nostra patria da un’altra catastrofe». [...] Penso ai milioni di compagni che oggi in Italia hanno letto col cuore tremante per la stessa passione le parole del nostro Capo. Guardo dalla finestra il cielo alto e stellato. Che tanta forza, tanto amore, tanta volontà di giustizia vincano!
    © Feltrinelli Editore
    ...

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