Una donna di nome Sibilla
Ricordando la Aleramo a 50 anni dalla scomparsa
di Roberto Arduini
«Tu hai letto il mio primo libro, Una Donna. C'è al principio il racconto della mia educazione infantile, del mio dressage mentale. Segue poi l'intera narrazione di quella che io chiamo “mia preistoria”, fino al giorno in cui lascia marito e figlio e cominciai a vivere come Sibilla». È in questa lettera del 12 luglio 1927, poi pubblicata in “Amo quindi sono”, che Sibilla Aleramo fa la più lucida analisi del suo primo romanzo della sua vita, della sua “seconda vita” come scrive, quella di scrittrice e donna. La “prima” era stata segnata dall'oppressione del contesto familiare e sociale, come era cosa comune del resto alla maggior parte delle donne in quel periodo lontano, ma per certi aspetti vicinissimo, che era la fine del XIX° secolo. Con l’inizio del nuovo secolo, le donne del movimento femminista cominciarono prepotentemente a rivendicare i loro diritti. E Sibilla Aleramo fu la prima scrittrice in Italia a far sentire le voci delle donne.
Nel suo primo e, forse, più famoso romanzo, pubblicato nel 1906, Aleramo rappresentò un concentrato di tutti i modi positivi e negativi che lei, nel corso della sua carriera, modulerà in diverse forme, a partire dall’autobiografismo pieno di autoconteplazione. Né diario, né autobiografia, Una donna potrebbe forse definirsi “esercizio di autoanalisi” (Emilio Cecchi nella postfazione ipotizza non a caso l’attenzione postuma dei critici freudiani) in forma letteraria: probabilmente una severa, a tratti spietata, riflessione sul proprio vissuto e su come avrebbe potuto o dovuto essere.
In “Una donna”, infatti, la scrittrice produsse un tipo di scrittura al femminile, sempre attenta ad ogni piccolo sommovimento interiore. La Aleramo seppe trasportare la sua ansia di vita nel quotidiano, costruendo immagini di donne capaci di saggiare il perimetro del carcere delle convenzioni e dei pregiudizi nel quale si trovano rinchiuse. Da questo romanzo emergono anche caratteristiche fondamentali della sua personalità: la sensibilità per le questioni sociali e la forte carica autobiografica.
In questo scritto così come nei successivi, la Aleramo riesce a far emergere la diversità femminile: «Gli uomini ai quali parlo non sanno, quando mi dicono con reale stupore che hanno l’impressione di discorrer con me da pari a pari, non sanno come echeggi penosa in fondo al mio spirito quella pur lusinghiera dichiarazione, a quale insolvibile dramma essa mi richiami». In questa storia, a tratti limpida ed emblematica narrazione di un percorso di coscienza storica e di liberazione personale, si innestano le figure di un padre apparentemente illuminato, libero pensatore, dai caratteri fascinosi e moderni, che delega alla figlia appena adolescente una parte non marginale della direzione della fabbrica e di un marito che si comporta con la moglie, né più né meno di qualsiasi uomo della sua epoca: egoista e cieco di fronte alla sua disperazione e al destino oscuro che l’attende dopo il volontario esilio nella follia. Vi é poi la figura della madre stessa - «E per la prima volta ella mi era apparsa come una malata: una malata cupa che non vuol essere curata, che non vuol dire nemmeno il suo male» - paradigma femminile in disfacimento, senza ombra di riscatto dalla propria debolezza, che trova rifugio nel progressivo oblio della ragione.
Da qui la sua ferma presa di posizione: «Ed ero più che mai persuasa che spetta alla donna di rivendicare se stessa, ch’ella sola può rivelar l’essenza vera della propria psiche, composta, sì, d’amore e di maternità e di pietà, ma anche, di dignità umana». Sibilla Aleramo, Una donna (capitolo XXVII)
12 gennaio 2010
http://www.unita.it/news/speciale_si...alla_scomparsa




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