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Discussione: Gaza un anno dopo

  1. #1

    Gaza un anno dopo

    fonte Osservatorio Iraq



    Gaza un anno dopo: Le conseguenze di una tragedia

    di Donald MacIntyre
    The Independent, 12 dicembre 2009

    Hilmi Samouni spera ancora – “inshallah” – di ritornare al suo vecchio lavoro di assistente di cucina al Palmyra, il ristorante di shawarma più conosciuto di Gaza. Ma a differenza del fratello 22enne Khamiz, che lavora di nuovo nel negozio di vernici per auto, e del cugino 20enne Mousa, in un corso di contabilità di due anni all’università di al-Azhar, Hilmi, che ha 26 anni, quando è tornato al Palmyra dopo la guerra ha scoperto che non riusciva a farcela. “Sono stati tutti molto solidali”, dice, “ma non riuscivo a fare un buon lavoro”. A differenza di Mousa, che pure ha perso i genitori, e di Khamiz, Hilmi ha visto non solo i corpi del padre Talal e della madre Rahme, ma anche della moglie Maha, 20 anni, e del loro unico figlio Mohammed di sei mesi, tra i 21 uccisi nel bombardamento del magazzino in cui le truppe israeliane avevano ordinato loro di radunarsi. A Hilmi dispiace ancora di non avere foto di nessuno di loro; erano state bruciate nel bombardamento della loro casa, il giorno prima.

    Ora Hilmi gironzola intorno alla casa, tra frutteti devastati e stie per polli nel distretto di Zeitoun, nella zona meridionale di Gaza City. I graffiti in inglese ed ebraico nelle pareti interne, lasciati dagli uomini della brigata Givati dell’esercito israeliano, sono gli unici resti delle due settimane di occupazione dell’edificio – una lapide disegnata di fianco alle parole “Gaza siamo stati qui”; “Fuori uno, ne mancano 999mila”; “Morte agli arabi”. La famiglia ha lasciato deliberatamente i graffiti in vista? “Sì, ma non avevamo comunque la vernice per coprirli”, risponde. Uno dei compiti di Hilmi è aiutare a badare alla sorella di 11 anni Mona, che gira le pagine di disegni ispirati dai ricordi della mattina del 5 gennaio 2009. “Questa sono io che pulisco il viso della mamma che è morta. Questo è mio padre che è stato colpito alla testa e il cervello è uscito fuori. Questa è mia cognata morta. Questa è mia sorella mentre prende il figlio di mia cognata …”

    Il bombardamento del magazzino ricordato nei disegni di Mona è stato uno dei peggiori attacchi su civili a Gaza delle forze israeliane tra il 27 dicembre e il 18 gennaio. L’offensiva militare israeliana doveva arrivare da tempo, ma i molteplici raid di quella domenica pomeriggio con cui iniziò furono comunque una sorpresa. L’obiettivo dichiarato era fermare gli attacchi con razzi e mortai – 470 dei quali hanno diffuso senza dubbio la paura nelle comunità di confine del sud di Israele, dopo che un raid israeliano contro Hamas aveva posto fine nel novembre 2008 a una tregua difficile ma ampiamente efficace che durava da cinque mesi.

    Ma se il momento fu una sorpresa, lo fu ancora di più la ferocia senza precedenti dell’attacco sulla regione controllata da Hamas. Dopo più di due settimane di guerra, il ministro degli Esteri Tzipi Livni ostentava in un’intervista radiofonica che “Israele … è un Paese che quando spari ai suoi cittadini risponde diventando furioso – e questa è una cosa positiva”. Sia che il bersaglio di Israele fosse la popolazione civile, come accusa il rapporto commissionato dall’Onu del giudice Richard Goldstone sull’operazione Piombo Fuso, sia che i militari semplicemente mettessero in secondo piano la sopravvivenza dei palestinesi rispetto a quella delle proprie truppe, come alcuni soldati finora hanno testimoniato, le immagini raccontano una propria storia in merito al punto cui arriva “un Paese” quando diventa “furioso”.
    Sebbene contestata dai militari, una ricerca esaustiva condotta dalla rispettabile organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem ha indicato il numero totale di morti in 1387, di cui 773 erano civili. Nello stesso periodo quattro israeliani sono stati uccisi in Israele dal lancio di razzi, e nove soldati a Gaza, quattro per fuoco amico. Poiché le frontiere erano chiuse, non c’è stata nessuna ondata di rifugiati fuori da Gaza come sarebbe successo in seguito a un attacco simile in qualsiasi altra parte del mondo.

    Il bombardamento mattutino del magazzino quasi finito di Wael Samouni – dove circa un centinaio della sua famiglia allargata, incluso il suo giovane parente Hilmi, si era messo al riparo – è uno dei venti episodi su cui sta indagando la polizia militare israeliana. Il mese scorso, considerato che finora solo un soldato è stato processato per condotta di guerra – per aver rubato una carta di credito palestinese – B’Tselem ha protestato per il fatto che, essendo l’esercito stesso a condurre le indagini, ogni imputazione sarà diretta soltanto contro “i livelli più bassi” e che ci sarebbe bisogno di un’inchiesta indipendente capace di attribuire la colpa agli “alti ufficiali” e al governo che prende le decisioni per quanto riguarda i “livelli politici”.
    In ogni caso, non c’è ancora alcun segno di indagine su un incidente separato avvenuto la mattina del giorno precedente, il primo dell’invasione via terra. Soldati israeliani, con i visi mimetizzati in nero, alcuni con dei rami intorno agli elmetti, assaltarono la casa dietro quella di Hilmi, dove suo zio, Atiya Samouni, un agricoltore di 46 anni, si era rifugiato con le due mogli e i 15 figli.

    La famiglia dice che la porta principale era stata lasciata aperta deliberatamente così che le truppe potessero vedere mentre avanzavano che c’erano dei bambini all’interno. Secondo il loro resoconto, Atiya, che parlava un po’ di ebraico, camminò con le mani alzate verso la porta aperta della stanza dei bambini – dove la famiglia era ammassata – per mostrarsi ai soldati che ormai erano nel salotto adiacente. Suo figlio Ahmad di quattro anni lo seguì, gridando “Baba, baba” – “papà” – e Atiya gli disse: “Non avere paura”. Ma appena Atiya iniziò a parlare ai soldati venne colpito a morte. Le truppe iniziarono poi a sparare nella stanza dei bambini, mentre gli adulti urlavano “katan” e “ktanim” – “bambini piccoli” in ebraico. Cinque dei bambini furono colpiti; Ahmad fu raggiunto da due spari al petto, fatali.

    Undici mesi più tardi, a prima vista la vedova Zeinat Samouni sembra allegra mentre spinge con un sorriso ospitale i visitatori a prendere uno dei dolcetti tondi che sta cucinando per l’imminente festività musulmana di Eid al-Adha nell’unica stanza che adesso divide con i sette figli sopravvissuti. Ma non riesce a smettere di piangere quando descrive come lasciarono la casa – e il cadavere del marito – con uno dei figli più grandi che trasportava il corpo sanguinante di Ahmad verso la casa di un altro parente. Quando venne la sera, diede ad Ahmad, il viso ormai giallo, del pane inzuppato nell’acqua; “Era come dar da mangiare a un uccellino”, ricorda. La famiglia chiamò un’ambulanza ma gli dissero che era troppo pericoloso avvicinarsi a quell’area. Ahmad morì nelle prime ore del lunedì mattina. “Se avessimo potuto raggiungere un’ambulanza, penso che sarebbe ancora vivo”, dice.

    La figlia di Zeinat, Amal di 10 anni, porta nella tasca ovunque vada due foto consunte di suo padre e di suo fratello morti. “Voglio guardarli sempre”, dice, quasi un anno dopo che sono stati uccisi. “La mia casa non è bella senza di loro”. Anche Amal è stata ferita e dice che la testa e l’occhio destro le fanno ancora male. Ma il trauma psicologico di Amal è aggravato dal fatto che scappò prima che la madre e i fratelli e sorelle lasciassero la casa dopo gli spari. Quattro giorni dopo fu trovata, semisepolta sotto le macerie, deidratata e in stato di shock, una dei 15 altri sopravvissuti trovati nelle immediate vicinanze quando le ambulanze della Croce Rossa finalmente ottennero il permesso di avvicinarsi abbastanza per tirarli fuori. A scuola, le materie preferite di Amal sono inglese e arabo. “Non conosco molto l’inglese, ma mi piace”, dice la ragazzina, che da grande vuole fare il dottore.

    Dei figli di Atiya avuti dall’altra moglie, Zahawa, il più colpito è Kannan, adesso 13enne, che ancora zoppica per il colpo di pistola alla coscia sinistra. Prima della guerra, era un appassionato centrocampista ma ora non gioca più a calcio. Anche per lui, l’impatto non è stato solo fisico. Nei mesi successivi alla sparatoria, ha avuto degli incubi – e fu trovato numerose volte a piangere nel sonno o a gridare “Vogliono uccidere mio padre”. “Non va al bagno da solo”, dice sua madre, aggiungendo che si spaventa facilmente – per esempio al suono dei colpi di pistola del vicino centro di addestramento di polizia di Hamas. Anche Kannan ha un album per gli schizzi – il consulente che lo ha seguito per quattro mesi dopo la guerra lo ha incoraggiato a disegnare. Dipinge la sparatoria contro suo padre … bambini spaventati dagli aerei sopra di loro … una moschea distrutta.

    Anche per i Samouni, comunque, la vita va avanti. La famiglia di Kannan dovrebbe riuscire a breve a coltivare sei file di lattuga, peperoni e pomodori su un piccolo appezzamento di terra, grazie al progetto di riparazione dell’irrigazione della Croce Rossa – due pozzi sono stati distrutti durante l’occupazione militare di Zeitoun. Non sono abbastanza per essere venduti, come facevano una volta, ma è un inizio. Anche i cugini hanno avuto in prestito un acro di terra, dove producono olive, fichi e verdure.

    Giù in strada, il 22enne Rami Samouni, il cui fratello Hamdi è stato ucciso dalle forze israeliane insieme ai 18mila polli nella stia, sta aiutando a ricostruire la casa distrutta del cugino Arafat. La ricostruzione è in parte finanziata dai 4 mila euro di compensi che il governo di Hamas ha stanziato per chiunque abbia perso del tutto la casa, insieme ai circa 3500 euro dalla rivale Autorità Palestinese di Ramallah, discretamente canalizzati attraverso il programma di sviluppo delle Nazioni Unite per assicurarsi che ai beneficiari non si applichi nessuna discriminante politica. Rami, che si laureerà l’anno prossimo con una laurea in educazione dell’università di al-Azhar, vede la ricostruzione come una metafora. “Bisogna avere speranza. Se ti consideri malato, starai male. Muori se non ricostruisci. I nostri nemici vogliono che ci arrendiamo e smettiamo di vivere. Dobbiamo andare avanti”. Nonostante i suoi discorsi sui “nemici”, Rami dice più di una volta nella nostra conversazione che accetterebbe una soluzione basata sui confini del 1967, con Israele e uno stato di Palestina che vivano fianco a fianco.

    Anche altrove, ci sono prove varie ma pervasive della famosa resistenza di Gaza, anche dove i danni sono peggiori. Un anno dopo, ci sono poche viste più tetre delle macerie lasciate nell’inverno scorso dagli attacchi dinamitardi su larga scala e dalle demolizioni delle case dei distretti settentrionali di Gaza di Abed Rabbo e Atatra. Tutti, tranne una piccola minoranza, quelli rimasti senza un tetto a causa della guerra hanno affittato una casa o sono ospitati dai parenti. Ma in Atatra, dove la maggior parte delle distruzioni avvenne negli ultimi giorni di guerra, alcuni vivono ancora nelle tende. Sembra che siano le donne qui a tenere insieme le cose. La casa di Arifa abu Leila, 40enne madre di nove figli, fu distrutta dopo che la famiglia fu costretta ad andarsene dai soldati israeliani. Adesso, sotto i teloni, la famiglia ha solo una manichetta e una larga ciotola di plastica per lavarsi. Dice che la famiglia non ha mai ricevuto i 4 mila euro dalle autorità di Hamas e crede che la ragione possa essere che suo marito “era dentro Hamas ma poi se ne andò molto tempo fa”. Ma quando il marito Saleh arriva, nega categoricamente di essere mai stato dentro Hamas.

    Il vicino, il 30enne Majda Ghabin, ha una ragione decisamente più positiva per vivere in una tenda. Con i soldi che ha ricevuto per la sua casa – distrutta dopo che fu costretto a uscire, fu arrestato dalle truppe israeliane, e trattenuto in Israele per cinque giorni durante la guerra – ha recuperato la sua terra e investito in carote, più convenienti da curare rispetto alle fragole che coltivava prima. “Ho pensato che era meglio continuare a lavorare piuttosto che trovare un’altra casa”, spiega. “Così posso fare un po’ di soldi e magari costruire una casa in futuro”.

    Su nel distretto di Abed Rabbo, a est di Jalabia vicino al confine israeliano, le rovine hanno persino generato una loro microeconomia. Ogni mattina alle 6.30, Saber Abu Freih e la madre 60enne Ghazala arrivano a quella che una volta era la loro casa, in parte per setacciare – finora invano – le macerie alla ricerca dei gioielli che hanno lasciato indietro 11 mesi fa e in parte per caricare un carro trainato da un asino con la muratura distrutta che serve a costruire nuovi fabbricati isolanti per costruzioni di piccola scala. Un giorno di lavoro può portare 100 shekel [18,28 euro] da dividere con i sei fratelli. “Stiamo pulendo le strade e raccogliendo le pietre che saranno usate per costruire allo stesso tempo”, dice allegramente. “Possiamo raggiungere solo 10 shekel [1,83 euro] al carro. Ma cosa possiamo farci?”

    Carri trainati da asini come questo vanno verso i cantieri di al-Shobaki per essere sbriciolati e trasformati in blocchi da costruzione. Qui il proprietario, Abdel Salem al Shobaki, descrive in modo succinto la spirale di affari della sua compagnia da quando i lavori iniziarono durante l’apice dell’Intifada nel 2003 come “da eccellente a buono a cattivo a incredibile”. Il periodo da “cattivo a incredibile”, che è iniziato a metà del 2007, riflette la recente storia politica di Gaza. Avendo vinto le elezioni del 2006 per il parlamento palestinese, con la costernazione praticamente di tutti, probabilmente anche di Hamas, il partito militante islamico si ritrovò rapidamente ai ferri corti non solo con Israele e la comunità internazionale, uniti nel chiedere ad Hamas di riconoscere Israele -cosa che risolutamente non ha fatto - ma anche con Mahmoud Abbas, presidente della Palestina del partito di Fatah, che a differenza dei suoi co-abitanti politici ha da tempo rinunciato alla violenza e abbracciato l’idea di una soluzione a due Stati. Nonostante le crescenti tensioni del 2006, esacerbate dal rapimento del caporale israeliano Gilad Shalit e dal conseguente conflitto militare, una breve coalizione con Fatah, mediata dai sauditi, fu messa in piedi nel febbraio 2007. Nel giugno di quell’anno però la coalizione si ruppe tra selvagge lotte intestine per le strade di Gaza, decisamente vinte da Hamas, che prese il controllo di Gaza. Abbas “licenziò” il primo ministro di Hamas Ismail Haniyeh, lasciando il futuro putativo stato palestinese spaccato tra la Cisgiordania sotto il suo controllo, e Gaza sotto il controllo di Hamas. E Israele impose un assedio economico totale che bloccò in un colpo quelli che una volta erano i vivaci settori manifatturieri e agricoli di Gaza – che spesso esportavano ai partner commerciali israeliani – chiudendo le frontiere a tutti tranne al passaggio verso l’interno di beni umanitari essenziali. È una politica per la quale il milione e mezzo di abitanti di Gaza sta pagando il prezzo da allora.

    Tra le tante altre cose, lasciò al-Shobaki a corto di prodotti cruciali che importava regolarmente da Israele. Da giugno 2007, dice, ha avuto “4 mila tonnellate di ghiaia ma niente cemento”. Poi due mesi fa, al-Shobaki – che dice di pagare 15-20 shekel [2,75-3,65 euro] per un buon carro di macerie – riuscì finalmente a procurarsi abbastanza cemento per avviare di nuovo i lavori in corso, grazie ai tunnel attraverso i quali viene contrabbandato dall’Egitto. Gli abitanti di Gaza sono spesso scettici riguardo alla qualità del cemento egiziano – c’è in giro una storiella secondo cui una nuova moschea affiliata di Hamas nella strada sul mare della Città di Gaza è rimasta incompleta perché gli imam stanno resistendo per avere il cemento israeliano. Ma il vero problema è il prezzo. Al-Shobaki paga 1.400 shekel [256 euro] una tonnellata di cemento egiziano proveniente attraverso i tunnel – rispetto ai circa 380 shekel [69,50 euro] che pagava quando i passaggi erano aperti e arrivava da Israele. “Prima di tutto mi piacerebbe vedere una riconciliazione tra Fatah e Hamas”, dice, “poi vorrei vedere i valichi aperti. Chiunque dica che l’economia israeliana e quella di Gaza non sono connesse è stupido. Sono un’economia sola”. Comunque sia, i tunnel gli hanno permesso di ricominciare la produzione – anche se con un profitto vicino allo zero. Per la maggior parte della popolazione di Gaza, al momento sono l’unico contatto tangibile con il mondo esterno.

    Una larga tendopoli si estende lungo il bordo meridionale di Gaza, a Rafah, sulla vecchia Philadelphi Road che fino al 2005 era terra di nessuno sotto il controllo israeliano tra Gaza e l’Egitto. Guardati dall’alto delle torri di guardia della sicurezza egiziana che si alzano sopra le palizzate di frontiera sul lato sud e dai blocchi di appartamenti consumati dai bombardamenti israeliani dagli anni dell’Intifada sul lato palestinese, le tende proteggono le entrate delle centinaia di tunnel dove si contrabbanda. Questi tunnel sono stati l’ancora di salvezza di Gaza da giugno 2007 – e hanno continuato a esserlo nonostante i bombardamenti israeliani quasi quotidiani durante l’operazione Piombo Fuso e i 117 lavoratori morti l’anno scorso, soprattutto a causa di collassi naturali dei tunnel. Adesso i tunnel sono tra i primi obiettivi di rappresaglia delle forse aree israeliane ogni volta che un razzo Qassam viene lanciato verso il sud di Israele in violazione di un non dichiarato ma, quasi sempre, effettivo cessate il fuoco.

    Oggi, mentre il sole di fine novembre tramonta sul Mediterraneo a ovest e un solitario F16 vola in alto, una macchina per movimenti di terra è al lavoro da molte ore per riparare l’entrata di un tunnel distrutto quel mattino. Mentre sorveglia le macerie, il lavoratore dei tunnel Abu Yusef ricorda di quando una volta guadagnava 300 shekel [54,85 euro] al giorno come giardiniere in Israele quando i passaggi erano aperti, e tornerebbe volentieri a farlo piuttosto che rischiare la vita per un terzo di quello che prendeva. “Se ci fosse un altro lavoro, non guarderei più ai tunnel”, dice.

    Uno dei proprietari del tunnel distrutto, che risponde solo al nome di Abu Hassan, stima che riparare il tunnel gli costerà quasi 45 mila euro ma che, alla fine, ne varrà la pena. Sciorinando i prodotti che trasporta attraverso i tunnel – “vestiti e cibo, cioccolata Galaxy, bottiglie di coca-cola vuote, biscotti” – ammette: “Mi ci vorranno cinque mesi per recuperare i costi di riparazione – prima sarebbe bastato un mese”. Gli affari, infatti, sono in crisi, soprattutto perché il mercato è saturato dai tunnel stessi. Mentre supervisiona l’arrivo di una consegna di bambù e spiega che anche il suo tunnel commercia “vestiti e pecore”, Mohammed, 27enne di Khan Younis, dice: “Non è più come era una volta – ci sono un sacco di prodotti a Gaza. Gaza è piena di bambù”.

    Ogni diplomatico familiare con la zona crede che Hamas stia in realtà arricchendosi con l’economia dei tunnel creata dall’assedio. Non è solo per i 10 mila shekel [1.828,60 euro] che ogni operatore deve pagare alla municipalità di Rafah controllata da Hamas, apparentemente per “norme e salute e sicurezza” – ma che non hanno evitato la morte di 32 tra bambini e giovani minorenni quest’anno nei tunnel. Un importante uomo d’affari di Gaza dice che anche Hamas introduce beni di consumo attraverso i propri tunnel segreti – quelli che Israele crede siano usati per importare armi – e poi ingaggia commercianti domestici per distribuire i prodotti e dividere i profitti con il partito. Tutto questo non fa che sembrare ridicola l’idea che il blocco imposto da Israele danneggi Hamas piuttosto che la popolazione civile.

    Grazie ai tunnel, i negozi non sono mai stati più pieni da giugno 2007, rendendo probabilmente un po’ più allegro dell’anno scorso lo scambio di regali della festività musulmana di Eid al-Adha, con tantissime merci egiziane – almeno per quelli che possono permettersele. Una buona scatola di cioccolatini importati costa circa 150 shekel [27,43 euro] rispetto ad appena 60 shekel [11 euro] quando veniva da Israele, una felpa tre volte il suo vecchio prezzo di 50 shekel [9 euro]. Ma l’Eid di quest’anno significa anche qualcos’altro: una profonda riluttanza da parte di molti abitanti di Gaza a crogiolarsi nel proprio dolore e perdita post-bellici. Certo, un commerciante di bestiame di Jabalya stima che solo il 35 per cento delle famiglie di Gaza potranno permettersi una delle pecore tradizionali per l’Eid – sudanesi, libiche o egiziane quest’anno perché importante attraverso i tunnel. Ma nelle vivaci piume rosa o nei fiori di stoffa sfoggiati tra i capelli da ragazzine perfettamente eleganti tra le rovine di Atatra, o nelle feste delle giovani donne di classe media – con le teste coperte con stile – affollate dentro l’hotel alla moda di al-Deira sul lungomare, è visibile una determinazione a tirar fuori il meglio dalla festività.

    Lo stato d’animo celebrativo era certamente rafforzato dalla speranza di un imminente scambio di prigionieri per il rilascio di Gilad Shalit – e la prospettiva, effettiva o meno, che sarebbe stato seguito da una distensione almeno parziale dell’assedio israeliano. Ma quello che nemmeno le celebrazioni dell’Eid né il costante, seppur costoso, flusso di beni di consumo attraverso i tunnel possono mascherare è la portata e l’impatto della regressione di Gaza. Jadwat Khoudary, uno dei più importanti uomini d’affari di Gaza, sottolinea che persino in tempi “normali” – senza l’attuale urgentissimo bisogno di massiccia ricostruzione post-bellica – la richiesta di cemento ogni giorno a Gaza era di circa 1.500 tonnellate. Il cemento costoso che arriva attraverso i tunnel ammonta a circa 150 tonnellate, abbastanza per relativamente poche famiglie individuali per riparare le proprie case danneggiate dalla guerra. E [Khoudary] dà un esempio impressionante dell’economia di Gaza modello “Alice nel Paese delle meraviglie” attraverso una delle sue compagnie, che al contrario di centinaia di altre è – appena – riuscita ad andare avanti. Una volta fabbricava gommapiuma elastica, usata nella produzione di massa di cuscini. Ma poiché le materie prime chimiche non sono più disponibili da Israele, la fabbrica ora produce il 5 per cento di quanto faceva in passato, tagliando e formando gommapiuma elastica già pronta importata attraverso i tunnel. Ha licenziato più di 200 lavoratori; la maggior parte dei quali ha trovato lavoro “nella polizia interna di Hamas, nella polizia [regolare], nel ministero del Lavoro [di Hamas] o nelle municipalità guidate da Hamas. Come posso fargliene una colpa se io non riesco a pagare gli stipendi?”, dice.

    Stiamo parlando alla vigilia dell’Eid nel suo frequentato – ma adesso, nel tardo pomeriggio, vuoto – ristorante sul lungomare. “Perché crede che non ci sia nessuno qui?”, gli chiedo. “Perché la maggior parte della gente sta digiunando prima dell’Eid. Vent’anni fa solo l’1 per cento l’avrebbe fatto. Oggi è circa il 90 per cento”. Sebbene Hamas non abbia emanato nessun editto a questo proposito, Khoudary ritiene che il fenomeno sia il risultato di messaggi trasmessi dalle moschee da quando Hamas è salito al potere. Vede questo, e un simile cambiamento nella gente che prega regolarmente nelle moschee, come una prova della “credibilità nelle strade” del partito islamico Hamas, cosa che la guerra dell’inverno 2008-09 non ha assolutamente diminuito.

    Certo è visibile un indebolimento del secolarismo tra le strade di Gaza. Più donne si coprono la testa; c’è una diffusione maggiore di quelle che portano il nakab, una volta molto raro, il velo che copre l’intero viso a parte gli occhi. E la più grande pressione interna su Hamas non viene da Fatah, che è stato effettivamente represso a Gaza, ma da gruppi islamisti ancora più estremi. Secondo Khoudary, questi sviluppi sono la conseguenza di quello che lui chiama “un assedio mentale” in cui la mancanza di contatto con il mondo esterno sta ripiegando Gaza su se stessa. Per fare un solo esempio, c’è stato un blocco totale di quello che una volta era un flusso regolare di molte centinaia di studenti all’anno verso l’estero o le università israeliane, spesso per compiere studi post-laurea. Oggi Israele ha usato la chiusura per impedire agli studenti persino di viaggiare verso la Cisgiordania, figuriamoci per andare in Israele o all’estero. Grazie ai tunnel, dice Khoudary, e premesso che tu possa permettertelo, “puoi ordinare qualsiasi cosa tu voglia e averla in 36 ore. Ma l’assedio mentale è quello più pericoloso e più dannoso”. Si chiede perché Israele promuova un clima che a lungo termine non farà che incoraggiare gruppi estremisti “peggio dei talebani”. “Israele è così stupido”, dice. “Stanno punendo la gente sbagliata”.

    Nessuno qui ha fatto di più per cercare di allentare questo “assedio mentale”, entro le restrizioni della chiusura totale, di John Ging, direttore dell’Agenzia Onu di sostegno ai profughi palestinesi (Unrwa) e responsabile dell’istruzione e dell’assistenza di quasi un milione di rifugiati a Gaza. Ging, ex ufficiale dell’esercito irlandese, è un uomo coraggioso; era nella sede dell’Unrwa quando il deposito dell’agenzia è stato distrutto dalle bombe al fosforo bianco israeliane durante la terza settimana dell’operazione Piombo Fuso. Nel marzo 2007, quando l’illegalità a Gaza era al suo picco da cui diminuì grazie al servizio d’ordine di Hamas, il convoglio delle Nazioni Unite di Ging fu preso in un’imboscata e il veicolo blindato fu colpito da 18 pallottole di palestinesi armati che cercarono di rapirlo. Due mesi dopo, una delle sue guardie del corpo venne ferito mentre fu aperto il fuoco sulla scuola dell’Onu che stava visitando. Anche elementi più estremi all’interno di Hamas – ma mai il governo de facto di Hamas stesso – hanno rilasciato minacciose critiche verso i riuscitissimi giochi estivi dell’Unrwa cui hanno partecipato 250mila bambini, verso gli avvertimenti di Ging allo staff palestinese dell’Unrwa di lasciare la politica fuori dalla porta quando vanno a lavorare, e – più recentemente – verso la sua forte determinazione di includere studi sull’Olocausto nel curriculum della scuola per i diritti umani dell’Unrwa.

    Tuttavia ciò che dà a Ging la sua alta credibilità a Gaza è la sua instancabile difesa della popolazione civile di fronte a quella che ripetutamente chiama la politica “fallita e difettosa” dell’isolamento. La fine della guerra, dice, ha lasciato la popolazione di Gaza “peggio di prima” a causa della “speranza disattesa” che avrebbe segnato anche la fine di “quell’era di punizione collettiva… che è stata la loro vita quotidiana così a lungo”. Poiché la guerra ha finalmente generato una consapevolezza internazionale “che era la popolazione civile a pagare un prezzo devastante non soltanto in termini di perdite di vite ma [anche] nelle loro condizioni di vita”.
    Ma invece della fine dell’isolamento, dice Ging, la popolazione traumatizzata di Gaza ha visto che “la vita quotidiana continua a peggiorare e, mentre ascoltano e leggono sempre più discorsi sulla guerra, vedono il processo di pace ulteriormente in pericolo”.

    Ging riconosce che questa non è una “tipica emergenza umanitaria” resa visibile da “corpi emaciati e da un servizio medico distrutto” – nonostante sottolinei che l’80 per cento della popolazione di Gaza dipende dagli aiuti alimentari, che i servizi medici sono sovraccarichi ma in qualche modo resistono, e che le infrastrutture di acqua e fognature sono sull’orlo della crisi con 80 metri cubi di litri di acque reflue non trattate pompati ogni giorno nel Mediterraneo, con l’80 per cento dell’acqua potabile sotto gli standard minimi imposti dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e con il 60 per cento della popolazione con solo un accesso irregolare all’acqua. Piuttosto, dice, “il problema qui è la distruzione di una società civilizzata con l’impatto che questo avrà sulla soluzione del conflitto”.

    Come uomo per il quale la fiducia nel diritto internazionale è una passione trainante, ha cercato di combattere questa tendenza istituendo un corso sui diritti umani nelle scuole delle Nazioni Unite, tutt’altro che di routine, a meno di un anno dalla guerra su cui il rapporto Goldstone ha accusato soprattutto Israele ma anche Hamas di crimini di guerra. Ging è sicuro della risposta positiva dei civili di Gaza. “Bisogna solo parlargli” sostiene, per sapere che “non sono terroristi, non sono persone violente. Sono una popolazione profondamente civilizzata… che non sopporta la natura provocatoria e l’ingiustizia della loro situazione”.

    Le loro aspirazioni non sono, dice, “vendetta o rivalsa o violenza o distruzione – le loro aspirazioni sono le stesse di ogni altra persona civilizzata su questo pianeta. Vogliono spazio per vivere, le libertà fondamentali dei diritti umani. Capiscono la differenza tra giusto e sbagliato e le sanzioni contro chi viola la legge, ma la loro richiesta – che ha tutto il mio supporto – è quella che gli innocenti non dovrebbero essere sanzionati”.

    Come Jadwat Khoudary, Ging è spaventato dall’estremismo che le devastanti condizioni di Gaza minacciano di nutrire, persino tra gli alunni a scuola. “Come li motiviamo a realizzare il loro potenziale accademico quando le loro madri e padri, fratelli e sorelle non hanno un lavoro né una prospettiva di lavoro? Ascoltano tutti i giorni la retorica, molto distruttiva, che trae vantaggio dalla loro esperienza fisica che è molto negativa – e cerca di collegarla all’attività violenta come se fosse la via d’uscita da questa situazione”.

    La scuola superiore A dell’Onu per ragazze a Zeitoun, molto vicino a dove la tragedia colse la famiglia Samouni, aiuta a illustrare il concetto. Tre delle sue studentesse furono uccise durante la guerra, 25 ferite e molte altre senza casa dalla distruzione. Nel mese scorso, è stata realizzata una giornata di attività per rafforzare un’altra iniziativa di Ging – che forse non sarebbe stata male nemmeno in molte scuole britanniche – il programma di Rispetto e Disciplina. Si andava da una parata – “Noi la chiamiamo ‘militare’ perché vogliamo la disciplina dei soldati senza la violenza”, spiega l’insegnante Soha Sohoor – a una scena teatrale ambientata in un tribunale dove le ragazze recitavano le parti di avvocatessa, maestra, medico, ingegnere e casalinga che dovevano difendersi con successo dalla sentenza di un rigorosissimo giudice misogino. Dopodiché, quattro eloquenti 14enni hanno discusso questioni che andavano dalla violenza domestica e l’impatto della guerra di gennaio rispetto alla determinazione di tutte e quattro di andare all’università. Tutti hanno detto di essere d’accordo con una soluzione a due Stati basata sui confini del 1967.

    Shaima Remlawi, che sta imparando l’inglese, vuole diventare un’interprete internazionale ma si vede anche battersi per i diritti delle donne – soprattutto contro i matrimoni precoci e i padri che scoraggiano le figlie dal completare gli studi. “Non mi sposerò finché non avrò più di 20 anni”, dichiara. Afrian Naim vuole diventare una giornalista, “così potrò diffondere il messaggio dei palestinesi verso tutto il mondo”. Islam Aqel vuole diventare sia una professoressa che “una scrittrice che può scrivere libri che tutti possono leggere”. E Ahlam Al-Haj Ahmed dice: “Voglio diventare una giornalista e scrivere delle sofferenze del popolo palestinese. Ma voglio essere efficace per la società, diventare membro del Plc [il Parlamento palestinese], non con Fatah o Hamas, ma come indipendente, così posso dire agli altri quando stanno facendo qualcosa di buono e quando non lo stanno facendo”. È difficile non essere impressionati da queste ragazze, colme di sana ambizione. Ma è anche difficile non pensare – senza quel “cambiamento della situazione”, la fine dell’assedio di Gaza, mentale e fisico – quanto tempo dureranno i loro sogni prima di scontrarsi con un’inevitabile delusione.

    “Un cambiamento è urgente”, dice Ging, “Perché il tempo è contro di noi. Un’intera generazione sta crescendo”.


    (Traduzione di Eva Brugnettini per Osservatorio Iraq)
    Ultima modifica di Amanda; 01-01-2010 alle 23:52

  2. #2
    ho postato questo articolo perche' l'ho trovato molto umano, in effetti Gaza non e' soltanto Hamas, forse bisognerebbe investire nella speranza di questi giovani che ambiscono solo in un futuro migliore

  3. #3
    Tutti hanno detto di essere d’accordo con una soluzione a due Stati basata sui confini del 1967.



    infatti, cara Adry, il confine tra Israele e gaza e' quello del 1967. gli insediamenti a Gaza sono stati abbandonati. nonostante questo, i bravi Gazzesi hanno bombardato Shderoth per 8 anni. Tu stessa hai pubblicato che 2 giorni fa due razzi sono arrivati a Netivot. Perche' hanno sparato? cosa pensano di ottenere?
    immagino che anche tu capisca che quando e se verra' restituito gilad Shalit ci sara' un'altra regolata di conti, vero?

  4. #4
    fonte Peace reporter
    22/12/2009
    Gaza, verso la speranza





    Il piccolo Muath esce dalla Striscia. Per tentare di curarsi in Italia
    A un anno e quattro mesi ha potuto fare quello che a molti suoi concittadini è vietato: uscire dalla Striscia di Gaza. Ma il permesso concesso al piccolo Muath, purtroppo, è legato al tumore in stadio avanzato che sta divorando il suo fegato.

    Per questo lui e il padre Ahmed sono arrivati in Italia, a Roma, dove un'equipe del Policlinico Umberto I lo attendeva da tempo per effettuare accertamenti e forse un trapianto. Un'attesa «estenuante» come l'ha definita Benedetta Paravia, la portavoce dell'onlus romana "Angels" che si è occupata e ha "fatto scoppiare" il caso sui giornali, provocando così l'intervento diretto del ministro Frattini presso le autorità israeliane e l'arrivo in Italia di Muath, con tanto di accoglienza in grande stile. Peccato che a Gaza restino centinaia di malati che ogni mese si vedono rifiutare il permesso di uscita per sottoporsi a cure specialistiche al di fuori della Striscia. Cure che non possono essere fornite per la mancanza di trattamenti, macchinari o pezzi di ricambio, causata dall'embargo imposto da Israele dal 2007, quando il movimento fondamentalista islamico Hamas ha preso il potere. Sono le autorità israeliane, infatti, ad avere totale autonomia decisionale sul controllo dei varchi con la Striscia e come ha ammesso Paravia «senza la collaborazione delle istituzioni non sarebbe stato possibile arrivare a una soluzione positiva e rapida del caso».

    La Farnesina dal canto suo ha sottolineato la «massima collaborazione fornita da Israele». «Le autorità israeliane - si legge in una nota - hanno peraltro precisato che il bambino era già stato in cura nel settembre scorso presso una struttura ospedaliera israeliana, ribadendo la loro piena disposizione a dare riscontro a passi compiuti presso di loro».
    Muath ora verrà sottoposto a tutti gli accertamenti necessari, nella speranza di poterlo salvare, ma qual è la situazione per gli altri malati? «Ad ottobre, su 300 richieste di permessi d'uscita per trattamenti ospedalieri specialistici relativi a minori, solo due sono state rifiutate - dichiara Mahmud Daher, responsabile dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) per Gaza -. Ma per gli adulti la situazione continua ad essere problematica. Sempre ad ottobre - continua - sono state inoltrate alle autorità israeliane 1166 richieste totali: di queste il 71.4 percento sono state approvate, mentre le restanti, quasi il 30 percento, sono state negate o definitivamente cancellate».

    Circa trecentotrenta malati con problemi cardiaci, oncologici, ortopedici o oftalmologici, oppure pazienti che fanno richiesta di effettuare diagnosi o controlli post terapia. Un dato che continua ad essere elevato, visto che a pochi chilometri da Gaza, queste persone potrebbero ricevere le cure necessarie cui avrebbero diritto. Così come elevati restano l'attesa e i passaggi burocratici necessari. L'Oms ha calcolato che dal momento in cui il medico avvia la pratica di trasferimento a quando i vari dipartimenti competenti di Fatah, Hamas e Israele trovano un accordo, passa in media un mese. E nell'attesa, in alcuni casi, c'è chi muore. Come Fatenah, la protagonista dell'omonimo cartone animato palestinese, prodotto proprio dall'Oms e dall'associazione israeliana Physicians for Human Rights. Nome di finzione, ma storia vera, di una ventisettenne di Gaza che scopre di avere un tumore al seno, ma che a causa della negligenza e del conservatorismo dei medici della Striscia da un lato e delle umiliazioni e del dispotismo dei soldati israeliani dall'altro, muore prima di poter oltrepassare il valico di Eretz. Lo stesso valico superato nei giorni scorsi dal piccolo Muath, divenuto suo malgrado il simbolo di una Gaza che continua a soffrire.

    Anna Maria Selini

    ===========================================


    scusa Clara, ma che liberta' hanno i malati nel decidere dove curarsi?

  5. #5
    cara Adry se il Hamas spendesse i soldi invece di comprar razzi ed esplosivi per comprare strutture mediche, avrebbero ospedali d'oro. Ma i saggi gazzesi hanno votato Hamas ed ora che paghino le conseguenze. Chiaramente i bambini sono vittime innocenti ed anche tutti i malati.
    Qualche anno fa una ragazza passo' il posto di blocco e pianse perche' aveva una platina nella gamba. Poi si fece esplodere uccidendo 4 soldati.
    un'altra passava spesso,andava a farsi curare a Beer Sheva. Era ustionata per un incidente. il viso era deturpato e quelli del Hamas le dissero: "marito non lo trovi, allora vai da Allah e diventa sua moglie". e la imbottirono di veleno che doveva introdurre nei rubinetti dell'ospedale. fu bloccata in tempo.
    Cara Adry Israele non e' tenuta a curare i malati palestinesi.
    Se vogliono andare in Italia, che ci vadano

  6. #6
    sono perfettamente d'accordo che Israele non e' tenuta a curare i malati palestinesi o di Gaza, ma se questi vogliono curarsi in un altra parte del mondo, sono liberi di andarci?

    invece di programmare un altro piombo fuso, non sarebbe il caso di fare proselitii, attraverso strutture idonee, per una convivenza pacifica, isolando l'estremismo?
    nel primo articolo che ho postato ho letto che ci sono giovani a Gaza che vogliano fare i medici, i giornalisti e non i kamikaze.

    un giorno i tuoi figli, i tuoi nipoti, le generazioni future, comunque dovranno convivere con i palestinesi e, suppongo, meglio in pace che in guerra

    io capisco la tua frustazione, tu imputi a loro la mancanza di accordi per la pace, i palestinesi, dal canto loro, li imputano agli israeliani

    io penso che il nostro compito non e' quello di parteggiare, ma di aiutarvi sulla strada della comprensione reciproca

    tu a volte parlando dei pacifisti li consideri superflui o addirittura conniventi col nemico, io invece penso che sono piu' lungimiranti

    questo e' un discorso che dobbiamo approfondire meglio, lo sai che io ti stimo, mi colpi' molto una tua frase quando parlavamo dei profughi del Rhuanda, se non ricordo male, a cui tu mandavi le arance

    tra di noi si e' creato un rapporto umano, poi a volte possiamo condivere alcune opinioni, altre volte no, ma l'importante e' partire da una base di sensibilta', cosa che forse un giorno potrai condividere anche con quelli che oggi possono sembrarti nemici
    Ultima modifica di Amanda; 02-01-2010 alle 19:49

  7. #7

  8. #8

    dal j post:un ottimo articolo

    C’è un interrogativo che gli israeliani non si pongono riguardo ai palestinesi, e in particolare riguardo a Gaza. Questo interrogativo è tabù. Non solo nessuno se lo pone ad alta voce, ma veramente pochissime persone osano porselo nell’intimità della propria mente.
    Tuttavia, penso che sia arrivato il momento di cominciare a porsi questo interrogativo privatamente e in pubblico. Se non lo faremo, penso che ci sarà un’operazione Piombo Fuso II, e poi un’operazione Piombo Fuso III, e ciascuna sarà peggiore della precedente, e le conseguenze per i palestinesi e gli israeliani saranno inimmaginabili.
    La domanda che dobbiamo porci è questa: Se qualcuno ci avesse trattato come stiamo trattandoente di Gaza, che cosa avremmo fatto noi?
    Non vogliamo arrivare a porci questa domanda, non è vero? E siccome non vogliamo, ci facciamo un obbligo di non vedere, non sentire e non pensare a come, in effetti, stiamo trattando le persone a Gaza.
    Tutte queste personalità scioccate, tutte queste notizie, questi dati, questi numeri – migliaia di cose distrutte qua e decine di migliaia là. Macerie, liquami, malnutrizione, bambini che piangono, crisi umanitarie – come si può tenere il conto? A chi importa? Si sono imposti da soli queste sciagure. Dov’è che andiamo a pranzo?
    Non è che non possiamo immaginare la vita a Gaza. E’ che siamo determinati a non cercare di immaginare. Se lo facessimo, potremmo non fermarci qui. A quel punto potremmo tentare di immaginare come sarebbe se il nostro paese fosse nelle condizioni in cui abbiamo lasciato Gaza. E prima o poi potremmo tentare di immaginare che cosa faremmo se vivessimo qui come loro vivono laggiù.
    O neanche cosa faremmo, ma semplicemente cosa penseremmo – a proposito del popolo e del paese che ci ha fatto ciò, e che non ci permette neanche di cominciare a riprenderci dopo che la guerra è finita. Che ha bloccato i nostri confini e consente solo l’ingresso di approvvigionamenti sufficienti a tenerci a un livello di sussistenza, ed a evitare la fame e le epidemie di massa.
    Che cosa dovremmo pensare, cosa faremmo, se qualcuno, qualche paese, ci avesse fatto questo?
    Un sacco di gente qui, ne sono sicuro, risponderebbe con rabbia: allora perché gli abitanti di Gaza non cercano di raggiungere la pace?
    Ma è così che noi avremmo reagito? È questo che gli israeliani avrebbero fatto se un esercito straniero avesse fatto a questo paese ciò che le Forze di Difesa Israeliane hanno fatto a loro un anno fa? Se un altro paese avesse inviato F-16, elicotteri Apache, aerei senza pilota, armi al fosforo bianco, e battaglioni di carri armati in Israele, se una qualunque nazione avesse bombardato e ucciso qui come noi abbiamo bombardato e ucciso a Gaza, e poi ci avesse schiacciato la faccia nella polvere di questa distruzione, noi vorremmo fare la pace con loro?Dimentichiamo il “noi”; Qualcuno conosce anche un solo israeliano che vorrebbe fare la pace?
    Sono sicuro che a questo punto un sacco di persone obietterebbero: e che dire di Sderot? Non è vero che i terroristi di Gaza bombardano e uccidono a Sderot? Capovolgiamo la domanda: cosa avrebbero fatto gli abitanti di Gaza se un altro paese avesse fatto a loro quello che loro hanno fatto alla gente di Sderot?
    Giusto. Sì, anch’essi avrebbero reagito. Non sono certamente dei pacifisti. In realtà, i loro leader eletti sono dei fanatici che odiano gli ebrei e sono votati alla distruzione di Israele. E’ molto importante ricordarlo, e lo facciamo. Ma ciò che non vogliamo ricordare, ciò che al 100% facciamo in modo di dimenticare, è che noi facciamo ogni sorta di cose odiose a Gaza che loro non fanno a noi, e che le cose vanno in questo modo fin dal 1967.
    Oltre a bloccare il flusso delle merci verso Gaza via terra, abbiamo sigillato il loro intero litorale. Non consentiamo alle navi di navigare da e verso Gaza. Qualcuno forse impedisce alle navi di andare e venire dai porti israeliani di Eilat, Ashdod e Haifa? Che cosa farebbe Israele se qualcuno cercasse di fare una cosa del genere? (Pensate a quello che Israele fece due settimane dopo che l’Egitto aveva bloccato il porto di Eilat, nel maggio 1967.)
    Abbiamo interdetto anche lo spazio aereo di Gaza, impedendo agli aerei di atterrare o di decollare dalla Striscia. Per caso qualcuno impedisce agli aerei di atterrare e di decollare da Israele
    ? Non ci batteremmo se qualcuno facesse una cosa del genere?
    er 37 anni, tra il 1967 e il 2005, i nostri soldati e i nostri coloni sono stati i dominatori della Striscia di Gaza. Se soldati e coloni stranieri avessero cercato di entrare e prendere il controllo di Israele, cosa avremmo fatto?
    E per quanto riguarda gli anni di attacchi con i razzi contro la gente di Sderot, non ho mai vissuto un simile calvario, ma immagino che sia un inferno. Tuttavia, non ho mai neanche vissuto il calvario che ha vissuto, e che sta ancora vivendo, la gente di Gaza, ma so – come sa ognuno al mondo, tranne gli israeliani – che la vita a Gaza è incomparabilmente peggiore di quanto sia mai stata la vita a Sderot.
    Durante la campagna per le presidenziali del 2008 negli Stati Uniti, Barack Obama visitando Sderot disse: “Se dei missili cadessero laddove dormono le mie due figlie, farei di tutto per impedirlo”.
    Aveva perfettamente ragione. Mi chiedo, però, che tipo di reazione avrebbe avuto se avesse visitato anche il campo palestinese di Jabalya, quell’estate. Mi chiedo come reagirebbe se visitasse Jabalya ora.
    E noi come reagiremmo? Se noi israeliani potessimo andare a Gaza e vedere di persona quello che abbiamo fatto a quel posto e alla sua gente, saremmo capaci di un sentimento di empatia? Se pensassimo che i nostri bambini potrebbero vivere in un paese proprio come la Gaza postbellica, ci permetteremmo di pensare a cosa potremmo fare?
    Non possiamo andare a Gaza, ma dobbiamo iniziare a usare la nostra immaginazione. Dobbiamo avere il coraggio di metterci al posto di quelle persone. E dobbiamo smettere di fare a loro ciò che non permetteremmo mai che qualcuno faccia a noi. Altrimenti, noi israeliani non abbiamo una coscienza, e a poco a poco diventeremo capaci di tutto.
    Larry Derfner è un giornalista israeliano che si occupa di questioni interne e mediorientali; scrive abitualmente sul Jerusalem Post

    http://www.medarabnews.com/2010/01/0...li-israeliani/

  9. #9
    fonte frammentivocalino
    .
    sabato 3 gennaio 2009
    Parroco di Gaza: in memoria di Cristine,morta di paura, di stenti di freddo


    “Cristine è una vittima ‘indiretta’ dei bombardamenti israeliani di quest’ultima settimana… è morta di paura, di stenti e di freddo; e come lei ci sono migliaia di minori, di bambini e adolescenti, che non resistono al continuo martellamento dei bombardamenti, ai boati tremendi che il resto del mondo si ostina a non sentire o a definire incidenti collaterali”: padre Manuel Musallam, parroco della Sacra Famiglia, unica chiesa cattolica della Striscia, parla alla MISNA di Cristine al-Turk, una ragazza di 16 anni morta ieri nella sua casa della città di Gaza nel quartiere di Rimal non perché colpita da un ordigno israeliano o da un crollo ma di stenti, di freddo, dopo giorni e giorni di terrore.

    Nella Striscia, per divieto di Israele, non sono ufficialmente presenti operatori dell’informazione stranieri e padre Musallam è diventato, non solo per la MISNA, un punto di riferimento anche per notizie sulle condizioni dei circa 3000 cristiani presenti a Gaza. Le sue descrizioni, testimonianze senza fronzoli, chiare e inconfutabili, raccontano anche le storie dei ‘piccoli’, degli innocenti, della gente di solito anonima e ignorata come Cristine, quello che le grandi cronache di guerra e i freddi bilanci non fanno sapere. “Da giorni - continua - stanno colpendo Gaza dal mare con le loro navi da guerra, dall’alto con aerei ed elicotteri, da terra con carri armati e cannoni; vengono colpite case di civili con dentro persone”.

    Gli abitanti di Gaza uccisi in una settimana, dopo le 750 incursioni aeree ammesse da Israele, sono, secondo fonti mediche locali, 436, almeno un quarto civili dice l’Onu, inclusi 75 bambini e 21 donne. Cristine frequentava la scuola diretta da padre Musallam ed era una cristiana della piccola comunità greco-ortodossa. “Avrebbe potuto anche essere musulmana - continua padre Musallam - ma che importanza ha? Nelle stesse ore Iyad, Mohammed e Abdelsattar al-Astal – tre fratellini di età compresa tra i 7 e i 10 anni - sono stati uccisi da un missile vicino alla loro abitazione ad al-Qarara. I missili qui non guardano in faccia, non bussano a nessuna porta. Uccidono”.

    E’ stanco, ma non vuole fermarsi padre Musallam, racconta di come la gente abbia saputo di proteste e manifestazioni a loro favore in diverse città e paesi del mondo, racconta della rabbia di dover sentire solo una verità. “Riusciamo a vedere i vostri telegiornali – continua – e restiamo costernati per le bugie che sentiamo. Quanto vale la vita di un palestinese? Perché un razzo artigianale lanciato dalla resistenza palestinese - ordigni che dal 2002 ad oggi avranno causato al massimo una decina di vittime - fa più notizia di 432 persone morte in una settimana? Israele dice che teme le minacce palestinesi e intanto ci butta in mare; dice che teme i razzi e intanto ci bombarda; dice che siamo terroristi e intanto uccide indiscriminatamente…: la verità è il primo pilastro della pace; la verità è che fino al 1948 Israele non esisteva, la Palestina tutta non era un deserto ma era abitata dai palestinesi; la verità è che prima ci hanno cacciato e adesso tentano di cancellare quel che resta di un popolo mentre il resto del mondo gira gli occhi dall’altra parte.

    La verità è il solo strumento che abbiamo per riaprire il processo di pace; perché noi ancora ci crediamo”. Anche in memoria di Cristine che “aveva un sogno - ricorda padre Musallam - poter uscire da questa prigione dove è nata e viaggiare, vedere con i suoi occhi i posti di cui parlavamo in classe, vedere Gerusalemme, i luoghi dell’altra Palestina, la Cisgiordania, visitare i monumenti e le città che poteva vedere solo sui libri in foto; questo era il suo sogno, ma anche quello di migliaia di bambini che qui sono nati e morti”. (A cura di Gianfranco Belgrano)

  10. #10
    io vorrei sapere come e' morta di freddo

  11. #11
    finestre rotte, aria fredda..ilriscaldmaneto centrale evidentemente era saltato della villetta dotata di piscina..
    “È stata una notte terribile, nel vero senso della parola. Dalle 21 di ieri sera alle 4 del mattino di oggi le forze israeliane hanno proceduto a un bombardamento continuo e costante. Le esplosioni erano così tante e così forti, che abbiamo passato la notte svegli. Gli aerei israeliani hanno distrutto ogni cosa che si muoveva. Hanno colpito case e tutti gli edifici più alti, incluse alcune torri qui vicino a casa nostra. Vi assicuro che il rumore era insopportabile”: a parlare con la MISNA, in quello che ormai è diventato un appuntamento quotidiano, è padre Manuel Musallam, parroco della chiesa della Santa Famiglia di Gaza City, contattato telefonicamente nella sua abitazione, dove si trova rinchiuso da sabato, quando sono iniziati i bombardamenti israeliani. “Oggi ho chiamato le famiglie che conosco e che vivono nelle zone maggiormente colpite dai bombardamenti. Erano tutti devastati da una notte insonne e dal terrore dei bambini. I bambini sono quelli che stanno soffrendo maggiormente per questa incursione; sono evidentemente traumatizzati, non fanno che piangere e non si vogliono staccare neanche per un attimo dai genitori” aggiunge il religioso, che racconta anche di come due insegnanti che lavorano nella scuola annessa alla Parrocchia e gestita insieme alle suore sono usciti miracolosamente illesi dalla distruzione delle proprie abitazioni dopo che razzi israeliani le hanno centrate nelle ultime ore. “Ricorderemo questi bombardamenti anche per il freddo. Qui è inverno adesso e il fatto di dover tenere le finestre aperte giorno e notte, per evitare che lo spostamento d’aria delle esplosioni faccia saltare tutti i vetri e le distrugga, rende tutto ancora più difficile, visto che non c’è elettricità, ma scarseggia anche il combustibile per scaldarsi un po’, per non parlare poi di acqua e cibo” dice ancora padre Musallam. Il sacerdote racconta poi come nella vita quotidiana degli abitanti di Gaza in questi ultimi giorni sia entrata di prepotenza una nuova abitudine. “Dopo ogni ondata di bombardamenti, esponenti delle varie famiglie fanno il giro di ospedali e obitori per rintracciare i membri della propria famiglia che non risultano raggiungibili al telefono. Oggi un mio amico medico mi ha raccontato che lui e alcuni suoi cugini sono rimasti per oltre un’ora a fianco di un ragazzo privo di coscienza che si trovava ricoverato all’ospedale con il viso deturpato dalle schegge di vetro e una gamba mozzata da un’esplosione. Erano convinti si trattasse di un loro nipote di cui non riuscivano ad avere notizie e che non avevano trovato tra i cadaveri dell’obitorio. A un certo punto però è arrivata la ‘vera’ famiglia del ferito e così hanno capito che il loro parente era con grande probabilità morto. Sono comunque rimasti a fianco di quel ragazzo e ai suoi familiari ancora un’ora, prima di fare ritorno a casa” racconta Musallam. Mentre prosegue la conversazione telefonica con padre Musallam le televisioni internazionali mostrano le immagini di decine di carri armati israeliani ammassati lungo il confine con Gaza. “Credo – dice il sacerdote interrogato sui possibili sviluppi di un’azione di terra – che se gli israeliani decideranno davvero di condurre anche un’offensiva di terra a Gaza ci sarà solo un grande massacro. Ci saranno molti più morti e molta più distruzione e alla fine Hamas uscirà da tutta questa storia più forte di prima. Quello che sta avvenendo in questi giorni avrà solo una conseguenza: allontanare sempre di più la speranza di arrivare alla pace. Un intervento di terra sarebbe solo un altro calcio alla parola pace”. “Vedete, ultimamente pronunciare la parola pace o riconciliazione è quasi diventato un tabù. Da entrambe le parti chi pronuncia queste parole viene guardato come un traditore. Tutta questa violenza non farà che rendere più difficile pronunciare la parola pace e dare forza, invece, ai falchi che cercano solo la guerra” dice alla MISNA padre Musallam, prima di chiudere la conversazione. [MZ]

  12. #12
    e' morta sotto la neve di Gaza?

  13. #13
    i sembra che sia chiaro: di paura , di freddo ecc..controllerò il bollettino metereologico di allora.. visto che la metereologia ti interessa tanto

  14. #14
    amira hass 8 gennaio 2010

    Gaza, un anno dopo
    L’offensiva israeliana ha fatto del popolo palestinese il vero perdente, scrive Amira Hass.
    A un anno di distanza, il quadro è chiaro. Da Gaza sono usciti due vincitori: Israele e Hamas. Il rapporto Goldstone e le voci sui mandati di cattura contro alcuni militari e politici israeliani danno l’impressione che Israele sia sulla difensiva. Ma non possiamo ignorare il fatto che quell’offensiva sproporzionata – che si è lasciata dietro 1.400 morti, 600mila tonnellate di macerie e un terzo delle terre coltivabili bruciate – ha costretto Hamas a ridurre notevolmente i suoi attacchi contro Israele.

    Per gli israeliani che credono ai discorsi ufficiali, l’offensiva ha quindi raggiunto il suo scopo: niente più razzi Qassam, niente più notti insonni, niente più giorni di terrore. La politica della deterrenza ha funzionato. L’offensiva ha ricordato ad Hamas che le sue armi sono inferiori a quelle di Israele. Ha fatto capire agli abitanti di Gaza che l’idea di Hamas di essere come Hezbollah è senza fondamento.

    Il progetto di Hamas
    Le armi artigianali di Hamas e i suoi missili della seconda guerra mondiale hanno permesso a Israele di usare Gaza e la sua popolazione per una imponente esercitazione militare e per testare la sua tecnologia d’avanguardia. Gli hanno permesso di praticare la guerra del futuro: nel mondo di oggi le azioni sono giudicate in base ai risultati. I governi occidentali, ma anche Russia e Cina, non possono ignorare questi risultati, e probabilmente varie penne internazionali sono già pronte a firmare assegni per finanziare l’industria israeliana degli armamenti high-tech.

    Lo sdegno dell’opinione pubblica internazionale non è riuscito a mettere fine neanche all’embargo contro Gaza. È servito solo a far pressione sull’Egitto perché aprisse la frontiera di Rafah, ma non su Israele, che continua ad avere le chiavi della prigione. Il governo di Hamas a Gaza non permette di discutere pubblicamente della vittoria di Israele. Da diciassette anni a questa parte i palestinesi sono sempre stati riluttanti a imputare ai loro leader la responsabilità delle sofferenze imposte da Israele. Continuano a tenere separati gli errori del loro governo dai metodi oppressivi degli occupanti.

    Ma mentre l’Olp ha sempre lasciato spazio alle critiche interne, Hamas mette a tacere chi dissente accusandolo di collaborazionismo. Nonostante le sue formali richieste di interrompere il blocco, il vero scopo di Hamas è far aprire solo la frontiera di Rafah con l’Egitto e lasciare chiusi gli altri passaggi (verso Israele e verso la Cisgiordania), perché non vuole che gli abitanti di Gaza scoprano la relativa libertà della Cisgiordania. E anche perché una riconciliazione con Fatah porterebbe a nuove elezioni e a nuove alleanze. Questo impedirebbe ad Hamas di imporre il suo progetto religioso e sociale a una popolazione prigioniera e di dimostrare che può creare un modello di società islamica. Per essere un partito che non gode di alcun riconoscimento ufficiale, il suo impatto sulla politica mondiale è enorme.

    I leader di Fatah in Cisgiordania fingono di essere preoccupati per Gaza. Ma in realtà sono impegnati a recuperare un po’ d’influenza sui loro cittadini, garantendo una certa distensione economica e una migliore amministrazione. I due partiti palestinesi non hanno alcuna fretta di riconciliarsi: il consolidamento dei loro regimi diametralmente opposti è la cosa più importante per entrambi. Perciò Hamas è libero di stringere la morsa sulla popolazione, allo scopo, tra l’altro, di impedire che siano messi in discussione i suoi metodi coercitivi e la logica della sua “resistenza”. La sua politica interna consiste nel separare uomini e donne e nell’estromettere le donne dalla sfera pubblica, imponendo l’abito islamico, controllando le organizzazioni di beneficenza, incoraggiando la poligamia e minacciando le ong meno accomodanti.

    I principali sconfitti
    Hamas si vanta del fatto che negli ultimi quindici anni la sua strategia di resistenza ha vanificato gli accordi di Oslo, impedendo ai traditori dell’Olp di arrendersi. Questo gli permette di rafforzare la sua immagine eroica agli occhi dei musulmani e della sinistra europea. I suoi ammiratori, però, non tengono conto del fatto che negli ultimi vent’anni Israele ha sempre cercato di dividere Gaza dalla Cisgiordania. La strategia di Hamas si adatta benissimo a quella di Israele, ma non lo si può dire per non macchiare la sua immagine.

    Chi sono, invece, i perdenti? Senza dubbio, l’ormai indebolita Fatah. Poi l’unità dei palestinesi: un tempo l’uccisione di un bambino a Gaza provocava manifestazioni in tutta la Cisgiordania. Oggi i suoi abitanti non conoscono neanche i nomi delle vittime di Gaza. Ma i veri perdenti sono gli abitanti di Gaza, costretti ad ammettere che lo sdegno internazionale per la loro sofferenza e i miliardi di dollari promessi per la ricostruzione non hanno cambiato nulla. E che loro sono ancora prigionieri di Israele e di un regime interno sempre più repressivo.

    Amira Hass è una giornalista israeliana. Vive a Ramallah, in Cisgiordania, e scrive per il quotidiano Ha’aretz (altri articoli di Amira Hass pubblicati da Internazionale).

  15. #15
    Citazione Originariamente Scritto da adry57 Visualizza Messaggio
    amira hass 8 gennaio 2010

    Gaza, un anno dopo


    fonte Internazionale


    Adry, manca il link.
    Puoi inserirlo per favore ?

    http://www.metaforum.it/forum/showpo...5&postcount=11
    Ultima modifica di Juliet; 09-01-2010 alle 18:42 Motivo: inserimento link admin

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