Storie
Umano di guerra
Per Danilo Zolo, autore di «Terrorismo umanitario», le «guerre umanitarie» condotte dall'Occidente in nome della libertà e della democrazia, sono in realtà guerre terroristiche che hanno prima generato, poi alimento il terrorismo globale
di Roberto Ciccarelli
Qual è la natura dei nemici contro i quail la Nato sta combattendo in Afghanistan? I talebani sono «selvaggi» affezionati ai loro costumi tribali e alla loro spietata religione, oppure sono diventati negli ultimi otto anni una realtà politica più sofisticata che usa l'odio per la «civiltà» occidentale come strumento di propaganda mediatica? Le risposte a queste domande sono alternativamente ispirate all'orientalismo dell'ideologia colonialista alla Rudyard Kipling o ad un approccio che sostituisce il culturalismo al vecchio colonialismo.
Il programma del Pentagono Human Terrain Teams, e il nuovo manuale di contro insurrezione Fm3-24 hanno segnato il cambiamento di strategia della Casa Bianca in Afghanistan e dimostrano che questi poli possono convivere. Un approccio più sensibile alle differenze culturali tra i popoli serve a ridimensionare le pretese della guerra tecnologica e informatica con le quali, dagli anni Novanta, gli Stati Uniti hanno affrontato i conflitti globali. Ma è ancora tutto da dimostrare che sia utile per contrastare una forza che usa le tecniche della guerra insurrezionale, del conflitto comunitario, dell'attentato kamikaze e dell'omicidio.
È il problema ben conosciuto dai teorici della guerra sin dai tempi del generale Von Clausewitz. In che modo è possibile prevenire gli attacchi se il nemico non è un esercito regolare, si nasconde tra i civili, usa tecniche non ortodosse per procurare il maggior numero di vittime tra i soldati occidentali come tra i propri connazionali? Anche questo è un problema irrisolvibile. L'alternativa davanti alla quale si trovano le democrazie liberal-democratiche è tra l'imperativo biopolitico di difendere la vita dei propri soldati e il sacrificio della vita dei civili - come dimostra la litania di stragi ad opera dei bombardamenti aerei della Nato e degli Usa - tra i quali si nasconderebbero i terroristi. Un dilemma che non sfugge nemmeno a questi ultimi, sebbene lo utilizzino come arma per dissuadere le opinioni pubbliche occidentali dal continuare la guerra nei propri paesi.
In realtà non siamo in presenza di una scelta, ma di un fatto storico. La guerra contemporanea ha una natura terroristica. È la tesi che Danilo Zolo espone nel suo ultimo libro Terrorismo umanitario (Diabasis, pp. 205, euro 17) in cui raccoglie una serie di saggi ed interventi sul ciclo neoconservatore del potere imperiale. Per il filosofo fiorentino occorre elaborare altre vie per vincere il terrorismo suicida senza ricorrere alle prestazioni di migliaia di marines. Per gestire i propri interessi strategici ed economici nell'Afgpak, come in Medioriente, gli Stati Uniti dovrebbero adottare la via dell'offshore balancing: intrattenere buoni rapporti con le potenze dell'area senza ricorrere all'occupazione militare. Una via relativamente pacifica per la risoluzione dei conflitti che non sembra tuttavia tentare la potenza americana che ha già confermato l'invio di altri 30 mila soldati in Afghanistan.
Nemmeno questa soluzione risolverà il problema del terrorismo. Anche perché nell'ultimo anno Obama non ha affatto lavorato ad una ridefinizione delle categorie della guerra contemporanea, e in particolare su quella di terrorismo. Impresa a dire la verità molto complessa, come dimostra l'estrema incertezza che circonda il significato di questo concetto. Nei trattati di diritto internazionale esistono decine di definizioni riguardanti il terrorismo, nessuna delle quali però permette di risolvere il conflitto ermeneutico di base: il terrorismo è solo un delitto commesso a fini politici oppure è la prova dell'opposizione contro un'occupazione?
È il dissidio che divide i paesi arabi da quelli occidentali e che non permette in sede Onu di giungere ad una definizione giuridica del fenomeno. Ciò non toglie, tuttavia, che il terrorismo ponga al diritto interno, come a quello internazionale, un problema assai gravoso: la legittimazione delle ragioni politiche del nemico. Lo abbiamo visto nel caso delle «leggi speciali» adottate dagli Stati europei nel corso del XX secolo, in particolare negli anni Settanta, per contrastare il terrorismo interno. Stessa sorte è toccata al diritto e alle sue garanzie dopo l'adozione del Patriot Act e del Military Order del 13 novembre 2001 e con la pratica della forcible abduction, il «prelievo forzato» originariamente autorizzato da Bill Clinton per contrastare la crescita della rete di Al Qaeda e formalizzato da George W. Bush.
Questi provvedimenti hanno una natura molto diversa. Le leggi speciali sanzionano il diritto al dissenso da parte di gruppi organizzati a livello nazionale nei confronti delle decisioni prese da un governo, le leggi contro il terrorismo globale sanzionano l'appartenenza ad un'organizzazione non statale che contrasta la sovranità di un paese. Al fondo, tuttavia, si registra un intento comune: disconoscere la «politicità» degli oppositori in generale, non solo di chi si macchia di reati di terrorismo. È un modo per stigmatizzare l'altro, affibbiargli l'identità di «dissidente perpetuo», ovvero di chi è in disaccordo radicale con il sistema in cui vive.
In questa cornice, il caso del terrorismo islamico fondamentalista è paradigmatico. Danilo Zolo conduce un'analisi sulla natura secolare - e non teologica - di un fenomeno perturbante per le democrazie occidentali, come per i loro eserciti. Per riuscire ad arrivare sino in fondo alla sua sfida, bisogna attestarsi su un'equilibrata visione dei fatti. Il terrorismo suicida non è il risultato del fondamentalismo religioso, ma è un'arma politica, strategica e militare adottata quando la sproporzione con gli eserciti regolari è tale da non lasciare altra arma se non la propria morte.
Le interpretazioni orientalistiche e quelle culturalistiche riducono il terrorismo suicida ad un'identità, ad un territorio, ad una religione. Esso in realtà risponde ad una dinamica politica di guerra adattata all'esecuzione di un progetto razionale di annientamento del nemico.
In circostanze storiche particolari, tale dinamica è stata usata dagli italiani, dai russi, dai giapponesi e anche dagli arabi. A partire dal 1980, dei 315 attacchi complessivi, ben 301 sono stati il risultato di campagne organizzate, e più della metà è stata condotta da organizzazioni non religiose (76 sono attribuibili alle Tigri del Tamil). Questo dato non autorizza a pensare che i kamikaze siano solo quelli musulmani ed esclude la possibilità che non possa riguardare in futuro gli occidentali in prima persona.
il manifesto 8 dicembre 2009
http://www.ilmanifesto.it




Rispondi Citando

Segnalibri