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Discussione: I paesaggi dell'anima

  1. #1

    I paesaggi dell'anima

    Prosegue da: I paesaggi dell'anima


    Sardegna





    Sul languido cielo s'incidono,
    Sardegna, i tuoi monti di ferro.
    Cielo velato
    come da un polline
    malsano, che a guardarlo ci si strugge.
    Malinconica Circe,
    è con questo richiamo
    che trattieni il partente,
    presso il Limbara nostalgico.
    Ed è così che il sardo
    mai tradirà la sua terra fedele.

    Quando il cisto più odora
    e per le vie marine,
    messaggio della vita misteriosa
    che in te si cela,
    s'avvicina fidente la pernice,
    io percorsi, o Sardegna, le tue strade
    saline di Gallura,
    la terra d'Orosei, bianca, africana,
    la Barbagia granitica e selvosa,
    l'Ogliastra rossa,
    ed oltre il campidano, le cui donne
    hanno seni di pietra,
    mi spinsi a Teulada
    ove il daino saltellava
    sui gradini della casa ospitale.
    Sostai fra gli ombrosi
    aranceti di Milis. Risalii
    l'altipiano ventoso, verso Mandas,
    in compagnia d'un canto di soldato,
    unica medicina
    a tanta malinconia.
    E sul corso d'un fiume assiduo e lieto
    mi ritrovai fra la tua fiera gente
    barbaricina,
    che giù dal Gennargentu,
    dove fra il bianco granito frondeggiano
    le querce e l'elce nera,
    calava un tempo
    alla pianura fertile e fangosa.
    Così dal monte al piano
    m'avventurai, per folti paradisi
    di selvaggina
    e terre così sole che a percorrerle
    qualunque cavalcante è paladino.
    Ti conobbi dovunque,
    isola ardente e varia,
    coi tuoi costumi, i tuoi canti ieratici.
    E già l'estate lungo gli arsi greti
    sbiancava l'oleandro,
    persistendo sui monti
    un colore indicibile
    di primavera isolana.
    E sul tuo suolo vergine affioravano
    qua e là, sollecite,
    le prime, rudi reliquie dell'uomo
    che ti fan grave e cupa in tanta luce.
    Favoloso viaggio
    ch'io rifeci in un attimo,
    allontanandomi nella sera,
    mentre ormai più non eri
    che un cielo sognante
    all'orlo d'una montagna.
    Terra di vini forti,
    patria di antichi pastori
    e di donne calde,
    fior del Mediterraneo,
    fiorito al tempo che tutto era chiuso
    nel nostro mare,
    tu porti in te il profumo
    d'un secolo cortese e venturoso.
    Lo sentii nella grazia
    del tuo linguaggio,
    nei venti che respiri.
    E vidi Pisa,
    là dove a un tratto sull'alpestre cima
    due vecchie mura castellane, orrende,
    rammentano il conte Ugolino.
    Ma dimmi tu qual nome, se non Roma,
    fa lampeggiare l'occhio
    del tuo pastore.

    Vincenzo Cardarelli, Opere complete, Mondadori.
    ...

  2. #2
    Tre autori ed un paesaggio...



    Castiglia



    Las Médulas


    Tu mi sollevi, terra di Castiglia,
    nel palmo della tua mano rugosa,
    al cielo, che ti brucia e ti ristora,
    al cielo, tuo signore.
    Terra deserta, asciutta, vigorosa,
    e di cuori e di braccia genitrice,
    in te il presente acquista antiche tinte
    dei tempi illustri.
    Con i concavi pascoli del cielo
    confinano i tuoi nudi campi intorno;
    in te sua culla ha il sole e in te sepolcro
    e in te sacrario.
    Vertice è ovunque il tuo disteso giro
    e in te mi sento al cielo sollevato,
    aria di cime è quel che si respira
    sulle tue lande.
    Ara gigante, terra castigliana,
    dentro quest'aria scioglierò i miei canti;
    se di te degni, caleranno al mondo
    da luogo eccelso.

    Miguel de Unamuno




    ~
    ...

  3. #3
    Castiglia



    El Cid, Campeador, Burgos



    Si frange il sole cieco
    nelle dure forcine degli usberghi,
    chiazza di luce le panziere e i giachi
    e fiammeggia alle punte delle lance.
    Cieco il sole, la sete, la fatica.
    Per la tremenda steppa castigliana,
    in esilio, con dodici dei suoi
    il Cid cavalca - ferro, sudore e polvere -.
    Di pietra e limo la locanda è chiusa...
    Niuno risponde. Al pomo della spada
    e al calcio delle picche, lo sportello
    cede... Divampa il sole, l'aria brucia!
    Ai terribili colpi,
    d'eco roca, una voce pura - argento
    e cristallo - risponde... C'è una bimba
    pallidissima e fragile
    sul limitare. È tutta
    occhi azzurri; e negli occhi delle lacrime.
    Scialbo oro recinge
    il suo visino curioso e sgomento.
    Buon Cid! andate... Il re ci ammazzerà,
    rovinerà la casa
    e spargerà di sale il campo stento
    che mio padre lavora...
    Andate, e il Ciel vi colmi di fortuna...
    Dal nostro danno, o Cid, nulla trarreste.
    Tace la bimba e piange senza gemiti...
    Un singhiozzo infantile per lo stuolo
    dei feroci guerrieri,
    e imperiosa una voce grida: «In marcia!»
    Cieco il sole, la sete, la fatica.
    Per la tremenda steppa castigliana,
    in esilio, con dodici dei suoi
    il Cid cavalca - ferro, sudore e polvere -.


    Manuel Machado



    ~
    ...

  4. #4
    Saluto alla Castiglia


    Toledo



    Nell'acqua fredda della catinella
    ti saluto, Castiglia,
    nell'acqua e al taglio vitreo del mattino.
    Ti riconosco, madre, senza uscire di casa.
    Ti riconosco
    dalla lastra di rosa e dal muro levigato.
    Cantano con vigore i galli petulanti,
    cantano con vigore
    come quelli del Cid in Cardeña l'antica.
    Nell'aria un grato aroma secolare,
    un aroma disteso
    su spazio e tempo come il ritmo del mare.
    Senza uscire di casa, Castiglia, ti riconosco.
    T'ho indovinata, o madre,
    dalle frittelle d'oro e dal tuo spioncino.
    Ed aprendo il balcone,
    oh meraviglia!
    quasi grido esultante di Colombo:
    Castiglia!
    Castiglia!


    Gerardo Diego
    ...

  5. #5
    Via Appia





    Eterna sera agli alberi fuggiti
    nel silenzio: la strada fredda accora
    i morti in terra verde: di svaniti
    suoni nell' aria armoniosa odora

    vento dorato il mare dei cipressi.
    Calma specchiata di monti la sera
    immagina giardini nei recessi
    tristi dell' acqua: erbosa primavera

    stringe la terra in uno scoglio vivo.
    Cade nel sonno docile la pena
    dei monti addormentati sulla riva:
    sopra la pace luminosa arena.

    Nella memoria li depone il bianco
    vento del mare: ad alba solitaria
    passano in sogno a non toccarsi: banco
    del mattino la ghiaia fredda d'aria.


    Alfonso Gatto
    ...

  6. #6
    Alba a Sorrento


    Alfonso Gatto, Panorama




    Al freddo stretto i limoni movevano la luna d’alba
    prossima ad esalare scialba nel cielo dei portoni.
    Sulla finestra a grate, tra i rami d’arancio
    portava il vento uno slancio di polle rosate:
    i gerani smorti dal gelo trepidavano d’aria
    sotto l’arcata solitaria illuminata dal cielo.
    Ai monti pallidi d’ali sorgevano voci remote,
    per strada le ruote dei primi carri, i fanali
    tenui nel vetro dell’aria, trasparenza del verde
    fresco delle persiane; lungo i cancelli
    il sole era un caldo cane addormentato tra i monelli.

    Alfonso Gatto
    ...

  7. #7
    Isola





    Io non ho che te
    Cuore della mia razza.




    Di te amore m'attrista,
    mia terra, se oscuri profumi
    perde la sera d'aranci,
    o d'oleandri sereno,
    cammina con rose il torrente
    che quasi ne tocca la foce.



    Ma se torno a tue rive
    e dolce voce al canto
    chiama da strada timorosa,
    non so se inerzia o amore,
    ansia d'altri cieli mi volge
    e mi nascondo nelle perdute cose.



    Salvatore Quasimodo, Oboe sommerso
    ...

  8. #8




    Livorno



    Un pianto che si scioglie,
    la statua nella piazza,
    la vita che si sceglie,
    è il sogno di una pazza.

    La sera è già calata,
    comincio a camminare
    sperando di incontrare
    qualcuna come te.

    Triste triste
    troppo triste è questa sera,
    questa sera, lunga sera.
    Ho trovato
    una nave che salpava
    ed ho chiesto dove andava.
    Nel porto delle illusioni,
    mi disse quel capitano.
    Terra terra
    forse cerco una chimera,
    questa sera, eterna sera.


    Piero Ciampi









    Sul Porto di Livorno







    Era la dolce figlia
    di un uomo solitario,
    tra il loro amore il mare,
    lui era un pescatore.
    Prima un bacio, poi un altro,
    ogni sera un addio,
    lei gli porgeva il cestino
    e sorrideva al destino.

    Io non ho lasciato il mio cuore
    a San Francisco.
    Io ho lasciato il mio cuore
    sul porto di Livorno.
    Le luci si accendevano sul mare,
    era un giorno strano,
    mi rifiutai di credere che fossero lampare.

    Al ritorno ero amaro
    anche se sorridevo,
    era tutto cambiato,
    mi sentivo un estraneo.
    Me ne andai verso il mare
    a cercare un ricordo,
    a trovare un passato,
    di quando era tempo d'amare.

    Io non ho lasciato il mio cuore
    a San Francisco.
    Io ho lasciato il mio cuore
    sul porto di Livorno.


    Piero Ciampi
    ...

  9. #9
    Il fascino della strada londinese è che mai vi passano due persone uguali; ognuna sembra tutta presa da qualche suo problema privato. C'erano gli uomini d'affari, con le loro borse di cuoio; c'erano gli oziosi, con un bastoncino in mano per far risuonare le inferriate, c'erano quei personaggi affabili, per cui la strada è un circolo, che salutano i venditori e danno informazioni non richieste. C'erano anche i funerali, davanti ai quali gli uomini, improvvisamente accorgendosi della mortalità dei loro corpi, si levavano il cappello (...) A un tratto, come spesso capita a Londra, mi accorsi di una calma completa, di una totale sospensione del traffico. Nessuno passava per la strada. Una foglia si distaccò da un platano, all'angolo della strada, e cadde in mezzo a quella pausa e a quella sospensione. Era come un segnale che cadeva, qualcosa che indicava una forza trascurata e nascosta.


    Virginia Woolf "Una stanza tutta per sé"
    Cos'è un gentiluomo?
    E' un uomo che sa suonare la fisarmonica ma non la suona.
    Non sempre, almeno.

    Tom Waits

  10. #10
    Canto all'Andalusìa



    Cadice, chiarità salina. Occulto
    pianto d'acque, Granata.
    Romana e mora, Cordova silente.
    Malaga, cantatrice.
    Almería, dorata.
    Jaén inargentato. Huelva, il lido
    delle tre caravelle.
    Ecco Siviglia.

    Manuel Machado
    ...

  11. #11
    Chioma di Capri





    Capri, regina di rocce,
    nel tuo vestito
    color giglio e amaranto
    son vissuto per svolgere
    dolore e gioia, la vigna
    di grappoli abbaglianti
    conquistati nel mondo
    il trepido tesoro
    d'aroma e di capelli,
    lampada zenitale, rosa espansa,
    arnia del mio pianeta.
    Vi sbarcai in inverno.
    La veste di zaffiro
    custodiva ai suoi piedi,
    e nuda sorgeva in vapori
    di cattedrale marina.
    Una bellezza di pietra. In ogni
    scheggia della sua pelle rinverdiva
    la primavera pura
    che celava un tesoro tra le crepe.
    Un lampo rosso e giallo
    sotto la luce tersa
    giaceva sonnolento
    aspettando
    di scatenare la sua forza.
    Sulla riva di uccelli immobili,
    in mezzo al cielo,
    un grido rauco, il vento
    e la schiuma indicibile.
    D'argento e pietra è la tua veste, appena
    erompe il fiore azzurro a ricamare
    il manto irsuto
    col suo sangue celeste.
    Solitaria Capri, vino
    di chicchi d'argento,
    calice d'inverno, pieno
    di fermento invisibile,
    alzai la tua fermezza,
    la tua luce soave, le tue forme,
    e il tuo alcol di stella
    bevvi come se adagio
    nascesse in me la vita.
    Isola, dai tuoi muri
    ho colto il piccolo fiore notturno
    e lo serbo sul petto.
    E dal mare, girando intorno a te,
    ho fatto un anello d'acqua
    che è rimasto sulle onde
    a cingere le torri orgogliose
    di pietra fiorita,
    le cime spaccate
    che ressero il mio amore
    e serberanno con mani implacabili
    l'impronta dei miei baci.

    Pablo Neruda, Las uvas y el viento, VII-La patria del racimo.









    Nell’isola di Capri, il poeta soggiornò insieme a Matilde Urrutia dal gennaio al giugno del 1952.


    ...

  12. #12
    Era stata "la gioia", l'eredità di gioia che voleva lasciare, a spingere il Premio Nobel in questo villaggetto a un'ora d'auto da Santiago. La piccola casa di legno comprata da un marinaio è diventata un museo dove ogni oggetto lo ricorda
    Lo racconta per "Repubblica" un altro grande scrittore cileno




    L’isola di Neruda



    Ritorno a Isla Negra dove il mare inventa la poesia



    Niente precisa il carattere del luogo come il graffito di un genio anonimo scritto con mano tremolante sulla porta di casa di don Pablo:
    "Neruda non è cileno, il Cile è nerudiano"



    Chile, canzone per Toquinho

    Pasando entre viñas de uvas
    que crecen desnudas
    del porte de un sol
    voy hacia Isla Negra
    buscando un poco
    de inspiración
    allá en algún rincón
    nacerá una simple canción
    que anotaré en mi cuaderno
    regalo
    del invierno chileno
    no cabe ninguna duda
    que en la casa de Neruda
    habrá versos de fuego
    de alegría y de pena
    sobre esta Isla Negra
    que no es isla
    ni es negra
    sino capricho
    del poeta



    Passando tra vigne di uve
    che crescono nude
    della stazza di un sole
    vado verso Isla Negra
    cercando un poco
    di ispirazione
    Laggiù in qualche angolo
    nascerà una semplice canzone
    che annoterò nel mio quaderno
    regalo

    dell'inverno cileno
    Non c'è alcun dubbio
    che nella casa di Neruda
    ci saranno versi di fuoco
    di allegria e di pena
    su questa Isla Negra
    che non è isola
    e non è nera
    ma è capriccio
    del poeta






    Antonio Skármeta


    La canzone, intitolata Chile, di cui qui accanto è pubblicato un frammento, la scrissi per Toquinho. La cito oggi solo come avvertimento per le centinaia di migliaia di curiosi e fanatici della poesia di Neruda che sognano di arrivare in una sorta di isola stregata, come quella della Tempesta di Shakespeare, dove in mezzo a un lutto di velluti medievali emergeranno da ogni parte le immagini luminose del premio Nobel.
    È evidente che Isla Negra non può definirsi una città e nemmeno, a voler essere rigorosi, un paese. È un villaggetto tranquillo di fronte al mare, popolato forse da un paio di migliaia di persone che hanno lì la loro casa al mare. Non c'è nulla di magnificente, sono case semplici e solo un paio sono qualcosa di più che modeste. Quando Neruda l'avvistò dal mare, in una gita da Santiago, la casetta era un'umile costruzione di legno di proprietà del marinaio Eladio Sobrino. Don Pablo la comprò pensando di rifugiarsi lì con le sue muse, lontano dalla baraonda che la sua poesia e la sua attività politica cominciavano a provocare. Siamo molto lontani dal premio Nobel, che arriverà nel 1971. E ad anni luce da quella casa che oggi è un raffinato museo visitato dai turisti di tutto il mondo, che hanno l'impressione di non essere stati in Cile se non mettono piede nella dimora del poeta.
    A Isla Negra si arriva da Santiago percorrendo, in poco più di un'ora, una comoda autostrada. Laggiù c'è un'osteria gestita dalla studiosa di folclore Charo Cofré. Le umili stanze sono accessibili a tutte le tasche. Tanto minimalismo è compensato da unacu-cina tipicamente cilena, con empanadas (sorta di panzerotti ripieni di carne) grosse come un punching ball, brodetti di grongo e altri pesci, molluschi e crostacei che sembrano sopravvivere solo lungo la costa cilena. Il mare di questa esigua striscia di terra è il rifugio di molte specie marine che forse non sono riuscite a fuggire da qui perché la terra più vicina andando a ovest è l'Australia. Puoi essere pesce quanto ti pare, ma mi sa che ci pensi su due volte prima di imbarcarti in un viaggio del genere.
    Non c'è nessuna ragione speciale in questa nazione — che a volte sembra avere solo mare e cordigliera — per andare a Isla Negra, se non immergersi nel territorio mitico fondato da Neruda. La spiaggia è totalmente e assolutamente non balneabile. La corrente può sfracellarti sugli scogli millenari che si offrono scoscesi alle onde, autentiche cattedrali salate, perché si infrangano su di loro. A conti fatti fu questo andirivieni di onde che attirò qui Neruda, perché questo mare che dice di sì, di no, di no, di no [...] con sette lingue verdi [...] di sette tigri verdi, fu la sistole e la diastole di tutta la sua opera. Già malinconicamente agonizzante, Neruda riflette in una strofa: «Io torno al mare avvolto dal cielo, il silenzio tra una e l 'altra onda introduce un silenzio pericoloso: muore lavita, si acquieta il sangue fino a che il nuovo movimento si infrange e risuona la voce dell'infinito».
    Quasi al termine della sua vita, debilitato dal cancro nell'ambasciata cilena a Parigi, rimpiange colmo di angoscia il mare della sua Isla Negra, perché gli altri mari sono «circondati da città tristi le cui onde non sanno uccidere le onde né caricarsi di sale e di suono». Questa immagine sembra un autoritratto dell'intimità creatrice del poeta: Neruda interiorizzava lo spettacolo di quel mare per nutrire di spirito le metafore con cui affascinò il mondo.




    Quando si trasferisce a Isla Negra, facendone la residenza preferita fra le tre case che possiede in Cile, il suo obiettivo principale è la «gioia». Si dedicherà interamente a questo sentimento che spera di lasciare come eredità principale al suo popolo e alla sua amata Matilde: «Non voglio che muoia la mia eredità di gioia». Tutta la decorazione della sua casa è una celebrazione rituale, variopinta di oggetti, polene, conchiglie, astrolabi, ceramiche, calici, vetri lavorati a sbalzo, quadri, manifesti, costumi, destinati a popolare un mondo dove il poeta giocherà con i suoi oggetti come un bambino con i suoi trofei più preziosi.
    La vita di Neruda a Isla Negra cerca in tutti i sensi un recupero sintetico ed essenziale della sua esistenza. Non mancano i ricordi dell'infanzia che custodisce gelosamente in ossessioni che riesce a materializzare: c'è il cavallo blu che quando era piccolo ammirò sulla porta di una selleria a Temuco e che decenni dopo riuscì a trovare, senza la coda, bruciacchiata in un incendio. Quando lo porta, «scodato», a Isla Negra, propone ai suoi amici più intimi di portargli una coda, non importa com'è. Tre di loro lo fanno. Il poeta non vuole deludere nessuno, ed ecco che il cavallo blu si ritrova tre code.
    Si porta dietro le cose del passato con la febbre di un collezionista «lirico»: non mette insieme oggetti solo per la bellezza delle loro forme, ma perché hanno segnato e ferito la sua intimità in modo tale da vedere in essi la permanenza del passato nel presente, la garanzia che il tempo fugace si decanta in simboli tangibili. Ecco perché ha il vizio del possesso: non può stare senza le cose. Sono la corte del suo regno di fronte al mare. Ogni oggetto a Isla Negra si porta dietro una leggenda: la vasta anima del poeta si appoggia su questa materialità per inventare.






    Il territorio di Neruda a Isla Negra è una calamita di tempo, di mondo, di universo, di natura. Il poeta aspira nei suoi polmoni epici l'immensità del suo povero passato di figlio di un ferroviere (quella locomotiva "Walt Whitman" che conserva nel giardino) come la lussuria dei suoi viaggi in Europa e in Asia. Mescola tutto, il dissimile incontra un'unità solo nella sua poesia. La sua creazione, tanto alata, è molto vicina alla terra. Ma soprattutto è vici na al mare: là vivono i resti di un naufragio usati come scrittoi, timoni, conchiglie, uccelli dell'oceano.
    A partire da Isla Negra, Neruda decide di concentrare tutta la sua energia per essere altro: vuole fuggire dal ragazzo malinconico che viveva nello stanco quartiere di Maruri, a Santiago, decide di sottoporre la sua naturale inclinazione alla tristezza al buonumore della natura. Le sue Odi sono la più perfetta riconciliazione tra l'uomo e il suo contorno naturale: uomo e natura sono lì per incantarsi a vicenda. Con le Odi vuole insegnare a tutti noi a giocare con l'immaginazione: Isla Negra è la capitale di un Paese chiamato Metafora, il «gatto» sarà una «minima tigre da salotto», il «poliziotto segreto delle stanze», il «sultano delle tegole erotiche». I carciofi saranno guerrieri bruniti e l'aria è trasparente perché ci mostra quello che verrà domani: quella terra fraterna e utopistica a cui dedicò le sue convinzioni politiche.

    Se la sua vita a Isla Negra è un esercizio permanente di compilazione di sensazioni ed emozioni private e collettive, è al tempo stesso anche l'inalazione profonda con cui il poeta recupera coloro che ha sparso per il mondo. Isla Negra è piccola, abbastanza da passeggiare per la spiaggia, andare verso la caletta del villaggio vicino a scherzare con i pescatori, comprare frutti di mare e pesce fresco, avanzare su un'auto scomoda verso il porto di San Antonio per comprare qualche utensile domestico.
    Un giorno torna con un camion portandosi dietro una porta. La moglie Matilde gli chiede disperata: «E dove pensi di metterla?». Neruda: «Costruirò una nuova stanza». Così è cresciuta la casa di Isla Negra fino a diventare quello che è oggi: senza un piano evidente, o forse con un piano segreto. Mano a mano che Neruda invecchiava e il mondo conflittuale intorno a lui si infiammava (la tensione della Guerra fredda, l'utopia comunista macchiata dallo stalinismo, il golpe militare di Pinochet in arrivo) trasferiva la sua esposizione luminosa in angoli ogni volta più intimi. L'ultima camera che costruisce evoca quasi il carapace delle chiocciole: si avvolge su se stesso e chiede ai muratori di mettere sul tetto vecchie lamiere, per sentire la pioggia con la stessa violenza della precaria abitazione della sua infanzia. Niente macchina da scrivere, ma una meticolosa e duttile penna stilografica a inchiostro verde.
    Neruda, con la sua espansione mondiale, la sua cultura, le sue relazioni, i suoi interventi nella storia — dalla guerra civile spagnola fino al suo discorso a NewYork («vengo a rinegoziare il mio debito poetico con Walt Whitman») — il suo premio Nobel vinto nel 1971, la sua ambasciata in Francia, la gloria di milioni di lettori che qui e là, a volte senza sapere come né dove, citano a memoria i suoi versi, avrebbe potuto essere la dinamo di qualunque metropoli dell'universo.
    Don Pablo optò per il luogo più piccolo del pianeta. Attenzione, però: quando non stava nel vasto mondo, agendo in esso, influenzandolo, dilettandolo, il vasto mondo veniva ripetutamente da lui. Isla Negra al principio era solo passeggiate sulla spiaggia, discussioni con i dirigenti politici, conversazioni con i commercianti, dialoghi frizzanti con le ricamatrici dell'"isola", tessitrici di tela da sacchi che tiravano fuori opere insigni nella loro purezza, raggianti di un'allegria che ha oltrepassato molti patimenti. Ma già prima del Nobel, Isla Negra era il mondo: il luogo più universale del Cile.
    Poco più in là della casa del poeta si estendono terreni ancora vuoti, che Neruda comprò per costruire la sua «Camelot»: sarebbe diventata il regno dell'eterna primavera, un luogo utopico dove i poeti sarebbero venuti per lunghi periodi a scrivere, vivere, convivere. Avrebbero avuto le loro stanze, le loro sale da pranzo, le loro sale di lettura. Sicuramente un bar aperto. Il sogno si chiamava «Cantalao», e nella nuova democrazia cilena, dopo il pino-chettismo, il sogno continua a essere irreale: non è stato realizzato questo semenzaio di immaginazioni progettato da Neruda. Forse ci sono state altre urgenze. Forse c'è stato un mediocre di più e un talento di meno nella «politica culturale».
    Cantalao fu il sogno incompiuto di Neruda. Una mano fraterna tesa a colleghi che non potevano contare sulla sua fama, per consentire loro di godere del linguaggio e del frastornante silenzio del mare, pensando che laggiù sarebbero state generate opere importanti quanto quelle elaborate da lui.

    Isla Negra è piccola, ma Nerudala moltiplicò per migliaia di volte: tutti — everybody and his brother — vi si sono recati, centinaia di scrittori europei, latinoamericani, orientali, africani, i più importanti uomini politici del pianeta. Il mondo si è decantato a Isla Negra, e prosegue il turbinoso viavai di centinaia di migliaia di visitatori che vengono qui tutti gli anni. Ad alcuni metri dalla casa c'è la tomba di Neruda e di Matilde, dopo che il poeta fu riscattato dal luogo insignificante a cui i golpisti avevano destinato le sue spoglie.
    Durante la dittatura di Pinochet i giovani innamorati scrissero sulle assi di legno della cancellata del suo giardino parole di affetto verso il poeta assente; lì erano entrati anche i militari il giorno del golpe, mitraglietta in mano per auscultare la casa del poeta agonizzante. Nulla forse precisa meglio il carattere incommensurabile della piccola Isla Negra di don Pablo del graffito di quel genio anonimo che ha scritto con mano tremolante sopra la sua porta: «Neruda non è cileno, il Cile è nerudiano».



    Traduzione di Fabio Galimberti
    Antonio Skármeta, autore de Il postino di Neruda da cui Michael Radford ha tratto il film Il postino, ha scritto anche Il ballo della vittoria, da cui Fernando Trueba ha ricavato un film, che uscirà in Europa nel dicembre prossimo



    Domenica 23 agosto 2009

    La Domenica di Repubblica
    ...

  13. #13




    Da: L'odore dell'India
    di Pier Paolo Pasolini - 1962


    Siamo a Benares e camminiamo, reduci dal bazar, condotti dal tassista maomettano, grosso, intelligente e veloce come un europeo, verso il tassì. Camminiamo per una larga strada del centro, con le case a due passi, gonfie come pianole, tutte di legno, con gli angoli smussati rotondeggianti, i portichetti slabbrati e dipinti di colori teneri.
    Sotto un portichetto dipinto di fresco di verdognolo, nella confusione di tassì, cenci e vacche, sentiamo il suono insistente e primitivo di una musica. La faccia del tassista ci promette qualcosa di buono: perciò ci accostiamo, e ci uniamo a una piccola ressa, addossata a una finestrella, in un vicolo perpendicolare alla strada e alla loggetta verde. Attraverso la finestrella, vediamo una saletta non molto grande e completamente disadorna, ma non sporca: in fila sono accucciati per terra degli indù, sei o sette file di una decina di persone. Tutti cantano con gran fervore. Gli strumenti musicali che accompagnano quel coro, sono pochi. Prevale un tamburo lungo e stretto battuto con grande furore dal musicante, che pare stacchi, vorticosamente, le mani dalla pelle del tamburo, come questa fosse spalmata di colla. I colpi sono ordinati, ma precipitosi e drammatici. Il canto della folla accucciata, benché elementare, com'è la melodia indiana, ha qualcosa di giocondo: ricorda i canti delle nostre osterie.
    Sotto la finestra, in un angolo della stanza, c'è un parapetto, dipinto di giallo, che circonda la cappella, col solito dio, l’ingam, ossia il sesso, tra le figure in atteggiamenti simbolici: arte folclorica e moderna.
    Saltato fuori da chissà dove, ecco che uno strano essere comincia a ballare davanti al recinto del piccolo altare, sui tappeto stinto e strappato. È un nano, maschio, ben adulto e peloso, ma vestito da nana: una grande sottana gialla e un corpetto verde; braccialetti ai polsi e alle caviglie: collane e orecchini luccicanti. Tra le dita agita dei sistri, che si uniscono al suono degli altri strumenti, ossessivi. All'assordante ritmo dei suoi sistri, il nano balla vorticosamente, ripetendo sempre gli stessi gesti: rotea su se stesso, facendo fare alla gonna una specie di ruota, si ferma, si rigira, va verso la folla, fa l'atto di prendere qualcosa sul palmo della mano aperto e teso, e va a gettare questo qualcosa verso l'altare. Ripete questi gesti, senza posa, coi sistri che ronzano e ringhiano come un alveare di api furenti.
    L'espressione dei nano ha qualcosa di osceno, di maligno. Tra tutte quelle facce dolci di indiani, è l'unico a sapere cos'è la bruttezza. Lo sa in modo infantile e bestiale, chissà per quale ragione: e compie la sua danza sacra e antica, come facendone la caricatura, deturpandola con la sua inspiegabile perfida volgarità.
    Non fu il solo caso. Anche a Gwalior, una cittadina tra Delhi e Benares, potei notare qualcosa di analogo. Passavamo per la piazza centrale della città, stupiti del suo aspetto moderno; una gran Porta, due tre palazzotti rossi e bianchi, una grossa aiuola nel centro. Però dappertutto, in mezzo al traffico, vacche e capre, grige di sporcizia. Tra le vacche e le capre, su un marciapiede, era disteso un sacco, grigio di sporcizia, e, sotto, un uomo, con una gran capigliatura nera che fuorusciva dagli orli del sacco. Un gruppo di gente stava intorno a lui, in ginocchio, venerandolo. Prima di andarsene, qualcuno che era stato lì in raccoglimento devoto, gli baciava o gli sfiorava i piedi con la mano. E lui, l'adorato, fermo sotto il suo straccio immondo, con tutti quegli immondi capelli sciolti sul marciapiede. Quando uno, paralizzato di venerazione, gli si accostò offrendogli una sigaretta accesa, l'adorato rifiutò, muto, limitandosi a scuotere follemente un piede, quasi diede piccoli vorticosi calci isterici all'intero mondo.







    A Kajurao, il giorno dopo, abbiamo avuto modo di vedere un altro di questi santoni. Kajurao è il posto più bello dell'India, anzi forse l'unico posto che si può dire veramente bello, nel senso «occidentale» di questa parola. Un immenso prato-giardino di gusto inglese, verde, di una tenerezza struggente, con delle buganvillee sparse a grossi cespugli rotondi, davanti a ognuno dei quali l'occhio si sarebbe perduto a goderne il rosso paradisiaco per ore intere. File di giovinette, col sari, tutte inanellate, lavoravano il prato: e, più in là, file di fanciulli, accucciati sull'erba, e, più in là ancora, giovani che portavano, appesi all'estremità di una pertica, dei secchi d'acqua: tutto in una pace di infinita primavera. E sparsi in questo prato, i piccoli templi: che sono quanto di più sublime si possa guardare in India.
    Ai margini del prato, c'era una casetta, una catapecchia non lurida, di mattoni: un fuoco acceso dentro, e qualche suppellettile. Intorno, qualcuno stava trafficando, come preso dalle sue faccende. Era un uomo sui quarant'anni, con una folta barba nera e una folta zazzera nera alla D'Artagnan. Il suo aspetto era immediatamente antipatico. Osservandolo bene, infatti, si vedeva che non stava affatto sfaccendando, occupato a accendersi il fuoco, a cucinarsi i fagioli o che so io: ma, con la stessa attenzione, accuratezza e albagia, di chi fa un lavoro ritenuto indispensabile, stava accudendo a un cerimoniale sacro. Girava come un matto intorno alla catapecchia, si fermava, toccava degli oggetti, faceva dei gesti con le mani, si chinava a terra.
    Lo lasciammo lì: chiuso nella sua maniaca concentrazione, in un cerchio infinito di tolleranza.
    Non riuscivamo a staccarci da Kajurao: c erano sei templi, piccoli e stupendi, e intorno a ognuno indugiavamo almeno per un'ora, seduti sui suoi scalini, o sul prato sottostante, a goderci quella insperata pace, potentemente mite.
    I templi davanti a noi, coi loro due corpi (uno grande, con nell'ìnterno l'ingam, l'altro, di fronte, più piccolo, poco più che una tettoia a coprire la stupenda vacca di pietra rivolta all'ingam) nell'oro del sole, erano di una bellezza inesauribile. Non cose di pietra, parevano: ma d'un materiale quasi commestibile, più che prezioso, aereo. Nuvoloni e nuvolette cadute in quel gran prato verdino, condensate, coagulate, diventate simili a grandi grappoli d'uva, col gambo ficcato a terra, gocciolanti, e i grani fitti, quasi incastrati l'uno nell'altro: e poi un po' alla volta, un sole paziente pareva averli prosciugati, fino a renderli sughero, canna, legno, tufo: ma lasciando a ogni superficie quel groviglio di grani incastrati, ricciuti.
    Guardavamo, seduti su un gradino slabbrato, fatto di quel materiale ch'era pura tenerezza e vecchiezza, intorno a noi, quel mondo di templi, quando fummo distratti da una figura che attraversava il prato. Veniva avanti sicura, rapida: i giardinieri, intorno, radi e pigri, la guardavano passare deferenti.
    Era il santone. Chissà dove andava. Camminava impettito, nudo come un verme, con lo zazzerone e il barbone neri che andavano su e giù al moto del suo passo elastico e quasi sportivo: camminava altezzoso col petto in fuori, senza degnare di uno sguardo i fedeli. Sembrava un capoufficio che passasse per il corridoio tra gli uscieri e i fattorini. E quando un povero negretto, umile umile, gli si accostò e gli offerse la solita sigaretta accesa, egli non si voltò nemmeno non solo a ringraziarlo, ma nemmeno a guardarlo, quellì'mbecille.
    Fortunatamente l'induismo non è una religione di stato. Perciò i santoni non sono pericolosi. Mentre i loro fedeli li ammirano (ma mica tanto, poi), c'è sempre un mussulmano, un buddista o un cattolico che li guarda con compassione, ironia o curiosità. È un fatto, comunque, che in India l'atmosfera è favorevole alla religiosità, come dicono anche i referti più banali. Ma a me non risulta che gli indiani siano molto occupati da seri problemi religiosi. Certe loro forme di religiosità sono coatte, tipicamente medioevali: alienazioni dovute all'orrenda situazione economica e igienica del paese, vere e proprie nevrosi mistiche, che ricordano quelle europee, appunto, del medioevo, che possono colpire individui o intere comunità. Ma più che una religiosità specifica (quella che dà i fenomeni mistici o la potenza clericale) ho osservato tra gli indiani una religiosità generica e diffusa: un prodotto medio della religione. La non violenza, insomma, la mitezza, la bontà degli indù. Essi hanno forse perso contatto con le fonti dirette della loro religione (che è evidentemente una religione degenerata) ma continuano a esserne dei frutti viventi. Così la loro religione, che è la più astratta e filosofica del mondo, in teoria, è, ora, in realtà, una religione totalmente pratica: un modo di vivere.
    Si giunge addirittura a una specie di paradosso: gli indiani, astratti e filosofici alle origini, sono attualmente un popolo pratico (sia pure di una pratica che serve a vivere in una situazione umana assurda), mentre i cinesi, pratici e empirici alle origini, sono attualmente un popolo estremamente ideologico e dogmatico (pur risolvendo praticamente una situazione umana che pareva irrisolvibile). Così, in India, ora, più che alla manutenzione di una religione, l'atmosfera è propizia a qualsiasi spirito religioso pratico.
    Ho conosciuto dei religiosi cattolici: e devo dire che mai lo spirito di Cristo mi è parso così vivido e dolce; un trapianto splendidamente riuscito. A Calcutta, Moravia, la Morante e io siamo andati a conoscere Suor Teresa, [2] una suora che si è dedicata ai lebbrosi. Ci sono sessantamila lebbrosi, a Calcutta, e vari milioni in tutta l'India. E una delle tante cose orribili di questa nazione, davanti a cui si è del tutto impotenti: in certi momenti ho provato dei veri impulsi di odio contro Nehru [3] e i suoi cento collaboratori intellettuali educati a Cambridge: ma devo dire che ero ingiusto, perché veramente bisogna rendersi conto che c'è ben poco da fare in quella situazione. Suor Teresa cerca di fare qualcosa: come lei dice, solo le iniziative del suo tipo possono servire, perché cominciano dal nulla. La lebbra, vista da Calcutta, ha un orizzonte di sessantamila lebbrosi, vista da Delhi ha un orizzonte infinito.
    Suor Teresa vive in una casetta non lontana dal centro della città, in uno sfatto vialone, roso dai monsoni e da una miseria che toglie il fiato. Con lei ci sono altre cinque, sei sorelle, che l'aiutano a dirigere l'organizzazione di ricerca e di cura dei lebbrosi, e, soprattutto, di assistenza alla loro morte: esse hanno un piccolo ospedale dove i lebbrosi vengono raccolti a morire.
    Suor Teresa è una donna anziana, bruna di pelle, perché è albanese, alta, asciutta, con due mascelle quasi virili, e l'occhio dolce, che, dove guarda, «vede». Assomiglia in modo impressionante a una famosa sant'Anna di Michelangelo: e ha nei tratti impressa la bontà vera, quella descritta da Proust nella vecchia serva Francesca: la bontà senza aloni sentimentali, senza attese, tranquilla e tranquillizzante, potentemente pratica.
    [...]


  14. #14
    "Che cosa vuoi dire?"
    "Quando tu guarderai il cielo,la notte,visto che io abitero' in una di ese,visto che io ridero' in una di esse,allora sara' per te come se tutte le stelle ridessero.Tu avrai,tu solo,delle stelle che sanno ridere!"

    A.De Saint-Exupery (Il piccolo principe)

  15. #15

    Antonio Tabucchi - Gli ultimi tre giorni di Fernando Pessoa

    Fernando Pessoa è ricoverato nell'ospedale di Sao Luis dos Franceses per crisi epatica per abuso di alcol, è in fin di vita e, come in un delirio, riceve i suoi eteronimi, parla con loro, che lo hanno accompagnato per tutta la vita.
    Questa è la volta di Antonio Mora:



    Tabucchi finisce qui...e da qui riprende Vecchioni in una mirabile sintesi di prosa e versi:


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