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Discussione: I paesaggi dell'anima

  1. #61
    Citazione Originariamente Scritto da clessidra Visualizza Messaggio
    ...



    Mi ricorda un’opera


    Alighiero Boetti, Avere fame di vento, Rovereto, Mart
    (Deposito da Collezione Privata)


    Fonte:
    http://www.mart.trento.it



    e un vecchio articolo:



    […]

    Chi combatte tutti i giorni con le parole - un corpo a corpo spossante - sa che le parole sono pericolose, ma anche straordinarie nella loro mobilità espressiva e basta un accento o un accordo sbagliato per fare naufragare una costruzione di pensiero. Perciò, a chi si accinge a usarle: attenzione! le parole possono dire o non dire, ma raccontano sempre il profondo anche quando pretendono di stare a galla.

    Dacia Maraini, Parola. Tra senso e suono si nasconde una foresta, l'Unità, 29 agosto 2009
    ...

  2. #62
    Sulle orme di Proust

    Il viaggio della fotografa Eva Tomei alla scoperta dei luoghi narrati da Proust nella Recherche.







    a cura di Franco Speroni
    dal 18 giugno al 1 luglio 2010
    Hybrida contemporanea



    Dalla parte di Marcel è una raccolta di fotografie che Eva Tomei dedica a Proust, ai suoi luoghi ma soprattutto al modo in cui Marcel dava significato a ciò che vedeva e sentiva: un modo che è propriamente fotografico. Il dispositivo della fotografia, infatti, sembra essere interno alle relazioni mentali di Proust, all’”odissea circolare del suo pensiero” che porta lo scrittore a ricomporre il suo io frammentario in un mosaico di sensazioni sovrapposte. La fotografia è l’arte tecnologica che svela e complica, nello stesso tempo, questo meccanismo, portando alla luce le relazioni tra le cose e, nello stesso tempo, occultandone altre. Tutto ciò al di là dell’intenzione, perchè la fotografia è un’arte senza soggetto come l’ha definita Mario Costa.
    La tecnologia rivela elementi che l’intenzione del fotografo non prevede e quindi innesca altri percorsi narrativi involontari.In questo procedimento il fotografo, la macchina e il soggetto fotografato costituiscono un unico dispositivo che sottrae alla realtà il peso della mediazione dell’autore e della differenza del soggetto assimilandoli tutti in un unico flusso che la fotografia rivela.
    Dalla parte di Marcel è come dire Dalla parte di Swann, il primo volume di Alla ricerca del tempo perduto di Proust. Il tempo perduto è ritrovato attraverso la scoperta della contemporaneità continua, della stratificazione anacronistica, della forma palinsesto, del mosaico...che rompono con l’idea di sviluppo cronologico e di differenza tra soggetto e oggetto. Altri modi, a ben vedere, di rendere il dispositivo fotografico. Nell’ultimo volume del ciclo, Il tempo ritrovato , Proust scopre il meccanismo compositivo della sua Ricerca: camminando a Parigi, Marcel inciampa in una lastra del pavimento e questo episodio banale lo riporta improvvisamente ad un’ esperienza analoga quando, a Venezia, stava visitando la basilica di San Marco dal pavimento sconnesso. Proust vive così una sovrapposizione temporale. Eva Tomei traduce quest’esperienza in termini fotografici. Nelle sue foto la doppia esposizione e il tempo lento dello scatto ripropongono le stesse sensazioni di Marcel. Sensazioni che sarebbe meglio indicare come processi cognitivi per non confonderli con semplici effetti pittorici.Il tempo lungo dello scatto consente di mantenere la presenza di un fenomeno, di un passante, dell’interazione tra le cose, anzichè lasciarle andare secondo il ritmo cronologico della percezione “ad occhio nudo”.
    La fotografia, in questo caso, crea una struttura ipertestuale dove un presente continuo sostituisce la cesura cronologica tra passato e futuro, provocando nello spettatore molteplici connessioni.
    Ora, come nella ricerca proustiana, il cerchio si chiude. Nell’associazione tra pavimento sconnesso a Parigi e analoga sensazione provata a Venezia, Marcel scopriva un meccanismo associativo che rivelava un processo cognitivo nuovo per la costruzione di una testualità espansa, sintomo di un attraversamento differente del tempo. Nel saldare insieme il linguaggio fotografico, viaggio per luoghi proustiani e spirito della metropoli, Eva rende un omaggio che non riguarda più solamente Marcel ma la fotografia stessa, la sua origine metropolitana, appunto, il suo essere dispositivo del flusso, arte senza soggetto, meccanismo associativo. Dalla parte di Marcel, quindi, non è solo un omaggio sentimentale al passato poichè nella ricerca di Marcel ci sono in atto i dispositivi che caratterizzano la testualità espansa degli attuali archivi digitali della memoria.


    Hybrida Contemporanea
    via Reggio Emilia 32, 00198 Roma



    http://www.hybridacontemporanea.it




    Alcune foto - qui
    ...

  3. #63


    L' Italia a scuola viene descritta come uno stivale. La vedo invece come un braccio che si stacca massiccio dall' attaccatura delle Alpi e si spinge nel mare di sud est.
    Puglia e Calabria sono le estremità di una mano tesa, la Sicilia è un fazzoletto al vento che saluta. Non è stivale la penisola, mai fu possibile calzarla e tenerla all' asciutto di navigazioni che l' hanno abbordata. Vengo da una città ombelico del Mediterraneo, fondata da vagabondi Greci assetati di nuove isole e sponde. Neapolis, città nuova, vollero chiamarla, per esaurimento d' immaginazione. Anche Roma ha foschi precedenti in Medio Oriente, attraverso lo sbarco del troiano Enea, figlio di esilio.
    Abitiamo terre visitate da forestieri, abbiamo perciò coltivato l'ospitalità come migliore frutto di esperienza. Quando la dimentichiamo, ci troviamo ridotti a formicaio.

    Potiamo le stesse piante e mastichiamo con cautela lo stesso cibo pieno di spine, scippato alla profondità del mare. Spremiamo il sole accumulato in acini e in olive, dipingiamo di bianco le case e di nero il lutto. Abbiamo costruito prigioni sulle isole perfette dei nostri arcipelaghi, sparso altoforni, raffinerie, petrolchimici sopra le coste più soavi. Sprechiamo la bellezza giocandocela a dadi. Scontiamo il torto con il nostro sangue, che vale meno di un bicchiere d' acqua, che resta poca per debito contratto con il cielo.

    Erri De Luca, Mediterraneo. Dialogo e disincanto, Corriere della Sera, 8 settembre 2010.
    ...

  4. #64
    Confessioni di un teppista



    Non tutti son capaci di cantare
    e non a tutti è dato di cadere
    come una mela, verso i piedi altrui.
    E’ questa la più grande confessione
    che mai teppista possa confidarvi.



    Io porto di mia voglia spettinata la testa,
    lume a petrolio sopra le mie spalle.
    Mi piace nella tenebra schiarire
    lo spoglio autunno delle anime vostre;
    e piace a me che mi volino contro
    i sassi dell’ingiuria,
    grandine di eruttante temporale.
    Solo più forte stringo fra le mani
    l’ondulata mia bolla di capelli.



    E’ benefico allora ricordare
    il rauco ontano e l’erbeggiante stagno,
    e che mi vivono da qualche parte
    padre e madre, infischiandosi del tutto
    dei miei versi, e che loro son caro
    come il campo e la carne, e quella pioggia fina
    che a primavera fa morbido il grano verde.
    Per ogni grido che voi mi scagliate
    coi forconi verrebbero a scannarvi.
    Poveri, poveri miei contadini!
    Certo non siete diventati belli,
    e Iddio temete e degli acquitrini le viscere.
    Capiste almeno
    che vostro figlio in Russia
    è fra i poeti il più grande!
    Non si gelava il cuore a voi per lui,
    scalzo nelle pozzanghere d’autunno?
    Adesso va girando egli il cilindro
    e portando le scarpe di vernice.



    Ma vive in lui la primigenia impronta
    del monello campagnolo.
    Ad ogni mucca effigiata
    sopra le insegne di macelleria
    si inchina da lontano.
    Ed incontrando in piazza i vetturini
    ricorda l’odore del letame sui campi,
    pronto, come uno strascico nuziale,
    a reggere la coda dei cavalli.
    Amo la patria. Amo molto la patria!
    Pur con la sua tristezza di rugginoso salice.
    mi son gradevoli i grugni insudiciati dei porci,
    e nel silenzio notturno l’argentina voce dei rospi.
    Teneramente malato di memorie infantili
    sogno la nebbia e l’umido delle sere d’aprile.
    Come a scaldarsi al rogo dell’aurora
    s’è accoccolato l’acero nostro.
    Ah, salendone i rami quante uova
    ho rubato dai nidi alle cornacchie!
    E’ sempre uguale, con la verde cima?
    E’ come un tempo forte la corteccia?



    E tu, diletto,
    fedele cane pezzato!
    Stridulo e cieco t’hanno fatto gli anni,
    e trascinando vai per il cortile la coda penzolante,
    col fiuto immemore di porte e stalla.
    Come grata ritorna quella birichinata:
    quando il tozzo di pane rubacchiato
    alla mia mamma, mordevamo a turno
    senza ribrezzo alcun l’uno dell’altro.



    Sono rimasto lo stesso, con tutto il cuore.
    Fioriscono gli occhi in viso
    simili a fiordalisi fra la segala.
    Stuoie d’oro di versi srotolando,
    vorrei parlare a voi teneramente.



    Buona notte! Buona notte a voi tutti!
    La falce dell’aurora ha già tinnito
    fra l’erba del crepuscolo.
    Voglio stanotte pisciare a dirotto
    dalla finestra mia sopra la luna!



    Azzurra luce, luce così azzurra!
    In tanto azzurro anche morir non duole.
    E non mi importa di sembrare un cinico
    con la lanterna attaccata al sedere!
    Mio vecchio, buono ed estenuato Pegaso,
    mi sreve proprio il tuo morbido trotto?
    Io, severo maestro, son venuto
    a celebrare i topi ed a cantarli.
    L’agosto del mio capo si versa quale vino
    di capelli in tempesta.


    Ho voglia d’essere la vela gialla
    verso il paese cui per mare andiamo
    .

    S.A.Esenin

    fonte



  5. #65
    Citazione Originariamente Scritto da mormore Visualizza Messaggio

    ...

    Ho voglia d’essere la vela gialla
    verso il paese cui per mare andiamo.

    S.A.Esenin

    fonte


    Belli!






    [...]

    Sailing takes me away to where I've always heard it could be
    Just a dream and the wind to carry me
    And soon I will be free


    Fantasy, it gets the best of me
    When I'm sailing
    All caught up in the reverie, every word is a symphony
    Won't you believe me?

    Well it's not far back to sanity, at least it's not for me
    And if the wind is right you can sail away and find serenity
    Oh, the canvas can do miracles, just you wait and see.
    Believe me.
    ...

  6. #66
    :-)


    MIJN VLAKKE LAND
    Wanneer de Noordzee koppig breekt aan hoge duinen
    En witte vlokken schuim uiteenslaan op de kruimen,
    Wanneer de norse vloed beukt aan het zwart basalt
    En over dijk en duin de grijze nevel valt
    Wanneer bij eb het strand woest is als een woestijn
    En natte westewinden gieren van venijn,
    Dan vcht mijn land...Mijn vlakke land...
    Wanneer de regen daalt op straten, pleinen, perken,
    Op dak en torenspits van hemelhoge kerken,
    Die in dit vlakke land de enige bergen zijn,
    Wanneer onder de wolken mensen dwergen zijn,
    Wanneer de dagen gaan in domme regelmaat
    En bolle oostenwind het land ng vlakker slaat,
    Dan wacht mijn land...Mijn vlakke land...
    Wanneer de lage lucht vlak over het water scheert,
    Wanneer de lage lucht ons nederigheid leert,
    Wanneer de lage lucht er grijs als leisteen is,
    Wanneer de lage lucht er vaal als keileem is,
    Wanneer de noordewind de vlakte vierendeelt,
    Wanneer de noordewind er onze adem steelt,
    Dan kraakt mijn land...Mijn vlakke land...
    Wanneer de Schelde blinkt in zuidelijke zon
    En elke vlaamse vrouw flaneert in zon-japon
    Wanneer de eerste spin z'n lentewebben weeft
    Of dampende het veld in juli-zonlichtheeft,
    Wanneer de zuidewind er schatert door het graan
    , wanneer de zuidewind er jubelt langs de baan,
    Dan juicht mijn land...Mijn vlakke land...


  7. #67


    Avec la mer du Nord pour dernier terrain vague
    Et des vagues de dunes pour arrêter les vagues
    Et de vagues rochers que les marées dépassent
    Et qui ont à jamais le cœur à marée basse
    Avec infiniment de brumes à venir
    Avec le vent de l'est écoutez-le tenir
    Le plat pays qui est le mien


    Con il Mare del Nord come ultimo terrapieno
    E con onde di dune per arrestare le onde
    E con onde di roccia che le maree ripassano
    E che hanno a perdifiato il cuore a marea bassa
    Con un infinito di brume a venire
    Con il vento dell’est ascoltatelo trattenere
    Il piatto paese che è il mio


    Avec des cathédrales pour uniques montagnes
    Et de noirs clochers comme mâts de cocagne
    Où des diables en pierre décrochent les nuages
    Avec le fil des jours pour unique voyage
    Et des chemins de pluie pour unique bonsoir
    Avec le vent d'ouest écoutez-le vouloir
    Le plat pays qui est le mien


    Con le cattedrali come uniche montagne
    E neri campanili come alberi della cuccagna
    Dove diavoli in pietra agguantano le nuvole
    Con il filo dei giorni come unico viaggio
    E cammini di pioggia come unica buona sera
    Con il vento dell’Est ascoltatelo volere
    Questo piatto paese che è il mio

    Avec un ciel si bas qu'un canal s'est perdu
    Avec un ciel si bas qu'il fait l'humilité
    Avec un ciel si gris qu'un canal s'est pendu
    Avec un ciel si gris qu'il faut lui pardonner
    Avec le vent du nord qui vient s'écarteler
    Avec le vent du nord écoutez-le craquer
    Le plat pays qui est le mien


    Con un cielo così basso che un canale s’è perduto
    Con un cielo così basso da fare l’umiltà
    Con un cielo così grigio che un canale s’è impiccato
    Con un cielo così grigio da farsi perdonare
    Con il vento del Nord che viene a smembrarsi
    Con il vento del Nord ascoltatelo crepitare
    Questo paese piatto che è il mio

    Avec de l'Italie qui descendrait l'Escaut
    Avec Frida la Blonde quand elle devient Margot
    Quand les fils de novembre nous reviennent en mai
    Quand la plaine est fumante et tremble sous juillet
    Quand le vent est au rire quand le vent est au blé
    Quand le vent est au sud écoutez-le chanter
    Le plat pays qui est le mien.


    Con l’Italia che si abbatte sull’Escaut
    Con Frida la bionda quando diventa Margot
    Quando i figli di novembre ci ritornano a maggio
    Quando la piana fumante trema sotto il luglio
    Quando il vento è al ridere quando il vento è al grano
    Quando il vento è a sud ascoltatelo cantare
    Questo piatto paese che è il mio


    http://www.musicaememoria.com/jacque..._plat_pays.htm


  8. #68




    Uomini che sopra oscuri ponti camminano
    dinanzi a santi
    dai fiochi lumini.
    Nubi che sopra il cielo grigio passano
    dinanzi alle chiese
    dai campanili che imbrunano.
    Uno che al parapetto squadrato si appoggia
    e guarda l’acqua serale,
    le mani su vecchie pietre.

    Franz Kafka


    Lettera di Kafka del 9.11.1903 a Oskar Pollak, citata da Angelo Maria Ripellino, Praga magica.







    “Antico in-folio dai fogli di pietra, città-libro, nei cui libri resta ancora tanto da leggere, da sognare, da capire”, città di tre popoli (il ceco, il tedesco e l’israelitico) e, secondo Breton, “capitale magica dell’Europa, Praga è soprattutto vivaio di fantasmi, arena di sortilegi, sorgente di Zauberei, ossia di Kouzelnictvì (in ceco), di kischef (in jiddisch).
    Trappola che, se afferra con le sue brume, con le sue male arti, col suo tossicoso miele, non lasci più, non perdona. " Non cessa mai di ammaliare coi propri incantesimi - scrisse Arnošt Prochàzka - la vecchia versiera Praga"

    Angelo Maria Ripellino, Praga magica
    ...

  9. #69



    ... così camminavo e sotto le mie scarpe strepitavano i denti aguzzi dei surmolotti, camminavo e pensavo alla malinconia dell’eterna costruzione del mondo, girovagavo per le cloache, e intanto con le lacrime agli occhi guardavo in alto, per vedere a un tratto ciò che non avevo mai veduto, che non avevo mai notato, che sulle facciate e sulle fronti dei palazzi e degli edifici pubblici, dove puntavo lo sguardo, fino alle grondaie, io vedevo la cosa nella quale si proiettavano e che bramavano Hegel e Goethe, quella Grecia in noi, quella bella ellenicità come modello e scopo, vedevo un ordine di colonne doriche, i triglifi e i gocciolatoi di stoffa greci, vedevo le cornici a corona e gli ordini di colonne ioniche coi fusti e le volute, un ordine di colonne corinzie con l’ondulatura a foglie, vedevo gli atri dei templi, le cariatidi e le balaustre greche fin sul tetto stesso dei palazzi, nella loro ombra camminavo, e intanto osservavo che quella stessa Grecia è anche nella periferia di Praga, sulle facciate delle comuni case di abitazione, che sui portelli e intorno alle finestre sono adorne di donne nude e di uomini nudi e di fiori e di ramoscelli di flora esotica.


    [...]

    ... che Praga è così piena di spirito greco, non solo sulle facciate dei palazzi praghesi ma anche nelle teste degli abitanti, soltanto perché i ginnasi classici e le università umanistiche hanno imbrattato di Grecia e di Roma milioni di teste ceche.


    Bohumil Hrabal, Una solitudine troppo rumorosa.
    ...

  10. #70





    UN UCCELLO AZZURRO

    Nel mio cuore c’è un uccello azzurro che
    vuole uscire
    ma con lui sono inflessibile,
    gli dico: rimani dentro, non voglio
    che nessuno ti
    veda.

    nel mio cuore c’è un uccello azzurro che
    vuole uscire
    ma io gli verso addosso whisky e aspiro
    il fumo delle sigarette
    e le puttane e i baristi
    e i commessi del droghiere
    non sanno che
    lì dentro
    c’è lui

    nel mio cuore c’è un uccello azzurro che
    vuole uscire
    ma io con lui sono inflessibile,
    gli dico:
    rimani giù, mi vuoi fare andar fuori
    di testa?
    vuoi mandare all’aria tutto il mio
    lavoro?
    vuoi far saltare le vendite dei miei libri in
    Europa?

    nel mio cuore c’è un uccello azzurro che
    vuole uscire
    ma io sono troppo furbo, lo lascio uscire
    solo di notte qualche volta
    quando dormono tutti.
    gli dico: lo so che ci sei,
    non essere
    triste

    poi lo rimetto a posto,
    ma lui lì dentro un pochino
    canta, mica l’ho fatto davvero
    morire,
    dormiamo insieme
    così col nostro
    patto segreto
    ed è così grazioso da
    far piangere
    un uomo, ma io non
    piango, e
    voi?

    Da
    Charles Bukowski, The Last Night of the Eart Poems
    Oggi non faccio niente. Anche ieri non ho fatto niente, ma non avevo finito
    Snoopy

  11. #71



    Rubami l'amore e rubami
    il pensiero di dovermi alzare
    e ruba anche l'ombra di fico che copre
    il cicalar della comare
    che vedo bianco di calce e pale
    pigramente virare
    e ho in bocca rena di sogno
    nella rete del sonno meridiano
    che come rena
    mi fugge di mano

    Che sudati è meglio
    e il morso è più maturo
    e la fame è più fame
    e la morte è più morte
    sale e perle sulla fronte
    languida sete avara
    bellezza che succhi la volontà
    dal cielo della bocca
    bocca bacio di pesca che mangi il silenzio
    del mio cuore

    Sud
    fuga dell'anima tornare a sud
    di me
    come si torna sempre all'amor
    vivere accesi dall'afa di Luglio
    appesi al mio viaggiar
    camminando non c'è strada per andare
    che non sia di camminar


    Mescimi il vino più forte più nero
    talamo d'affanno
    occhio del mistero
    olio di giara, grilli, torre saracena
    nell'incendio della sera
    e uscire di lampare
    lentamente nel mare
    bussare alle persiane di visioni
    e di passi di anziani

    Sud
    fuga dell'anima tornare a sud
    di me
    come si torna sempre all'amor
    vivere accesi dall'afa di Luglio
    appesi al mio viaggiar
    camminando non c'è strada per andare
    che non sia di camminar

    rubami la luna e levagli
    la smorfia triste quando è piena
    e ruba anche la vergine azzurra
    che ci spia vestirci stanchi per uscire
    fresca camicia di seta in attesa
    croccante e stirata
    per lo struscio e un'orzata
    nel corso affollato in processione
    la banda attacca il suo marciar
    così va la vita
    ...

  12. #72

    Johann Heinrich Wilhelm Tischbein, Goethe nella Campagna romana
    Francoforte, Städelsches Kunstinstitut




    Roma, 7 novembre

    Sono già qui da sette giorni, e a poco a poco si precisa nel mio animo un'idea generale di questa città.
    La percorriamo in ogni senso con scrupolo; io mi familiarizzo con la topografia dell'antica e della nuova Roma, osservo rovine e edifizi, esploro questa e quest'altra villa, lentamente m'accosto alle maggiori bellezze e non faccio che aprire gli occhi e guardare, che andare e venire, giacché solo a Roma ci si può preparare a comprendere Roma.
    Ma, confessiamolo, è una dura e contristante fatica quella di scovare pezzetto per pezzetto, nella nuova Roma, l'antica; eppure bisogna farlo, fidando in una soddisfazione finale impareggiabile.
    Si trovano vestigia di una magnificenza e di uno sfacelo che superano, l'una e l'altro, la nostra immaginazione.
    Ciò che hanno rispettato i barbari, l'han devastato i costruttori della nuova Roma.
    Quando si considera un'esistenza simile, vecchia di duemila anni e più, trasformata dall'avvicendarsi dei tempi in modi così molteplici e così radicali, e si pensa che è pur sempre lo stesso suolo, lo stesso colle, sovente perfino le stesse colonne e mura, e si scorgono ancora nel popolo tracce dell'antico carattere, ci si sente compenetrati dei grandi decreti del destino; tanto che da principio è difficile all'osservatore discernere come Roma succeda a Roma; e non già soltanto la Roma nuova all'antica, ma ancora le varie epoche dell'antica e della nuova sovrapposte l'una all'altra.
    Io mi limito a cercar di cogliere da me stesso i punti seminascosti; solo così può esser messo a pieno frutto l'ammirevole lavoro preparatorio compiuto dal quindicesimo secolo ai nostri giorni ad opera di egregi artisti e sapienti, che hanno dedicato tutta la vita a tali ricerche.
    E da quest'immensità emana su noi un senso di pace mentre corriamo da un capo all'altro di Roma, per conoscerne i massimi monumenti.
    In altri luoghi bisogna andar a cercare le cose importanti: qui se n'è schiacciati, riempiti a sazietà.
    Si cammini o ci si fermi, ecco che appaiono panorami d'ogni specie e genere, palazzi e ruderi, giardini e sterpaie, vasti orizzonti e strettoie, casupole, stalle, archi trionfali e colonne, spesso così fittamente ammucchiati da poterli disegnare su un solo foglio.
    Per descriverlo ci vorrebbero mille bulini; a che può servire una sola penna? E la sera si è stanchi e spossati dal tanto vedere e ammirare.

    7 novembre 1786.

    Johann Wolfgang Goethe, Viaggio in Italia
    ...

  13. #73
    Oggi non faccio niente. Anche ieri non ho fatto niente, ma non avevo finito
    Snoopy

  14. #74
    Nel silenzio del Senese




    Dalla somma dei giorni per sottrarne
    un giorno solo chiaro d’infinito,
    cammino per le crete delle marne
    pezzate d’ocra, strutte dall’attrito

    dei venti nel silenzio del Senese.
    A San Quirico d’Orcia la frittata
    col pane, col biscotto delle chiese
    accostate sull’uscio, la giuncata

    di latte tra le foglie, magra, sciocca:
    un sapore di fresco, quanto basta
    per avere alle labbra sulla cocca
    del tovagliolo il riso che sovrasta

    l’aria, l’eterno fuso della spola
    che trama e impaglia l’ora meridiana.
    Come all’acqua che goccia sulla mola
    s’affila il lustro dei coltelli, sgrana

    la cascata di ghiaia le sue latte
    splendenti, il rovinìo delle gelate.
    Che sia fiero lo sguardo, forse batte
    il cavallo dei secoli le date

    delle lapidi incise nel baleno.
    Forse giunge notizia dal sereno
    di un grido che non s’ode e che ripete
    di ghiaia in ghiaia il mormorio del Lete.


    Alfonso Gatto
    ...

  15. #75


    Fernando Pessoa cantato da Mariano Deidda - Viaggiare


    “Viaggiare”
    di Fernando Pessoa

    Viaggiare?
    Per viaggiare basta esistere
    passo di giorno in giorno
    come di stazione in stazione
    nel treno del mio destino
    affacciato sulle finestre e sulle piazze
    sui gesti e sui volti
    sempre uguali e sempre diversi
    come in fondo sono i paesaggi
    Oggi non faccio niente. Anche ieri non ho fatto niente, ma non avevo finito
    Snoopy

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