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Enrico Berlinguer

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Promemoria su Craxi e la situazione politica
Note e appunti riservati di Antonio Tatò a Enrico Berlinguer (18 luglio 1978)

 

 

Carissimo Enrico, non avendo qui alcun'altra occupazione che quella di pensare, leggere e non parlare, mi è venuto di scriverti, per impiegare un po' più degnamente questa giornata di degenza in clinica, dopo aver guardato con attenzione le 27 pagine della «Rassegna stampa» di oggi, che mi sono fatto portare. La nota di Angius sul Popolo, le interviste e i discorsi di Bisaglia, Romita, Craxi, i commenti al tuo discorso di Arezzo, le «conversazioni» dei nostri Segre e Adornato sui processi in URSS, la risposta (sia pure di un quidam come Puletti) dalle colonne dell'Umanità all'articolo di Reichlin di domenica, l'articolo della Voce Repubblicana e quello del Popolo su PCI e processi sovietici... e mi fermo per non tediarti, danno nuovi tocchi al panorama politico e all'operazione che si va delineando, che si incentra, e collima in gran parte, nel disegno di Craxi. Su quale giudizio dare di costui, credo non ci siano disparità di vedute o dissensi nel nostro attuale gruppo dirigente di partito. Tutti i compagni della Segreteria convengono - a quattr’occhi - che Craxi è un avventuriero, anzi un avventurista, uno spregiudicato calcolatore del proprio esclusivo tornaconto, un abile maneggione e ricattatore, un figuro moralmente miserevole e squallido, del tutto estraneo alla classe operaia, ai lavoratori, ai loro profondi e reali interessi, ideali e aspirazioni. Craxi è un nemico dell'unità operaia e sindacale, è un nemico nostro e della CGIL, della Segreteria zaccagniniana, della politica La Malfa-Biasini, ed è invece amico di Benvenuto e di Mattina, di Bisaglia e di Pantani, di Donat Cattin e di De Carolis, di Umberto Agnelli e dei «cento», dei Pannella e dei Guiso. Tralascio le sue lucrose amicizie interne e, soprattutto, internazionali.

Su quale giudizio dare di costui, credo non ci siano disparità di vedute o dissensi nel nostro attuale gruppo dirigente di partito. Tutti i compagni della Segreteria convengono - a quattr’occhi - che Craxi è un avventuriero, anzi un avventurista, uno spregiudicato calcolatore del proprio esclusivo tornaconto, un abile maneggione e ricattatore, un figuro moralmente miserevole e squallido, del tutto estraneo al-la classe operaia, ai lavoratori, ai loro profondi e reali interessi, ideali e aspirazioni. Craxi è un nemico dell'unità operaia e sindacale, è un nemico nostro e della CGIL, della Segreteria zaccagniniana, della politica La Malfa-Biasini, ed è invece amico di Benvenuto e di Mattina, di Bisaglia e di Pantani, di Donat Cattin e di De Carolis, di Umberto Agnelli e dei «cento», dei Pannella e dei Guiso. Tralascio le sue lucrose amicizie interne e, soprattutto, internazionali. Con Craxi appare Italia - in questa Italia fine anni ‘70 che sta nel pieno di una crisi massima - un personaggio quale ancora non si era visto in più di 30 anni di vita democratica, un bandito politico di alto livello. E’ anch’egli un portato della decadenza della nostra vita pubblica, un segno dell’inquinamento esteso del nostro personale politico. Craxi è anzi uno dei più micidiali propagatori dei due morbi che stanno invadendo la sinistra italiana - l'irrazionalismo e l'opportunismo - e che il maggior partito della classe operaia ha il dovere di combattere e di debellare. Ma non è facile, perché il metodo e o stile di Craxi hanno.sorpreso e sorprendono un po’ tutti, almeno fino a ora. Il suo è un comportamento sfrontato, provocatorio, temerario, fazioso, violento, ma che proprio per questo può sembrare «forte», e quindi può intimidire patners e avversari, può persino suscitare ammirazione se non approvazione: dileggio della correttezza verso le regole del gioco, prontezza nel violare ogni impegno di onore, camaleontismo, disinvoltura nel passare dall'insulto volgare all’adulazione più untuosa verso lo stesso partito o la stessa persona nel giro di ventiquattro ore, o nel passare dalla protervia dell’aggressore al lamento di chi si fa vittima.

La somma delle negatività e pericolosità di Craxi non finirebbe qui, si potrebbe allungare alquanto. Ma ho voluto accennare a quelle più evidenti perché sono convinto che verso il suo esasperato autonomismo programmatico, che si caratterizza per il suo irrazionalismo e che conta e si avvale dell’ opportunismo e della cedevolezza altrui non si può avere un atteggiamento da benevoli esorcisti, non ce ne si può lagnare e criticarlo in privato e fargli buon viso in pubblico a cagione della circostanza che Craxi è oggi Segretario del partito socialista, verso il qual partito vale e varrà sempre la Politica unitaria che noi facciamo. Più esattamente, la mia riflessione non è sul giudizio dei compagni sulla persona di Craxi (perché a ragione potresti dirmi che scrivendo quello che ho scritto, ho sfondato porte aperte), ma sulla risposta politica da dare [a] Craxi una volta individuandone il segno, problemi verso cui la risposta dei compagni del nostro gruppo dirigente non è univoca. Perciò, i quesiti che si presentano mi pare siano questi due:
1. qual è esattamente il disegno craxiano, la prospettiva per cui lavora e a quali forze egli affida le sue chances; e trovato l'accordo, raggiunta un'unità di valutazione sulla risposta a questo primo quesito, si passa all'altro;
2. quali iniziative e atti politici concreti bisogna che compia il PCI per mettere a nudo ogni aspetto e momento del disegno craxiano e sconfiggerlo.

Confesso che, sul momento, vedo più chiara la risposta al primo quesito, meno chiara quella da dare al secondo; ma, forse, svolgendo la prima, si troveranno elementi per la seconda. Per individuare bene il disegno di Craxi conviene ripercorrere le sue mosse dall'autunno del 1977, da quando tu nel discorso di Modena a chiusura del Festival dell’Unità, dedicasti al PSI un brano assai argomentato nel quale, in sostanza, lo invitavi a rinsaldare una particolare collaborazione nel quadro dell'intesa programmatica più ampia che sorreggeva il «governo della non sfiducia». Craxi fece il nesci, snobbò di fatto quella tua offerta e proseguì nella sua politica corsara, ambivalente, fatta di critica più pungente e sempre più aperta al governo delle astensioni e con strizzatine d’occhio sempre più frequenti agli avversari Di Andreotti interni alla DC e, contemporaneamente, alla cosiddetta «nuova sinistra», estremista e radicale, libertaria e anticomunista. A dicembre tu poni la questione del governo di emergenza e apri virtualmente la crisi: una iniziativa felice, azzeccata, che scompagina e i tempi esasperatamente lunghi di Moro e il comodo sinistrismo di Craxi, oltre a dare uno scossone al tran-tran andreottiano. Il nostro Bottino, dopo aver, prima suonato la diana dalle colonne dell’Avanti! («ci vuole : un governo con dentro socialisti e comunisti: è ora di finirla col monocolore Andreotti»), fa una invereconda macchina indietro, e fa arretrare tutta la battaglia per cambiare governo: «E sufficiente che il PCI entri nella maggioranza - egli dice -: se la DC proclama il suo non possumus per l'ingresso dei comunisti nel governo, bisogna prendere atto di questa indisponibilità democristiana e acconciarvisi». Con questa mossa Craxi da un colpo alla tua iniziativa, mette in , difficoltà e blocca l'opera di Moro, da fiato alla destra interna alla DC e ai nostri interni minimalisti e opportunisti (che concepiscono [sic] che ogni nostra iniziativa è possibile solo se è sopportabile dalla DC quale oggi, solo se riceve il preventivo assenso di questo partito!).

Si fa il nostro Comitato centrale (dopo la risoluzione della Direzione del 7 dicembre): tu giustamente insisti per il governo di unità e solidarietà democratica, fai un rapporto magistrale, arrivi - per premere sulla DC - a formulare l'« ipotesi» di un governo PCI-PSI-PRI-PSDI con la astensione della DC, con ciò togliendo all'« ipotesi» ogni intento e significato «alternativistico». Accade che, mentre di tale «ipotesi» non a caso si servirà Moro per piegare i riottosi nell'assemblea dei parlamentari democristiani, Craxi invece la ignora e anzi - lui il «laico», lui il battagliero socialista rispetto agli «accomodanti» comunisti - la fa svalutare dalla stampa sua amica, solo perché a prospettarla sei stato tu, è stato il PCI. Insomma, tu avevi aperto la crisi di governo per far compiere al «quadro politico» il decisivo e qualitativo passo in avanti: il sabotatore della riuscita di questa iniziativa è stato Craxi. Tuttavia, un passo avanti tu lo hai ottenuto lo stesso con la costituzione della nuova maggioranza. Ma se dalla crisi governativa non si è avuta la soluzione pienamente all'altezza delle necessità del paese, soluzione alla quale era possibile giungere, ciò è avvenuto perché il tradimento di Craxi (favorito dalle prudenze eccessive e dalle incertezze dei nostri opportunisti) ha ridato le carte in mano alla DC. Tradimento divenuto ancora più lampante al momento della formazione del Governo, la cui deludente composizione è stata in gran parte dovuta agli interessati maneggi di Craxi (nei quali si sono lasciati indirettamente impastoiare anche alcuni nostri compagni), il quale Craxi ha ringagliardito l'arroganza DC, alleandosi con i suoi esponenti peggiori nel chiedere e ottenere. Costituitisi dunque troppo faticosamente la nuova maggioranza e a livello inadeguato il nuovo Governo, è stato possibile ai nostri nemici far partire subito la più grave e clamorosa manovra destabilizzatrice, con il sequestro di Moro.

Mi chiedo: se si fosse riusciti - come era del tutto possibile sulla base della tua iniziativa - a costituire non soltanto una maggioranza parlamentare comprendente il PCI ma un governo con la nostra partecipazione, si sarebbe osato egualmente rapire Moro? Già sento la risposta dell'opportunismo: «Avrebbero fatto anche peggio». E io invece dico che chi manovra le B. R. si sarebbe trovato in maggiori difficoltà. Comunque, vengono gli atroci 55 giorni. E’ inutile che mi soffermi sull'ignobile gioco che in quel periodo ha fatto Craxi: tu hai ben più di me conoscenza di elementi, circostanze, dettagli per valutare quanto sia stata sporca e irresponsabile la sua condotta. Eppure tu riesci a piegarlo, a sostenere Zaccagnini e la segreteria DC e vinci, sbaragli la linea della trattativa con le B. R. e del cedimento dello Stato. A cinque giorni di distanza dall'assassinio di Moro si fanno le amministrative parziali del 14 maggio. Perché la DC migliora, il PSI recupera e il PCI arretra? Perché io credo che dalla soddisfazione della gente per il successo della linea di coerente difesa dello Stato democratico e di rifiuto di accedere al baratto con i terroristi ha tratto vantaggio esclusivamente la DC, il partito al governo e da solo, il partito al potere, il partito-Stato; mentre dalla insoddisfazione delle masse l'atteggiamento da noi seguito prima dell'uccisione di Moro, cioè durante la crisi governativa, di troppo benevola comprensione per le difficoltà (del resto reali) in cui si dibatteva la DC e, successivamente (come però era giusto tare) di compianto sincero per Moro, di plauso per la fermezza dimostrata dalla DC e dal governo, si è avvantaggiato Craxi con la sua campagna di strumentale attacco «da sinistra» alla DC e al Governo attraverso il furbesco umanitarismo per la vita di Moro. C’è poi stato un altro elemento che ci ha danneggiato il 14 maggio, e questo è dipeso proprio da noi, dall'impostazione della nostra propaganda: è accaduto cioè che molti nostri oratori hanno trasformato il doveroso rispetto per il dramma della DC e la comprensione delle sue giuste ragioni in oblio totale di tutti i fatti e misfatti della DC, e addirittura in una assoluzione di tutti i suoi peccati.
Subito dopo, per fortuna del partito, c'è stato il tuo rapporto ai Segretari provinciali e regionali. Sia benedetto quel rapporto. Esso ha consentito al complesso del partito alla massa dei compagni, di vederci più chiaro, di sentire dette da tè le cose che essi pensavano, di individuare gli errori commessi non solo da certi compagni del gruppo dirigente, ma i vizi prevalenti dell'intero quadro dirigente di partito e di cominciare a correggerli.

La frustata che hai dato con quel rapporto, le due iniziative da tè volute (che potevano essere prese anche qualche giorno prima se non ci fossero state tante perplessità di alcuni membri di Segreteria) e cioè la lettera di sollecitazione ad Andreotti e, soprattutto, la richiesta pubblica di dimissioni di Leone, hanno cominciato a far sentire subito i loro benefici effetti in un miglioramento dei risultati elettorali del 25 giugno rispetto a quelli del 14 maggio e soprattutto nell'esito della battaglia presidenziale. Questi due fatti hanno ricacciato in gola a Craxi le grida di gioia che questi aveva levato dopo i risultati del 14 maggio, la gazzarra anticomunista, sul «declino» comunista, sulla fine del compromesso storico; hanno arginato l'ondata qualunquistica contro i partiti, contro le istituzioni, contro i «due pilastri» della nuova maggioranza - DC e PCI - che avrebbero dovuto venir travolti dalla vittoria del SI nel referendum sul finanziamento (sul quale non a caso Craxi aveva assunto la nota posizione ambigua e opportunistica, per essere pronto a sfruttare a suo vantaggio quell'eventuale vittoria dei SI); gli hanno rotto le uova nel paniere, che egli covava perché il pulcino nascesse a dicembre, e gli hanno fatto fallire il tentativo di portarci al guinzaglio a votare il suo candidato, quello a cui egli puntava sin dall'inizio, Antonio Giolitti, e hanno portato alla elezione del candidato che egli voleva bruciare e che aveva messo nella «rosa» solo come candidato di bandiera, come candidato «civetta». Ti sarai accorto, spero, durante la vicenda presidenziale, [di] chi voleva aiutarti, chi ti ha dato vera man forte su Pertini, chi voleva che tu uscissi indebolito, chi ha lavorato perché tu venissi sconfitto. Il fatto che non si cancella, come ho già avuto occasione di sottolinearti con gioia, è che tu dicesti: «Sia presidente Pertini», e Pertini è stato eletto presidente, in barba a tutti (ma proprio tutti)!


Estratto da: Promemoria su Craxi e la situazione politica (18 luglio 1978)
Antonio Tatò, Caro Berlinguer.
Note e appunti riservati di Antonio Tatò a Enrico Berlinguer 1969-1984
Einaudi, 320 pp.

(Antonio Tatò con Enrico Berlinguer in una foto dei primi anni Settanta tratta da: www.30giorni.it)