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1.Il dibattito sulla politica di Enrico
Berlinguer avviato da Aldo Tortorella e da Rossana Rossanda nei
due precedenti numeri di questa rivista (su questi stessi temi Tortorella
ritornerà anche nel prossimo fascicolo) sollecita a riprendere
e approfondire l'analisi dei drammatici quindici anni - quelli fra
il 1971 e il 1984, nei quali Enrico Berlinguer fu alla testa del
suo partito - che segnarono la fase di massima espansione del Pci
e insieme l'avvio del suo declino. In questo intervento mi propongo
di fermare l'attenzione su alcuni momenti della prima metà
degli anni settanta. In particolare sulla discussione che precedette
e accompagnò l'elaborazione della proposta del `compromesso
storico'; sulle ripercussioni che quella linea ebbe nella società
italiana, in particolare nel rapporto con le forze di ispirazione
cattolica; sulla successiva traduzione della formula del compromesso
nella pratica della `solidarietà nazionale', che fu a mio
avviso il vero grande errore di Enrico Berlinguer, dal quale egli
cercò poi di uscire (ma purtroppo era tardi) con la svolta
del 1979-80 e con le innovazioni politiche e culturali degli ultimi
anni. È chiaro che, nel ricostruire le vicende di quel
periodo e nel parlare dei limiti e degli errori del Pci, mi assumo
la mia parte di responsabilità per il ruolo da me allora
ricoperto - in verità un ruolo piuttosto marginale, sino
alla fine degli anni settanta - nel gruppo dirigente comunista.
Sono convinto, però, che sia dovere di tutti - e innanzitutto
di coloro che possono portare una testimonianza personale - dare
il proprio contributo per ricostruire la realtà dei fatti
e insieme per cercar di comprendere meglio le cause di quegli accadimenti.
Sarebbe funesto, invece, abbandonare il campo (come in parte è
già avvenuto) alla storiografia non soltanto di indirizzo
revisionista, ma schiettamente anticomunista che è venuta
di moda in questi ultimi anni. Così come sarebbe sbagliato
non cercare di opporre un'analisi più attenta e meditata
alle rozze strumentalizzazioni con le quali anche dirigenti `diessini'
(compreso Piero Fassino, nel suo recentissimo libro) hanno tentato
e tentano di giustificare con i presunti `errori' di Berlinguer
- il suo `conservatorismo', contrapposto alla `modernità'
di Craxi - i gravi cedimenti al moderatismo e al liberismo che nell'ultimo
decennio hanno caratterizzato la politica dei Democratici di sinistra.
2.
Un primo punto che mi pare opportuno sottolineare è che la
proposta del compromesso storico, se fu formulata da Enrico Berlinguer
nell'autunno del 1973 nei tre famosi articoli su «Rinascita»
1 dedicati al colpo di stato - sostenuto dagli Stati Uniti - che
aveva abbattuto in Cile il legittimo governo democratico di Salvador
Allende, era però già venuta maturando, nel gruppo
dirigente comunista, nel corso del dibattito che precedette, accompagnò,
seguì il XIII Congresso del Pci, svoltosi a Milano dal 13
al 17 marzo 1972, negli stessi giorni della tragica morte di Giangiacomo
Feltrinelli. La proposta uscita da quel congresso, rilanciata
con chiarezza da Berlinguer nel rapporto al Comitato centrale del
7-9 febbraio 1973 2, era infatti quella di «un programma di
rinnovamento e risanamento nazionale», che per realizzarsi
richiedeva «l'incontro e la collaborazione di tutte le forze
democratiche e anzitutto delle tre grandi componenti del movimento
popolare italiano: quella comunista, quella socialista e quella
cattolica» 3. Della possibilità di tale incontro Berlinguer
vedeva una conferma nella convergenza fra Cgil, Cisl e Uil, nella
larga partecipazione di forze cattoliche alle manifestazioni per
il Vietnam e alla battaglia antifascista, nelle comuni iniziative
per le riforme soprattutto in sede regionale e locale. Nel 1973
la discussione nel partito si sviluppò largamente - e anche
con varietà di accenti, come vedremo - sulla linea da seguire
per far maturare la prospettiva indicata dal Congresso. Un particolare
rilievo assunse, in quella discussione, l'impegno con cui fu preparato
un numero speciale del «Contemporaneo» (allora supplemento
mensile di «Rinascita») dedicato all'analisi e al dibattito
sulla `questione democristiana'. Ricordo bene quell'episodio, perché
a quella pubblicazione fui chiamato a partecipare sin dall'impostazione,
essendo considerato un `esperto' nelle vicende democristiane e sulla
questione cattolica. Il «Contemporaneo» uscì,
con dodici articoli che affrontavano vari aspetti della realtà
democristiana 4, inserito nel numero di «Rinascita»
del 25 maggio 1973. L'articolo principale, che apriva il fascicolo,
era opera di Gerardo Chiaromonte, che non era soltanto il direttore
di «Rinascita» in quel periodo, ma uno dei principali
esponenti della destra comunista, il cui peso era allora determinante
nelle scelte politiche del partito. È particolarmente significativo
che in quell'editoriale, che pure precede di diversi mesi il colpo
di stato in Cile, Chiaromonte anticipava quasi alla lettera (persino
sul tema, che più tardi susciterà tante polemiche,
dell'impossibilità di governare col 51 per cento) le analisi
e le argomentazioni con cui in autunno Enrico Berlinguer, nei tre
articoli su «Rinascita», avrebbe presentato la proposta
del compromesso storico. Infatti Chiaromonte, dopo aver sottolineato
i pericoli di contrapposizione frontale con la Dc, che spingeva
quel partito a un alleanza organica con la destra, così proseguiva:
«Diciamo di più: ammesso che le sinistre laiche, socialiste
e comuniste conquistassero il 51 per cento dei voti, superassero
le loro divergenze e riuscissero a mantenere la loro compattezza
e a formare un governo di sinistra, il progresso democratico e sociale
dell'Italia non potrebbe essere assicurato in una contrapposizione
frontale contro l'altro 49 per cento, al di fuori, cioè,
della ricerca del consenso e della collaborazione con il grosso
delle masse cattoliche e con le loro rappresentanze sindacali e
politiche. […] Perciò il punto vero dal quale dipende, in
grande parte, la realizzazione della svolta democratica è
che la Dc cambi profondamente la sua politica e che alla sua testa
vi siano uomini e gruppi schiettamente democratici e antifascisti,
che abbiano una visione democratica e nazionale dei problemi del
paese». Operare perché nella Dc si determinasse questo
cambiamento, e si creassero così le condizioni per un nuovo
incontro fra le forze antifasciste doveva dunque essere, per Chiaromonte,
l'impegno fondamentale del Pci 5. Come si vede, nell'editoriale
di Chiaromonte che nel maggio '73 apriva il numero del «Contemporaneo»
sulla `questione democristiana' era già lucidamente esposta,
a parte la formula specifica del `compromesso storico', tutta la
sostanza della proposta che Berlinguer avrebbe formulato quattro
mesi dopo, nei tre famosi articoli su «Rinascita». Ciò
dimostra che la tragedia cilena, se indubbiamente destò grande
emozione, ebbe però un ruolo accidentale nella scelta della
politica del compromesso storico. Quella scelta, infatti, era già
compiutamente maturata, da diversi mesi, nella maggioranza del gruppo
dirigente del Pci, con particolare impegno da parte della destra
comunista. In ogni caso nel numero del «Contemporaneo»
non mancavano altri accenti. Si differenziava, in particolare, l'articolo
di Pietro Ingrao. Mentre l'articolo di Chiaromonte poneva l'accento
sul tema, tipico della destra del PCI 6, dell'`arretratezza italiana'
(arretratezza economica, sociale, politica, che poteva dar fondamento
allo scivolamento a destra della Dc), viceversa Ingrao muoveva,
nella sua analisi, dal ruolo che la Dc aveva avuto nella modernizzazione
del paese e dalla mediazione da essa esercitata, attraverso le strutture
dell'interclassismo, fra trasformazione capitalistica e interessi
di ampi ceti popolari. La crisi della Dc, e dello stesso centro-sinistra,
nasceva dall'esaurirsi di queste mediazioni, di fronte ai nuovi
problemi che si ponevano nello sviluppo del paese. È dunque
nel cuore della società che occorreva soprattutto agire,
secondo Ingrao 7, per incidere su questa crisi: puntando su una
crescita della «democrazia organizzata, che allarghi la partecipazione
delle masse, le faccia uscire dalla delega ai notabili e le coinvolga
in grandi esperienze politiche unitarie». Tale crescita democratica,
e lo sviluppo dell'esperienza «dell'unità e dell'autonomia
delle classi lavoratrici» sono anche «la condizione
per spostare verso un nuovo orizzonte, verso un altro tipo di sviluppo,
anche forze borghesi, cioè per incidere su un'area vasta
(e non soltanto su frange) della Democrazia cristiana».
Quanto al mio articolo 8, esso proponeva una visione pessimistica
del dibattito aperto nella Dc in vista del congresso che si sarebbe
svolto di lì a poco. Rilevavo, infatti, la povertà
culturale e politica di quel dibattito, che non dava risposta né
ai grandi interrogativi emersi dal Concilio, né ai problemi
posti dall'esaurimento dello sviluppo degli anni '50 e '60, né
alle domande dei nuovi movimenti nati dal '68. Concludevo che non
era detto che la Dc trovasse la capacità di uscire da questa
crisi. In ogni caso, come era ovvio, fu l'editoriale di Chiaromonte
a indicare la prospettiva ufficialmente proposta dal gruppo dirigente.
Il dibattito che ne derivò servì a preparare il terreno,
anche alla base del partito, alla proposta del compromesso storico
così come fu formulata da Berlinguer negli articoli sul Cile.
3.
Ma perché, nonostante la forte spinta verso sinistra che
attraversava in quel momento la realtà sociale e politica
italiana e che scuoteva in profondità le radici dell'egemonia
della Dc, il gruppo dirigente comunista fu sostanzialmente compatto
(con le ben note eccezioni di Luigi Longo e di Umberto Terracini)
attorno alla proposta del compromesso storico, a parte le sfumature
nell'interpretarla e applicarla? E perché, in particolare,
Enrico Berlinguer insistette con tanta tenacia nel ricercare l'intesa
con la Dc come condizione necessaria per una svolta di risanamento
e rinnovamento? Rossana Rossanda avanza in proposito, nel suo
intervento sull'ultimo numero di questa rivista, l'interpretazione
che sia stato un «surplus gramsciano, o presunto tale»
a spingere Berlinguer ad annebbiare l'analisi di classe e a privilegiare
la considerazione etica che vi fosse una maggiore possibilità
di intesa con i cattolici, perché «meno assatanati
dai consumi che non i centristi laici». Ho già detto
che condivido (e ho sottolineato il significato anche autocritico
che, per quel che erano le mie responsabilità, attribuisco
a questa condivisione) il giudizio severo che Rossanda dà
sui guasti prodotti dal compromesso storico e soprattutto della
sua traduzione nell'esperienza della solidarietà nazionale.
Non sono invece d'accordo con l'interpretazione proposta circa le
motivazioni di quella scelta. Sembra a me, infatti, che un sia pur
malinteso gramscismo avrebbe spinto a dedicare molta maggiore attenzione
a ciò che si muoveva (e dopo il '68 era davvero molto) nella
società e nella cultura, e in particolare alle nuove domande
espresse dai movimenti giovanili, dalle esperienze femministe, dalla
nuova problematica espressa dalle stesse lotte operaie. In effetti
nei primi anni settanta Enrico Berlinguer riservò maggiore
interesse, rispetto ad altri dirigenti del Pci (basta pensare alla
dura critica di Amendola contro il '68), a quest'insieme di fatti:
in particolare ai movimenti delle donne, alle tematiche dell'ambiente,
all'emergere di nuove soggettività collettive che non erano
riducibili ai partiti. Ma su questo interesse finì per prevalere,
sotto l'incalzare della crisi, l'idea che un'azione di rinnovamento
potesse realizzarsi promuovendo una ripresa dell'unità antifascista
tra le grandi correnti popolari che avevano fatto la Costituzione:
dando vita così a quella seconda tappa della rivoluzione
democratica e antifascista in cui, per Berlinguer, si sarebbe dovuta
tradurre la politica del compromesso storico. Pare a me, perciò,
che quella proposta rispondesse, più che a un'ispirazione
gramsciana, ai fondamenti unitari della politica di Togliatti: ma
un Togliatti riletto, secondo la mentalità di quelli che
potremmo chiamare i suoi `nipotini', in chiave fortemente riduttiva
e verticistica. Ma quali furono, dunque, le motivazioni di fondo
che determinarono la scelta di Berlinguer e del gruppo dirigente
comunista? Due, fondamentalmente, a me pare. La prima - che nessuno
potrebbe considerare del tutto infondata - riguardava i pesanti
condizionamenti negativi sia interni (i `poteri forti', compresa
una parte della gerarchia ecclesiastica) sia internazionali (non
solo gli Stati Uniti: basta pensare al ruolo ostile svolto in quegli
anni dal governo socialdemocratico tedesco di Helmut Schmidt 9)
contro la prospettiva di un accesso dei comunisti al governo dell'Italia.
Non può perciò sorprendere che Berlinguer potesse
pensare - tanto più nel clima di crescente tensione che caratterizzò
quegli anni - che fosse possibile superare quegli ostacoli attraverso
un accordo con la Dc o almeno con una sua parte importante.
La seconda motivazione si fondava, invece, su una valutazione che
si sarebbe dimostrata errata: ossia la valutazione di Berlinguer
(e non solo sua) che le incertezze e le difficoltà che a
partire dal 1970 si erano venute accentuando nell'economia occidentale
fossero il segno - a parte lo choc della crisi petrolifera - del
palesarsi di una crescente incapacità del capitalismo, aggravata
in Italia dalla debolezza e dal conservatorismo della borghesia
nostrana, di far fronte alle sue interne contraddizioni, evitare
la recessione, avviare un nuovo sviluppo. In realtà quella
non era per nulla - come poi è apparso evidente - una fase
di stagnazione. Certo, giungeva a conclusione l'espansione
economica che aveva caratterizzato i decenni successivi alla Seconda
guerra mondiale: ma dietro l'apparente arresto dello sviluppo già
si stava avviando (anche se, sul momento, non molti se ne rendevano
conto) un processo di riorganizzazione e ristrutturazione economica
che sarebbe sfociato nella fase del postfordismo. Di questo non
si accorgeva Enrico Berlinguer, che anche su questo terreno era
allora fortemente condizionato dalle posizioni della destra comunista,
chiaramente illustrate dalla visione stagnazionista che ispirava
in quegli anni le analisi di Giorgio Amendola 10. Questa interpretazione
delle ragioni della crisi economico-sociali del paese portava Berlinguer,
e la maggioranza del gruppo dirigente comunista, a ritenere che
la proposta di un'intesa con una Dc che correggesse la sua politica
era anche la strada obbligata per stabilire almeno con la parte
più illuminata della borghesia italiana un diverso rapporto,
che evitasse `la comune rovina' delle due classi in lotta e consentisse
di riprendere, nella democrazia, un cammino di risanamento e di
progresso sociale ed economico. Si determinava però,
in questo modo, una situazione paradossale: proprio nel momento
in cui giungeva a poter contare in modo più incisivo nella
direzione politica del paese, il movimento operaio italiano offriva
una mano alla borghesia per aiutarla a uscire dalle difficoltà,
vere o presunte, in cui essa era venuta a trovarsi.
4.
C'è però un altro aspetto da considerare - ed è
certamente un aspetto di grande rilievo - per comprendere perché,
nonostante tutto, la proposta del compromesso storico raccolse tanto
consenso, almeno fino alle elezioni del 1976, dentro e fuori dal
Partito comunista e fu certamente uno dei fattori che maggiormente
contribuirono a portare il Pci al massimo delle sue fortune elettorali.
Mi riferisco alla `felice ambiguità' presente in quella proposta:
che da un lato, presentandosi come un'apertura verso il centro laico
e cattolico, consentiva al Pci di penetrare anche in settori di
orientamento moderato e comunque faceva cadere vecchi pregiudizi
anticomunisti; ma d'altro lato continuava ad essere accompagnata
da una severa polemica e da una lotta dura contro la Dc, il suo
sistema di potere, la politica delle clientele e delle mance, la
corruzione e il malgoverno: e appariva perciò come una proposta
di alternativa, in ogni caso di profondo cambiamento nella direzione
dell'Italia. Non va al riguardo dimenticato che il lancio della
formula del compromesso storico fu quasi immediatamente seguito
dallo scontro sul divorzio, nel quale tutto lo schieramento laico
e di sinistra si oppose alla Dc e alla destra, ma la forza del Pci
fu fondamentale nel determinare la sconfitta del referendum abrogativo
11; e che poi la preparazione della campagna per le elezioni regionali
e amministrative del '75 si intrecciò sia con la crescita
di un movimento sindacale che aveva il suo punto di forza nella
stretta unità tra Cgil, Cisl e Uil sia con grandi battaglie
di riforma sui temi della scuola, della sanità, dei servizi
sociali, del decentramento democratico sia, infine, con la tematica
delle `mani pulite', con la lotta alle clientele e al malgoverno,
con la rivendicazione di un modo nuovo di amministrare e governare.
Un punto che, a proposito di queste vicende, va particolarmente
sottolineato - in rapporto alla questione, mai ben risolta nella
formulazione della proposta del compromesso storico, del rapporto
tra questione cattolica e questione democristiana - è il
rilievo che assume in questa fase una vasta area di cattolici 12
(il cosiddetto `dissenso', in tal modo qualificato dalla stampa
in termini per la verità impropri), che si differenzia esplicitamente
e anzi si contrappone alla linea ufficiale della Dc; e che innanzitutto
sulla questione del divorzio, ma più in generale sui temi
della pace, della democrazia, del risanamento e del diverso sviluppo
del paese si colloca su una linea di aperta collaborazione con i
comunisti. Alla base di questa scelta c'erano, evidentemente, le
istanze di rinnovamento che erano frutto del grande risveglio conciliare;
ma c'era anche, in termini molto concreti, l'insofferenza che era
venuta crescendo nel corso degli anni nei confronti del malgoverno
di tanti esponenti democristiani. L'importanza del contributo che
settori anche estesi del mondo cattolico diedero alle battaglie
di quegli anni e il rilievo di alcune delle personalità che
furono alla testa di quel movimento (ricordo solo i nomi di Raniero
La Valle, di Piero Pratesi, di Giovanni Gozzini, di Paolo Brezzi,
di Adriano Ossicini e su un altro piano di Claudio Napoleoni) stanno
a dimostrare che un'azione meno preoccupata di giungere rapidamente
a intese di vertice col gruppo dirigente della Dc e invece rivolta
- anche con la necessaria gradualità e pazienza - a fare
maturare il dialogo con i settori del mondo cattolico più
sensibili alle istanze di un reale rinnovamento, avrebbe forse potuto
dare un diverso sbocco alla stessa strategia del compromesso storico.
In ogni caso anche la campagna per le elezioni amministrative del
1975 e la gestione del risultato altamente positivo ottenuto dal
Pci in quell'occasione 13 apparvero ispirate più alla logica
della costruzione di un'alternativa che a quella della ricerca a
ogni costo di un'intesa unitaria tra tutte le forze democratiche
e antifasciste. In questo clima anche la preparazione delle elezioni
politiche del 20 giugno 1976, che portarono il Pci al suo massimo
storico, avvenne sotto la spinta di una diffusa e radicale domanda
di cambiamento, sebbene già fosse avviato il dialogo con
Moro per la ricerca di una soluzione concordata. Il successo del
Pci nel voto del 20 giugno 14 esprimeva, perciò, nel sentimento
delle grandi masse (particolarmente nel Nord e nel Centro del paese)
la richiesta di perseguire e costruire coerentemente - senza dubbio
anche col contributo di forze di ispirazione cattolica, in particolare
quelle animate dagli impulsi del rinnovamento conciliare - un'alternativa
culturale, morale, politica alla gestione dello Stato messa in atto
dai governi democristiani e al tipo di sviluppo che questi governi
avevano dato al paese. In rapporto a questa domanda, la decisione
adottata da Berlinguer e dal gruppo dirigente comunista dopo le
elezioni, quella cioè di consentire con l'astensione, assieme
agli altri partiti democratici, la formazione di un monocolore democristiano
presieduto da Andreotti, non poteva non suscitare, in larghi settori
del partito e dell'elettorato, dubbi, sconcerto, delusione: che
erano rapidamente destinati a crescere, di fronte alla sconfortante
esperienza pratica della solidarietà nazionale. Ma perché
la strada scelta fu, quasi senza discutere, quella dell'astensione?
Quali furono le ragioni di fondo che portarono a questa decisione?
E davvero non erano possibili, pur nell'ambito della strategia sin
allora seguita, altre soluzioni o, per lo meno, l'avvio di un diverso
percorso? Su questi interrogativi conviene ritornare, con adeguata
analisi, in una prossima occasione.
note: 1 Enrico Berlinguer, Riflessioni
sull'Italia dopo i fatti del Cile, «Rinascita», 28 settembre,
5 e 12 ottobre 1973. 2 Enrico Berlinguer, Rapporto al
Cc e alla Ccc del 7-9 febbraio 1973, ripubblicato in La questione
comunista, Editori Riuniti 1975, pag. 528-567. 3 Ibidem,
pag. 557. 4 Gli autori dei 12 articoli erano: Gerardo
Chiaromonte, Alessandro Natta, Pietro Ingrao, Giorgio Amendola,
Aniello Coppola, Aris Accornero, Gaetano Di Marino, Luciano Barca,
Vincenzo Galetti, Adriana Seroni, Giuseppe Chiarante, Umberto Cerroni.
5 Gerardo Chiaromonte, I conti con la Dc, «Rinascita»-«Il
Contemporaneo», 25 maggio 1973. L'editoriale si concludeva
così: «La nostra lotta aspra contro la linea attuale
della Dc ha l'obiettivo […] di contribuire a mutare la linea politica
di questo partito. L'obiettivo non è semplice né facile.
Tuttavia non ne vediamo altri possibili, al di fuori di proposizioni
più o meno avventurose, che procurerebbero quasi certamente
al popolo italiano sofferenza e lutti e fratture profonde. Da tutta
la storia del nostro popolo emerge invece la necessità di
un progresso politico e democratico: a questa esigenza si ispira
la nostra politica verso il mondo cattolico e verso la Dc».
6 Già nel dibattito apertosi negli anni sessanta
sul centro-sinistra, Giorgio Amendola e la destra avevano fatto
leva sul tema della `arretratezza' e sulla conseguente incapacità
della borghesia italiana di `modernizzare il paese'. Per questo
era una fuga in avanti discutere di un `diverso sviluppo', come
proponeva Ingrao: per il pci sarebbe stato sufficiente sfidare Dc
e Psi ad attuare veramente quelle stesse riforme che erano nel loro
programma. 7 Pietro Ingrao, Sistema di potere e tipo
di sviluppo economico-sociale, «Rinascita»-«Il
Contemporaneo», 25 maggio 1973. 8 Giuseppe Chiarante,
La crisi dell'egemonia riversata sul paese, «Rinascita»-«Il
Contemporaneo», 25 maggio 1973. 9 Non si può
per esempio dimenticare che persino dopo le elezioni del 1976, in
una riunione svoltasi a Portorico fra i quattro grandi dell'Occidente,
fu proprio Schmidt, nonostante la sua appartenenza alla socialdemocrazia
tedesca, a proporre ai suoi partners, che erano Ford e Kissinger
per gli Usa, Debré per la Francia, Callaghan per la Gran
Bretagna, di tagliare gli aiuti economici e finanziari all'Italia
nel caso della formazione di un governo con i comunisti. Questa
presa di posizione di Schmidt incise certamente in misura non trascurabile
nell'evoluzione della situazione italiana, per diversi motivi. Non
solo perché a schierarsi in questo modo era, in quel momento,
l'esponente più rilevante del socialismo europeo, ma perché
la riunione di San Juan di Portorico si teneva a pochissimi giorni
dalle elezioni (il 27 giugno) e perché egli parlava anche
come creditore, avendo l'Italia dato in pegno alla Germania federale
parte della riserva aurea della Banca d'Italia in cambio di un prestito.
Certo è che Andreotti, che era già candidato in pectore
a guidare il `governo delle astensioni' non mancò di sottolineare
il fatto, nei suoi Diari 1976-1979, editi da Rizzoli nel 1981. Infatti
egli annotava: «Avremo tempo di spiegare al cancelliere la
situazione e chiedergli consiglio. Oggi rappresenta il paese al
quale abbiamo dovuto portare in pegno l'oro della riserva monetaria
per garantire gli ultimi prestiti. Non possiamo risentirci perché
si occupa di ciò che accade da noi, debitori».
10 In un saggio del 1973 su La classe operaia nel decennio
1961-71, pubblicato su «Critica Marxista», 1973, n.
6, Amendola non esitava a sostenere che «oggi tutta l'economia
dei paesi capitalistici è entrata in una fase di crescente
instabilità, di inflazione, di stagnazione e recessione.
Viene confermata ancora una volta l'incapacità del capitalismo
[…], pur con l'utilizzazione dei più raffinati strumenti
di controllo e di calcolo, a contenere le proprie contraddizioni,
a dominarle e a superarle». Sorprende l'arretratezza di questa
analisi: ma non si può non notare - anche per la coincidenza
di date - che essa fu uno dei fondamenti della proposta politica
del compromesso storico. 11 Il `no' all'abrogazione della
legge sul divorzio superò il 59% dei voti, nonostante i timori
di chi, come lo stesso Berlinguer, era pessimista circa l'esito
del referendum. Ma più ancora del dato numerico fu significativo
il clima morale e politico in cui maturò quel risultato:
che fu inteso come un'affermazione della laicità della politica
(e questo fu il senso della scelta anche di tanti cattolici) contro
lo spirito di intolleranza di chi voleva legare lo Stato e la sua
legislazione a una particolare ideologia o confessione religiosa.
12 Questo processo si sviluppò nei due anni che
vanno dalla campagna del '74 contro l'abrogazione del divorzio alle
elezioni politiche del '76, e in quest'occasione trovò uno
sbocco nell'elezione, nelle liste comuniste, di un folto gruppo
di personalità di formazione o provenienza cattolica, con
nomi di rilievo quali Raniero La Valle, Piero Pratesi, Claudio Napoleoni,
Giovanni Gozzini, Carla Codrignani, Pierluigi Onorato, Adriano Ossicini,
Paolo Brezzi, Angelo Romanò. 13 Nelle elezioni
regionali del 15 giugno 1975 il Pci sale al 33,4% (dal 26,5% nelle
regionali del '70 e dal 27,2% delle politiche del '72) mentre la
Dc scende al 35,3%. Come conseguenza di quel risultato, furono costituite,
ovunque possibile, giunte di sinistra con un ruolo del tutto preminente
dei comunisti. Pci, Psi e i loro alleati assunsero così l'amministrazione
di quasi tutte le maggiori città italiane: Torino, Genova,
Milano, Venezia, Bologna, Firenze e, successivamente Roma e Napoli,
con la Dc in minoranza. 14 In quelle elezioni il Pci
giungeva, infatti, al 34,4% dei voti validi. La Dc riusciva però
a realizzare una ripresa, raccogliendo il 38,8%, mentre il Psi scendeva
sotto il 10%. Erano fronte a fronte, come mai era accaduto, i due
maggiori partiti.
Ancora su Enrico
Berlinguer Alle origini del compromesso storico Giuseppe Chiarante, La
Rivista del Manifesto dicembre 2003
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