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Enrico Berlinguer

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Il naso di Craxi e le mele di Berlinguer
Adalberto Minucci, l'Unità 26 agosto 2003

 

 

Ho avuto qualche discussione con Bettino Craxi, poco dopo la sua elezione a segretario del Psi e, più tardi, in qualche dibattito parlamentare successivo alla sua nomina a presidente del Consiglio. Un rapporto polemico, in genere, su cui vale la pena tornare in un momento in cui si è ripreso a discutere sulla figura del leader socialista e sulla sua politica nei confronti del Pci.

Ricordo una sua battuta pubblicata sull’Avanti! del 9 settembre 1981: «Quando la polemica verso di noi si fa piccina e accidiosa, scava, scava, ucci, ucci, senti odore di Minucci». L’odore di Minucci, secondo il fiuto craxiano, era quello di un settario antisocialista e di un sostenitore della politica di Enrico Berlinguer. Ero allora uno dei cinque componenti della segreteria nazionale che facevano parte anche della direzione del Pci, con Enrico Berlinguer, Chiaromonte, Napolitano e Natta.

Qualche giornale, al mio ingresso nel vertice nazionale del partito, aveva scritto di «uomo nuovo» e di «delfino di Berlinguer». Ma Craxi non era certo un tipo che si lasciasse commuovere da fantasie giornalistiche. Tendeva piuttosto a condizionare il dibattito interno al gruppo dirigente del Pci, nella speranza che Berlinguer potesse uscirne indebolito.

Il leader socialista non si limitò a farmi oggetto della sua vis polemica, anticipando lo stile di Ghino di Tacco. Mostrò anche interesse e curiosità verso il «nemico». Pochi giorni dopo l’attacco sull’Avanti!, ricevetti una telefonata di Lucio Dalla che mi invitava a un suo concerto a Castel Sant’Angelo. «Non mancare, vuol vederti un amico comune». L’amico, che per la verità incontravo per la prima volta, era appunto Bettino Craxi. Entrai nella roulotte che fungeva da camerino mentre il cantautore, in piedi dinanzi allo specchio, stava completando la sua preparazione allo spettacolo. Seduto sull’unica sedia, i piedi gettati all’americana sull’unico tavolino, stava il segretario del Psi. Prima ancora che varcassi la soglia, Craxi mi accolse ripetendo con voce scherzosamente stentorea il suo «ucci, ucci».

Con qualche rammarico, perché ho sempre amato le canzoni di Dalla, il concerto lo seguimmo nelle condizioni meno favorevoli. Il cantautore ci aveva fatto sistemare nel retro del grande palco, dove la musica e le ovazioni di una gran folla di giovani ci giungevano come un rimbombo.

Craxi si preoccupò di spiegare quelle che definiva le premesse irrinunciabili della sua politica. Egli voleva arrestare e rovesciare a tutti i costi la tendenza al calo elettorale del Psi, che si era fatta molto pesante negli anni Settanta. «Berlinguer punta sulla sparizione del Psi, non ci vuole fra i piedi, e tu sei certamente della sua opinione». E aggiunse: «Del resto, molti socialisti sono giunti alla vostra stessa conclusione: pensano che per noi non ci sia più spazio, che il Pci non abbia più bisogno di intermediari per trattare con la Dc e con le forze della borghesia. Per cui l’unica via d’uscita sarebbe una confluenza più o meno onorevole nel vostro partito, come è avvenuto con il Psiup». Non si erano ancora resi conto, secondo lui, che si stava entrando in una fase nuova, nella quale lo spazio e il ruolo del Partito socialista erano destinati a crescere rapidamente.

«Quanto a voi comunisti, abbiamo già contribuito a mettere in crisi la vostra politica di solidarietà democratica. Abbiamo ostacolato e continueremo a ostacolare qualsiasi intrallazzo fra voi e la Dc...». È finita l’epoca aggiungeva in cui i socialisti scuotevano l’albero e i comunisti raccoglievano le mele. Dobbiamo combattere su due fronti o come mi disse con un linguaggio più colorito «sgomitare a destra e a sinistra».

Lo «sgomitamento» comportava un certo grado di schizofrenia, gli feci notare. Ricordai che in una recente riunione fra le segreterie dei due partiti egli si era formalmente impegnato ad attuare la scelta di Francesco De Martino, secondo la quale i socialisti non sarebbero entrati in un governo senza la presenza dei comunisti. Ma poco dopo rovesciò questa posizione, accettando il cosiddetto «preambolo Forlani» che segnava un netto spostamento a destra della Dc del dopo-Moro e rifiutava ogni ipotesi di governo con il Pci.

La spinta moderato-conservatrice era già in atto da qualche anno, si era manifestata dopo l’assassinio di Moro, e a seguito delle pressioni di certa diplomazia americana decisamente contraria all’ingresso dei comunisti italiani nel governo, dell’iniziativa della P2 e dei gruppi più conservatori della borghesia italiana. Consapevole delle attitudini del segretario socialista, la destra democristiana, fin dall’inizio del pentapartito, non esitò a far balenare l’ipotesi di una presidenza del Consiglio a Craxi in cambio di una rottura con il Pci e di una politica governativa moderato-reaganiana. E il paradosso dell’operazione consistette in questo: che solo quando Craxi divenne presidente del Consiglio, nel luglio 1983, anche a seguito di un pur modesto incremento di voti socialisti, il governo basato sull’asse Dc-Psi poté finalmente impegnarsi in una politica apertamente conservatrice, di netta contrapposizione ai comunisti e al movimento dei lavoratori.

Lo «strappo» avvenne con il decreto di San Valentino. Nessun premier democristiano aveva osato imporre un taglio dei salari per decreto. Le diatribe sull’entità del tagli e sui meccanismi della scala mobile, enfatizzate anche da autorevoli dirigenti sindacali e da esponenti del Pci, ebbero una funzione riduttiva rispetto alla gravità della decisione craxiana. Alcuni ritennero che un premierato socialista avesse comunque un significato «riformista»: e non a caso la parola «riformismo» cominciò da allora a dilagare come pass-partout per ogni scelta politica. Tutto ciò contribuì a mettere in ombra la questione cruciale sollevata sin dall’inizio da Enrico Berliguer: e cioè che la manomissione di un contratto sindacale di quella portata, mediante decreto governativo, costituiva un colpo decisivo non solo al potere ma all’autonomia dei sindacati, ovvero a uno dei pilastri peculiari e insostituibili della democrazia italiana.

La pretesa di esercitare un ruolo dominante nel governo, con una forza elettorale inferiore o di poco superiore al dieci per cento ma con la possibilità di ricattare la Dc consentendole di emarginare la sua sinistra interna e di isolare il Pci, fu la ragione principale dell’illusorio successo e della definitiva sconfitta di Craxi. Per un verso la destra democristiana tese a far valere il suo peso imponendo al governo una politica sostanzialmente conservatrice. Per altro verso, nel tentativo di bilanciare la sua debolezza politico-elettorale, il Psi si dedicò a una sfrenata caccia ai posti di potere, nelle amministrazioni pubbliche, negli enti economici statali e ovunque fosse possibile. La corruzione governativa, un tempo facoltativa, da quel momento divenne obbligatoria. E non è forse un caso che il primo scandalo di Tangentopoli, quello dell’ospizio dei poveri vecchi Pio Albergo Trivulzio, fosse di marca socialista. Né il fatto che Craxi stesso sia stato coinvolto in sei procedimenti giudiziari, uno solo dei quali fu concluso con una condanna a quattro anni. Ancora una volta Berlinguer aveva saputo guardare lontano, sollevando la «questione morale» come nodo centrale del futuro del Paese. La debolezza di Craxi, al contrario, stava nella incapacità di misurarsi con le grandi questioni nazionali, nella affannosa ricerca delle percentuali e di un potere fine a se stesso.

Anche nei rapporti con i partiti socialisti europei la politica di Berlinguer aveva assunto un rilievo del tutto nuovo. Basta ricordare l’amicizia con Brandt, Mitterrand, Palme. Avendo preso parte al Congresso del Partito socialista francese a Nantes, rimasi colpito dal fatto che l’accoglienza al Pci fu molto più calorosa di quella riservata al Psi. Al termine dei lavori Mitterrand mi pregò di dire a Berlinguer che considerava la sua scelta eurocomunista e la sua fermezza nella valorizzazione della democrazia politica come un punto di riferimento essenziale per tutta la sinistra europea.

Che dalle vicende reali di quel periodo si possa ricavare che Craxi abbia messo in scacco Berlinguer può essere solo il frutto di una non conoscenza delle cose. Così come l’attribuire al segretario del Pci il rifiuto di un accordo con il leader socialista per indurre la Dc del «preambolo Forlani» a formare un governo con entrambi i partiti della sinistra.

Le ragioni di Berlinguer appaiono oggi più forti di ieri. Il futuro della sinistra non può prescindere dalle sue idee e dalle sue esperienze. Sino alla conclusione della sua vita, quasi simbolicamente, coincidente, con la straordinaria avanzata elettorale del Pci: che diventò il primo partito italiano e il primo partito della sinistra europea.

Il naso di Craxi e le mele di Berlinguer
di Adalberto Minucci, l'Unità 26 agosto 2003