|
È
noto che nella cultura politica del PCI la storia del Partito è
stata sempre letta in termini di rinnovamento nella continuità.
Si tratta di un’interpretazione sostanzialmente veritiera. Da questo
punto di vista, il “compromesso storico” teorizzato da Berlinguer
è emblematico: nonostante le “discontinuità” (Vacca)
che pure presenta, esso per certi versi è il “catalizzatore”
di una tendenza strategica di lunga durata. Essa prende avvio
già da Gramsci, che coglie l’importanza per la “rivoluzione
italiana” di un “blocco storico” tra la classe operaia settentrionale
di orientamento socialista e masse contadine, perlopiù meridionali
e cattoliche. Ma è soprattutto con Togliatti – il Togliatti
del “Partito nuovo”, dell’unità nazionale antifascista e
della “democrazia progressiva” – che la politica delle alleanze
trova la sua massima centralità. Fin dalla Resistenza,
Togliatti individua l’importanza di un’azione unitaria tra le forze
socialcomuniste e forze cattoliche, rappresentate dalla DC. All’interno
di quest’ultima si individua la compresenza di un’ala conservatrice,
legata alla “borghesia possidente” e alla parte più retriva
della Chiesa cattolica, e un’ala democratica, più radicata
nelle masse popolari. Questa concezione della DC come partito “a
due facce” rimarrà una costante nella cultura politica del
PCI, che si porrà l’obiettivo di favorirne l’ala progressista,
evitando così che la DC scivoli a destra, trascinando con
sé l’intero quadro politico. L’alleanza tra le tre grandi
forze di ispirazione popolare viene così vista come una “necessità
storica e politica” (1946), o addirittura come “un aspetto della
via italiana al socialismo” (1960). In altri momenti, Togliatti
si rivolgerà direttamente alle masse cattoliche, con gli
appelli per la pace e la salvezza del genere umano, nel tentativo
di acuire la contraddizione, ormai sempre più evidente, tra
il gruppo dirigente conservatore della DC e masse cattoliche potenzialmente
progressive. Morto Togliatti, a seguito del Concilio Vaticano II
e dell’emergere di un diffuso “dissenso” cattolico, si valuterà
anche la possibilità di rompere l’unità politica dei
cattolici, ma al tempo stesso si accentuerà il dialogo con
la sinistra democristiana, al fine di costruire quella “unità
delle forze di sinistra laiche e cattoliche”, che consenta di andare
oltre il centrosinistra.
La
strategia di Berlinguer nasce su questo retroterra. Ma nasce anche
dalla storia italiana (e mondiale) della fine degli anni ’60 e dei
primi anni ’70, allorché, sotto la spinta dei grandi movimenti
di massa del 1968-69, matura quella grande avanzata del movimento
operaio e democratico, a cui lo Stato italiano e l’alleato americano
reagiscono innescando la strategia della tensione. In questo quadro,
si collocano le stragi di piazza Fontana, di Gioia Tauro e della
questura di Milano, il tentativo golpista di Borghese, l’attivismo
del SID nello scongiurare un’evoluzione del quadro politico verso
sinistra. Né è senza significato l’intesa tra DC e
MSI sull’elezione di Leone a Capo dello Stato (1971). Dall’altra
parte, l’approvazione dello Statuto dei lavoratori e della legge
sul divorzio, la nascita delle Regioni, le grandi lotte operaie.
Sul piano internazionale, alla situazione di grave crisi economica
si affianca l’ulteriore avanzata dei movimenti di liberazione (Vietnam)
e l’emergere di governi progressisti come quello di Allende in Cile.
Quest’ultimo, che si regge su un’unità delle sinistre con
appoggio esterno democristiano, è rovesciato nel settembre
1973 dal colpo di Stato di Pinochet, sostenuto dalla CIA e da multinazionali
come la ITT. Berlinguer commenta i fatti cileni con tre saggi su
“Rinascita”, nei quali afferma che, in Italia come in Cile, non
si può governare col 51%, ossia con un fronte di forze esclusivamente
di sinistra; solo il consenso “della grande maggioranza della popolazione”,
e dunque una “strategia delle alleanze” che sposti settori consistenti
di ceto medio, è possibile scongiurare – o almeno rendere
più difficile – colpi di mano autoritari e tragedie come
quella cilena. Occorre quindi riprendere il processo di rinnovamento
e di unità avviatosi con la Resistenza, attraverso un “compromesso
storico” tra le maggiori forze popolari e il perseguimento di una
“alternativa democratica” alla direzione del Paese. Si tratta
dunque della riproposizione e dell’aggiornamento della tradizionale
politica unitaria del PCI, anche se Berlinguer allarga la sua visione
delle alleanze fino a comprendervi i nuovi movimenti e le soggettività
sociali, politiche e culturali emergenti. Nella sua proposta, dunque,
c’è anche qualcosa di nuovo, che allude fin d’ora a quel
“rinnovamento della politica” su cui si soffermerà negli
anni ’80. Tuttavia, la DC di Fanfani è un interlocutore ben
poco adatto: sulla questione del divorzio, il Segretario democristiano
spinge per il referendum abrogativo, alleandosi ancora col MSI e
puntando a ricostituire un fronte anticomunista. Ciò che
avviene, al contrario, è l’aggregarsi di un ampio comitato
di “Cattolici per il NO”, e la vittoria del NO con circa il 60%
dei voti. Due settimane dopo, la strage di piazza della Loggia:
un altro segnale inequivocabile delle forze reazionarie. Berlinguer
torna a chiedere un mutamento di linea e gruppo dirigente della
DC, rilanciando la prospettiva di un governo “di svolta democratica”.
La strategia della tensione, intanto, è in pieno sviluppo:
in agosto c’è la strage dell’Italicus. Al XIV congresso
(1975), Berlinguer precisa che il compromesso storico è una
strategia di ampio respiro, non riducibile alla richiesta di partecipazione
comunista al governo; è “un più avanzato terreno di
lotta” e “una sfida” alle altre forze democratiche. In sostanza,
è una proposta volta a superare la conventio ad excludendum
ai danni del PCI. Se la DC si rivela del tutto ostile alla proposta
berlingueriana, non di meno lo sono le BR, che nella loro prima
risoluzione strategica condannano il compromesso storico senza mezzi
termini. Ma soprattutto sono ostili gli Stati Uniti, che con Kissinger
ribadiscono il loro veto ad un’eventuale ingresso al governo del
PCI, ormai plausibile dopo la grande avanzata elettorale delle Amministrative
del ’75. Nella DC, intanto, il gruppo dirigente è cambiato,
e nuovo Segretario è Zaccagnini, più aperto ad un
dialogo coi comunisti. Alla vigilia delle elezioni del 1976, Berlinguer
rilancia la proposta di “un governo di unità democratica”,
una sorta di Große Koalition che comprenda “tutti i partiti
democratici e popolari compreso il PCI”, invitando l’elettorato
ad indebolire la DC. Quest’ultima, dal canto suo, rispolvera il
vecchio anticomunismo, chiamando a raccolta grande capitale e Chiesa.
A pochi giorni dal voto, Berlinguer afferma che in Italia si deve
costruire “il socialismo nella libertà”, ciò per cui
si sente “più sicuro nel blocco occidentale e dunque nell’ambito
della NATO” – un’affermazione piuttosto discutibile, che Berlinguer
tempera aggiungendo che “di qua, all’Ovest, alcuni non vorrebbero
nemmeno lasciarci cominciare a farlo [il socialismo], anche nella
libertà”. Le elezioni però si concludono con “due
vincitori”: il PCI, che giunge al 34.4%, e la DC, col 38.7%. Per
la prima volta un comunista – Ingrao – è eletto presidente
della Camera, e al PCI vanno anche le presidenze di varie commissioni
parlamentari. Il governo, invece, è un monocolore democristiano
guidato da Andreotti, che si regge sulle astensioni di PSI, PSDI,
PRI, e su quella – determinante – del PCI: è il governo “della
non sfiducia”. Cominci quindi l’esperienza della “solidarietà
nazionale”. La DC, in questo modo, cerca di “guadagnar tempo concedendo
il meno possibile” (Valentini). Per i comunisti, “è un accordo
provvisorio suggerito dalla gravità della situazione” (Fiori).
L’Italia infatti è in balia della crisi economica, a cui
il governo cerca di riparare con una serie di pesanti misure antinflazionistiche,
che anche il PCI sostiene. Per Berlinguer, tuttavia, la soluzione
sta in una politica di austerità, che sia al tempo stesso
portatrice di “un nuovo tipo di sviluppo economico e sociale” e
di un mutamento della direzione politica del Paese. Occorre – dice
– “un nuovo meccanismo di sviluppo”, basato su lotta gli sprechi,
programmazione economica, nuove politiche per scuola, trasporti
e sanità, affinché migliori la qualità della
vita e si inseriscano nella società “elementi di socialismo”.
Al tema dell’austerità, il PCI dedica anche un importante
convegno, concluso da Berlinguer, che ricollega la sua proposta
di politica economica ad un quadro di rapporti internazionali che
non possono più basarsi su quello sfruttamento delle risorse
del Terzo mondo che consente l’iper-consumo dei paesi a capitalismo
avanzato. Tuttavia, il sostegno del PCI alle misure antinflazionistiche
comincia a ingenerare nei settori popolari notevoli perplessità,
su cui fanno leva il PSI di Craxi, la UIL, la CISL, cavalcando strumentalmente
anche le critiche dei gruppi extraparlamentari. La rottura tra
questi ultimi – e il movimento del ’77 – e la “sinistra storica”
è sancita drammaticamente dagli scontri che avvengono tra
studenti e servizio d’ordine della CGIL, allorché Lama tenta
di tenere un comizio all’interno dell’Università di Roma
occupata. Il PCI, dunque, è in difficoltà, in qualche
modo “accerchiato”, senza una precisa collocazione, non più
all’opposizione ma neanche al governo. Tuttavia – dirà Chiaromonte
– la strada era quasi obbligata, cosicché si decide di andare
avanti, verificando fino in fondo le possibilità esistenti.
Si chiede agli altri partiti un “accordo programmatico”, ma si ottiene
solo una mozione comune. Le resistenze istituzionali e politiche
al cambiamento costituiscono dunque una sorta di “muro di gomma”.
A questo punto, mentre la situazione sociale si aggrava sempre di
più e monta la protesta operaia, il PCI prende le distanze
dal governo, che – perso anche l’appoggio del PRI – si dimette.
Seguono due mesi – i primi del “terribile 1978” – di convulse trattative,
incontri, contatti. Per due volte Berlinguer e Moro si incontrano
segretamente. Il Segretario del PCI chiede a Moro di fare opera
di mediazione come fece per il centrosinistra, per passare “dalla
democrazia difficile alla democrazia compiuta”; il leader democristiano,
infine, accetta di sostenere l’ingresso del PCI nella maggioranza
governativa. Si va quindi all’incontro ufficiale tra i due partiti,
ma alla fine la nuova lista dei ministri proposta da Andreotti è
molto simile alla precedente, e non si accolgono le novità
chieste dai comunisti. Il gruppo dirigente del PCI è incerto
sul da farsi, ma il giorno stesso in cui il nuovo governo deve presentarsi
alle Camere, Moro viene rapito dalle BR. Il rapimento e la morte
di Moro sono la “pietra tombale” del compromesso storico (Barbagallo).
Esso, pur rappresentando “una strategia di transizione” (Vacca),
finisce col trovare la sua unica espressione concreta in un’esperienza
molto parziale, profondamente segnata dalla drammaticità
della situazione. Nei mesi successivi, nonostante l’approvazione
di alcune importanti riforme (legge 180, aborto, equo canone, servizio
sanitario nazionale), il PCI si rende conto – come dice Amendola
– di fare “la guardia a un bidone vuoto”, cosicché all’inizio
del ’79 decide “il disimpegno” dalla maggioranza. È la fine
della politica di solidarietà nazionale, ma anche un colpo
mortale per la strategia del compromesso storico nel suo complesso,
nonostante le trattative continuino ancora per tutto l’anno. Nel
1980, infatti, Berlinguer lancia la parola d’ordine dell’alternativa
democratica, aprendo una nuova fase in cui i problemi della riforma
della politica e della qualità dello sviluppo saranno al
centro della sua riflessione.
Sul
significato del compromesso storico – e in particolare della “solidarietà
nazionale” – ha scritto G. Chiaromonte: “Cercammo di portare al
più alto livello di coerenza e concretizzazione la grande
svolta avviata, nel 1944, da Togliatti, nel senso di uno sviluppo
del PCI da partito di denuncia, di propaganda, di testimonianza,
a partito che fa politica, che lotta per avviare a soluzione i problemi
delle masse e del paese, a partito di governo. Non potevamo tirarci
indietro”. D’altra parte, quella della “solidarietà nazionale”
fu “un’esperienza drammatica e alla fine perdente”. Essa scontò
una serie di limiti non secondari: in primo luogo il gruppo dirigente
comunista peccò di verticismo e politicismo, nel senso che
ridusse quella che era una strategia di portata “storica” – e che
richiedeva un forte e costante protagonismo di massa – a una serie
di incontri, contatti, trattative, che finirono per sfiancare il
PCI e logorarlo proprio sul piano dei rapporti di massa, anche a
causa delle eccessive mediazioni cui il Partito si sottopose. In
questo, i comunisti – e Berlinguer in particolare – peccarono anche
di ingenuità nei confronti della DC, cosa che essi stessi
riconosceranno. È chiaro però che vi sono anche
limiti più profondi. La strategia di incontro con le masse
cattoliche – così come era stata impostata da Gramsci e Togliatti
– implicava comunque un costante esercizio di egemonia (Vacca);
al contrario, nell’esperienza della “solidarietà nazionale”
è riscontrabile una notevole carenza di egemonia, sul piano
politico, ideale, programmatico. Inoltre l’incontro prefigurato
da Togliatti è quello con le masse cattoliche: se nell’immediato
dopoguerra questo significava tout court fare i conti con la DC,
negli anni ’70 – dopo l’emergere del “dissenso cattolico”, le prese
di posizione delle ACLI ecc. – la situazione era ben più
ricca e complessa. Al contrario, legittimare la DC come unico rappresentante
del mondo cattolico, mirando a una transazione con essa, anziché
alla conquista diretta – sul piano politico e ideale – della masse
cattoliche, costituì un altro pesante limite. Il voto del
1965-76, peraltro, era stato un voto contro la DC: di qui la delusione
di molti e il riflusso successivo, abilmente “cavalcato” dal PSI
craxiano e dai vari gruppi estremisti. L’analisi della DC come
partito “a più facce” fu inoltre almeno in parte inadeguata:
quello democristiano – cosa che pure in vari momenti si era detta
– era il partito della conservazione, nonostante la presenza di
una sinistra interna – probabilmente sopravvalutata – ed era il
partito che difendeva al meglio gli interessi della borghesia, nonostante
la base in parte popolare. Ma accanto a quelli soggettivi, vi
furono anche forti limiti oggettivi: i caratteri e la forza del
sistema di potere democristiano, il ruolo negativo di PSI, estremisti
e BR, le trame dei servizi, le resistenze dello Stato al cambiamento.
La stessa morte di Moro tolse alla strategia berlingueriana il suo
interlocutore, il che in qualche modo le impedì di esplicarsi
completamente. Infine, il contesto internazionale. Nel mondo
diviso in blocchi, la sovranità limitata non esisteva solo
in Cecoslovacchia; e non a caso il PCI lottava per il superamento
dei blocchi stessi. Contro questo muro – e quello delle resistenze
conservatrici e reazionarie, dell’anticomunismo eversivo – si infranse
il compromesso storico, e cioè l’ultima espressione di quella
strategia che ha caratterizzato – nel bene e nel male – gran parte
della vicenda dei comunisti italiani.
Significato
e limiti del compromesso storico Relazione di Alexander
Hobel
al seminario su Enrico Berlinguer organizzato dall'Ars di Napoli
2002
|
|