Con Berlinguer e Natta quando Moro fu rapito |
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La notizia è destinata a sconvolgere l’Italia e, probabilmente, anche a condizionare gli orientamenti del gruppo dirigente del Pci. Non a caso Berlinguer è giunto quella mattina molto presto alla Camera. La solita grossa mazzetta di giornali sotto il braccio, era apparso scuro in volto mentre raggiungeva lo studio di Natta per un colloquio assai delicato (e quanto lo fosse testimonia la nervosa reazione alla mia telefonata). Fatto è che, nel cuor della notte appena trascorsa, Andreotti aveva dato gli ultimi - ma non concordati - ritocchi alla lista dei ministri includendovi nomi molto discussi: Bisaglia, Stammati, altri ancora. Inevitabile e sacrosanta l’irritazione di Berlinguer e Natta, ed incertissime le conseguenze: era nell’aria la convocazione di una riunione della direzione del partito, subito dopo l’esposizione programmatica di Andreotti, per decidere una volta e per tutte l’atteggiamento dei comunisti: inghiottire il rospo? Abbandonare la maggioranza e far saltare il governo ancor prima della fiducia? C’erano opinioni diverse, contrastanti. Se la situazione non fosse precipitata con il sequestro di Moro, penso che il Pci avrebbe preso cappello. Ma se su questo ogni decisione era ancora sospesa, già un quarto d’ora dopo il sequestro del leader dc un’altra decisione era assunta nello studio di Natta che s’andava affollando di dirigenti del partito e dove Enrico Berlinguer taceva, il viso contratto e di un pallore che non dimentico: proporre agli alleati che le Camere votassero la fiducia nel giro di poche ore perché un governo nella pienezza delle funzioni potesse in qualche modo fronteggiare la più grave emergenza degli anni di piombo, forse di tutto il dopoguerra. Le consultazioni con gli altri partiti erano ancora in corso quando, in un angolo del grande tavolo di Natta, Berlinguer aveva già cominciato a vergare sui suoi grandi fogli bianchi e porosi da ciclostile l’intervento che avrebbe pronunciato di lì a poco nell’aula di Montecitorio: il primo giudizio sull’attacco «ad una delle personalità più eminenti della vita politica», ma anche le pesanti riserve sulla composizione del governo superate solo dalla inattesa, drammatica emergenza. «L’attacco portato con calcolata determinazione - dirà il segretario del Pci - segna un punto di estrema gravità e di pericolo per la repubblica. Tutte le energie devono essere unite e raccolte perché l’attacco eversivo sia respinto con il vigore e la fermezza necessaria, con saldezza di nervi (non solo le destre ma anche i repubblicani invocano il ripristino della pena di morte, ndr), adottando tutte le misure per salvare le istituzioni e garantire sicurezza e ordine democratico». Per questo il Pci ha «ritenuto che fosse dovere delle Camere porre il governo in grado di esercitare in pieno, oggi stesso, i poteri e i doveri che costituzionalmente gli competono». Tanto più che, «sia pure faticosamente e in modo non pienamente adeguato alla situazione», «ha prevalso la linea della solidarietà, della corresponsabilità, della collaborazione». Berlinguer preciserà subito il senso di quel sia pure. Non solo «l’opposizione della Dc ha impedito che la crisi si concludesse con la costituzione di un governo di unità nazionale e democratica della quale facesse parte anche il Pci», ma per giunta si è costituito un ministero che «per il modo in cui è stato composto suscita la nostra severa critica e seri interrogativi e riserve» manifestamente superati dagli eventi, ma non subìti. Con quelle parole già si apriva una nuova, difficile pagina: i terribili cinquantacinque giorni della prigionia di Moro, il suo assassinio, la lenta consumazione dell’esperienza della solidarietà nazionale. Ma questa è un’altra storia.
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