"Caro Berlinguer" appunti riservati di Tonino
Tatò |
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La prospettiva della rivoluzione comunista in Occidente, il rapporto con l'Unione Sovietica, il terrorismo e la crisi della politica, la questione morale, il craxismo, i contrasti interni al Pci. Tutti gli snodi cruciali di oltre un decennio di storia italiana appaiono in controluce nel volume di note e appunti riservati che Antonio Tatò, uomo di fiducia di Enrico Berlinguer, redigeva con costanza e puntiglio all'allora segretario del Pci. Proprio il carattere informale di questi scritti - a volte resoconti di colloqui con esponenti di altri partiti, a volte riflessioni in forma di veri e propri saggi politico-culturali - fanno di Caro Berlinguer (Einaudi, pp. 338, euro 14,50) una fonte storica di eccezionale importanza, al di là dei personali radicamenti negli schieramenti politici di quel periodo storico. «La pubblicazione completa di documenti così importanti, riservati e recenti - spiega nella prefazione lo storico Francesco Barbagallo - è stata decisa dagli organismi dirigenti della Fondazione Istituto Gramsci per due motivi: contribuire alla ricostruzione della storia dell'Italia repubblicana e cercare di evitare deleteri scoop fatti di brandelli documentari, incompresi e distorti». Né va dimenticato che si tratta di appunti - spesso infarciti di giudizi duri -non destinati alla pubblicazione ma alla conoscenza esclusiva del solo Berlinguer. Le annotazioni durante la prima fase della segreteria di Berlinguer sono rarefatte e incomparabile, per numero e per respiro, a quelle del periodo successivo al 1978. Fanno eccezione, nel primo arco temporale, due ampie riflessioni del '76 su capitalismo e socialismo, e sull'intreccio tra crisi economica e bisogno di democrazia. Al tema della crisi del sistema imperialistico e capitalistico mondiale Berlinguer aveva dedicato alcuni passi della relazione al XIV congresso del Pci. Era una lettura sostanzialmente catastrofica dello sviluppo del capitalismo, incentrata sugli elementi di crisi, di recessione, di calo produttivo nei sette principali paesi capitalistici. Mancava, invece, l'altro aspetto di questa crisi «ch'era, ancora, - commenta Barbagallo - di ristrutturazione innovativa dei sistemi capitalistici di produzione». Alle tendenze critiche incorporate nel capitalismo si contrapponeva lo sviluppo produttivo dei paesi socialisti nei primi anni Settanta; «in quei paesi - commentava Berlinguer -esiste un clima morale superiore, mentre le società capitalistiche sono sempre più colpite da un decadimento di idealità e valori etici e da processi sempre più ampi di corruzione e disgregazione». Ma
intanto si cercava una nuova prospettiva rivoluzionaria in Occidente,
fondata sull'egemonia e considerata indispensabile anche per riformare
lo stesso socialismo nei paesi dell'Est. «Se noi comunisti
italiani, con la nostra politica di ampia unità nel nostro
paese e in Europa, riusciamo a mettere in moto un cambiamento in
direzione del socialismo della nostra società e di quelle
dell'occidente capitalistico, avvieremo un processo che può
avere ripercussioni di portata effettivamente mondiale: nel senso
che, da un lato, imprimeremo una spinta allo sviluppo verso le libertà
politiche, sindacali, artistiche, culturali dei paesi, degli Stati,
dei sistemi socialisti dell'Europa orientale, ed eserciteremo una
spinta allo sviluppo verso il socialismo del restante mondo capitalistico».
Nel frattempo, la strategia del compromesso storico si consuma tra le fratture interne al gruppo dirigente, in un distacco crescente della pratica di mediazioni con la Dc e l'elaborazione ideale. Nei giorni di Pasqua del '79 Tatò accusa l'area socialdemocratica del Pci di «opportunismo di destra», e di essere ancorata alla concezione dei «piccoli passi», alla pura e semplice amministrazione del presente. Il quadro politico cambia completamente negli ultimi anni di vita di Berlinguer. Craxi consolida il dominio accentratore nel Psi e farà dell'uso spregiudicato di qualsiasi mezzo pur di raggiungere il governo e l'autonomia dal Pci - in un sistema di potere analogo a quello democristiano - il proprio leit motiv. «Dalle carte di Tatò - riassume Barbagallo - esce confermata la centralità del conflitto, in questi anni tra Berlinguer e Craxi. Tutto li divideva: il carattere, la struttura morale, la prospettiva e la pratica politica». Nel marzo dell'81, ad esempio, Tatò riferisce di una cena tra Scalfari e il gruppo editoriale «L'Espresso-Repubblica», da un lato, e Craxi e una delegazione del Psi, dall'altro. Il segretario socialista lancia una proposta al Pci: un governo laico-libertario senza Dc, con l'appoggio esterno dei comunisti. Il commento di Tatò su Craxi è perentorio, «non trova un cane che chieda o sostenga la presidenza socialista... e provocatoriamente chiede che si sia noi comunisti a fare questa proposta. In cambio di che? Del rilascio di una patente al Pci di partito di governo, di una dichiarazione "solenne e irrevocabile" che però resterebbe un puro flatus vocis, giacché a quella dichiarazione non conseguirebbe l'ingresso del Pci al governo». La centralità della questione morale, lo scandalo della loggia P2, la necessità di rigenerare il ruolo dei partiti e di una politica delle classi lavoratrici saranno l'ossatura della critica berlingueriana al craxismo. C'è una strenua lotta per marcare la diversità del Pci, per evitare che il partito venga risucchiato nella subalternità al sistema di potere. Nell'aprile dell'83 - a un mese dal XVI congresso - Tatò lancia a Berlinguer un allarme per la «erosione della Costituzione» in Italia, con parole ancora oggi profetiche: la «distinzione di funzioni tra partiti, Parlamento e Governo... si è perduta, non c'è più», al suo posto è subentrata una «commistione dei ruoli». «Ma è chiaro, ci sembra, che non si tratta di porre mano a riforme istituzionali o a revisioni e innovazioni costituzionali, bensì di bloccare il processo di distorsione e di pratica erosione delle norme della Costituzione e di imporre il ripristino della loro completa e coerente applicazione».
"Caro Berlinguer"
appunti riservati di Tonino Tatò
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