L'Archivio di Metaforum

Forum di politica, cultura, società - 2009

 
Vecchio 02-09-2009, 16.24.54
Roderigo
 
Il massacro dei somali a Bengasi

Respinti all'inferno

In 15 foto le prove del massacro
dei somali a Benghazi




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ROMA – Adesso abbiamo le prove. Sono quindici foto in bassa definizione. Scattate con un telefono cellulare e sfuggite alla censura della polizia libica con la velocità di un mms. Ritraggono uomini feriti da armi di taglio. Sono cittadini somali detenuti nel carcere di Ganfuda, a Bengasi, arrestati lungo la rotta che dal deserto libico porta dritto a Lampedusa. Si vedono le cicatrici sulle braccia, le ferite ancora aperte sulle gambe, le garze sulla schiena, e i tagli sulla testa. I vestiti sono ancora macchiati di sangue. E dire che lo scorso 11 agosto, quando il sito in lingua somala Shabelle aveva parlato per primo di una strage commessa dalla polizia libica a Bengasi, l'ambasciatore libico a Mogadiscio, Ciise Rabiic Canshuur, aveva prontamente smentito la notizia. Stavolta, smentire queste foto sarà un po' più difficile.

A pubblicarle per primo sulla rete è stato il sito Shabelle. E oggi l'osservatorio Fortress Europe le rilancia in Italia. Secondo un testimone oculare, con cui abbiamo parlato telefonicamente, ma di cui non possiamo svelare l'identità per motivi di sicurezza, i feriti sarebbero almeno una cinquantina, in maggior parte somali, ma anche eritrei. Nessuno di loro però è stato ricoverato in ospedale. Sono ancora rinchiusi nelle celle del campo di detenzione. A venti giorni dalla rivolta.

Tutto è scoppiato la sera del 9 agosto, quando 300 detenuti, in maggioranza somali, hanno assaltato il cancello, forzando il cordone di polizia, per scavalcare e fuggire. La repressione degli agenti libici è stata fortissima. Armati di manganelli e coltelli hanno affrontato i rivoltosi menando alla cieca. Alla fine degli scontri i morti sono stati sei. Ma il numero delle vittime potrebbe essere destinato a salire, visto che ancora non si conosce la sorte di un'altra decina di somali che mancano all'appello.

Il campo di Ganfuda si trova a una decina di chilometri dalla città di Bengasi. Vi sono detenute circa 500 persone, in maggior parte somali, insieme a un gruppo di eritrei, alcuni nigeriani e maliani. Sono tutti stati arrestati nella regione di Ijdabiyah e Benghazi, durante le retate in città. L'accusa è di essere potenziali candidati alla traversata del Mediterraneo. Molti di loro sono dietro le sbarre da oltre sei mesi. C’è chi è dentro da un anno. Nessuno di loro è mai stato processato davanti a un giudice. Ci sono persone ammalate di scabbia, dermatiti e malattie respiratorie. Dal carcere si esce soltanto con la corruzione, ma i poliziotti chiedono 1.000 dollari a testa. Le condizioni di detenzione sono pessime. Nelle celle di cinque metri per sei sono rinchiuse fino a 60 persone, tenute a pane e acqua. Dormono per terra, non ci sono materassi. E ogni giorno sono sottoposti a umiliazioni e vessazioni da parte della polizia.

Sull'intera vicenda, i deputati Radicali hanno depositata lo scorso 18 agosto un'interrogazione urgente al Presidente del Consiglio e al Ministro degli Esteri, chiedendo se l'Italia “non ritenga essenziale, anche alla luce e in attesa della verifica dei fatti sopraesposti, garantire che i richiedenti asilo di nazionalità somala non siano più respinti in Libia”. Probabilmente la risposta all'interrogazione tarderà a venire in sede parlamentare. Ma nella realtà dei fatti una risposta c'è già. E il respingimento dei 75 somali di ieri ne è la triste conferma.

Siamo finalmente riusciti a parlare telefonicamente con uno di loro. A bordo erano tutti somali, ci ha detto. E avevano chiesto ai militari italiani di non riportarli indietro, perché volevano chiedere asilo. Inutile. In questo momento, mentre voi leggete, si trovano nel centro di detenzione di Zuwarah. Da quando sono sbarcati, ieri alle tredici, non hanno ancora ricevuto niente da mangiare. Né hanno potuto incontrare gli operatori dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite di Tripoli. Li hanno rinchiusi in un'unica cella, tutti e 75, comprese le donne e i bambini. Nessuno di loro ha idea di quale sarà la loro sorte. Ma nessuno si azzardi a criticare l'Italia per la politica dei respingimenti o per l'accordo con la Libia. Tanto meno l'Unione europea e i suoi portavoce...


2 settembre 2009
http://fortresseurope.blogspot.com/
 
Vecchio 02-09-2009, 17.11.14
Juliet
 
Sono fatti gravissimi.
E ci sono le prove.

E noi continuiamo a respingere emigranti e rifugiati a migliaia e non considerare la vastità della tragedia nelle sue reali proporzioni.

Senza contare coloro che sono partiti e mai arrivati, e che i parenti cercano disperatamente.
 
Vecchio 02-09-2009, 17.31.04
Padania
 
Amettendo che sia vero sono l'Onu e la comunità internazionale a dover prendere provvedimenti nei confronti della LIbia, cercando di convincere le autorità libiche a firmare la convenzione di Ginevra e di istituire un ufficio migratorio per individuare chi ha i reali requisiti per chiedere l'asilo politico o lo status di rifugiato.
 
Vecchio 03-09-2009, 11.32.41
Margot
 
Il racconto: immigrati, sangue e torture nelle carceri libiche
di Gabriele Del Grande

La comunità internazionale deve sapere. Siamo pronti a morire. Da ieri abbiamo iniziato uno sciopero della fame. Abbiamo paura. Questi ci ammazzano. Meglio tornare nel nostro paese, fanculo la guerra, in Somalia almeno eravamo liberi. Qua dentro stiamo tutti impazzendo. Nessun essere umano potrebbe tollerare quello che sta accadendo qui. La comunità internazionale deve sapere». Dopo aver pubblicato le foto delle torture inflitte dalla polizia libica ai rifugiati somali arrestati sulla rotta per l’Italia e detenuti a Ganfuda, vicino Bengasi, siamo riusciti a raggiungere telefonicamente uno di loro. Questo è il suo drammatico racconto. Alle sue parole non rimane niente da aggiungere.


«È cominciato tutto di sera, intorno alle 20. Dopo cena. Sai Ganfuda è una grande prigione. E al centro c’è un grande cortile. Dove ci portavano la sera per l’ora d’aria. All’epoca eravamo un migliaio, la metà somali. Quella sera, a un certo punto, somali e nigeriani hanno assaltato in massa il cancello per fuggire. I poliziotti erano sbalorditi. Erano in minoranza, non sapevano cosa fare. All’inizio ci hanno attaccato con i manganelli
. Poi con i coltelli, e alla fine, quando la situazione era ormai fuori controllo, hanno iniziato a sparare, per spaventarci. Sparavano in aria. Ma alcuni sono stati feriti. Hai visto le foto che abbiamo mandato a Shabelle? Lì si vedono! Sono quelli con le garze alla schiena, li hanno portati in ospedale, e li hanno riportati in carcere dopo due o tre giorni. Da allora è un inferno. Ci tengono rinchiusi in cella 24 ore su 24, non possiamo nemmeno affacciarci alla feritoia della porta». «Io di cadaveri personalmente ne ho visti cinque. È stata la polizia a dirci il giorno dopo che i morti erano venti. Non conoscevo bene le vittime. Però due cari amici fanno parte del gruppo dei 130 che sono scomparsi. Tutti i giorni mi telefonano i loro familiari, da Mogadiscio, e mi chiedono notizie. Ma nessuno sa che fine abbiano fatto. Se siano riusciti a fuggire, o se siano in un altro carcere. Con uno di loro avevamo fatto il viaggio insieme. Eravamo partiti dal Sudan sulla stessa macchina. Quando ci hanno arrestato, sei mesi fa, avevamo appena attraversato il Sahara. Prima ci hanno portato nel carcere di Kufrah. Siamo stati lì per un mese. Poi ci hanno trasferito qui a Ganfuda. Dicevano che questo era il centro dei somali».

«Dopo il massacro ci hanno chiamato Amnesty e Human Rights Watch, dicendo che avrebbero avvisato le Nazioni Unite. Ma non abbiamo visto nessuno. Intanto dicono che ci sia stata una specie di amnistia. Un accordo tra la Libia e il governo somalo per cui una parte dei somali detenuti in Libia saranno rilasciati. Ma quell’accordo non vale per noi? Perché il nostro primo ministro non ci viene a visitare? L’unico modo per uscire è la corruzione. C’è uno strano giro sai. C’è un accordo tra gli intermediari somali e certi poliziotti libici. Paghi 1.100 dollari e sei fuori». «Voi da fuori non potete immaginare. Siamo disperati, ci lasceremo morire con questo sciopero della fame! Siamo persone, non possono trattarci come animali! Guarda, davanti a me c’è un ragazzo di 16 anni. Mi fa una pena. L’hanno accoltellato cinque volte, nella coscia.

Siamo profughi, non possono trattarci così. Prendi il mio caso. Io ho 25 anni. Ho lasciato Mogadiscio alla fine del 2008. In Somalia non avevo un lavoro vero e proprio. Sai com’è la situazione. Il paese è allo sbando. Sono dovuto fuggire. L’inglese lo parlo così bene perché ho un fratello e una sorella a Londra. Il mio progetto era di raggiungerli. Ma non so se lo sia ancora. Vedi in Libia abbiamo perso la speranza. Non ci resta che la morte. È molto triste. Non riesco a spiegarti. Dovresti vedere con i tuoi occhi. Scrivi. Scrivi sul tuo giornale che chiediamo alla comunità internazionale, alle Nazioni unite e al governo somalo di venire qui a Ganfuda a vedere di persona quello che stiamo passando».

«Scrivi sul tuo giornale, che qui in carcere è peggio che in guerra. Perché non siamo liberi, perché abbiamo perso la nostra dignità. Perché siamo torturati. Prima non ti ho detto una cosa. Tu non sai cosa è successo dopo la rivolta. Per sette giorni, ogni giorno, a ogni cambio di turno, i militari entravano nella cella, senza dire niente, si guardavano intorno e poi iniziavano a picchiare. Ci prendevano a bastonate. Seminavano il terrore. Poi uscivano. E dopo qualche ora arrivava un altro gruppo. Che poi hanno una specie di manganello elettrico. Ma quello lo usavano soprattutto per torturare gli eritrei».

«Credimi. Ti ho detto la verità e voglio essere sincero fino in fondo. Gli eritrei sono stati torturati più dei somali. Molto di più. E sai perché? Perché sono cristiani. Per un problema di religione, i poliziotti sono così ignoranti… Alcuni ragazzi stanno impazzendo. La notte, quando tutti dormono a terra, loro restano in piedi e continuano a parlare al muro, come se avessero le allucinazioni». «Ora mi dici che l’Italia sta respingendo in Libia i somali fermati in mare, non so, forse sarebbe meglio rispedirci direttamente in Somalia. Non so come se la passano i respinti nei campi a Zuwarah e Tripoli, ma se è come da noi a Ganfuda, tanto vale che ci rimpatriate tutti. Portateci via. Dove volete. Anche in Somalia. Ma fateci uscire da qua».

03 settembre 2009
http://www.unita.it/
 
Vecchio 04-09-2009, 11.13.48
Roderigo
 
Ecco le brutalità della polizia libica
nelle carceri dei migranti






"Cicatrici sulle braccia, ferite aperte sulle gambe, garze sulla schiena, tagli sulla testa. Sono i segni lasciati dalla polizia libica ai somali detenuti nel carcere di Ganfuda a Bengasi, arrestati lungo la rotta che dal deserto libico porta a Lampedusa". Lo ha denunciato l'osservatorio Fortress Europe che ieri ha pubblicato quindici foto scattate di nascosto con un telefono cellulare da uno dei detenuti, sfuggite alla censura della polizia libica e inviate via mms. A pubblicarle per primo sulla rete è stato il sito in lingua somala Shabelle.net (qui la versione inglese) che lo scorso 11 agosto aveva parlato la strage commessa dalla polizia libica che avrebbe - secondo le prime informazioni raccolte da Shabelle - visto 20 morti e 50 feriti nel carcere a seguito degli spari e delle violenze messe in atto dalla polizia libica a fronte di un tentativo di fuga dal carcere di Bengasi.
"Tutto è avvenuto la sera del 9 agosto - spiega Fortess Europe - quando 300 detenuti, in maggioranza somali, hanno assaltato il cancello, forzando il cordone di polizia, per scavalcare e fuggire. La repressione degli agenti libici è stata fortissima. Armati di manganelli e coltelli hanno affrontato i rivoltosi menando alla cieca. Alla fine degli scontri i morti sono stati sei. Ma il numero delle vittime potrebbe essere destinato a salire, visto che ancora non si conosce la sorte di un'altra decina di somali che mancano all'appello" - riporta l'associazione. E un prigioniero somalo, Abdinasir Mowlid, ha detto a radio Shabelle che "la polizia libica ha usato l'elettricità sui diversi prigionieri somali".
Il campo di Ganfuda si trova a una decina di chilometri dalla città di Bengasi. Vi sono detenute circa 500 persone, in maggior parte somali, insieme a un gruppo di eritrei, alcuni nigeriani e maliani. Sono tutti stati arrestati nella regione di Ijdabiyah e Benghazi, durante le retate in città. "L'accusa è di essere potenziali candidati alla traversata del Mediterraneo" - nporta Fortress Europe. "Molti di loro sono dietro le sbarre da oltre sei mesi. C’è chi è dentro da un anno. Nessuno di loro è mai stato processato davanti a un giudice. Ci sono persone ammalate di scabbia, dermatiti e malattie respiratorie. Dal carcere si esce soltanto con la corruzione, ma i poliziotti chiedono 1.000 dollari a testa. Le condizioni di detenzione sono pessime: nelle celle di cinque metri per sei sono rinchiuse fino a 60 persone, tenute a pane e acqua. Dormono per terra, non ci sono materassi. E ogni giorno sono sottoposti a umiliazioni e vessazioni da parte della polizia".
Sull'intera vicenda, i deputati Radicali hanno depositata lo scorso 18 agosto un'interrogazione urgente al Presidente del Consiglio e al Ministro degli Esteri, chiedendo se l'Italia “non ritenga essenziale, anche alla luce e in attesa della verifica dei fatti sopraesposti, garantire che i richiedenti asilo di nazionalità somala non siano più respinti in Libia”. "Probabilmente - conclude Fortess Europe - la risposta all'interrogazione tarderà a venire in sede parlamentare. Ma nella realtà dei fatti una risposta c'è già ed il respingimento dei 75 somali dei giorni scorsi ne è la triste conferma". I 75 somali, tra i quali tre minori e 15 donne, respinti il 30 agosto in Libia, sono stati rinchiusi in un altro centro di detenzione libico, quello di Zuwarah, tutti in un'unica cella - riporta sempre Fortess Europe.
Intanto, Fulvio Vassallo Paleologo dell'Università di Palermo, rivela che nonostante il ministro Maroni continui a sostenere che i respingimenti non costituirebbero altro che l'attuazione di un accordo firmato dall'allora ministro dell'Interno, Giuliano Amato, con il governo di centrosinistra, basterebbe leggere il testo dell’Accordo firmato a Tripoli da Amato (qui in .pdf) nel dicembre del 2007 ed il Protocollo operativo allegato firmato dal capo della polizia Manganelli (qui in .pdf) per verificare, documenti alla mano, che nulla di quanto commesso illecitamente dalle unità militari italiane in occasione dei respingimenti in Libia di migranti intercettati in acque internazionali trova una base giuridica nelle clausole degli accordi tra Italia e Libia del 2007.
"Il Protocollo in questione - spiega Vassallo Paleologo - non fa infatti riferimento alla riconsegna di migranti imbarcati su unità italiane con il trasbordo su unità libiche, o addirittura con l’ingresso in un porto libico (come avvenuto il 7 ed 8 maggio scorso), e anzi richiama espressamente come limite invalicabile il rispetto dei diritti fondamentali della persona sanciti dalle Convenzioni internazionali".
"Basta rileggere le cronache dei respingimenti collettivi di questi mesi, in particolare di quelli praticati nei giorni 7 e 8 maggio dalla Marina Militare (per i quali è pendente un ricorso alla Corte Europea dei diritti umani) e poi dalla Guardia di Finanza in collaborazione o su segnalazione delle unità maltesi o di FRONTEX, in particolare il 1 luglio 2009 , e poi ancora in più occasioni fino alla tragedia degli eritrei, il 23 agosto , e all’ultimo respingimento del 31 agosto scorso, per verificare le gravi violazioni dei diritto internazionale (e del diritto interno) di cui si sono rese responsabili le autorità politiche e militari italiane, non meno delle autorità maltesi alle quali spetterebbe il coordinamento delle azioni di salvataggio nella vasta zona SAR che Malta pretende ancora come appannaggio del passato.
Per queste violazioni l’ASGI (Associazione studi giuridici sull’immigrazione) insieme ad altre associazioni ha presentato esposti alla Commissione Europea ed alla Procura della Repubblica di Roma, che ancora non si sono pronunciate. "Adesso conclude Vassallo Paleologo - se l’Italia non fornirà una documentazione esaustiva ed una giustificazione legale dei respingimenti alla richiesta di informazioni della Commissione europea, potrebbe aprirsi una procedura di infrazione per violazione del diritto comunitario delle frontiere da parte dell’Italia, oltre che della normativa comunitaria ed interna in materia di asilo". [GB]


3 settembre 2009
http://www.unimondo.org/
 
Vecchio 05-10-2009, 01.20.40
Juliet
 
4. ottobre



Human rights organization condems use of amputation in Somalia


The violence in Somalia has increased in the last month, prompting international human rights organizations to develop crisis actions, calling for world citizens to raise awareness about the ongoing crisis in the East African country.

According to an Amnesty International press release, dozens of civilians have been killed in the ongoing fighting between pro and anti-government forces in the capital of Somalia. During these clashes, militias are using amputations and unlawful killings to strike fear into the hearts of locals.

“Punishments like amputations and killings illustrate the extent to which violence still substitutes for the rule of law in many areas of Somalia,” said Michelle Kagari, Deputy Director of Amnesty International’s Africa Programme.

Many of these amputations are occurring in the city of Kismayo, Somalia, which is an area controlled by extremist Islamic rebels.

“Armed opposition leaders controlling Kismayo are carrying out punishments without any oversight or accountability. These punishments amount to clear human rights abuses – in some cases unlawful killings and torture.”

Recently, Somali Mohamed Omar Ismail was publicly amputated by local leaders in a park after stealing around $90.00.

The international human rights organization is calling on the Transitional Federal Government of Somalia to condemn the amputations, many of which have been caught on camera by passersby. Such types of torture have been occurring since 2008, according to Amnesty International. In addition, firing squads and stoning are used to punish accused criminals.

“Such acts of brutality highlight the critical need for the UN and other international actors to take concrete steps to stop continued human rights abuses, including by establishing an independent commission of inquiry or similar mechanism to investigate human rights abuses by all parties to the conflict and bringing perpetrators to account,” said Michelle Kagari.

Amnesty International did not address the issue of Sharia Law, a type of Islamic law that has turned extreme in certain areas of Somalia.

Fighting continued in the capital of Mogadishu, with Somalia’s President Sheikh Sharif Sheikh Ahmed urging Islamic insurgents to negotiate as thousands of civilians were being displaced daily.

The United Nations refugee agency reported that about 30,000 people have been displaced from their homes in the last week. It is also estimated at 16,000 innocent civilians have been killed since 2007 and more than one million people are internally displaced.
http://images.google.it/imgres?imgur...DYiVsAbcwcjZDg



Solo poche righe che però bastano a descrivere la terribile situazione, in sintesi:

La Human rights organization condanna l'uso dell'amputazione in Somalia. La violenza in Somalia è aumentata lo scorso mese. .

Amnesty International dice che dozzine di civili sono stati uccisi nella capitale.
"Punizioni come amputazioni ed uccisioni dimostrano come in molte zone della Somalia vengano a sostituire la legge"

Le organizzazzioni per i diritti umani si stanno attivando.

Si è stimato che dal 2007, ben 16.000 innocenti civili siano stati uccisi.




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