L'Archivio di Metaforum

Forum di politica, cultura, società - 2009

 
Vecchio 20-09-2007, 11.13.09
foglie di acqua
 
Il (doppio) volto della paura

Citazione:
Originalmente inviato da Magda
…imparare a non aver paura della paura.

Queste parole mi hanno fatto venire in mente un articolo che avevo letto ieri…
Si può imparare a non aver paura della paura tanto da farla diventare ispirazione…




Il (doppio) volto della paura




Anna Oliverio Ferraris*


Provoca ansia, e paralisi. Ma se la sappiamo affrontare può aiutarci a liberare il pensiero.
E trasformarsi in ispirazione




Nell'anno 1900 William James Sidis aveva appena 2 anni ma già leggeva in inglese, la sua lingua madre e a 4 scriveva correntemente in francese. A 5 anni, il piccolo, che aveva già raggiunto una vasta notorietà per la sua precocità linguistica e la sua abilità nel calcolo, concepì una formula matematica che gli permetteva di stabilire il giorno della settimana in cui si era verificato un qualsiasi evento storico. A 8 anni ideò una tavola logaritmica a base 12 e a 12 anni fu ammesso alla prestigiosa università di Harvard dove si laureò con lode appena quindicenne, dopo aver stupito gli altri studenti e il corpo insegnante con la sua teoria sulla quarta dimensione dei solidi.

William non era soltanto creativo nel campo della matematica: mentre studiava a Harvard parlava e scriveva in 7 lingue: francese, tedesco, russo, greco, latino, armeno e turco. Le capacità e i successi scolastici del ragazzo ne fecero una vera e propria star. I giornalisti gli facevano la posta per intervistarlo; la gente voleva sapere tutto sul "metodo Sidis", avere riscontri della sua genialità in campo matematico, l'università di Harvard si vantava di avere tra i suoi allievi un genio precoce.

Ma qualcosa andò storto: a partire dai 12 anni William ebbe una serie di "esaurimenti nervosi", temporanei episodi depressivi che in seguito lo accompagnarono per il resto della sua vita: cominciò ad avere paura del successo, delle pressioni che i media e il suo stesso padre esercitavano su lui. Alla fine, decise di mollare tutto e per sfuggire al successo accettò un posto di impiegato in un ufficio pubblico.

Il caso Sidis - ma esistono tanti altri casi simili - ci dice che esiste un nesso che lega creatività ed emozioni, successo e paura. Sin dalla prima infanzia cerchiamo il conforto della sicurezza e della prevedibilità e troviamo motivo di sollievo nelle situazioni che si ripetono: è per questo motivo che i bambini amano riascoltare le stesse favole volta dopo volta. Ed è per lo stesso motivo che amano ritrovare le stesse routine nel corso della giornata. Al tempo stesso esiste, fin dalle prime settimane di vita, una forza opposta che spinge in direzione della novità e dell'ignoto. Questa forza è già evidente nel neonato che esplora con lo sguardo gli spazi e gli oggetti che lo circondano e ancor di più lo è nel bebè che gattonando si allontana dalla mamma per esplorare altri spazi e altri oggetti.

Paura e curiosità sono le due facce di una stessa medaglia: da un lato c'è il timore dell'ignoto e di tutto ciò che è nuovo, diverso e potenzialmente pericoloso; dall'altro c'è l'eccitazione della scoperta e del rischio, il piacere di imbattersi in aspetti sconosciuti e imprevisti, di mettere alla prova il proprio coraggio. Un eccesso di paura spinge a non abbandonare le strade note, a temere tutto ciò che già non si conosce o su cui si teme di non riuscire a esercitare un controllo. La curiosità e la soddisfazione di poter essere all'origine di cambiamenti rappresentano invece una delle molle all'origine dell'esplorazione e della creatività


Una base di sicurezza è fondamentale per poter prendere delle iniziative. Scegliere però sempre e soltanto la sicurezza porta, prima o poi, alla noia, genera insoddisfazione, chiusura, conformismo; proiettandosi in avventure (intellettuali, sentimentali, lavorative ecc.) ci sono maggiori probabilità di avere una vita più piena e più ricca.

La questione però è, nei fatti, assai più complessa di quanto possa sembrare a un primo sguardo generale. La paura, infatti, una delle emozioni primarie comune a tutti gli esseri viventi, svolge un ruolo positivo quando aiuta a discriminare, a stabilire delle priorità, a non prendere decisioni avventate, pericolose o prive di senso. Inoltre, quando non è paralizzante o eccessiva ha il pregio di creare una tensione, una eccitazione, che è più produttiva che improduttiva. Il cosiddetto thrilling trova alimento in una condizione fisica ed emotiva che ha l'effetto di attivare i processi mentali invece di inibirli.

Quando si prova paura il nostro sistema nervoso si attiva all'istante e a gran velocità la mente "scannerizza" tutti i dati a disposizione: il contesto in cui ci si trova, le intenzioni altrui, i pro e i contro, le soluzioni possibili e quelle impossibili. Il grande regista e soggettista di gialli, Alfred Hitchcock, racconta nella sua biografia che una volta, quando era ragazzino, suo padre, per punirlo di una monelleria, si accordò con un amico poliziotto per fargli trascorrere una intera notte in guardina. In preda alla paura e all'incertezza sulla sua sorte Alfred immaginò tanti possibili esiti e trame di questa avventura iniziando così un percorso che lo avrebbe portato a creare i suoi famosissimi film del brivido.

Come Hitchcock molti altri registi e scrittori hanno trovato ispirazione nella paura e hanno giocato con questo sentimento producendo opere di notevole livello. Da Edgard Allan Poe a Stephen King, da Steven Spielberg a Dario Argento la paura è stata la grande molla all'origine di prodotti creativi apprezzati dal pubblico. D'altro canto, sia i lettori dei libri del brivido che gli spettatori dei film gialli provano piacere nel farsi spaventare proprio perché la paura ha spesso il pregio di spezzare la monotonia, creare interesse, elevare il livello di attenzione.
Ma la paura, quando è intensa o cronica, ha effetti paralizzanti sull'azione, sul pensiero, sulle emozioni e sulla creatività. Può produrre uno stato ansioso (e/o depressivo) che nel tempo riduce la fiducia in se stessi, il senso di sicurezza, la voglia di intraprendere e di sperimentare: l'atleta ha paura di non riuscire a essere all'altezza del proprio record, lo scrittore ha il panico del foglio bianco, l'insegnante si blocca ogni volta che sta per entrare in classe, l'imprenditore è angosciato all'idea di non tenere il passo con la richiesta del mercato, l'alunno preferisce tacere per il timore di fare una figuraccia.

A bloccare l'espressione del pensiero e dell'azione possono contribuire fattori diversi (o deterrenti):

alcuni sono a carattere percettivo, cognitivo, culturale (non si riesce a definire i termini di un problema, ci si concentra su dettagli irrilevanti, nell'osservazione non si usano tutti i sensi, si confondono le cause con gli effetti, la formazione culturale è carente ecc.); altri invece coinvolgono l'emotività, il senso di sicurezza, l'immagine di sé, il temperamento individuale. Rientrano in questa categoria il timore di sbagliare, un bisogno esagerato di sicurezza e protezione, la paura del giudizio dei superiori o delle critiche dei colleghi, l'assenza di motivazione, l'aver collezionato troppi insuccessi.

Gravi carenze affettive nell'infanzia, così come troppe critiche e punizioni, possono dar luogo a una insicurezza che blocca la spontaneità e l'iniziativa. Sul piano educativo, per ridurre e contrastare l'azione dei "deterrenti" della creatività bisognerà creare un clima favorevole alla ricerca e alla sperimentazione, rispettare le idee originali o "divergenti", evitare di sottolineare puntualmente ogni smacco, utilizzare gli errori in modo costruttivo, favorire la curiosità, accettare di prendere in considerazione punti di vista diversi, fornire una buona cultura di base; infine, non esercitare una pressione eccessiva, come insegna il caso di William Sidis.


*Anna Oliverio Ferraris è psicologa e psicoterapeuta, prof. ordinario di Psicologia dello sviluppo all'università La Sapienza di Roma


29 agosto 2007

http://dweb.repubblica.it
 
Vecchio 20-09-2007, 21.19.40
Alessandra
 
Citazione:
Originalmente inviato da foglie di acqua
Alla fine, decise di mollare tutto e per sfuggire al successo accettò un posto di impiegato in un ufficio pubblico.
Come poche parole possono deprimerti.
 
Vecchio 20-09-2007, 22.00.26
catluc
 
Quindi gli impiegati pubblici sono degli sfigati? Oppure aveva capito che l'unico posto dove si continua a guadagnare è il pubblico?
 
Vecchio 20-09-2007, 22.38.21
Alessandra
 
Citazione:
Originalmente inviato da catluc
Oppure aveva capito che l'unico posto dove si continua a guadagnare è il pubblico?
Hai ragione, mi sento meglio
 
Vecchio 20-09-2007, 23.25.18
ggiu
 
( fuori traccia. ci sono assistenti sociali, o persone che operano coi bambini in questo forum? devo chiedere una cosa)
 
Vecchio 21-09-2007, 10.40.27
foglie di acqua
 
Citazione:
Alla fine, decise di mollare tutto e per sfuggire al successo accettò un posto di impiegato in un ufficio pubblico
Citazione:
Originalmente inviato da alessandra
Come poche parole possono deprimerti.
Nel caso specifico leggendo la vita in rete ho trovato una notizia -non so quanto sia veritiera-
William James Sidis continuò le sue “ricerche” scrivendo articoli e libri firmandoli con altri nomi.


William James Sidis

...
Nel 1976 Dan Mahony si mise in testa di ricostruire gli anni di William James Sidis passati lontano dai riflettori e nei dieci anni successivi si dedicò a questo.
I risultati delle sua ricerca furono sorprendenti: Mahony "dissotterrò" diverse opere da soffitte e case di amici del genio, un romanzo di fantascienza, scoprì 89 articoli scritti sotto pseudonimo su Boston e i frontespizi di opere ancora non ritrovate. In una delle opere venute alla luce, "Mondo animato e mondo inanimato", Sidis anticipa (nel 1920) il concetto di "buco nero". Tutte le sue opere sono visibili sul sito Sidis Archives.



-Fonte-








Se fosse vero… Si potrebbe dire che Sidis trovò una via di uscita alle pressioni e alla paura del successo… “sdoppiandosi”…


Citazione:
Originalmente inviato da catluc
Quindi gli impiegati pubblici sono degli sfigati? Oppure aveva capito che l'unico posto dove si continua a guadagnare è il pubblico?

Il posto di impiegato in un ufficio pubblico "garantisce" la "certezza" e la sicurezza dell’anonimato
 
Vecchio 21-09-2007, 11.15.30
catluc
 
Citazione:
Originalmente inviato da foglie di acqua
Il posto di impiegato in un ufficio pubblico "garantisce" la "certezza" e la sicurezza dell’anonimato
Ed anche del salario, poco ma sicuro.
 
Vecchio 21-09-2007, 12.02.03
foglie di acqua
 
Citazione:
Originalmente inviato da catluc
Ed anche del salario, poco ma sicuro.
Per “certezza” mi riferisco anche al salario…
 
Vecchio 21-09-2007, 22.47.02
ugodin
 
e si sa qualcosa della sua vita affettiva?
 
Vecchio 21-09-2007, 23.12.12
Alessandra
 
Citazione:
Originalmente inviato da foglie di acqua
Nel caso specifico leggendo la vita in rete ho trovato una notizia -non so quanto sia veritiera-
William James Sidis continuò le sue “ricerche” scrivendo articoli e libri firmandoli con altri nomi.
Beh, in effetti anch'io ho scritto anni fa qualche cosetta sotto vari pseudonimi: Italo Calvino, Carlo Emilio Gadda, Giovanni Verga, Luigi Pirandello, Leonardo Sciascia e, non ricordo bene, ma forse anche come Dante Alighieri.
Non mi posso lamentare ed il tutto nella tiepida protezione anonima e garantita di un impieguccio senz'arte, nè parte

Comunque conosco persone talmente timorose, che hanno persino paura della sicurezza per non dovere temere di perderla.

Sembra uno scherzo, ma non lo è.
 
Vecchio 22-09-2007, 16.52.41
foglie di acqua
 
Citazione:
Originalmente inviato da alessandra
Beh, in effetti anch'io ho scritto anni fa qualche cosetta sotto vari pseudonimi: Italo Calvino, Carlo Emilio Gadda, Giovanni Verga, Luigi Pirandello, Leonardo Sciascia e, non ricordo bene, ma forse anche come Dante Alighieri.
Non mi posso lamentare ed il tutto nella tiepida protezione anonima e garantita di un impieguccio senz'arte, nè parte







Citazione:
Comunque conosco persone talmente timorose, che hanno persino paura della sicurezza per non dovere temere di perderla.

Sembra uno scherzo, ma non lo è.
Non è uno scherzo... Le conosco anch'io.
 
Vecchio 23-09-2007, 12.41.10
sarahkerrigan
 
Citazione:
Originalmente inviato da foglie di acqua
Citazione:
Originalmente inviato da Magda
…imparare a non aver paura della paura.



Queste parole mi hanno fatto venire in mente un articolo che avevo letto ieri…

Si, anche a me: sono parte di un bell' articolo nel sito StradaNove che leggevo proprio l'altro giorno mentre, nel rispondere a Magda - thread di Grossman, cercavo la sorgente delle frasi virgolettate nel suo post. (complimenti a Magda, se è l'autrice di quella recensione)

Citazione:
Sin dalla prima infanzia cerchiamo il conforto della sicurezza e della prevedibilità e troviamo motivo di sollievo nelle situazioni che si ripetono: è per questo motivo che i bambini amano riascoltare le stesse favole volta dopo volta.


Concordo con la Ferraris ed aggiungo che oltre al desiderio di riascoltare più volte le stesse favole, qualcuno "esige" che si raccontino con le identiche parole e con la stessa enfasi della prima volta o di quelle precedenti (dopo l'ennesima, parlando della mia esperienza, non è facile!); in fondo è una ricerca di conferma di un giusto apprendimento, una delle tante per sentirsi rassicurati: sorrido...in effetti nell'esposizione di una storia, p.e., un mazzo di margherite di ieri non sempre fa lo stesso effetto, cioè non ha lo stesso spirito del mazzolino di oggi ^^ ; una volta assodate, chiarite tutte le perplessità e differenze fra il mazzo e il mazzolino del momento, acquisite in fine ulteriori certezze, possibilità e fugati tutti i timori, diventa naturale archiviare serenamente quella favola per passare ad un'altra.

Citazione:
Come Hitchcock molti altri registi e scrittori hanno trovato ispirazione nella paura e hanno giocato con questo sentimento producendo opere di notevole livello.
...e passare ad un'altra...

Relativamente ad Hitchcock, alcuni suoi film e telefilm sono stati ispirati dalle favole di Roald Dahl, noto scrittore cattivello di storie per bambini (ma non solo) e che caratterialmente possedeva, fra le altre peculiarità, una lieve e umoristica vena di malvagità che ha riversato nei suoi libri: qualcuno ha letto Storie impreviste e altre ancora più impreviste? Libro piacevole e ricco di spunti e risvolti sorprendenti ^^

E' ora di pranzo e concludo scrivendo, psicologicamente parlando, che la paura è una morte preventiva.
 
Vecchio 01-04-2009, 09.51.54
foglie di acqua
 


Paura
Le nostre vite esposte all’incertezza




Un sentimento che oggi ha preso il sopravvento


Non riguarda solo i bambini, è la vita reale che spaventa gli adulti. Ed è dentro di noi che dobbiamo trovare la causa del suo potere.
È indispensabile tornare a una cultura più complessiva del nostro essere.
Essere fedeli alla nostra singolarità esige di sviluppare le relazioni con l´altro, gli altri



Luce Iragaray


La paura è sempre esistita, ma essa assume caratteri particolari nella nostra epoca. Anzitutto la paura è generale e ovunque. La paura di respirare un´aria inquinata e di mangiare un cibo tossico; la paura di essere contaminati da qualche virus, sennò da qualche ideologia; la paura di perdere il lavoro ma pure i beni acquisiti grazie al lavoro; la paura che non ci sia un domani: per la salute, per l´amore, per i viveri o l´acqua, per il pianeta; la paura di stare a casa ma anche di uscire di casa dove una qualsiasi violenza potrebbe colpirci.
La paura, quindi, non è solo un affare di bambini non ancora cresciuti e che hanno bisogno di adulti per essere aiutati a entrare nella vita reale. La stessa vita reale oggi spaventa prima gli adulti che sono consapevoli del carattere precario e pericoloso della nostra esistenza attuale, che sono pure capaci di prevedere l´incertezza dell´avvenire per l´umanità. La paura non è più un problema che si può curare con l´età, nemmeno con una terapia.
Risulta da fenomeni oggettivi che si sommano e creano un ambiente di vita che ci rende vulnerabili e in un certo modo malati. Ma si tratta di una malattia che nessun medico né nessuna medicina possono guarire? Certo, ci sono medici che prescrivono neurolettici o antidepressivi, ma non curano perciò la paura. Ci sono anche persone che fanno uso di droghe meno legali per trovare conforto, ma diventano tossicodipendenti senza aver superato la soggezione alla paura, piuttosto l´hanno raddoppiata.
Superare la paura generalizzata che corrisponde ormai all´atmosfera della vita quotidiana richiede il passaggio a un´altra epoca. Cerchiamo ancora di imputare qualche altro - individuo o cultura - della causa della paura. Questa risulterebbe da una certa sorta di terrorismo, dalle forme assunte da tale e tal altra religione, o dal modo di comportarsi di un altro popolo o di un´altra generazione.
Addossare a qualcun altro la responsabilità della paura non ci può aiutare a superarla. È piuttosto in noi stessi e nel nostro modo di vivere che dobbiamo trovare la causa dell´onnipresenza della paura e del suo potere. Se la nostra tradizione si fosse curata un po´ meglio di coltivare il respiro e l´energia, saremmo più capaci di rimanere in noi e di resistere alla paura. Ci siamo tanto allontanati da noi che non abbiamo un luogo in cui ripararci, qualcosa in noi a cui appoggiarci per sfuggire alla pressione ambientale. La quale incita una gran parte di noi a rifugiarsi nel divertimento, come accade spesso nei tempi incerti. Ma un simile comportamento, che corrisponde a una sorta di droga, contribuisce ad alimentare l´incertezza!
Tornare a una cultura più complessiva del nostro essere è indispensabile, non solo per sopravvivere ma anche per tentare di aprire nuovi orizzonti. Oltre al fatto che sia stata una cultura del fra simili, che affronta le differenze in un modo quasi soltanto quantitativo e gerarchico, la nostra tradizione ha favorito un´educazione delle facoltà mentali a discapito di una formazione più globale. Questi caratteri culturali ci hanno resi abbastanza deboli e poco capaci di convivere nella differenza, cioè di adattarci alle realtà del nostro tempo.
Siamo stati educati a seguire modelli culturali preesistenti piuttosto che a edificare insieme un nuovo mondo grazie alle fecondità delle nostre differenze. Ora, questo è il lavoro che spetta a noi di compiere oggi. Un tale lavoro esige da noi di essere più autonomi e creativi di quanto siamo.
Infatti, abbiamo ancora da superare la dipendenza da quelli che crediamo conoscano meglio di noi quali siano il nostro bene o il nostro male. Adulti, restiamo anche bambini a causa di una simile aspettativa riposta in quelli che sostituiscono l´autorità parentale. Fidarci del loro parere e della loro parola senza rimanere all´ascolto delle nostre percezioni e della nostra esperienza, ci rende fragili e recettivi alla paura, di cui, per altro, certi usano per stabilire un loro potere. Ci fanno credere che se non rispettiamo i loro consigli, rischiamo di danneggiare il nostro corpo, il nostro statuto sociale, perfino la nostra anima.
Sfortunatamente non ci svelano che cosa perdiamo fidandoci della loro autorità senza essere fedeli al nostro proprio sentire. Una condizione necessaria per costruire una vita adulta autonoma.
Essere fedeli alla nostra singolarità e incaricarci di farla fiorire deve accompagnarsi con il rispetto della singolarità dell´altro e l´aiuto portato al suo proprio compimento. Questo ci richiede di crescere come adulti autonomi capaci di proseguire il proprio cammino senza rinunciare a esso per qualsiasi paura. Esige anche di sviluppare le relazioni con l´altro, gli altri, non solo in quanto figli di una stessa particolare famiglia - naturale, culturale, politica, nazionale, eccetera - i figli che sono radunati in nome di una specifica appartenenza, e che formano un tutto che, almeno in parte, si richiude a partire dall´esclusione dell´altro in quanto differente. Figli che sono più o meno in competizione per essere il capo, il primo, il più bravo, il più competente, il più amato eccetera. Abbiamo piuttosto da crescere fino a raggiungere una maturità che ci consenta di comporre una famiglia umana di fratelli e di sorelle di cui le differenze si intrecciano e si fecondano in nome di un´appartenenza naturale universale e della libera volontà di ciascuno e di ciascuna di costruire insieme un mondo che corrisponda all´epoca in cui viviamo e abbiamo da convivere nella dignità, nella pace e, per quanto difficile questo talvolta sia, nella felicità.


1.04.2009

Repubblica
 
Vecchio 01-04-2009, 11.33.54
Jacaranda
 
Citazione:
Originalmente inviato da foglie di acqua


Paura
Le nostre vite esposte all’incertezza




Un sentimento che oggi ha preso il sopravvento


Non riguarda solo i bambini, è la vita reale che spaventa gli adulti. Ed è dentro di noi che dobbiamo trovare la causa del suo potere.
È indispensabile tornare a una cultura più complessiva del nostro essere.
Essere fedeli alla nostra singolarità esige di sviluppare le relazioni con l´altro, gli altri



Luce Iragaray


La paura è sempre esistita, ma essa assume caratteri particolari nella nostra epoca. Anzitutto la paura è generale e ovunque. La paura di respirare un´aria inquinata e di mangiare un cibo tossico; la paura di essere contaminati da qualche virus, sennò da qualche ideologia; la paura di perdere il lavoro ma pure i beni acquisiti grazie al lavoro; la paura che non ci sia un domani: per la salute, per l´amore, per i viveri o l´acqua, per il pianeta; la paura di stare a casa ma anche di uscire di casa dove una qualsiasi violenza potrebbe colpirci.
La paura, quindi, non è solo un affare di bambini non ancora cresciuti e che hanno bisogno di adulti per essere aiutati a entrare nella vita reale. La stessa vita reale oggi spaventa prima gli adulti che sono consapevoli del carattere precario e pericoloso della nostra esistenza attuale, che sono pure capaci di prevedere l´incertezza dell´avvenire per l´umanità. La paura non è più un problema che si può curare con l´età, nemmeno con una terapia.
Risulta da fenomeni oggettivi che si sommano e creano un ambiente di vita che ci rende vulnerabili e in un certo modo malati. Ma si tratta di una malattia che nessun medico né nessuna medicina possono guarire? Certo, ci sono medici che prescrivono neurolettici o antidepressivi, ma non curano perciò la paura. Ci sono anche persone che fanno uso di droghe meno legali per trovare conforto, ma diventano tossicodipendenti senza aver superato la soggezione alla paura, piuttosto l´hanno raddoppiata.
Superare la paura generalizzata che corrisponde ormai all´atmosfera della vita quotidiana richiede il passaggio a un´altra epoca. Cerchiamo ancora di imputare qualche altro - individuo o cultura - della causa della paura. Questa risulterebbe da una certa sorta di terrorismo, dalle forme assunte da tale e tal altra religione, o dal modo di comportarsi di un altro popolo o di un´altra generazione.
Addossare a qualcun altro la responsabilità della paura non ci può aiutare a superarla. È piuttosto in noi stessi e nel nostro modo di vivere che dobbiamo trovare la causa dell´onnipresenza della paura e del suo potere. Se la nostra tradizione si fosse curata un po´ meglio di coltivare il respiro e l´energia, saremmo più capaci di rimanere in noi e di resistere alla paura. Ci siamo tanto allontanati da noi che non abbiamo un luogo in cui ripararci, qualcosa in noi a cui appoggiarci per sfuggire alla pressione ambientale. La quale incita una gran parte di noi a rifugiarsi nel divertimento, come accade spesso nei tempi incerti. Ma un simile comportamento, che corrisponde a una sorta di droga, contribuisce ad alimentare l´incertezza!
Tornare a una cultura più complessiva del nostro essere è indispensabile, non solo per sopravvivere ma anche per tentare di aprire nuovi orizzonti. Oltre al fatto che sia stata una cultura del fra simili, che affronta le differenze in un modo quasi soltanto quantitativo e gerarchico, la nostra tradizione ha favorito un´educazione delle facoltà mentali a discapito di una formazione più globale. Questi caratteri culturali ci hanno resi abbastanza deboli e poco capaci di convivere nella differenza, cioè di adattarci alle realtà del nostro tempo.
Siamo stati educati a seguire modelli culturali preesistenti piuttosto che a edificare insieme un nuovo mondo grazie alle fecondità delle nostre differenze. Ora, questo è il lavoro che spetta a noi di compiere oggi. Un tale lavoro esige da noi di essere più autonomi e creativi di quanto siamo.
Infatti, abbiamo ancora da superare la dipendenza da quelli che crediamo conoscano meglio di noi quali siano il nostro bene o il nostro male. Adulti, restiamo anche bambini a causa di una simile aspettativa riposta in quelli che sostituiscono l´autorità parentale. Fidarci del loro parere e della loro parola senza rimanere all´ascolto delle nostre percezioni e della nostra esperienza, ci rende fragili e recettivi alla paura, di cui, per altro, certi usano per stabilire un loro potere. Ci fanno credere che se non rispettiamo i loro consigli, rischiamo di danneggiare il nostro corpo, il nostro statuto sociale, perfino la nostra anima.
Sfortunatamente non ci svelano che cosa perdiamo fidandoci della loro autorità senza essere fedeli al nostro proprio sentire. Una condizione necessaria per costruire una vita adulta autonoma.
Essere fedeli alla nostra singolarità e incaricarci di farla fiorire deve accompagnarsi con il rispetto della singolarità dell´altro e l´aiuto portato al suo proprio compimento. Questo ci richiede di crescere come adulti autonomi capaci di proseguire il proprio cammino senza rinunciare a esso per qualsiasi paura. Esige anche di sviluppare le relazioni con l´altro, gli altri, non solo in quanto figli di una stessa particolare famiglia - naturale, culturale, politica, nazionale, eccetera - i figli che sono radunati in nome di una specifica appartenenza, e che formano un tutto che, almeno in parte, si richiude a partire dall´esclusione dell´altro in quanto differente. Figli che sono più o meno in competizione per essere il capo, il primo, il più bravo, il più competente, il più amato eccetera. Abbiamo piuttosto da crescere fino a raggiungere una maturità che ci consenta di comporre una famiglia umana di fratelli e di sorelle di cui le differenze si intrecciano e si fecondano in nome di un´appartenenza naturale universale e della libera volontà di ciascuno e di ciascuna di costruire insieme un mondo che corrisponda all´epoca in cui viviamo e abbiamo da convivere nella dignità, nella pace e, per quanto difficile questo talvolta sia, nella felicità.


1.04.2009

Repubblica



Questa tua proposta di lettura di un'autrice che ho masticato tempo fa oggi mi piacerebbe integrarla con qualche fotogramma iniziale del video della puntata di Blob, che recentemente Alessandra ha proposto nella sezione Deliri (o giù di lì). Per l'esattezza mi riferisco a quella manciata di secondi che proponeva lo sfogo di una madre, mi pare sarda, in preda ad una crisi di panico: quella molto contingente di tante famiglie sull'orlo del tracollo economico.

Scusa foglie ma io vivo in una realtà sociale regionale, che oggi mi dà i brividi per quanto è seriamente compromessa e gravida di paure.

La riflessione che sollecita la Irigaray sulla maturità personale per loro sarebbe una barzelletta addirittura di cattivo gusto. Te lo posso testimoniare, perchè vivere tra gli altri e con gli altri significa anche rappresentarne i disagi tangibili.

Ultima modifica di Jacaranda : 01-04-2009 alle ore 11.57.37.
 
Vecchio 01-04-2009, 18.26.56
Hava Leh
 
La paura c'e' sempre stata , e' insita in noi. Nel corso del tempo i motivi della paura possono essere cambiati, ma un motivo lo sapremo sempre trovare.
Oggi si e' piu' consapevoli delle nostre paure e pronti ad esprimerle.
 
Vecchio 01-04-2009, 23.25.02
clessidra
 
Citazione:
Originalmente inviato da foglie di acqua


Paura
Le nostre vite esposte all’incertezza




Un sentimento che oggi ha preso il sopravvento
L'articolo mi ha immediatamente ricordato una delle letture più consolatorie che ho fatto in questi ultimi anni: L'epoca delle passioni tristi (M. Benasayag/G. Schimit, Feltrinelli, 2005). Credo che l'abbiano letto in molti e molto se ne è parlato. Tutto il libro è centrato sul tema della fragilità, sull'impossibilità di negarla o estirparla maldestramente, e quindi sulla necessità di trovare strade per collocarla nella nostra vita senza farci danneggiare troppo. E sulle paure del nostro tempo, i due, un filosofo e uno psicoanalista, scrivevano, nel 2003, pensieri, che sento riecheggiare nell'articolo della Iragaray.
Questo, ad esempio:

Le passioni tristi, l'impotenza e il fatalismo non mancano di un certo fascino. E' una tentazione farsi sedurre dal canto delle sirene della disperazione, assaporare l'attesa del peggio, lasciarsi avvolgere dalla notte apocalittica che, dalla minaccia nucleare alla minaccia terroristica, cala come un manto a ricoprire ogni altra realtà. E' a questo che ciascuno di noi deve resistere... creando. Infatti sappiamo bene che le passioni tristi sono una costruzione, un modo di interpretare il reale e non il reale stesso. Non possono far altro che arretrare di fronte allo sviluppo di pratiche gioiose.
p. 127
 
Vecchio 01-04-2009, 23.41.45
Samarilla
 
Ma e la paura di avere paura?
Giuro che mi fa fare cose demenziali



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