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di politica, cultura, società - 2009
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17-05-2009, 00.39.51
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«La Francia esplode»
CONFLITTI
«La Francia esplode»
Robert Castel: la crisi investe tutto il mondo del lavoro e la stessa cittadinanza. Ma la politica non offre risposte
di Anna Maria Merlo - PARIGI
Non passa giorno, a Parigi, senza che ci si una manifestazione. Dopo il grande corteo del 1° maggio, negli ultimi giorni, sono scese in piazza le ostetriche, che chiedono, dopo i 5 anni di studi post-liceo, che il loro diploma venga equiparato a una laurea. Ci sono stati scontri tra i secondini e la polizia, di fronte al carcere della Santé (qui protestano per i salari e per il sovraffollamento delle prigioni). E le università sono ormai alla quattordicesima settimana di agitazione. Anche i medici hanno manifestato contro la riforma degli ospedali, alla vigilia del 1° maggio. Nei bacini industriali, le proteste esplodono: Sony, Caterpillar, 3M, Continental, Molex e altre fabbriche sono state protegoniste dei cosiddetti «sequestri» di manager, un tentativo dell'ultima speranza per trovare un interlocutore nella società liquida dove il padrone non ha più volto. Gli annunci di chiusure di fabbriche sono pressoché quotidiani. La disoccupazione dovrebbe crescere ancora, mentre sono già 2 milioni e mezzo i senza lavoro, cifra che sale a 3 milioni e mezzo se si aggiungono coloro che hanno dovuto accettare un'attività ridotta, con il ricorso alla cassa integrazione.
In una conversazione con il sociologo Robert Castel, autore di libri che hanno lasciato il segno, come Les Métamorphoses de la question sociale (Fayard, 1995) o L'insécurité sociale (Seuil, 2003), cerchiamo di capire cosa succede a 2 anni dall'elezione di Nicolas Sarkozy. Castel ha appena pubblicato un nuovo saggio, La montée des incertitudes (Seuil, 457 pag., 23 euro).
Come giudica i cosidetti sequestri?
Sono il sintomo di una grande esasperazione, che è ampiamente diffusa e consensuale negli ambienti popolari. Va detto che una parte di queste persone era stata sedotta da Sarkozy e dai suoi discorsi elettorali, due anni fa, dal «lavorare di più per guadagnare di più», o dalle promesse sul potere d'acquisto. L'esasperazione è nutrita da un sentimento di ingiustizia, perché la gente vede che vengono dati soldi alle banche e ai padroni. C'è un reale scontento. Ma, per ora almeno, si tratta di manifestazioni sporadiche, spontanee o quasi. Non si vede un movimento sociale vero e proprio. In altri termini, si tratta di una protesta a cui manca la percezione di cosa sarebbe possibile fare d'altro. E' normale, non tocca certo ai disoccupati o ai delocalizzati fare proposte positive.
Toccherebbe alla politica, in particolare alla sinistra, che però sembra senza voce.
Anche l'opposizione, il partito socialista o il centrista François Bayrou, hanno anch'essi la tendenza a limitarsi alla protesta. Siamo in piena difficoltà con l'esplosione della crisi finanziaria, ma non si vede delinearsi un'altra politica.
Anche dal movimento delle università non vengono idee?
Le università stanno vivendo una situazione di blocco. Ma anche qui la situazione è confusa, con il rischio di impantanamento, con le proteste crescenti degli studenti che vogliono sostenere gli esami. Non ci sono prospettive chiare. Eppure, è ampiamente diffusa la coscienza che delle riforme siano necessarie, anche tra i sindacati, Cgt compresa.
Quali riforme?
Da una trentina d'anni abbiamo avuto delle riforme di destra. Il neo-liberismo era diventato l'ideologia dominante. I tentativi di riforma liberista della destra sono consistiti nel limitare la protezione del diritto in nome del mercato. Oggi un numero crescente di persone comincia a capire che questo ci porta in un'impasse. La crisi finanziaria è la testa, la parte più spettacolare, di una crisi sistemica causata dalla deregulation che ha portato a lasciare il mercato a se stesso, ad autoregolarsi. Persino a destra si sta realizzando questa presa di coscienza, Sarkozy adesso dice che è una fortuna se abbiamo un sistema di protezione sociale che attenua gli effetti della crisi. Poiché le riforme della destra ci hanno portato in questa situazione, bisognerebbe ora definire cosa sia il riformismo di sinistra. A grandi linee vorrebbe dire non smantellare i diritti sociali ma al tempo stesso far fronte alla situazione attuale a livello economico. Cioè costruire nuove protezioni adatte alla situazione. Ma il programma della sinistra su questo fronte resta vago. L'offensiva liberista è stata forte, relativamente popolare, mentre l'altro riformismo appare in ritardo. Ci sono alcune idee, come la securizzazione dei percorsi professionali, la sicurezza sociale professionale, che associ le esigenze di mobilità o di flessibilità, come si dice oggi, e la sicurezza, la garanzia della protezione del lavoro. Il Ps resta nel vago, propone un aumento del potere d'acquisto, del salario minimo. Ma non tocca il vero problema: che è la questione della regolazione. Non è solo più la questione della spartizione, della redistribuzione. C'è oggi una differenza con gli anni del capitalismo industriale. Dagli anni '70, la regolazione è stata considerata un'ostacolo alla concorrenza, allo sviluppo del mercato, all'estensione della ricchezza. Le protezioni erano considerate troppo costose, il diritto del lavoro troppo rigido.
Secondo lei, il cuore della questione è trovare una nuova regolazione?
Se siamo destinati a vivere nel mercato, che almeno non ci divori interamente. Bisogna lavorare alla luce di quello che è stato fatto con il capitalismo industriale, che all'inizio del XIX secolo si è sviuppato in modo selvaggio e poi, poco per volta, attraverso le lotte, si è costruito un sistema potente di regolazione che aveva risposto in modo certo non meraviglioso, ma fornito delle risposte concrete per mettere delle barriere all'egemonia di un mercato autoregolato. Non vuol dire che la storia si riprodurrà, ma che oggi siamo in una fase di sfida dello stesso ordine di quello che l'occidente ha affrontato nel passato. Vedo due modi per uscirne: la costruzione di uno stato sociale adatto ai tempi oppure l'avvento di forme di fascismo. Il fascismo è stata una risposta selvaggia e totalistaria, ma un modo per controllare il mercato. All'inizio, come oggi, c'era dell'esasperazione sociale. Sfortunatamente, questa è una risposta che resta possibile ancora oggi. Per questo è urgente un riformismo di sinistra.
il manifesto 8 maggio 2009
http://www.ilmanifesto.it
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17-05-2009, 00.59.10
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Almeno i Francesi si fanno sentire.
Il mio lato francese è quello che mi fa soffrire
di più per la rassegnazione italiana.
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17-05-2009, 14.04.36
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La sinistra resta senza idee pure in Francia, e gli industriali fanno i fatti loro ovunque, nessuno ha capito che il capitalismo è questo, arricchire i pochi e sfruttare i tanti.
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19-05-2009, 01.19.15
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UNIVERSITA'
Repressione francese
Sono un centinaio gli atenei occupati in tutta la Francia.
Da tre mesi studenti e ricercatori contestano la riforma.
Ma Sarko non cede e annuncia la linea dura: ieri i primi sgomberi
di Anna Maria Merlo - PARIGI
Ieri la polizia ha sgomberato l'università di Caen, che era occupata da due settimane. Ventuno persone, un terzo delle quali sono studenti, sono state fermate. L'altro ieri, c'è stata una breve occupazione del ministero della pubblica istruzione a Parigi. La polizia ha subito evacuato il centinaio di occupanti, poi sottoposti anche loro in stato di fermo. Valérie Robert, professore a Paris III e membro del collettivo Sauvons la Recherche (Slr), ha denunciato «le violenze sproporzionate della polizia».
La svolta repressiva del governo era stata annunciata mercoledì scorso dal primo ministro, François Fillon: «Ogni volta che un presidente di università ci chiederà di ristabilire l'ordine lo faremo». Fillon accusa una «piccola minoranza» di estrema sinistra di «bloccare le università e far ricorso alla violenza», e «di rovinare l'avvenire della maggioranza degli studenti», e perfino «di abbassare la reputazione delle università francesi». Per Fillon «è ingiusto che le famiglie che stringono la cinghia per finanziare gli studi dei figli siano vittime di qualche estremista».
Il movimento di protesta nelle università francesi dura da quattordici settimane. All'avvicinarsi del periodo degli esami, il governo ha deciso di fare ricorso alla mano dura. La ministra della ricerca, Valérie Pécresse, ha minacciato tagli allo stipendio agli insegnanti che fanno ricorso allo sciopero dei voti. Un parlamentare del'Ump, il partito di Sarkozy, ha proposto una multa di mille euro al giorno per chi occupa le università. Nei fatti, al di là delle manifestazioni che hanno avuto luogo in questi mesi, oggi il movimento è molto diverso da università a università e anche da facoltà a facoltà. In dieci università sulle 83 che conta la Francia c'è un rischio reale di sciopero degli esami (Aix-Marseille, Bordeaux III, Lille III, Orléans, Paris III, IV, VIII, XII, Tolosa II), ci sono poi dei blocchi in alcuni dipartimenti sparsi qui e là. In tutto, la protesta potrebbe riguardare gli esami di circa 100mila studenti su un milione e mezzo di iscritti in tutto il paese. Gli studenti, secondo un sondaggio, vorrebbero al 52% che gli esami fossero mantenuti, ma semplificati (cioè sulla base dei corsi effettivamente tenuti), mentre il 41% chiede esami normali. Il movimento dei ricercatori è sensibile a queste richieste. Lo ha dimostrato lungo tutta la fase della protesta, dove dietro le simboliche pile di sedie innalzate all'entrata delle facoltà in agitazione - il movimento è stato battezzato «la primavera delle sedie» - sono stati organizzati corsi alternativi, letture pubbliche di testi classici in piazza, mentre i contatti con gli studenti in genere sono stati tenuti regolarmente via Internet, con consigli su come e dove studiare. Per mille ore consecutive, giorno e notte, i ricercatori, raggiunti da semplici cittadini o anche da turisti di passaggio, hanno marciato in girotondo di fronte all'Hotel de Ville di Parigi. Altri girotondi sono ancora in marcia in tutta la Francia.
Il movimento è esploso dopo che il fuoco covava sotto le ceneri dall'agosto del 2007, cioè da quando, in piena estate, il governo aveva fatto passare la legge sull'autonomia delle università. Poi, sono arrivate gli altri corollari della riforma, che avrebbe dovuto essere la più importante della legislatura e che ora sono tutti contestati. Ai presidenti di università viene dato il potere di gestire le carriere dei ricercatori, stabilendo d'autorità la ripartizione tra ore di ricerca e ore di insegnamento. Il governo è stato costretto a riscrivere più volte questo decreto, ma la sostanza resta. I futuri insegnanti vengono privati dell'anno di stage pagato (questa riforma è stata ora rimandata di un anno). I tagli al numero di posti sono ridotti a 450, invece della regola della pubblica amministrazione di non rinnovare un posto su due quando un funzionario va in pensione. I ricercatori si oppongono a una riforma che porta i criteri del mercato nell'università, che mira al taglio dei costi e mette in concorrenza le facoltà. L'Ump, del resto, ha detto chiaramente che in Francia ci sono troppi studenti di lettere e di scienze umane. Non a caso, quasi tutte le università dove gli esami sono a rischio sono umanistiche. Ma è anche contestata - e qui riguarda la ricerca scientifica in tutti i campi - la riforma delle strutture, dove gli organismi attuali (Cnrs, Inserm ecc.) sono ridotti a «agenzie di credito», a scapito dell'interdisciplinarietà e dell'indipendenza (con l'irruzione dei capitali privati).
Non c'è solo il movimento dei ricercatori ad accusare il governo di essere il principale responsabile della situazione caotica attuale. Lionel Collet, presidente del Cpu (al cui fanno capo le università) afferma che «il governo avrebbe potuto mettere fine alla crisi già a febbraio, accettando un compromesso negoziato con i principali protagonisti». Ma Sarkozy ha scelto prima di denigrare i ricercatori (il 22 gennaio ha parlato di «ricercatori che cercano ma non trovano niente»), poi di accusarli di aver messo l'università del caos. E ora di reprimere la contestazione.
il manifesto 9 maggio 2009
http://www.ilmanifesto.it
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19-05-2009, 02.33.37
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prima o poi salta qualcuno fuori un po' più vispo degli altri.....
prima o poi qualcuno non pagherà i suoi sgherri....
prima o poi qualcuno vorrà uscire dall'angolo....
prima o poi torneranno a volare i tombini alla sorbona.....
saranno cazzi....
è solo questione di tempo.

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19-05-2009, 08.49.29
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non ci guadagnerà nessuno,ne lavoratori,ne imprese.
I primi rimarranno senza lavoro perchè le seconde verranno delocalizzate dove non protesta nessuno.
Il 68 appartiene al paleolitico,senza considerare che le riforme scolastiche,come minimo,non devono essere decise dagli studenti,in nessun modo.
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19-05-2009, 10.09.46
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Citazione:
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Originalmente inviato da taccaromiceto
non ci guadagnerà nessuno,ne lavoratori,ne imprese.
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in ogni caso questo capitalismo, asservito alla finanza tossica, smudandato, che ha buttalo il mondo in questi casini non merita certo la pace sociale.
in ITaGLIa sono narcotizzati. (al momento) e per il governo degli incapaci prima o poi finiranno i nemici sagome di cartone, creati per distrarre dai problemi reali.
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19-05-2009, 15.33.04
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Speriamo che QUESTA influenza sia contagiosa
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19-05-2009, 17.09.12
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Citazione:
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Originalmente inviato da Samarilla
Speriamo che QUESTA influenza sia contagiosa
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Forse, ma di sicuro gli italiani attuali ne sono immuni, potrebbe contagiare Spagna e Germania.
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19-05-2009, 20.43.46
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non si otterrebbe niente,più tosto spererei in una riedizione del muro di Berlino,magari lungo l'europa:
Di qua i capitalisti,di la i comunisti.
E ognuno viva per i cavoli propri come meglio crede.
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20-05-2009, 01.07.33
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Citazione:
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Originalmente inviato da taccaromiceto
non si otterrebbe niente,più tosto spererei in una riedizione del muro di Berlino,magari lungo l'europa:
Di qua i capitalisti,di la i comunisti.
E ognuno viva per i cavoli propri come meglio crede.
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informati. poi vieni qui a scrivere. i muri e i comunisti sono slogan a cazzo dell'economia canaglia.
Titoli scientifici
Loretta Napoleoni è stata borsista Fulbright alla Nitze School of Advanced International Studies (SAIS) della John Hopkins University e studente Rotary alla London School of Economics. Tra i suoi titoli accademici ci sono un Master in studi sul terrorismo alla London School, un Master in relazioni internazionali ottenuto alla School of Advanced International Studies (SAIS) e un dottorato in Scienze economiche dell'Università di Roma "La Sapienza".
ps non fa la velina....
e non è comunista, anzi.
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