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Forum di politica, cultura, società - 2009

 
Vecchio 28-04-2009, 00.45.29
Roderigo
 
«Azioni invece di welfare Ma i lavoratori ci perdono»

«Azioni invece di welfare
Ma i lavoratori ci perdono»





Parla Giulio Sapelli, storico dell'economia alla Statale di Milano


di Sara Farolfi


«Ma quale capitalismo renano trapiantato negli Usa... Chi dice queste cose, dovrebbe studiare di più». Approfittiamo della vicenda Fiat-Chrysler per parlare con Giulio Sapelli, docente di Storia economica all'Università Statale di Milano, di sindacato americano. Alla luce soprattutto della legge varata dall'amministrazione Obama che agevola l'organizzazione sindacale: «Una legge d'importanza straordinaria, qui da noi passata completamente in sordina».

Professore Sapelli, c'è chi legge nella possibile compartecipazione azionaria dei sindacati americani, un laboratorio di riforma del capitalismo made in Usa...
Studiassero di più, i sindacati americani hanno una lunga tradizione di capitalismo popolare, democrazia economica attraverso l'azionariato, cittadinanza operaia attraverso la proprietà, la si chiami come si vuole. Io preferisco parlare di cittadinanza economica. Certo si tratta di esperienze che fino a vent'anni fa erano molto più diffuse, soprattutto nelle piccole e medie aziende. Oggi la questione è scemata, anche perché i lavoratori si sono accorti che il sindacato si indeboliva e che piuttosto che pensare a possedere le azioni, era meglio controllare l'organizzazione del lavoro, i salari, le pensioni, tutte cose più importanti per la vita familiare.

Marchionne ha chiesto, per i lavoratori Chrysler, il taglio del welfare in cambio di una partecipazione azionaria.
Una proposta dissennata, perché allora Marchionne non ha cercato l'accordo con Toyota? Negli Usa ci sono una ventina di stabilimenti old style, delle tre grandi compagnie (Gm, Ford e Chrysler ndr), e almeno altrettanti delle nuove, giapponesi, sudcoreane e via dicendo: in queste imprese non c'è tradizione né accordi sindacali. E' tutto un altro rapporto capitale lavoro insomma. In più, lo scambio azionario, in un momento in cui il valore delle azioni è sotto terra, assomiglia a una presa in giro.

Per il sindacato dell'auto si preparano tempi duri?
Il sindacato dell'auto si trova di fronte a una grande sfida. Era la punta di lancia, insieme a quello dei camionisti (non considerando l'impiego pubblico) tra le organizzazioni americane, sindacato di lotta e di comunità. Ora però si trova in gravi difficoltà perché l'inefficienza manageriale distrugge, insieme alle aziende, anche loro. L'industria dell'auto deve cambiare pelle, non si possono continuare a fare 100 milioni di automobili all'anno nel mondo. E la responsabilità è anche degli economisti: avevano previsto che nel giro di dieci anni tutti sarebbero andati in giro in macchina e invece anche nei paesi che crescono a tassi record, la maggior parte della gente, nelle campagne, va a piedi.

Quanto pesano oggi i sindacati negli Usa?
Dal punto di vista della forza numerica, sono piuttosto deboli: nell'industria la percentuale di iscritti è pari circa al 5-10 percento della popolazione attiva, nel pubblico invece si parla di una percentuale doppia. Ma questi dati hanno un significato molto diverso dai nostri, anzitutto perché il sindacato americano è un sindacato associativo e non di classe, e i vantaggi del contratto di lavoro spettano solo agli iscritti. Iscriversi a un sindacato significa correre forti rischi di discriminazione, in questo senso ogni iscritto è un militante. La consistenza numerica insomma non equivale alla capacità di lotta, gli scioperi dei sindacati americani durano mesi e i lavoratori si giocano tutto, perché spesso quando si è assunti nelle grandi aziende il welfare è di tipo sovietico, ossia include tutto, soprattutto nel settore auto.

L'amministrazione Obama ha dato un segnale forte con l'«Employee free choice bill», la legge che agevola l'organizzazione sindacale...
Qui nessuno ne ha parlato, ma si tratta di una legge importante come il Labour relational Act del 1935 inserita da Roosevelt tra le misure del New deal. Con quella legge fu imposta al padronato l'organizzazione sindacale nei luoghi di lavoro, a condizione che, mediante un referendum, la maggioranza dei lavoratori di quel sito si dichiarasse favorevole. La legge ha dato ottimi risultati, ma via via i sindacati ne hanno chiesto una riforma perché svolgere il referendum pubblicamente, soprattutto in questi ultimi vent'anni di liberismo dissennato, comportava grossi rischi di discriminazione per il lavoratore. La legge di Obama rende possibile raccogliere firme per la costituzione di un sindacato, privatamente e fuori dal luogo di lavoro, per poi venire allo scoperto se si raggiunge la metà più uno dei voti. Certo non sarà facile, l'iter della legge è concluso, ma già sono iniziati a arrivare i primi ricorsi.

Prima ancora c'è stata la legge sui salari, la prima varata dall'amministrazione.
Si è trattato in primo luogo di una restituzione al colossale appoggio ricevuto dai sindacati. Obama è un giano bifronte e deve pagare il conto a due, delle tre grandi forze che l'hanno sostenuto, Wall Street e le Unions. Poi ci sono le minoranze etniche e culturali. La sfida è proprio quella di come Obama riuscirà a mettere insieme debiti così contraddittori.


il manifesto 18 aprile 2009
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