L'Archivio di Metaforum

Forum di politica, cultura, società - 2009

 
Vecchio 16-08-2007, 16.23.05
foglie di acqua
 
Microcosmi

Prosegue da: Microcosmi




La panchina, buen retiro ai margini del caos






Beppe Sebaste



Meglio confessarlo subito: io sono uno di quelli che si siedono sulle panchine pubbliche.
Non solo nei belvedere o sui poggi panoramici, di fronte a un lago o sul lungomare, ma nei parchi, nei giardinetti, nelle piazze e nei viali, ovunque. Potreste anche avermi visto, magari di sottecchi. O più probabilmente avete evitato di guardarmi.
Perché da qualche tempo chi si siede su una panchina, nelle nostre città, più che anonimo diventa invisibile. Lo scrittore Luciano Bianciardi raccontò che, nella Milano dei primi anni Sessanta, quella del boom economico, fu arrestato per strada perché camminava troppo lentamente, strascicando i piedi. Oggi stare in panchina è un’anomalia sociale più grave, se chi si siede si sottrae non solo alle regole non scritte dell’efficienza, ma allo sguardo degli altri. Se non si è anziani, donne incinte o con carrozzina, se si è maschi o femmine adulti, chi sta in panchina è poco raccomandabile. Nel migliore dei casi si è disoccupati, sfaccendati, vite di riserva. Eppure è l’ultimo simbolo di qualcosa che non si compra, di un modo gratuito di trascorrere il tempo e di mostrarsi in pubblico, di abitare la città.
La panchina è il margine del mondo, vacanza di chi non va in vacanza, ma anche il posto ideale per osservare quello che accade: ovunque sia, è il centro dell’universo. Da lì si contempla lo spettacolo del mondo, ci si dà il tempo di perdere il tempo, come leggere un romanzo. Si guarda senza essere visti. Ecco alcuni dei non piccoli piaceri del sedersi su una panchina.
Le mie preferite sono quelle verdi a onda di una volta, di legno, in via di estinzione. Ma tutte le panchine sono oggi in via di estinzione. Come se la loro gratuità (la loro grazia), nel nuovo orizzonte del welfare fosse assolutamente da bandire.
Che sulle panchine soggiornino i poveri e gli extra-comunitari (qualunque senso abbia ormai questa parola: anche gli anziani sono esclusi dalla comunità dei consumatori), i barboni e i drogati, lo dicono le recenti sparizioni e divieti in alcune città del Nordest, ultima delle quali Padova (sindaco ds): panchine eliminate per scoraggiare la sosta degli indesiderabili. A inaugurare questa rappresaglia sociale fu a Treviso il sindaco leghista Gentilini, che fece ripulire una piazza da ogni tipo di sedile in funzione anti-immigrati. Seguì Trieste, dove si registrò una protesta significativa: «La città in piazza con i clochard», titolava un articolo di Paolo Rumiz all’inizio di dicembre 2006. La rimozione delle panchine per impedire ai barboni di sedercisi a Natale fu effettuata da vigili urbani armati di sega, e il passaparola di cittadini indignati, anziani compresi, divenne resistenza civile. «Come può venire in mente di segare delle panchine?», sbottò lo scrittore triestino Claudio Magris. L’attore veneto Marco Paolini esortò i triestini a mettersi sulla schiena un bel numero “13”, come i giocatori di calcio d’una volta quando dovevano restare fuori-campo come riserve, e aggiunse:
«Intorno a noi è pieno di gente pronta a toglierci di sotto il culo la tua panchina gratuita e a offrirci mille alternative a pagamento». E Rumiz: «Mi ci sedevo da bambino su quelle panchine di legno rosso, per veder arrivare i vapori. Mi ci sono seduto sempre, fino a ieri. Sedendomi lì, accanto alla fontana, celebravo la comunità e i valori in cui essa si riconosce. Ribadivo che lo spazio pubblico ha un valore irrinunciabile, specie oggi che tutto diventa privato, anche l’aria».
A Parigi, prima di diventare presidente, Sarkozy propose di abolire le panchine poste sotto i condomini, e in quasi tutte le nostre città i cittadini, per esistere socialmente, devono trasformarsi in clienti e consumatori — e tanto peggio se si mangia senza fame e si beve senza sete. È per avere detto che la desocializzazione a Parma è iniziata simbolicamente con l’occupazione dei gradini del monumento a Garibaldi, nell’omonima piazza, con vasi da fori per impedire alla gente di sedersi, che il sottoscritto ha ricevuto insulti e annunci di querela.
Le panchine stanno scomparendo, e da tempo compongo il catalogo delle panchine che ho amato. Quelle del Parco Ducale di Parma, dove guardando gli alberi e la gente scrissi le mie prime poesie dedicate a Cézanne, quelle di Milano in un ricco quartiere dietro via Solferino, dove imparai il valore dell’ozio, in opposizione al negozio, guardando il pranzo di immigrati nordafricani a base di pane e sardine. Quel rito povero mi suggerì un sovrappiù di riposo, e il valore d’uso di un luogo imbalsamato dalle algide e lussuose residenze. Le panchine delle piccole piazze di Parigi, o sui boulevard, anche appena fuori dai ristoranti, e quelle sulla sommità della Scala del Tamburino a Roma, Gianicolo, oggi scomparse; quelle del cimitero dei poeti al Testaccio, dove sull’erba, di fianco alla tomba di John Keats, si contempla la Piramide e il traffico irreale di auto. Di recente a Ginevra mio figlio adolescente, che lì va a scuola, mi ha mostrato un suo luogo segreto. Era nella via più trafficata del centro, quella dello shopping e dei negozi di lusso. Due panchine di legno marrone, vuote, in prossimità della fermata del tram. Ci siamo seduti lì ad aspettarlo, tra le decine di corpi frettolosi e le luci multicolori dei negozi, e quando il tram è arrivato siamo rimasti beatamente avvolti nella nostra quiete, indifferenti ai traffici degli altri. Le persone salirono e scomparvero, come le onde del mare risospinte dalla risacca, senza che noi ci alzassimo dalla nostra panchina. Era questo il luogo segreto di mio figlio, l’occhio del ciclone della sua nuova città, luogo di un vagabondaggio immobile e walseriano. Gli ho sorriso felice.

La letteratura abbonda di panchine, simbolo di una vita di frontiera, spesso senza appartenenza, rivendicata da scrittori e artisti: oziosi, cioè straordinariamente assorbiti dal loro lavoro invisibile. Come appunto i personaggi folli e guariti che popolano i racconti dello svizzero Robert Walser (l’autore di La passeggiata), dove la panchina denota un’esistenza volutamente ai margini della vita civile, nascosta e invisibile. Così, uno scrittore tra i più walseriani d’Italia, Giorgio Messori, trovatosi in un giardino sotto il cielo dell’Asia centrale, si ricorda a un certo punto del motto «laze biosas, vivi nascosto, appartato, senza metterti in mostra, come consigliavano i greci», e rievoca, insieme alla propria camera d’infanzia, «una panchina in un piazzale ingombro di macchine, il giardinetto allo scalo ferroviario» (Il paese del pane e dei postini).
La poesia dell’ozio contemplativo si accompagna nelle panchine a quella sentimentale, l’amore che sboccia e che si esprime su questo margine lievemente sopraelevato del mondo, come cantava Georges Brassens ne Les amoureux des banc publiques («gli innamorati delle panchine»), i baci che raccolgono lo sguardo di disapprovazione dei passanti. Nasce su una panchina il Primo amore del romanzo d’esordio di Samuel Beckett, si chiude su una panchina l’amore che Dostoievskij racconta ne Le notti bianche.
È su una panchina che si incontrano Bouvard e Pécuchet di Flaubert, ed è su una panchina che si svolge uno dei racconti più esilaranti di Thomas Bernhard (È una commedia? È una tragedia? ). Se Henry James scrisse The Bench of Desolation (La panchina della desolazione, portato sullo schermo da Claude Chabrol), e in Italia la panchina di città entra nella letteratura col Marcovaldo (1956) di Italo Calvino, il capolavoro della poetica umana delle panchine lo scrisse Georges Simenon in Maigret e l’uomo della panchina, noto ai lettori come la storia dell’uomo con le scarpe gialle: «Un uomo come se ne vedono tanti sulle panchine del quartiere». Con l’empatia che è il suo unico metodo d’indagine, Maigret percorre l’epopea di un provinciale impressionato dall’agitazione della grande città, dalla folla in perpetuo movimento, ma anche commosso dalle vite umili e ordinarie che lottano ogni giorno per restare a galla.

Anche nel cinema le panchine resistono al disprezzo sociale in storie che costituiscono una resistenza culturale all’omologazione, sociale e psicologica: da La venticinquesima ora di Spike Lee, dove Edward Norton medita su una panchina il suo ultimo giorno di libertà prima del carcere, a quella di Forrest Gump, eroe e quasi santo in rotta coi valori dominanti, che racconta la sua storia seduto su una panchina mentre aspetta l’autobus.



Innumerevoli le panchine che scandiscono le surreali avventure dei grandi Stan Laurel e Oliver Hardy, emarginati e vagabondi: per Stanlio e Ollio la panchina è il luogo di una deriva tragicomica, e i loro continui, esilaranti fallimenti, degni di Bouvard e Pécuchet, dicono la poesia di un nomadismo che resiste, anarchico e irriducibile, all’imperativo dell’ordine, dell’efficacia e del successo.
C’è la gioiosa panchina nel parco in cui si incrociano i destini dei futuri sposi (e dei loro cani) ne La carica dei 101, e c’è la disperazione urbana descritta di recente in The bench (“La panchina”) dal regista danese Per Fly.
Se qualcuno ha suggerito che anche il luogo della serie tv Friends — un bar di Manhattan che si alterna a un appartamento — è quasi una metafora delle panchine pubbliche, è invece proprio una panchina il sito di celluloide divenuto icona del paesaggio newyorchese, tra sogno e realtà. Parlo ovviamente della panchina di Sutton Place che Woody Allen ha immortalato in Manhattan, dove lo si vede in smoking seduto di schiena ad aspettare l’alba con Diane Keaton sotto Queensborough Bridge, ammirando come il viandante del romantico Friederich non le Alpi ghiacciate, ma lo skyline di New York.



Anche l’arte contemporanea si fa portatrice dell’intensità di questo luogo così umano, e d’altronde è proprio l’arte a portare da sempre l’attenzione sulle soglie, sulla frontiera tra l’interno e l’esterno dell’abitare, che la panchina incarna così bene. Dalle magnifiche panchine luminose di Alberto Garutti, alla panchina monumentale che Massimo Bertolini ha installato sulla piazza della fiera di Basilea, sormontata dall’immensa A di anarchia, fino alla panchina coi sussurri e le frasi degli innamorati che Christian Boltanski ha posto in un parco del XIII arrondissement a Parigi.



Christian Boltanski, Les Murmures



Cosa c’è di più umano e universale di sedersi?
Non ci sono solo le panchine dei poveri, come pure molte associazioni, in Francia e in Svizzera, esortano a costruire sul modello americano dei pocket garden, giardini tascabili provvisti di panchine, anche tra i grattacieli, per attenuare l’isolamento di quanti, anziani o invalidi, non possono altrimenti allontanarsi da casa.
Forse non tutti sanno ad esempio che la Juventus, la grande squadra di calcio, fu fondata su una panchina di legno di corso Re Umberto a Torino oltre un secolo fa, e che nemmeno lo Zarathustra di Nietsche sarebbe esistito senza una panchina. Di fronte al lago di Sils-Maria, in Engadina, il filosofo stava «seduto ad attendere / attendere ma senza attendersi nulla / al di là del bene e del male». E a riprova che le panchine sono fatte anche per ricchi, proprio a Sils-Maria gli epigoni di Zarathustra possono prenotarsi una panchina e fare incidere sul legno le parole più gradite, al prezzo di 2500 franchi svizzeri. Un’iniziativa nata dall’ufficio del turismo che sta devastando il paesaggio con una proliferazione, questa sì in controtendenza rispetto alle città, di panchine.
L’universalità del sedersi su una panchina può attingere anche all’Infinito dell’omonimo sublime sonetto del nostro Giacomo Leopardi, cui si perviene grazie a una siepe,
«sedendo e mirando, interminati / spazi di là da quella, e sovrumani / silenzi, e profondissima quiete».
Chi oggi vada a Recanati davanti a quella siepe, divenuta muretto, di fronte alle punte innevate dei Monti Sibillini, troverà una panchina nel giardino di un convento.
È una sorta di malinconico, nostalgico infinito anche la saudade evocata da Antonio Tabucchi nel suo I volatili del Beato Angelico:
«Il comune di Lisbona ha da sempre messo delle panchine pubbliche in alcune zone della città: i moli del porto, i belvedere, i giardini da cui si domina il mare. Sono molti coloro che vanno a sedersi lì. Tacciono, con lo sguardo perso in lontananza. Cosa fanno? Praticano la “Saudade”. Cercate di imitarli. Certo, è un cammino arduo, le sensazioni non sono immediate, talvolta l’attesa dura persino degli anni. Ma, lo sappiamo, la morte è fatta anche di questo».



12 Agosto 2007
La Domenica di Repubblica




http://www.repubblica.it
 
Vecchio 17-08-2007, 02.16.53
Alessandra
 
Anche a me piace stare seduta sulle panchine. Mi sono venute in mente un sacco di cose, ma non c'è tempo.
Fra tutte, quella più veloce da postare ora è una cosa che ho scritto anni fa e che non ho mai ritoccato dopo la prima stesura. E' rimasta così, come l'ho scritta di getto un giorno di tanti anni fa.
Prendetela per quello che è.
Un ricordo.


Amici

Hanno chiacchierato e scherzato arrancando in macchina su quelle strade ripide e tortuose fermandosi ogni tanto anche a raccogliere fiori di campo, ma ora, arrivati nel piazzale, scaricano le scatole in silenzio.
Anche quelli dell'altra macchina, aiutando, guardano silenziosi la scalinata e quel cancello là in alto.
La chiesa di fronte è chiusa e tutt'attorno c'è erba verde, alberi rigogliosi ed anche fiori selvatici. La scalinata è larga, piuttosto alta e negli angoli dei vecchi scalini di pietra sono cresciute piante selvatiche e muschi. Ai suoi lati la collinetta è ricoperta di erba alta e alberi d'alto fusto che ombreggiano la scala.
Sono in sette a salire con le scatole sotto le braccia ed altro materiale in mano. Qualcuno ha anche dei fiori.
Il bambino corre sulla scalinata "Chissà quanti sono 'sti scalini" dice.
"Certo che quel giorno ce n'era di neve e di ghiaccio" ansima uno di loro che si è fermato a riprendere fiato. La sua scatola è la più pesante.
"Non si stava in piedi, questa scala era un lastrone, abbiamo rischiato di ammazzarci anche in macchina, che posto che si è scelta e che giornata!" dice un altro che porta un sacchetto e continua a salire lentamente.
"Certo non è stata usuale" sogghigna una delle donne "Vi ricordate la faccia del prete?"
Una donna si ferma costringendo anche un'altra a fermarsi. Stanno trasportando insieme una scatola lunga e stretta. "Beh, non si può dire che abbia mai reso la vita facile a nessuno!" dice sorridendo.
Ridono tutti e guardano in alto il cancello.
Il bambino è il primo ad arrivare in cima, ma per entrare aspetta gli altri.
Il cancello è arruginito e aprendosi, cigola.
"Come da manuale" dice una donna entrando e appoggiando la scatola sul prato. Anche le altre scatole vengono via via appoggiate tra due tombe.
Tutti e sette si guardano attorno. "Mica male in questa stagione!" esclama uno degli uomini "In questo è stata lungimirante"
Il cimitero è piccolo e racchiuso tra mura non troppo alte. In terra vi sono alcune tombe piene di fiori freschi, altre antiche e di sola terra e erba, riconoscibili solo da una croce di ferro arrugginita con incise parole e date ormai quasi cancellate, alcuni tumuli invece sono recentissimi, lì la terra è alta e non c'è ancora lapide, solo una foto incastrata in uno strano altarino di latta.
Sul muro di destra, il più alto, si allineano diverse file di tombini e ci sono molti fiori. Al centro della parete si apre una porta con un altro cancello socchiuso. Di fronte all'entrata principale c'è una piccola cappella.
Il muro di sinistra ha l'unica funzione di racchiudere il cimitero.
Tutti guardano quella parete. "Mi sembra il posto ideale" dice uno di loro.
"E' proprio di fronte, si"
Si appoggiano a quel muro e guardano un tombino nel muro di fronte, in alto. Quello col gatto nero vicino alla foto.
"Ha veramente pensato a tutto"
"Voleva anche essere in alto, per il panorama"
"In effetti da lassù non deve essere male"
"Ha organizzato tutto, nei minimi particolari, cazzo"
"Pensate come potevo sentirmi quando voleva consultare continuamente con me il depliant delle lapidi"
"Sei stata molto forte"
"Perchè, voi vi sareste rifiutati?"
"Beh, ragazzi, al lavoro, ci vorrà del tempo per fare tutto" dice uno degli uomini, come scrollandosi e muovendosi verso le scatole.
Due donne si dirigono verso l'altro cancello e tornano con una lunga scala di ferro. "I fiori?" dice una di loro.
"Li ho presi io" dice la terza donna. Appoggiano la scala di fianco al tombino e una di loro sale. Le altre due la guardano dal basso e tengono la scala.
Intanto i tre uomini e il bambino stanno aprendo le scatole.
"Il cacciavite?"
"E' nella cassetta degli attrezzi, ma ho preso l'avvitatore, è carico"
"Ci vuole anche una forbice o un taglierino"
"Ci dovrebbero essere"
C'è aria di alacre fermento. Il bambino è eccitato, ha tirato fuori tutti gli attrezzi e li ha sparsi su una tomba.
La madre gli dice di andare a lavare il vaso dei fiori e di cambiare l'acqua da un rubinetto fuori del cancello.
Lui corre veloce, vuole fare in fretta perchè preferisce aiutare i tre uomini.
Dall'alto della scala la donna dice "E' troppo grande il gatto sulla lapide, sembra una pantera."
"Si, anche secondo me, comunque la lapide va cambiata, non ha il bordo. Così è brutta, cercheremo anche un gatto più piccolo"
"Lei ne avrebbe fatto una tragedia"
"E come no, aveva già sconvolto il marmista al telefono"
"I fiori non ci stanno tutti" dice la donna "Ne metterei un po' a questo signore che li ha tutti secchi"
"Buon vicinato" dice l'altra, sorridendo e alzando le spalle.
Finito di sistemare i fiori e rimessa a posto la scala, anche le tre donne si avvicinano agli uomini che nel frattempo hanno aperto tutte le scatole e stanno cercando di capire da che parte cominciare il lavoro.
"Secondo me è meglio partire dall'alto e via via avvitare tutto il resto"
"Ok, dai, cominciamo"
"Beh? Non avete ancora cominciato?" dice ridendo una donna accendendosi una sigaretta.
"Chissà se si può mandare affanculo in un cimitero" le risponde quello più impegnato.
"Le viti?" chiede lei.
"Nel sacchetto"
"Se mi dite cosa posso fare, potrei rendermi utile"
"Magari le assi non sono tutte uguali, forse hanno un loro senso, meglio controllarle"
"E se arriva qualcuno e ci dice che non possiamo farlo?" chiede una delle donne che si aggira tra le tombe e ora li guarda da lontano.
"La smontiamo e ce la riportiamo via, ma non credo"
"E poi lei si arrabbierebbe"
"Di brutto"
"Le vecchiette che salgono 'sta scalinata, saranno contente di trovarla" dice qualcuno. "Secondo me non diranno proprio niente, anzi"
Finalmente cominciano ad avvitare la prima asse di legno ai laterali in ferro.
"Cazzo, sembrava più facile "
"Queste viti del kit sono una schifezza, si spaccano"
"Non ho pensato di prenderne delle buone, non c'ho pensato"
"Che facciamo?"
"La montiamo lo stesso, poi magari torniamo e cambiamo le viti"
"Dai, avanti"
Intanto il bambino si è infilato in un tombino vuoto in basso e trasporta via mattoni impilandoli in un punto del cimitero.
"Guarda, mamma!"
"Che stai facendo?"
"Una tomba"
"Beh, almeno un mestiere ce l'ha in mano" dice il padre.
Per il lavoro bastano solo tre persone, ma a volte è necessario l'apporto di altri che restano lì e cercano di rendersi utili in qualche modo.
"Ragazzi, avete pensato che potrebbero rubarla?" dice la donna di prima, ora seduta su una tomba.
"Hai mai sentito parlare del pensiero positivo?" le risponde l'uomo che sta avvitando con sforzo una vite ribelle.
"Beh, però ha ragione, potrebbero farla secca, qui non c'è quasi mai nessuno" dice un altro.
"Non vorrei essere nei panni di quello che se la frega" dice una donna guardando la lapide con il gatto.
Tutti ridono. "Cazzo, è vero. Deve essere terribile!" esclama un altro.
"Chi è terribile? Chi?" chiede il bambino.
"Nessuno. E' terribile se la rubano" risponde la madre.
"Allora perchè ridete?" insiste il bambino.
"Così, ci faceva ridere l'idea"
Il bambino torna ad impilare mattoni e il gruppo si scambia qualche occhiata.
"Avreste mai pensato che vi sareste trovati in una situazione come questa?" dice una donna e continua "Solo lei poteva farcelo fare"
"Vuoi dire che per me non lo fareste?" chiede uno degli uomini inginocchiato a terra.
"Ehi, cerca di non rompere troppo i coglioni quando sarà giunto il momento!" ride la moglie.
"Ragazzi!" chiama una donna che sta curiosando tra le tombe "O qua si chiamano tutti nello stesso modo, o muoiono solo quelli che si chiamano Naldi"
"Cazzo" esclama un uomo "Non si riesce più a far combaciare le assi con i buchi sui fianchi!"
"Proviamo a spingere con forza"
Si dividono ai due lati e spingono.
"Ragazzi, è un casino. C'è qualchecosa di sbagliato. Abbiamo sbagliato"
"Ma non c'erano delle istruzioni?" dice qualcuno.
Una donna va verso le scatole aperte e torna sventolando un foglietto.
"Oddio, dimmi che non abbiamo sbagliato tutto!"
"Leggi 'ste istruzioni, dai"
"Sono in inglese"
"Come in inglese?"
"Ragazzi, ve l'ho detto. Sono in inglese"
"Qualcuno sa l'inglese?"
"Dai a me" sospira una delle donne e comincia a scorrere il foglio con lo sguardo.
"Dice che dovevamo iniziare da metà"
"E noi invece abbiamo iniziato dall'alto"
"E' logico. Se ci pensate, è perfettamente logico" Dice l'uomo con l'avvitatore.
"Vai a cagare, se era così logico perchè non c'hai pensato?"
"Che facciamo?"
"Se smontiamo tutto, le viti si spaccano di sicuro" dice uno "E non ne abbiamo abbastanza"
"Proviamo a spingere ancora sui fianchi"
"Lei non sarebbe contenta di questa pessima organizzazione" dice una donna spingendo con gli altri.
"Dai! Forse ce la facciamo. Spingete ancora."
I due uomini con il cacciavite e l'avvitatore cominciano ad esultare "Si!, tenete così! Ragazzi, forza, ce la facciamo!"
Avvitano con foga altre assi e si spaccano altre viti. "Torneremo a cambiare le viti, comunque per ora è andata"
A lavoro finito tutti la guardano soddisfatti.
"Terrà il peso?"
"E' fatta apposta"
"Com'è inglese!"
"Dai, forza. Troviamole il posto giusto"
In due la trasportano verso il muro e gli altri li seguono.
"Qui mi sembra l'ideale"
"Si, è il punto più piano"
"E poi è proprio di fronte"
Si guardano soddisfatti e due di loro si siedono.
"Mi sembra tenga alla perfezione" dice il più grande e grosso.
"In effetti se tiene te!"
Si siede anche una donna.
"Non sarà troppo?" dice un'altra.
"No, sembra bella solida"
"Allora, Anna, eccoti la tua panchina" dice qualcuno guardando la lapide di fronte.
"Dai, ora tocca a noi. Secondo turno!"
I tre si alzano e si siedono gli altri.
"Ha veramente avuto una grande idea"
"Lei era grande"
"Ciao, Anna, ti piace?"
"Secondo me le piace"
"Anche secondo me"
"Avrà un po' da dire sulle viti"
"Ve l'ho detto, torniamo su a sostituirle. Non c'è problema"
"Bisognerà ogni tanto fare anche la manutenzione del legno, se no marcisce"
"Beh, una buona occasione per ritrovarci tutti qui"
"Era quello che voleva"
"Per il funerale aveva anche pensato al menu per gli amici"
"Pasta e fagioli con le cotiche"
"Ottima"
"Direi, l'ho cucinata io!"
"Abbiamo eseguito tutto alla lettera"
"Non è sempre stato facile"
"Durissimo"
"Siamo stati bene"
Per qualche minuto nessuno parla, alcuni guardano la lapide, altri osservano il cimitero. Il bambino volta loro le spalle ed è ancora impegnatissimo con la sua costruzione.
"Ma come ha fatto a trovare un posto in questo cimitero?" chiede l'uomo seduto sulla panchina.
"Aveva una lontana parente residente qui, e poi conosci Anna. Quando si mette in testa una cosa"
"Ne hai parlato al presente"
"Me ne sono accorta, mi succede spesso" dice la donna che si alza dalla panchina e accende una sigaretta.
"Tutti quei mesi sempre chiusa in casa"
"E' stato tremendo"
"Tutta la sua vita lo è stata"
"Non voleva mai mostrare la paura e la sofferenza"
"Ci ha accompagnato verso la sua morte con leggerezza"
Ancora un silenzio, e poi il bambino arriva correndo. Si è accorto della panchina finita e vuole sedersi anche lui. Dondola le gambe contento.
"Ho fame" dice.
"Adesso andiamo a mangiare. Dai! Rimetti a posto tutti quei mattoni."
"Anch'io ho una certa fame" esclama l'uomo alzandosi dalla panchina.
"Eh! Tutta quest'aria fina!" dice una donna "Ha mosso l'appetito anche a me"
Il gruppo è di nuovo attivo, raccolgono le scatole vuote, i cellophane, rimettono gli attrezzi nella cassetta. Continuano a guardare la panchina.
"Sembra ci sia sempre stata"
"E' vero"
Un ultimo sguardo alla lapide con il gatto e il gruppo, carico di scatole e plastiche, esce lentamente dal cancello.
L'ultima chiude il cancello che, questa volta, non cigola.
 
Vecchio 20-08-2007, 11.27.33
foglie di acqua
 
Citazione:
Originalmente inviato da alessandra
Anche a me piace stare seduta sulle panchine. Mi sono venute in mente un sacco di cose, ma non c'è tempo.
Fra tutte, quella più veloce da postare ora è una cosa che ho scritto anni fa e che non ho mai ritoccato dopo la prima stesura. E' rimasta così, come l'ho scritta di getto un giorno di tanti anni fa.
Prendetela per quello che è.
Un ricordo.


Amici

...


Anche a me piacciono le panchine pubbliche e non, come scrive nell’articolo Sebaste:


“è l’ultimo simbolo di qualcosa che non si compra, di un modo gratuito di trascorrere il tempo e di mostrarsi in pubblico, di abitare la città.

il posto ideale per osservare quello che accade: ovunque sia, è il centro dell’universo. Da lì si contempla lo spettacolo del mondo, ci si dà il tempo di perdere il tempo”.



Direi è come se si avesse un posto “privilegiato” di osservazione e per dedicare il proprio tempo.

E' lo stesso senso che traspare nel tuo scritto. Mi è piaciuto e mi ha fatto venire in mente tante cose… Come l’usanza del "Buon vicinato" e i vari “commenti” sui suoi “abitatori”.

Come scrivi nel tuo racconto la panchina in un cimitero oltre ad essere “molto inglese”... fa parte dell’ambiente, è impensabile la sua assenza… per l’appunto: "Sembra ci sia sempre stata".




Il pensiero va alla poesia di Thomas Hardy tradotta da Eugenio Montale:


Vecchia Panchina





Il suo verde d'un tempo si logora, volge al blu.
Le sue solide gambe cedono sempre più.
Presto s'incurverà senz'avvedersene,
presto s'incurverà senz'avvedersene.


A notte, quando i più accesi fiori si fanno neri,
ritornano coloro che vi stettero a sedere;
e qui vengono in molti e vi si posano,
vengono in bella fila e si riposano.


E la panchina non sarà stroncata,
ne questi sentiranno gelo o acquate,
perché sono leggeri come l'aria
di lassù, perché sono fatti d'aria.


Thomas Hardy





La poesia in originale The Garden Seat si può trovare -qui-
 
Vecchio 29-02-2008, 14.49.39
foglie di acqua
 
Il balcone



Alberto Sughi, Tramonto sul mare


Sorprendeva il fanciullo in avventure,
entro libri lontane, dalle ville
il monotono canto delle serve
- la noia verde della primavera.
Vuoti abbagli sul mare.
Ma la nera lenta teoria dei seminaristi
sulla riva lontana disegnava
- ancora - vaste fantasie di viaggi.

Veleggiavano nuvole di marmo
dorate sullo spento monastero.
Ritornava dal cinùtero, lieve,
nelle vie del paese un carro nero.


Sandro Penna
 
Vecchio 30-12-2008, 17.00.26
foglie di acqua
 
Bar dell'Orologio



Mestre, Caffè Dell'Orologio (foto di Nicandro)



Aspettando
che il cameriere mi porti
l’aperitivo
che una rossa di fuoco
mi salti in braccio come mare
in tempesta
aspettando
il giorno del giorno dopo
d’un giorno sempre troppo
immaginato
all’angolo d’un bar
d’angolo
aspettando
che il cameriere mi
porti via.

Jacopo Di Noto Marrella
 
Vecchio 30-12-2008, 18.22.04
radio londra
 
di fronte.mezzogiorno




 
Vecchio 20-02-2009, 14.29.48
foglie di acqua
 
Sosta in stazione



Stazione Santa Maria Novella di Firenze foto di Lorenzo Sodi



Notte dei treni vuoti
fermi, degli altoparlanti
che annunciano città
sulle banchine deserte,
notte
di mezzi rumori,
scatti di accendini, cadere
di lattine negli altri
scompartimenti, buio
vento ai finestrini,
allineamenti
di palazzi chiusi, di mille
stanze cieche.
E poi febbre che sale
sulla faccia, l'alba
finalmente dopo sogni
duri, smaniosi, intermittenti.

Guarda che luce marina ha oggi Firenze…


Davide Rondoni, Il bar del tempo
 
Vecchio 27-10-2009, 14.51.14
foglie di acqua
 
A porte chiuse

La storia in una stanza



Vincent Van Gogh, La camera da letto di Arles
Amsterdam, Rijksmuseum Van Gogh




Quella del Re Sole era un teatro.
Virginia Woolf ne voleva una tutta per sé. Sartre, invece, non l’amava molto
La camera da letto è lo spazio dove, solo poco tempo fa,
la privacy era sconosciuta, ma anche quello che ha visto nascere molti capolavori.
Un saggio uscito in Francia ricostruisce l’evoluzione del luogo più intimo della casa




Paolo Mauri





È stato Michel Foucault a sostenere la necessità di studiare gli spazi che quotidianamente viviamo e adesso Michelle Perrot, un’illustre storica francese che molto ha lavorato con Georges Duby, firma una singolare ricerca sulle camere (Histoire de chambres, Seuil, pp. 450, € 22) attraverso i secoli puntando lo sguardo, in apertura, su una camera da letto piena di Storia, quella del Re Sole. Come si sa, ogni azione del grande sovrano era regolata da un cerimoniale complesso, sicché l’andare a letto o l’alzarsi avveniva davanti ad un pubblico ristretto e molto selezionato oltre che al personale di servizio. Quasi nessuno aveva il privilegio di restare solo con lui. Alla fine quella camera era una sorta di teatro e in quel letto ufficiale il re dormiva ben poco: finita la cerimonia si rialzava e raggiungeva la consorte o l’amante con cui passava la notte, ma al mattino tornava nel proprio letto per la cerimonia del “lever”. In sostanza il re doveva testimoniare al mondo che era in buona salute e tutto procedeva bene per la Francia: la malattia del re, quando c’era, diventava subito un segreto di Stato.
Per la gente normale la stanza da letto è il trionfo della privacy, ma ciò che noi oggi diamo per scontato è in realtà costume relativamente recente e non universale: i giapponesi ignorano la camera da letto e ancora nell’Ungheria ottocentesca, per restare in Occidente, la sera si usavano le panche per sedersi trasformate in letti. Comunque il senso è chiaro e persino la Camera parlamentare sostituendo il Foro, l’assemblea popolare in piazza, suggerisce l’idea di un luogo più appartato.


Diritto alla privacy
Virginia Woolf desiderava ardentemente avere una stanza tutta per sé e anche Kafka si lamentava perché in casa aveva una stanza di passaggio dove veniva di continuo disturbato. Per questo amava gli alberghi. Il diritto alla privacy diverrà un diritto quasi per tutti, ma ancora in pieno Ottocento nelle campagne francesi le famiglie dormono in una stanza comune riscaldata male da un camino. Prosper Mérimée annotava: «In Francia le porte si chiudono male» e Jules Renard parla di «lenzuola fredde, umide». Si andava a letto coperti dai piedi alla testa, ma il gelo non risparmiava nessuno. Una storia dei letti da quelli a baldacchino a quelli chiusi come armadi, accompagna inevitabilmente l’evoluzione della camere, appunto, da letto. Le stanze comuni verranno riproposte in versione aggiornata durante il comunismo sovietico. Ancora nel 1980 a Mosca il 40 per cento degli appartamenti sono condivisi e nessuno ha diritto a veri spazi individuali, nemmeno per dormire. Un disastro, un’utopia fallimentare che in realtà perpetuava i disagi di sempre della popolazione più umile, con tutti gli svantaggi della promiscuità. La camera da letto coniugale si afferma un po’ dappertutto a partire dal 1840. Nelle classi economicamente più deboli i futuri sposi risparmiano per potersi comperare il letto matrimoniale e le cronache raccontano di una giovane che sfregia il proprio uomo con del vetriolo perché ha dilapidato i soldi destinati a quell’acquisto. Il Novecento industriale con i suoi letti di ferro, leggeri e poco costosi, renderà molto più semplice l’allestimento della camera matrimoniale. I mobili, più o meno in serie, impongono l’armadio guardaroba con gli specchi. Le trasformazioni riguardano anche le pareti, che conoscono presto l’arte popolare delle tappezzerie dipinte per poi tornare a colori più tenui e, si pensa, riposanti. Sulla camera coniugale veglia la Chiesa, ossessionata dal sesso fine a se stesso e prodiga, nel tempo, di consigli e manuali di comportamento.
Michelle Perrot non lo cita, ma a noi torna in mente il poema di Attilio Bertolucci intitolato proprio La camera da letto (1984 e ‘88) metafora ed emblema della storia della famiglia e dell’autore stesso. Col passare del tempo le famiglie destinarono anche camere apposite ai bambini, dei veri e propri bazar, e agli adolescenti. In particolare le camere delle ragazze si ispiravano alla stanza della Vergine raccolta in preghiera in attesa dell’Annunciazione raccontata dai pittori del Quattro e Cinquecento.


Vita in albergo
Ma se la maggior parte delle famiglie borghesi cercava la privacy delle proprie camere c’era anche chi detestava la vita borghese. Sartre e un po’ anche Simone de Beauvoir, per esempio, preferivano lavorare nei caffè. Sartre disse esplicitamente che non avrebbe mai sopportato di possedere un appartamento con dei mobili e tutto il resto. Restavano dunque gli alberghi. La storia degli alberghi e degli hotel raccontata dalla Perrot, somiglia a quella delle case contadine e borghesi: all’inizio sporcizia, promiscuità e servizi igienici assolutamente inadeguati, poi, pian piano, il confort e il decoro si diffondono e nascono addirittura, nell’Ottocento, per i più ricchi, i grandi alberghi come il Ritz. C’era chi sceglieva di vivere in albergo e anche chi sceglieva di morirci.
Il capitolo dei suicidi che si chiudono in una stanza d’albergo per mettere fine ai propri giorni è piuttosto lungo, ma l’autrice preferisce limitarsi a qualche esempio, citando Walter Benjamin, Joseph Roth e il nostro Pavese, ma tralasciando Raymond Roussel che uscì di scena al Grand Hotel et des Palmes di Palermo. Il Ritz aveva un’uscita secondaria per eventuali defunti: l’immagine vitale del grande albergo non doveva essere turbata. In realtà l’albergo, nelle sue varie categorie, serve egregiamente i viaggiatori (peccato non aver citato il Forster di Camera con vista, titolo che la Perrot usa per Stendhal viaggiatore) e naturalmente gli innamorati di ogni specie. Freud fu sospettato d’aver portato in un albergo dell’Engadina sua cognata Minna e il New York Times pubblicò anche una foto della camera incriminata. Poi gli studiosi scoprirono che la camera non era affatto quella e che Freud aveva preso per sé e la cognata una suite con due camere separate, ma comunicanti. Il rapporto quasi incestuoso era solo una maligna fantasia? Sul tema, scabrosetto, si è tenuto un seminario.
Fin quando non divenne celebre, Jean Genet viveva in alberghi di infimo ordine tenendo la stanza in un disordine e in una sporcizia spaventosi e lasciando avanzi di cibo e buchi di sigaretta nel materasso. Spesso prendeva un treno a caso e dormiva nell’albergo della stazione. Quando diventò ricco non disdegnò però il Lutetia, un hotel di gran lusso. Genet era disordinato ed eccessivo dentro e le sue stanze lo dimostrano.
Il viaggio intorno alla camera, per parafrasare il titolo di Xavier de Maistre, è un viaggio intorno ad un universo. È una camera anche la cella del frate e quella, sovraffollata, del carcerato. Nel suo discorso per il Nobel Orhan Pamuk ha ricordato che per lui scrivere è innanzitutto chiudersi in una stanza e tuffarsi dentro se stesso.








Michelle Perrot, Histoire de chambres, Seuil


Histoire de chambres, ultimo lavoro della storica francese Michelle Perrot, è un interessante studio su quello che la camera da letto ha rappresentato nel corso dei secoli per uomini e donne di ogni classe sociale. Tradizionalmente considerata come luogo intimo e privato per eccellenza, in realtà la camera ha avuto nel tempo varie funzioni, anche di natura politica, a dimostrazione di come il confine tra pubblico e privato sia in molti casi straordinariamente labile. Per molti la camera da letto ha inoltre rappresentato un lusso inarrivabile: ciò testimonia che la necessità di una propria intimità sia comune a tutti gli uomini, a prescindere dal tempo e dalla condizione sociale in cui essi vivono.




11 ottobre 2009


La Domenica di Repubblica

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