L'Archivio di Metaforum

Forum di politica, cultura, società - 2009

 
Vecchio 09-03-2009, 09.24.49
Juliet
 
Musei

Beati i Paesi con tanti musei








Musei Vaticani






Sono necessari quanto le scuole e gli ospedali curano le menti dalle nebbie dei pregiudizi



MARIO VARGAS LLOSA

Il signor Ántero Flores-Aráoz, ministro delle Difesa peruviano, è un sostenitore della teoria secondo la quale al Perù non servono musei finché sarà povero e avrà carenze di carattere sociale. Non parliamo di un gorilla pieno di alamari e con la segatura al posto del cervello, ma di un avvocato che, sia come professionista sia come politico, ha fatto una brillante carriera nel Partito popolare cristiano, da cui è uscito qualche tempo fa per assumere l’incarico di rappresentare il paese come ambasciatore presso l’Organizzazione degli Stati Americani. Che cosa può indurre un uomo non stupido a dire stupidaggini? Due vizi profondamente radicati nella classe politica peruviana e latino-americana: l’intolleranza e l’incultura.

Per inserire l’ukaze del ministro nel giusto contesto dobbiamo ricordare che, tra il 1980 e il 2000, il Perù patì una guerra rivoluzionaria innescata da Sendero Luminoso, il cui terrorismo selvaggio provocò una risposta militare anch’essa di portata vertiginosa. Cica 70 mila peruviani, in gran parte miseri contadini delle Ande e abitanti dei villaggi più poveri ed emarginati del paese, trovarono la morte in questo cataclisma.

Finita la dittatura di Alberto Fujimori (condannato proprio in questi giorni per i crimini contro l’umanità compiuti durante il suo regime), il governo ha nominato una Commissione della Verità e della Riconciliazione per accertare le proporzioni di questa tragedia sociale. Utilizzando il materiale delle proprie indagini, la Commissione ha organizzato una delle più emozionanti esposizioni mai viste in Perù, che ancora oggi si può visitare, in forma ridotta, nel Museo della Nazione a Lima. Intitolata «Yuyanapak» (Per ricordare), documenta, attraverso foto, filmati, quadri sinottici e testimonianze di vario tipo, la demenziale ferocia con cui i terroristi di Sendero Luminoso e dell’Mrta (Movimento rivoluzionario Tupac Amaru), insieme con i Comandi delle Forze Speciali e i gruppi d’annientamento - come il tristemente famoso Gruppo Colina -, seminarono il terrore mietendo migliaia di vite innocenti. E certifica anche l’impotenza e la disperazione delle parti più umili e disgraziate del paese di fronte a questo uragano scatenato dal fanatismo ideologico e il generale disprezzo della morale e della legge.

Il primo ministro tedesco, Angela Merkel, in visita uffiale in Perù, ha promesso di appoggiare finanziariamente la realizzazione di un Museo della Memoria che, seguendo le orme già tracciate da «Yuyanapak», sarebbe stata una documentazione veritiera - momento d’insegnamento e di monito - delle rovine materiali e morali subite dal Perù negli anni del terrore e, nello stesso tempo, un appello alla riconciliazione, alla pace e alla convivenza democratica. Rispettando la parola data dal Cancelliere, il governo tedesco ha proposto di donare due milioni di dollari. Il governo peruviano, con una decisione sconcertante, ha fatto sapere che non accetterà questa offerta tedesca. E il ministro della Difesa ha avuto l’incarico di motivare lo sgarbo con una teoria che così potremmo riassumere: «Il Perù non ha bisogno di musei».

Il ministro ha spiegato che in un paese dove c’è grande carenza di scuole e ospedali e dove tanti soffrono la fame, un museo non può essere una priorità. In base a questa filosofia, gli Stati dovrebbero fare investimenti a difesa del proprio patrimonio archeologico, monumentale e artistico solo quando abbiano assicurato prosperità e benessere a tutta la popolazione. Se, nei secoli scorsi, fosse prevalsa questa visione così pragmatica, non esisterebbero il Prado, il Louvre, la National Gallery, l’Ermitage, mentre il Machu Picchu avrebbe dovuto essere messo all’asta per comprare matite, abbecedari e scarpe. E il ministro ha ripetuto le critiche già avanzate in passato alla Commissione e a «Yuyanapak»: scarsa imparzialità e un atteggiamento di faziosa equidistanza nel giudicare l’operato dei terroristi e quello delle forze dell’ordine.

Queste critiche sono di un’ingiustizia lampante. Nessuno più di me ha condannato il terrorismo di Sendero Luminoso e del Mrta. In quegli anni ero candidato alla presidenza del Perù e ho dedicato gran parte della mia campagna elettorale a denunciare i loro crimini e il loro folle fanatismo sostenendo la necessità di combatterli con la massima energia possibile, ma all’interno delle leggi, perché se un governo democratico per sconfiggere il terrorismo incomincia a utilizzare i metodi dei terroristi, come faceva Fujimori, costoro vinceranno la guerra anche se potrà sembrare che la perdano. Per questo hanno attentato due volte alla mia vita. D’altro lato credo d’aver criticato, con la stessa forza, le compiacenze, gli atteggiamenti pusillanimi e le mancate prese di posizione degli intellettuali di sinistra nei confronti del terrorimo. In nome di tutto ciò penso di poter dire senza essere accusato di simpatie estremiste, dopo aver letto a lungo i documenti della Commissione, che c’è, in questo lavoro, un importante sforzo di portare alla luce la verità della storia nel dedalo di carte, testimonianze, note informative, dichiarazioni, manipolazioni e contraddizioni messe a confronto. In questi nove, ponderosi volumi sono, ovviamente, sfuggiti errori. Ma, sia nelle motivazioni, sia nelle conclusioni, non emerge la benché minima intenzione di parzialità: al contrario, si nota un impegno onesto, e direi quasi ossessivo, nel presentare quanto è accaduto con la maggior esattezza possibile, avvertendo in modo inequivocabile che la prima e maggior responsabilità di questa mostruosa carneficina è stata dei fanatici senderisti e degli aderenti all’Mrta, persuasi che, uccidendo a man salva tutti gli oppositori, avrebbero portato in Perù il paradiso socialista.

Noi peruviani abbiamo bisogno del Museo della Memoria per combattere questi ciechi e ottusi atteggiamenti d’intolleranza che innescano la violenza politica. Per far sì che quanto è accaduto negli Anni 80 e 90 non si ripeta. Per comprendere dove conducono la delirante follia degli ideologi marxisti e maoisti e, contestualmente, i metodi fascisti con i quali Fujimori e Montesinos li hanno combattuti nella convinzione che, per raggiungere un obiettivo, si possa fare a meno di regole.


I musei sono necessari ai Paesi quanto le scuole e gli ospedali. Educano, a volte, più delle aule e, soprattutto, in un modo più sottile, privato e duraturo rispetto a quello che ci viene offerto dai maestri. E anch’essi curano non i corpi, ma le menti dalle nebbie dell’ignoranza, del pregiudizio, delle superstizione e da tutte le malattie che impediscono agli esseri umani di comunicare tra loro e li esasperano e li spingono a uccidersi. I musei sostituiscono la visione piccina, provinciale, meschina, unilaterale, campanilistica della vita e delle cose con una visione ampia, generosa, plurale. Affinano la sensibilità, stimolano l’immaginazione, educano i sentimenti e risvegliano nelle persone uno spirito critico e autocritico. Il progresso non vuol dire solo molte scuole, molti ospedali e molte strade. Vuol dire anche, e forse soprattutto, quel sapere che ci rende capaci di cogliere la differenza tra il bello e il brutto, l’intelligenza e la stupidità, il buono e il cattivo, l’accettabile e l’inaccettabile, che chiamiamo cultura. Nei paesi in cui ci sono molti musei la classe politica è, di solito, più presentabile che nei nostri e, lì, non è così frequente che i governanti dicano o facciano idiozie.



http://www.lastampa.it/redazione/cms...1694girata.asp
 
Vecchio 09-03-2009, 11.44.15
foglie di acqua
 
Le Ragioni del Museo



«Noi frequentiamo le gallerie non per amore
dei pittori, ma per amore di noi stessi»
Jacob Burckhardt




Sia che lo si guardi con simpatia, sia che lo si consideri con vago disagio, il museo è molto di più che un luogo dove si conservano opere e oggetti. La prima metà di questo secolo lo ha visto ferocemente avversato dalle avanguardie. Nella seconda un complesso recupero di valori ne ha fatto una delle istituzioni centrali del mondo occidentale. Quanto più le città si assomigliano o sono diventate invivibili per chi le abita e per chi le percorre, tanto più il museo, cioè il passato di un luogo, ha assunto centralità nell'immaginario collettivo. In un mondo che crede di avere visto tutto, è rimasto paradossalmente come uno degli ultimi luoghi nei quali si va alla ricerca della meraviglia o del diverso. Un luogo di curiosità, tuttora, in cui si può trovare qualcosa che non è nel mondo di tutti i giorni. Non a caso il museo ha assunto all'interno di una città o di una capitale un ruolo rappresentativo insostituibile. L'Ottocento gli ha costruito architetture imponenti. Il Novecento ha continuato su questa strada, soprattutto con i grandi monumenti dei musei d'arte contemporanea negli Stati Uniti, o gli ha dato segnali opposti, dimessi, neutri, come è successo a partire dagli anni cinquanta ad oggi, ma per un altrettanto preciso disegno diversificante. Grandi progetti di rinnovamento urbanistico di città come Parigi si snodano intorno a musei nuovi o riattualizzati, come a punti centrali di attrazione di massa. In altri casi si assiste, attraverso il museo, alla ricostruzione di una nuova storia e di una nuova memoria, come è avvenuto in Germania nell'ultimo decennio. In Italia in casi rarissimi si è dato corso a nuovi progetti e ci sono le gravi carenze strutturali che ben conosciamo: elementari problemi di sopravvivenza delle opere, di tutela, di custodia, difficoltà di accesso. Ma non si può negare che anche qui l'attenzione e la discussione siano state vivaci.
Si direbbe che in questi ultimi decenni ci siamo anche dotati di una strumentazione critica in grado di leggere il museo in modo diverso. Figure molto sensibili al fenomeno della collezione, come Walter Benjamin, hanno fornito, anche se in modo non organico, ma forse proprio per questo più stimolante, importanti chiavi di lettura, come il rilievo dello spessore simbolico che circonda l'oggetto-museo e ne fa ancora oggi un'istituzione specialissima e insostituibile. Alcune importanti riflessioni sulla teoria della collezione hanno portato a leggere il museo come un luogo astratto dalla realtà, completamente alieno dai meccanismi di uso e di produzione degli oggetti che caratterizzano l'esperienza quotidiana. Il museo mette in mostra caratteristiche uniche, per le quali nessun'altra istituzione può competere con esso. La soglia che si oltrepassa entrandovi è un confine. Quello che sta al di là è una specie di mondo alla rovescia. La genesi di un'immagine come questa è di fatto nel museo ottocentesco, luogo di deposito e cimitero di capolavori. Segue, nel tempo, il rifiuto delle avanguardie per il museo. Si tratta di comportamenti leggibili in più direzioni, dalla ripulsa della «forma» del museo, con l'opera che esce dal quadro, a nuove dimensioni, nuovi materiali per l'oggetto d'arte o a un ritorno, poco dopo, dentro la cornice del museo, con i ready-made, con il lento reimporsi di un modo museale di pensare all'oggetto d'arte nei Dadaisti, in artisti come Schwitters (nella sua casa-collezione di Hannover), in Picasso, nei Surrealisti.
Per le avanguardie il museo rimane quello che è ancora oggi per il grande pubblico: lo spazio della negazione, anche se la sua immagine si è fatta più accattivante. Ma c'è un'ulteriore considerazione che ci porta ad anni più vicini. Anche il reinnesto profondo di un pensiero di matrice marxista dentro la cultura europea, soprattutto francese e italiana degli anni sessanta e settanta, porta a un ripensamento del museo in termini di luogo astratto. Lo si considera l'unica espressione o quasi di un intero sistema sociale, di uno spazio che rimane virtualmente escluso dalla realtà capitalistica. Il museo è il luogo dello stato, della proprietà pubblica e luogo dei divieti. Gli oggetti che fuori possono essere venduti, alienati, o distrutti, all'interno non lo possono essere. Quello che fuori si può toccare, qui è oggetto di proibizione. Le cose che si muovono fuori, nel tempo, qui sono immobili. Baudrillard porta in questa direzione con il suo Système des objets, in cui non si parla mai di museo, ma si allude a un sistema che prevede il museo come luogo della vera legittimazione e della santificazione dell'oggetto. È qui in parte l'origine del culto feticistico che viene tributato al reperto. Sappiamo bene, oggi, che alcuni musei sono diventati meta di un grande afflusso di pubblico, che questa percezione di eccezionalità, di unicità dell'istituzione, si è accentuata. Per molti visitatori basta percorrere le sale senza aver visto nulla o quasi. Come se il rituale consistesse nell'offrire a una divinità misteriosa il solo gesto, la sola fatica di gettare uno sguardo all'interno di quello che è rimasto ancora, dalle origini del museo moderno a oggi, il suo tempio. In questo senso sembra funzionare egregiamente il nuovo ingresso del Grand Louvre, che assomiglia alla sala di imbarco di un aeroporto, amplissima e sempre piena di gente in movimento. Pare che si stia verificando un fenomeno analogo a quanto succede da tempo al Centre Pompidou. Al visitatore basta mettere piede dentro il museo, senza dover entrare nelle sale. Queste situazioni museali contemporanee con le quali ci confrontiamo continuamente necessitano di alcune riflessioni. Non si è arrivati per caso a una centralità del museo che certamente non ha paragoni in passato.

[…]

Quello che si può osservare oggi sul museo, agli inizi degli anni novanta, viene dalla ulteriore grande diffusione che questa istituzione ha avuto nel suo porsi al centro dell'interesse di un pubblico di massa. La sua natura specialissima ha contribuito in maniera determinante a farne uno strumento particolarmente consono all'assetto e alle istanze del mondo moderno. Si può avere l'impressione che la storia gli sia stata consegnata completamente, almeno nei suoi aspetti immediatamente fruibili e percepibili. Perché il museo ha innegabili vantaggi. Si esprime per immagini e quindi può illudere di un veloce quanto facile apprendimento. Lo si vede bene se lo si considera in rapporto con la città. Per il grande pubblico il museo può essere l'unico depositario dell'immagine condensata di un luogo o di una nazione altrimenti difficile da cogliere nella sua interezza. Questa aspirazione o illusione di totalità, che il museo ha espresso e perseguito, è di per sé oggi ulteriore motivo di attrazione e di centralità dell'istituzione. Visitare il Louvre, il British Museum o il Metropolitan dà la solida impressione di aver percorso, e posseduto, un manuale di storia dell'arte di tutti i tempi. Così certe mostre monografiche su artisti, o altre dal titolo molto ampio e poco problematico (I Futurismi, Il Novecento, I Fenici, I Celti), raggiungono tanto più efficacemente un pubblico che aspira a riunire nozioni disperse, a ritagliarsi chiarezza e ad assimilare velocemente conoscenze complesse, nodi problematici, strati di eventi intrecciati tra di loro. Quello che si può rilevare oggi è che, anche quando non si preoccupa minimamente di essere didattico, il museo riesce a trasmettere di sé un'immagine già pronta per l'uso, perché comunque rappresenta una scelta, un'abbreviazione rispetto al flusso continuo degli oggetti nella realtà. Tutto questo non può essere osservato che come una prova di quello che si diceva all'inizio. Il museo è entrato profondamente tra le maglie del mondo moderno occidentale, che ha costruito una vera «civiltà del museo», erigendo ovunque monumenti al culto del proprio passato o a un presente, per la scienza o l'arte contemporanea. Ma accanto a tutto questo, a queste grandi e universali caratteristiche, che sono diventate patrimonio comune, è da registrare un percorso di almeno quarantanni di lavoro dal secondo dopoguerra a oggi, che ha rinnovato la fisionomia di questa istituzione.

[…]

Dal dopoguerra a oggi infatti il museo è stato oggetto, come mai era accaduto in passato, di una serie di istanze molto precise che sono venute dal suo interno, dalle sue forze migliori. L'affermazione del termine stesso «museologia» si appoggia a un generale rinnovamento delle problematiche intorno al museo. Per la prima volta nella storia di questa istituzione, a partire dall'immediato dopoguerra, si crea un organismo internazionale, l'Icom (International Council of Museums), filiazione dell'Unesco, che dal 1948 inizia i suoi lavori di coordinamento tra i musei di tutto il mondo.

[…]

Adalgisa Lugli, Museologia, Jaka Book, 1992







§§§§§§§








Il sito dell’ICOM (International Council of Museums) Italia

http://www.icom-italia.org/


Il museo é un’istituzione permanente, senza scopo di lucro, al servizio della società e del suo sviluppo. È aperto al pubblico e compie ricerche che riguardano le testimonianze materiali e immateriali* dell’umanità e del suo ambiente; le acquisisce, le conserva, le comunica e, soprattutto, le espone a fini di studio, educazione e diletto. Seoul 2004

*I beni immateriali sono stati inseriti nella definizione di museo di ICOM nell'ottobre 2004 in occasione dell'Assemblea Generale di Seoul.
 
Vecchio 09-03-2009, 12.21.00
ugodin
 
ancora più bello di visitare musei è avere il proprio museo.
una cosa che mi ha catturato sin da piccolo è stato un museo della mia città, un po' particolare, a sfondo storico.
l'ho visitato da piccolo, ci passavo le ore a sognare e non me ne venivo mai via finchè non mi buttavano fuori. ci tornavo tutti i mesi. quando la vita mi ha portato via dalla città dove abitavo, ogni tanto ci tornavo in sogno. appena tornato in italia, con tanto di moglie e figli, una tra le prime cose che gli ho fatto visitare, ancor prima di famosi palazzi, chiese e piazze, indovinate cos'è stato?
per me è come il buon libro. quando lo trovi lo tieni sul comodino e non lo lasci mai.
 
Vecchio 09-03-2009, 14.12.13
Juliet
 
Citazione:
Originalmente inviato da ugodin
ancora più bello di visitare musei è avere il proprio[/SIZE] museo.
una cosa che mi ha catturato sin da piccolo è stato un museo della mia città, un po' particolare, a sfondo storico.
l'ho visitato da piccolo, ci passavo le ore a sognare e non me ne venivo mai via finchè non mi buttavano fuori. ci tornavo tutti i mesi. quando la vita mi ha portato via dalla città dove abitavo, ogni tanto ci tornavo in sogno. appena tornato in italia, con tanto di moglie e figli, una tra le prime cose che gli ho fatto visitare, ancor prima di famosi palazzi, chiese e piazze, indovinate cos'è stato?
per me è come il buon libro. quando lo trovi lo tieni sul comodino e non lo lasci mai.[/COLOR]
La tua esperienza, Ugodin, mi ha fatto riflettere su quale fosse il mio museo preferito.

Tanti tipi di musei, diversi di luogo in luogo e di nazione in nazione, alcuni modernissimi, altri solo "più curati", altri ancora "di nicchia" o completamente dimenticati.

Chissà se anche altri come te hanno ... "un museo nel cassetto" ..

Sarebbe bello ...
 
Vecchio 10-03-2009, 09.49.21
Juliet
 











Louvre - il più celebre
 
Vecchio 08-04-2009, 22.01.15
edolo
 
Citazione:
Originalmente inviato da Juliet

Finita la dittatura di Alberto Fujimori (condannato proprio in questi giorni per i crimini contro l’umanità compiuti durante il suo regime)



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