L'Archivio di Metaforum

Forum di politica, cultura, società - 2009

 
Vecchio 23-01-2008, 08.37.09
mormore
 
Fiabe e Leggende

"Conversazione con una stufa" H.Hesse




Mi si presento': grossa e grassa, la grande bocca piena di fuoco.
"Mi chiamo Franklin",disse.
"Sei per caso Benjamin Franklin?",chiesi io.
"No,solo Franklin,o Francolina.Son una stufa italiana,una grande invenzione.Non scaldo molto,ma..."
"Gia',la interruppi,"questo mi e' noto.Tutte le stufe coi bei nomi sono invenzioni straordinarie,ma scaldano poco.Ma dimmi,Franklin,come si spiega che una stufa italiana abbia un nome americano? Non e' strano?"
"Strano?No,per niente.Sai questa e' una delle leggi segrete.Una legge segreta di nessi e integrazione.La natura e' piena di tali leggi.I popoli vili hanno canzoni in cui si celebra coraggio. I popoli senza amore hanno pezzi di teatro in cui e' celebrato l'amore.Cosi' capita anche a noi,le stufe.Una stufa italiana per lo piu' si chiama all'americana,cosi' una stufa tedesca ha un nome greco. Sono tedesche ma credimi,non scaldano piu' di me,ma si chiamano Heureka oppure Phonix o la Potenza di Ettore.Nomi che rievocano ricordi importanti.E cosi' io mi chiamo Franklin.Sono una stufa,ma potrei,stando a molto segni,essere anche un uomo di stato.Ho una gran bocca,consumo molto,riscaldo poco,sputo fumo attraverso il tubo,porto un bel nome e ricordo grandi avvenimenti.Cosi' stanno le cose con me."
"Certo",dissi,"ho il piu' gran rispetto per lei.E poiche' lei e' una stufa italiana,certamente lei in lei si possono anche arrostir castagne."
"Si puo',certo.E' un passatempo come un altro.Molti lo amano,cosi' come fanno versi e giocano scacchi.Certamente in me si possono arrostir castagne,perche' no?Si bruciano anche,ma il passatempo c'e'.Gli uomini amano passare il tempo, e io sono un'opera di uomini.Noi facciamo il nostro dovere,noi monumenti,ne piu' ne meno."
"Un attimo-ha detto monumenti?Si considera dunque un monumento?"
"Ma cero tutti noi siamo monumenti.Noi prodotti dell'industria siamo tutti monumenti di una qualita' o di una virtu' umana,una qualita' che in natura si trova di rado e che a livelli elevati,si trova solo presso gli uomini."
"Ma che qualita' e' questa,prego?"
"Il senso dell'inutile.Io,accanto a molte altre,sono un monumento a questo senso.Mi chiamo Franklin,sono una stufa,ho una grande bocca che mangia legno e un grosso tubo,attraverso il quale il calore trova la via piu' breve verso l'esterno.Ho anche ornamenti e due sportelli che si possono aprire e chiudere.Ma anche questo e' un passatempo.Come suonare un flauto."
"Lei mi stupisce,Franklin.E' la stufa piu' intelligente che io abbia mai visto.Ma come va la cosa:lei e' solo una stufa oppure monumento?"
"Quante cose vuol sapere Lei.Non le e' noto che l'uomo e' l'unica specie che attribuisce "un senso" alle cose?Per l'intera Natura una quercia e' una quercia,il vento e' il vento e il fuoco e' il fuoco.Per l'uomo invece tutto e' altro;tutto ha un senso,tutto e' un riferimento.Tutto per l'uomo e' sacro,tutto e' simbolo.Un omicidio e' un'impresa eroica,un'epidemia il Dito do Dio,una guerra e' un'evoluzione.Come potrebbe una stufa essere solo una stufa? No,anche una stufa e' un simbolo,e' un monumento,e' una dichiarazione.E per questo la si ama,per questo le si porta rispetto.Per questo ha ornamenti e sportelli.Per questo non vede in quel po' di caldo,la sua unica finalita'.Per cio' si chiama Franklin."
(1919)
 
Vecchio 02-02-2008, 13.58.22
Amor
 
Il giardino del Amor


L’Amore si trovava in giardino, era andato a salutare il noce , il ciliegio e tutti i suoi alberi preferiti.

La bora soffiava forte, si infilava sotto i vestiti, e preoccupato per la salute delle rose, accarezzava i tronchi,

pensando che toccare un albero non è per niente diverso dal toccare un qualsiasi altro vivente.

Accarezzando la testa di un cane si sente qualcosa di caldo, di vibrante, c’è sempre una sottile agitazione.

Nel cane, come nell’uomo ci sono troppi pensieri, troppe esigenze.Il raggiungimento della quiete e della felicità non dipende mai da lui soltanto.

Nell’albero invece è diverso. Da quando spunta a quando muore, sta fermo sempre nello stesso posto. Con le radici è vicino al cuore dalla terra più di qualunque altra cosa, con la sua chioma è il più vicino al cielo.

La linfa scorre al suo interno dall’alto al basso, dal basso all’alto, aspetta la pioggia, aspetta il sole.

Nessuna delle cose che gli consentono di vivere dipende dalla sua volontà. Esiste e basta.

Infreddolito, L’Amore decise di chiamare il Tempo:

“Fai ritornare il sole e il caldo …

Vorrei l’estate sempre amico mio!”

Il Tempo guardò il piccolo amor e pieno di tristezza disse:

“Non posso aiutarti Amore..

“Il tuo giardino aspetta una stagione e poi l‘altra, aspetta la morte …segue un destino ”

Amor sapeva passeggiare su un prato e raccogliere fiori in modo diverso, uno perché è giallo, l’altro perché azzurro, un terzo perché è profumato, il quarto perché sta sul bordo del sentiero.

Ma non sapeva cos’è il Destino!

“Oh Amore” risponde il Tempo intenerito,

“Tu non puoi sapere, sei troppo piccolo;

L’idea del destino avviene con l’età e quando la strada alle tue spalle è più lunga di quella che hai davanti, vedi una cosa che non avevi mai visto prima.

La via che hai percorso non era dritta ma piena di bivi, ad ogni passo c’era un freccia che indicava una direzione diversa; da li si dipartiva un viottolo, da là una strada erbosa che si perdeva in boschi. Qualcuna di queste deviazioni l’hai imboccata senza accorgertene qualcun‘altra non l’avevi vista …

Quelle che hai trascurato non sai dove ti avrebbe condotto, se in un posto migliore o peggiore; non lo sai ma

ugualmente provi rimpianto. Potevi fare una cosa e non l’hai fatta, sei tornato indietro invece di andare avanti.

E’ questo il Destino.”

Amor capì che non poteva aiutare il suo giardino ma amava cosi tanto la Bora , l’inverno e… anche la primavera che andò a dormire contente.

by Amor

Ultima modifica di Amor : 02-02-2008 alle ore 20.02.32.
 
Vecchio 02-02-2008, 19.57.34
Amor
 
C'era una volta un'isola


C'era una volta un'isola, dove vivevano tutti i sentimenti e i valori degli uomini:
il Buon Umore, la Tristezza, il Sapere... così come tutti gli altri, incluso l'Amore.
Un giorno venne annunciato ai sentimenti che l'isola stava per sprofondare,
allora prepararono tutte le loro navi e partirono, solo l'Amore volle aspettare fino all'ultimo momento.
Quando l'isola fu sul punto di sprofondare, l'Amore decise di chiedere aiuto.
La Ricchezza passò vicino all'Amore su una barca lussuosissima e l'Amore le disse:
"Ricchezza, mi puoi portare con te?”
"Non posso c'è molto oro e argento sulla mia barca e non ho posto per te."
L'Amore allora decise di chiedere all'Orgoglio che stava passando
suu...magnifico vascello, "Orgoglio ti prego, mi puoi portare con te?",
"Non ti posso aiutare, Amore..." rispose l'Orgoglio,
"qui è tutto perfetto, potresti rovinare la mia barca".
Allora l'Amore chiese alla Tristezza che gli passava accanto
"Tristezza ti prego, lasciami venire con te",
"Oh Amore" rispose la Tristezza, "sono cosi triste che ho bisogno di stare da sola".
Anche il Buon Umore passò di fianco all'Amore, ma era così
contento che non sentì che lo stava chiamando.
All'improvviso una voce disse:
"Vieni Amore, ti prendo con me”
Era un vecchio che aveva parlato.
L'Amore si sentì così riconoscente e pieno di gioia
che dimenticò di chiedere il nome al vecchio.
Quando arrivarono sulla terra ferma, il vecchio se ne andò.
L'Amore si rese conto di quanto gli dovesse e chiese al Sapere:
"Sapere, puoi dirmi chi mi ha aiutato?”
"E’ stato il Tempo" rispose il Sapere.
"Il Tempo?" si interrogò l'Amore, "Perché mai il Tempo mi ha aiutato?".
Il Sapere pieno di saggezza rispose:
"Perché solo il Tempo è capace di comprendere quanto l'Amore sia importante nella vita".


Per concludere questa bellissima fiaba trovata nella rete(sembra perduta la fonte originale,
ho scritto una piccola poesia ( ho preso 1-2 frasi dal Internet )



Amor ringrazia ...


“ Il Tempo” disse al piccolo “Amore”
Se fossi un gigante
ti porterei sulle spalle;
se fossi un'aquila,
ti porterei sulle ali;
se fossi un delfino,
ti porterei tra le onde del mare;
ma sono un' amico,
e non dimenticare,
Io sono“il Tempo”
e tutte le cose so sistemare.
“Amor “sorrise, e pensò
Che non è mai tardi,
per ringraziare.

by Amor
 
Vecchio 02-03-2008, 17.34.08
Amor
 
L'Amore

l'AMORE

L’Amore,dopo una lunga chiacchierata mattutina con gli uccelli che avvertivano l’arrivo della primavera, senti un grande rumore, e da lontano vede la sua casa piena di ospiti.
Fuori nel cortile, lo stavano aspettando la Gioia e la Contentezza, ma non c’era nulla di strano , tra tutti i sentimenti del uomo loro venivano più spesso a trovarlo.
Questa volta invece, c’erano proprio tutti, e Amor sorridente guardava il Tempo , il vecchio saggio, che voleva ballare con la Timidezza !
Lui, l’Amore amava tutti i sentimenti del uomo, erano i suoi amici, ma doveva scoprire quale evento, poteva metterli cosi d’accordo, tutti insieme.
L’Orgoglio sembrava più orgoglioso, la Ricchezza voleva dividere la sua ricchezza, anzi la voleva regalare e nascosta in un angolo, stava la Tristezza , confusa perché aveva dimenticato i motivi della sua tristezza.
In mezzo a loro c’era qualcun altro, Amor ,senti un piccolo mormorio , e capi; il battito del suo cuore diventò cosi forte, sembrava che il suo cuore voleva uscire fuori dal petto, e s’innamorò perdutamente gridando:
E’ un bambino!
Nella stanza un può buia, lui il neonato era una luce piccola, debole, una fiammella appena, sarebbe bastato un soffio per spegnerla, ma il suo arrivo al mondo era un miracolo . Bastava la sua presenza per mettere d’accordo tutti i sentimenti dell’uomo.

by Amor
 
Vecchio 02-03-2008, 19.47.48
Daruma
 
Questa è una fiaba-leggenda raccontata da me, non appena arrivato su metaforum, su gentile richiesta del Doc Mitamit, e si trova qui.

*******

Daruma Feb 28 2005, 05:02

QUOTE Mitamit
Me la racconti una bella fiaba orientale?

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Caro Mitamit, 'son mica qui a raccontar favole...
ma visto che me lo chiedi con cotanta cortesia, mi ci proverò, anche se è una favola triste:

Tanto tempo fa, in una bella città dell'emilia orientale, una bella bambina di nome Alice, dopo avere attraversato lo specchio, tentò di creare un paese delle meraviglie fondando una radio LIBERA.
Le cose andarono bene, tanto che parecchi amici, tipo il bruco strafatto, la finta tartaruga, l'araba fenice, il grifone e altri si gettarno a capofitto nell'impresa, senza contare coloro che partecipavano dall'esterno attraverso microfoni e cornette e vibrazioni...
Ma ad un certo punto i re e le regine, soprattutto quelli di picche e bastoni, si spaventarno di ciò che stava succedendo, più nessuno seguiva le loro false partite, tutti preferivano ascoltare e soprattutto...parlare!!! Addirittura stavano cominciando a PENSARE...da soli! Ciò era davvero troppo! Immantinente spedirno un'envincible armada di Biechi Blu e la chiusero con la forza!
Il Capellaio matto e la lepre Marzolina furono rinchiusi e Alice fu spedita in esilio...
E tutto questo accadeva ben prima dell'arrivo dei cavalieri di Mordor che alla fine conquistarno l'intera Infogalassia...

Mille e mille tristi anni passarno, ma in certi angolini bui ai confini dell'universo ancora si sussurra che Alice, passata in un'altra dimensione, stia ancora tentando, con l'aiuto di cavalieri jedi, merry pranxters, ultraeroi e consimili buontemponi, di organizzare un ritorno della libera luce e - bestemmia! - magari anche della gioia di vivere.... e si raccontano che tutti alla fine vivranno felici e contenti...
Bah ! Superstizioni di residualieni ignoranti e retrogradi illusi....

FINE

Ti ha piaciata?




*******

Vediamo se qualcuno, magari l'alesciandra, che l'è di Bulagna, o magari il neoarrivato(ta?) RadioLondra capisie a cosa si riferisie...


 
Vecchio 02-03-2008, 20.24.23
Hatman
 
Tra poco è il 12 Marzo, e farebbero 31 anni , credo...Affabulatore, sbaglio o ci sono anche audio records della carabinieresca penetrazione, mi sembrava di averli sentiti da qualche parte....

ecco trovate:

http://www.radioalice.org/



ps
chi era quello che leggeva i racconti di Ambrose Bierce?
 
Vecchio 02-03-2008, 20.41.34
Amor
 
Citazione:
Originalmente inviato da Daruma
Tanto tempo fa, in una bella città dell'emilia orientale,
Meno male sta scritto emilia orientale..per un attimo pensai Emilia

Citazione:
Originalmente inviato da Daruma
tutti alla fine vivranno felici e contenti... [/I][/COLOR]
Bah ! Superstizioni di residualieni ignoranti e retrogradi illusi....

FINE

Ti ha piaciata?

Beh ..il finale lo sapevo .. Quindi
Come vuoi che ti dica se mi piace o no la tua fiaba se tu non hai scritto se ti piacciono le mie fiabe?
 
Vecchio 02-03-2008, 21.00.47
Fairytale
 
Citazione:
Originalmente inviato da Hatman
Tra poco è il 12 Marzo, e farebbero 31 anni , credo...Affabulatore, sbaglio o ci sono anche audio records della carabinieresca penetrazione, mi sembrava di averli sentiti da qualche parte....
Nei titoli di coda del film di qualche anno fa:




L'hai visto? Film che rievoca tutta una certa atmosfera studentesca e idealista a Bologna degli anni settanta.
Suggestive e inquietanti le registrazioni dell'irruzione dei Carabinieri alla fine.
 
Vecchio 02-03-2008, 23.22.51
Hatman
 
Grazie Fairy,
si in effetti potrebbe essere stato nel trailer di quel film che l'ho sentito.
Lo ho in dvx ma non ancora visto, anche se tutti me ne hanno parlato bene..ero un soldo di cacio in quegli anni, oggi ho una curiosità enorme per quel periodo, ma ne devo mangiare ancora di pane per averne una conoscenza decente.
La fiaba di Daruma mi ha messo curiosità, sarà mica che lui era uno dei fondatori ?
 
Vecchio 02-03-2008, 23.42.48
Fairytale
 
Citazione:
Originalmente inviato da Hatman
...ero un soldo di cacio in quegli anni, oggi ho una curiosità enorme per quel periodo, ma ne devo mangiare ancora di pane per averne una conoscenza decente.
Beh... anche io onestamente non ero esattamente grande in quel periodo, non arrivavo alla decina


Diciamo che da adolescente ne ho ascoltato le ultime eco e assaggiato le ultime atmosfere sognanti, o ero io che sognavo?



Citazione:
La fiaba di Daruma mi ha messo curiosità, sarà mica che lui era uno dei fondatori ?
Non mi meraviglierebbe!


Daruma è stato ovunque e ha conosciuto chiunque!


Ultima modifica di Fairytale : 03-03-2008 alle ore 09.18.37.
 
Vecchio 03-03-2008, 00.34.34
Hatman
 
OT

mi piace quel che hai scritto.
Hai detto come meglio non si poteva, più o meno anche io in quell'anno avevo la stessa età...
per esempio, ho il ricordo ancora vivo del giorno in cui Moro fu sequestrato e la scorta massacrata...improvvisamente, a metà mattina ci mandarono a casa da scuola, senza spiegarci esattamente il perchè, tutti i grandi a parlare animatamente per le strade e quando tornai a casa, a pranzo, in famiglia erano tutti atterriti...il sapore di quel senso di angoscia degli adulti mi è rimasto impresso.

E però hai ragione, era anche un periodo in cui sentivo confusamente l'atmosfera che descrivi...

Il bello di Mf è anche che ci sono persone come Dar o altri che possono raccontarci com'era.
 
Vecchio 03-03-2008, 00.50.07
Fairytale
 
Proseguendo in OT

Citazione:
Originalmente inviato da Hatman
[...]ho il ricordo ancora vivo del giorno in cui Moro fu sequestrato e la scorta massacrata...improvvisamente, a metà mattina ci mandarono a casa da scuola, senza spiegarci esattamente il perchè, tutti i grandi a parlare animatamente per le strade e quando tornai a casa, a pranzo, in famiglia erano tutti atterriti...il sapore di quel senso di angoscia degli adulti mi è rimasto impresso.
Hai centrato una riflessione che mi è capitato di fare in questi giorni, complice una conversazione ascoltata alla radio.
Della storia tragica italiana e internazionale, ho il ricordo nitido e quasi sensoriale di tre eventi: il rapimento Moro, la strage alla stazione di Bologna e l'attentato alle Torri Gemelle e Pentagono.
Ricordo perfettamente cosa stavo facendo e la sensazione quasi di straniamento che ho provato. E due eventi sono molto lontani nel tempo....
 
Vecchio 01-04-2009, 23.37.39
sarahkerrigan
 
Nel raggruppare - per poi portare nel mio archivio in solaio - libri per ragazzi dei quali alcuni conservati fin dalla mia infanzia (e non solo mia) ne ho recuperato uno che ha abitato parecchio tempo nel mio immaginario, ha solleticato la mia fantasia fino al punto di identificare il M.O. e l'oriente in generale come luoghi dove ogni magia poteva manifestarsi solo a volerlo.

Si tratta di Le mille e una notte o Alf Laila Wa-Laila e che propongo di seguito per immagini anziché per iscritto (perdonate lo scatto digitale fatto di fretta) in modo che eventuali bambini che si trovino a leggere questo post, possano seguire la favola direttamente dal libro; a me lo propose un giorno mio papà e mi spiace di non ricordare - per me stessa a mò di diario, che a voi non interessa di certo - chi fu il proprietario originale (nella mia famiglia, fra fratelli e cugini, passava di tutto, da grande poi a piccolo) e ricordo ancora la sua voce, l'enfasi che metteva nel leggermela e nel rispondere alle domande che ponevo:




Ho scelto una delle favole dove non si accenna alla stranota Sheherazade, bensì alla principessa Budùr in questa edizione del 1958 in versione per l'infanzia...











Quando venne il momento di passare a mia volta questo libro a mio figlio, avevo già avuto modo di leggere le fiabe al completo tradotte da Antoine Galland e fu piacevole confrontarle mentalmente fra loro...magari, se non con un incipit questa sera, domani aggiungerò la storia originale affinchè chiunque abbia l'opportunità di rilevare differenze o particolari vari...

Per concludere la parentesi infantile, non è finita così, pubblico la versione Fiabe Sonore di mila anni fa^^ (altro amore viscerale)

 
Vecchio 02-04-2009, 00.05.45
sarahkerrigan
 
...da:

Antoine Galland

LE MILLE E UNA NOTTE

Traduzione di Armando Dominicis
Arnoldo Mondadori Editore






Storia di Marzavan


La nutrice della principessa della Cina aveva un figlio chiamato Marzavan, fratello di latte della principessa, essi erano stati nutriti e allevati insieme.
La loro amicizia era stata grande nel tempo della loro infanzia, ma una volta avanti negli anni furono obbligati a separarsi.
Marzavan aveva studiato nella sua giovinezza le molte scienze e la sua inclinazione l'aveva portato particolarmente allo studio dell'astrologia, della geomanzia, e di altre scienze segrete, nelle quali si era reso valentissimo. Non contento di quanto aveva imparato dai suoi maestri, si era posto a viaggiare, e non vi era scienziato o artista celebre che non fosse andato a visitare nelle più lontane città, per acquistare nuove cognizioni.
Dopo un'assenza di molti anni, Marzavan ritornò finalmente alla capitale della Cina, e le teste mozzate e poste in fila al disopra della porta da cui entrò, lo sorpresero estremamente.
Appena ritornato in casa sua ne domandò la ragione, informandosi in pari tempo della principessa, sua sorella di latte.
Quantunque la nutrice, madre di Marzavan, fosse occupata moltissimo presso la principessa della Cina, appena seppe che il suo caro figlio era di ritorno, trovò il mezzo di uscire per andarlo ad abbracciare e parlare alcuni momenti con lui.
Dopo avergli raccontato lo stato miserando in cui versava la principessa e la causa della furia del re, Marzavan le chiese se poteva procurargli il mezzo di vederla in segreto.
Dopo averci pensato alcuni momenti:
«Figliolo mio, io non posso dirvi nulla su ciò al momento, ma aspettatemi domani alla stessa ora e ve ne darò la risposta.»
Siccome oltre la nutrice nessuno poteva avvicinarsi alla principessa senza il permesso dell'eunuco che stava di guardia alla porta, la nutrice, sapendolo in servizio da poco, ignorando quanto era accaduto alla corte del re della Cina, si rivolse a lui dicendogli:
«Voi sapete che io ho allevato e nutrito la principessa, ma non vi è noto che l'ho allevata con una fanciulla della stessa età che ho maritato da non lungo tempo. La principessa che l'ama sempre, vorrebbe vederla, ma desidererebbe che nessuno la vedesse né entrare né uscire.»
La nutrice voleva dire di più, quando l'eunuco la azzittì:
«Ciò basta» le disse «farò sempre con piacere quanto posso per servire la principessa, fate venire o andate a prendere voi stessa la vostra figliola quando sarà notte e conducetela dopo che il re si sarà ritirato: le sarà aperta la porta.»
Appena fu notte, la nutrice andò dal suo figliolo Marzavan, e travestitolo da femmina, lo condusse con sé.
L'eunuco, non dubitando di nulla, aprì loro la porta e li lasciò entrare insieme.
Prima di presentare Marzavan, la nutrice si avvicinò alla principessa e le disse:
«Signora, non è già una femmina come voi vedete, ma mio figlio Marzavan da poco ritornato dai suoi viaggi, spero che vorrete accordargli l'onore di presentarvi i suoi omaggi.»
Al nome di Marzavan la principessa manifestò una gran gioia:
«Avvicinatevi, fratello mio» disse lei subito a Marzavan «e toglietevi questo velo, non è proibito a un fratello e a una sorella di vedersi a viso scoperto.»
Marzavan la salutò con gran rispetto, ma senza dargli il tempo di parlare:
«Sono contenta» continuò la principessa «di vedervi in perfetta salute dopo un'assenza di tanti anni, senza averci mai mandato vostre nuove, neppure alla vostra buona madre.»
«Principessa» rispose Marzavan «io vi sono infinitamente obbligato della vostra bontà. Mi aspettavo al mio ritorno di sapere di voi notizie migliori, d'altra parte sono colmo di gioia di essere giunto in tempo per portarvi, dopo tanti altri, i quali non vi sono riusciti, la guarigione di cui avete bisogno. Quand'anche io non tragga altro frutto dai miei studi e dai miei viaggi all'infuori di questo, mi riterrò a sufficienza ricompensato.»
Ciò detto, Marzavan trasse un libro e altre cose di cui si era munito credendole necessarie, secondo il ragguaglio che la madre le aveva fatto della malattia della principessa, la quale, nel vedere quei preparativi, esclamò:
«Che! fratello mio, credereste anche voi, che io sia pazza? Disingannatevi e ascoltatemi.»
Allora la principessa raccontò a Marzavan tutta la sua storia, non tralasciando i minimi particolari, fino all'anello cambiato con il suo che gli mostrò.
«Io non vi ho nascosto nulla» aggiunse «in quello che vi ho raccontato. È vero che vi è qualcosa che non comprendo affatto, e che fa credere che io non sia nel mio buon senno, ma è come io dico.»
Quando la principessa ebbe terminato di parlare, Marzavan, colmo di ammirazione e di stupore, restò qualche tempo con gli occhi bassi, senza proferire parola.
Finalmente, alzata la testa, così disse:
«Principessa, se quanto mi avete raccontato è vero, come ne sono persuaso, io non dispero di procurarvi la soddisfazione desiderata. Vi supplico solamente di armarvi di pazienza ancora per qualche tempo, finché io non abbia percorso regni dove ancora non sono approdato, e quando saprete del mio ritorno, siate certa che quello per cui sospirate con tanta passione non sarà lungi da noi.»
Ciò detto, Marzavan prese congedo dalla principessa e partì il giorno dopo.
Marzavan viaggiò di città in città, di provincia in provincia e di isola in isola, e in ciascun luogo in cui giungeva non sentiva parlare che della principessa della Cina e della sua storia.
A capo di quattro mesi, il nostro viaggiatore arrivò a Tarf, città marittima, grande e popolatissima, dove non intese più parlare della principessa Budùr, ma del principe Qamar az-Zamàn, che tutti dicevano infermo, e di cui si raccontava la storia, pressappoco simile a quella della principessa Budùr.
Marzavan ne provò una gioia inesprimibile e informatosi in quale angolo del mondo fosse questo principe, gli venne insegnato.
Vi erano due strade, l'una per terra e l'altra per mare, questa più breve.
Marzavan, scelse quest'ultima, si imbarcò sopra un vascello mercantile il quale ebbe una prospera navigazione fino presso alla capitale del regno di Shahzamàn, ma prima d'entrare nel porto, il vascello sciaguratamente andò contro uno scoglio per l'imperizia del pilota, e si sommerse a vista, poco lungi dal castello dove erano il principe e il re suo padre con il gran visir.
Marzavan sapeva nuotare: per cui non esitò a gettarsi nell'acqua, e andò ad approdare ai piedi del castello del re, dove fu ricevuto e soccorso per ordine del re.
Gli venne data una veste per cambiarsi, fu trattato bene, e allorché fu rimesso in salute, andò dal gran visir che aveva ordinato gli fosse condotto.
Essendo Marzavan un giovane di bella persona, il ministro lo accolse cortesemente, e concepì una grandissima stima per lui dalle sue risposte ben appropriate e spiritose a qualunque domanda gli fece.
Si rese conto anche che egli possedeva mille belle cognizioni, e perciò gli disse:
«Ascoltandovi, voi non siete un uomo comune. Piacesse a Dio che nei vostri viaggi aveste appreso alcun segreto per guarire un infermo, il quale da lungo tempo è causa di una grande afflizione in questa corte.»
Marzavan rispose che se avesse saputo la malattia da cui quella persona era presa, avrebbe potuto trovare un rimedio.
Il gran visir narrò allora a Marzavan lo stato in cui era il principe Qamar az-Zamàn, cominciando dalla sua origine. Non gli celò nulla della sua nascita tanto desiderata, della educazione, del desiderio del re di accasarlo presto, della resistenza del principe e della sua straordinaria avversione per il matrimonio, della sua disobbedienza in pieno consiglio, della sua prigionia, delle sue pretese stravaganze nella prigione, mutatesi in una passione violenta per una donna sconosciuta, non avendo altro fondamento se non un anello che il principe pretendeva essere di quella fanciulla, la quale forse non era neanche al mondo.
A questo discorso del gran visir, Marzavan si consolò infinitamente di essere, grazie al suo naufragio, precisamente dove era colui che cercava.
Egli comprese come il principe Qamar az-Zamàn fosse quello per cui la principessa della Cina ardeva di amore, e costei l'oggetto degli ardentissimi voti del principe.
Senza palesare nulla al gran visir, disse solamente che se avesse veduto il principe, avrebbe potuto giudicare meglio del soccorso da apprestargli.
«Seguitemi» gli disse il gran visir «troverete vicino a lui il re, suo padre, il quale mi ha espresso il desiderio di vedervi.»
La prima cosa da cui Marzavan fu colpito, entrando nella camera del principe, fu di vederlo steso nel letto con gli occhi chiusi.
Benché fosse in questo stato e senza aver riguardo per il re padre del principe, che gli stava seduto vicino, né al principe cui questa libertà poteva riuscire sgradita, non tralasciò di esclamare:
«Cielo! Nulla vi è nell'universo di più somigliante»
volendo intendere che lo trovava simile alla principessa della Cina, e in vero avevano molta somiglianza nei lineamenti.
Queste parole di Marzavan provocarono gran curiosità al principe, il quale aprì gli occhi e guardò Marzavan che, dotato di grandissimo ingegno, profittò del momento, per fargli i suoi complimenti in versi estemporanei, in un modo oscuro, per cui il re e il gran visir non ne compresero nulla, ma gli dipinse così bene l'accaduto con la principessa della Cina, da non lasciare dubitare che egli la conosceva e poteva dargliene notizie.
Il principe fu preso da una gioia ineffabile, di cui lasciò trasparire i segni negli occhi e nel viso.
Quando Marzavan ebbe terminato il suo complimento in versi, sorprendendo così piacevolmente il principe, costui si prese la libertà di far segno al re suo padre di aver la compiacenza di cedere il suo posto a Marzavan.
Il re, esultante di vedere nel principe suo figliolo un cambiamento che gli dava buona speranza, si alzò e prendendo Marzavan per la mano l'obbligò a sedersi al posto da lui abbandonato.
Gli chiese chi era e donde venisse, e dopo che Marzavan gli ebbe risposto di essere suddito del re della Cina, e che veniva dai suoi stati:
«Dio voglia» gli disse «che togliate mio figlio dalla sua profonda malinconia! Io ve ne dovrò una riconoscenza infinita.»
Ciò detto lasciò il principe suo figliolo in perfetta libertà di conversare con Marzavan, mentre egli si consolava con il suo gran visir di un così felice incontro.
Marzavan, approssimatosi all'orecchio del principe e parlandogli a bassa voce, gli disse:
«Principe, è tempo ormai che cessiate di affliggervi così crudelmente. La donna per cui voi soffrite mi è nota: ed è la principessa Budùr, figlia di Gaiùr, re della Cina. Io posso rendervi noto quanto essa medesima mi ha detto della sua sventura che mi ha già edotto della vostra. La principessa non soffre meno per amor vostro di quanto voi soffriate per amor suo.»
Gli fece poi il racconto di quanto sapeva della storia della principessa: dalla notte fatale in cui si erano veduti in modo così poco credibile. Raccontò come il re della Cina trattava coloro i quali tentavano invano di guarire la principessa Budùr dalla sua pretesa follia.
«Voi siete il solo che possiate guarirla perfettamente, presentatevi perciò senza timore, ma prima di intraprendere un così gran viaggio, è necessario che stiate bene in salute, e allora prenderemo le misure necessarie. Non pensate dunque ad altro se non a rimettervi.»
Il discorso di Marzavan produsse un potente effetto.
Il principe fu talmente sollevato, da sentirsi sufficiente forza per alzarsi.
Il re abbracciò Marzavan per ringraziarlo, senza cercare il mezzo di cui si era servito per produrre un così sorprendente effetto, e uscì subito dalla camera del principe con il gran visir per rendere pubblica una così piacevole notizia.
Ordinò feste per più giorni, fece magnifici doni agli ufficiali e al popolo, elemosine ai poveri e diede la libertà a tutti i prigionieri. La capitale risuonò di gioia e di allegrezza, nonché tutti gli stati del re Shahzamàn.
Il principe, estremamente indebolito dal continuo vegliare e da una lunga astinenza, ebbe in poco tempo ricuperata la sua salute.
Quando sentì di esser ben forte per sopportare la fatica del viaggio, prese Marzavan in disparte e gli disse:
«Caro Marzavan, è tempo di mettere a effetto la promessa fattami. Impaziente come sono di vedere la leggiadra principessa, e di porre fine agli strazi che soffre per amore mio, sento che ricadrei nello stato in cui mi avete visto, se non partissimo sul momento. Una cosa mi affligge e me ne fa temere il ritardo: la tenerezza del re mio padre, il quale non si risolverà mai ad accordarmi il permesso di allontanarmi da lui. Sono desolato se voi non potete rimediarvi, vedete voi stesso che egli non mi perde quasi mai di vista!»
E terminando queste parole, il principe non poté trattenere le lacrime.
«Principe» rispose Marzavan «ho previsto il grande ostacolo, e tocca a me liberarvene. Il primo disegno del mio viaggio è stato di procurare alla principessa della Cina il rimedio ai suoi mali, e ciò per la vicendevole amicizia che ci lega dalla nostra nascita, e per lo zelo e per l'affetto che nutro per lei. Mancherei al mio dovere se non ne profittassi per il suo conforto e per il vostro, e se non adoperassi tutta la destrezza di cui sono capace.
Ecco dunque quello che ho immaginato.
«Voi non siete ancora uscito da quando io sono giunto qui, mostrate a vostro padre il desiderio di fare una partita di caccia di due o tre giorni: egli ve ne accorderà senza dubbio il permesso. Quando ve lo avrà accordato, ordinerete di apprestare a ciascuno di noi due buoni corridori, uno per cavalcare e l'altro di ricambio, e lasciate a me la cura del rimanente.»
L'indomani, il principe, colta l'occasione, mostrò al re suo padre il desiderio di uscire e lo pregò di permettergli di andare a caccia un giorno o due con Marzavan.
«Volentieri» gli rispose il re «a condizione che non dormiate più di una notte fuori, troppo moto nel principio potrebbe nuocervi e una più lunga assenza mi darebbe pena.»
Il re comandò che gli si scegliessero i migliori cavalli e attese egli stesso affinché nulla gli mancasse.
Quando tutto fu pronto, lo abbracciò e, dopo aver raccomandato a Marzavan di aver cura di lui, lo lasciò partire.
Il principe Qamar az-Zamàn e Marzavan guadagnarono la campagna e, per ingannare i due palafrenieri, i quali conducevano i due cavalli di ricambio, finsero di cacciare e si allontanarono dalla città per quanto fu loro possibile.
All'imbrunire si fermarono in un albergo, ove cenarono e dormirono fino a mezzanotte.
Marzavan, svegliatosi, destò il principe senza destare i palafrenieri, e lo pregò di dargli il suo abito e di prenderne un altro diverso.
Montarono poi ciascuno il proprio cavallo di ricambio, e dopo che Marzavan ebbe preso per la briglia il cavallo di un palafreniere, si posero in cammino a gran galoppo.
All'alba i due cavalieri si trovarono in una foresta in un punto in cui la strada si divideva in quattro.
Là, Marzavan pregò il principe di attenderlo un momento ed entrato nella foresta sgozzò il cavallo del palafreniere, lacerò l'abito fattosi dare dal principe, lo tinse di sangue, quindi portò ogni cosa in mezzo alla strada al punto in cui si divideva.
Il principe Qamar az-Zamàn chiese a Marzavan quale fosse il suo disegno.
«Principe» rispose Marzavan «appena il re vostro padre non vi vedrà di ritorno, e avrà saputo dai palafrenieri che noi siamo partiti mentre essi dormivano, non mancherà di mandare persone sulle nostre tracce. Coloro che verranno da questa parte, rinvenendo questo abito insanguinato, crederanno che qualche bestia feroce vi abbia divorato, e che io me ne sia fuggito per timore della collera del re. Vostro padre, ritenendovi non più vivo, cesserà di farvi cercare, e in tal modo noi avremo tempo di continuare il nostro viaggio senza timore di essere perseguitati. La precauzione di dare così tutto a un tratto il colpo funesto della morte di un figliolo a un padre che vi ama appassionatamente, è per vero, crudele, ma la gioia del re vostro padre sarà più grande ancora quando saprà che siete in vita e contento.»
«Saggio Marzavan» rispose il principe «io approvo uno stratagemma tanto ingegnoso.»
Il principe e Marzavan, muniti di gioielli per le spese, continuarono il viaggio per terra e per mare, non trovando altro ostacolo se non la lunghezza del tempo.
Finalmente giunsero alla capitale della Cina, ove Marzavan, invece di condurre il principe in casa sua lo fece scendere all'albergo degli stranieri. Vi stettero tre giorni a riposarsi dalle fatiche del viaggio e in questo tempo Marzavan fece fare un abito da astrologo per travestire il principe.
Passati tre giorni andarono insieme al bagno, ove Marzavan fece vestire il principe da astrologo, e all'uscire dal bagno lo condusse innanzi al palazzo del re, ove lo lasciò per andare ad avvertire sua madre, nutrice della principessa, del suo arrivo, perché lo annunciasse alla principessa stessa.
Il principe, istruito da Marzavan di quanto doveva fare e munito di quello che era necessario a un astrologo, avanzò fino alla porta del palazzo del re, e fermatovisi, esclamò ad alta voce in presenza delle guardie e dei guardiani:
«Io sono un astrologo e vengo a dare la guarigione alla rispettabile principessa Budùr, figliola dell'alto e potente monarca re della Cina, alle condizioni proposte dalla maestà sua di sposarla se vi riesco, o se no di perder la vita!»
Oltre le guardie e i guardiani del re, la novità fece radunare, in un momento, una infinità di popolo intorno al principe Qamar az-Zamàn.
Infatti, era molto tempo che non si era più presentato nessuno, né medico, né astrologo, né mago, dopo tanti esempi tragici di coloro i quali non erano riusciti nella difficile impresa.
Si credeva non ve ne fossero più al mondo.
Nel vedere il bell'aspetto del principe, il suo nobile portamento e la sua giovane età, non vi fu neppur uno che non avesse compassione di lui.
«A che pensate, signore» gli dissero i più vicini «quale manìa vi prende di esporre in tal modo a una morte certa, una vita che dà così belle speranze? Le teste troncate vedute al disopra della porta, non vi hanno destato orrore? In nome del cielo, desistete dal disperato disegno e allontanatevi!»
Il principe Qamar az-Zamàn stette fermo, e invece di ascoltare quegli arringatori, vedendo che nessuno veniva per introdurlo dal re, ripeté la stessa formula con una sicurezza che fece fremere tutti.
Ognuno allora esclamò:
«Egli è risoluto a morire! Che il cielo voglia aver pietà della sua giovinezza, e dell'anima sua!»
Avendo gridato una terza volta, finalmente il gran visir in persona venne a prenderlo da parte del re e glielo condusse innanzi.
Il principe, non appena lo vide seduto sul trono, si prostrò e baciò la terra innanzi a lui.
Il re, che fra tutti coloro dei quali una smisurata presunzione aveva spinto ai suoi piedi le teste, non aveva veduto ancora nessuno così degno di interessarlo, ebbe una vera pietà di Qamar az-Zamàn per il pericolo a cui si esponeva. Perciò gli fece più onore, volendo che gli fosse avvicinato e seduto vicino.
«Giovane» gli disse «duro fatica a credere che alla vostra età non abbiate acquistata sufficiente cognizione per osare di intraprendere di guarire la mia figliola. Io vorrei che vi riusciste, e ve la darei non solo senza ripugnanza, come sarebbe avvenuto per tutti gli altri, ma anche con la più gran gioia dell'universo. Però vi dichiaro ugualmente, sebbene con grandissimo dolore, che se non vi riuscite, la vostra giovinezza, il vostro nobile aspetto non mi impediranno di farvi troncare la testa!»
«Sire» rispose il principe «rendo infinite grazie alla maestà vostra dell'onore che mi fate e della bontà infinita che dimostrate per uno sconosciuto. Io non sono venuto da un paese così lontano, il cui nome è forse sconosciuto nei vostri Stati, per non eseguire il disegno che mi ha condotto. Che si direbbe della mia leggerezza, se io abbandonassi un progetto tanto generoso, dopo mille fatiche e pericoli sopportati? Vostra maestà stessa non avrebbe più di me quella stima che ha già concepito! Se debbo morire, sire, morrò almeno con la soddisfazione di non averla perduta, dopo essermela meritata. Vi supplico dunque di non lasciarmi più oltre nella impazienza di far conoscere la certezza della mia scienza grazie alla dimostrazione che sono pronto a darne.»
Il re comandò all'eunuco custode della principessa, il quale era presente, di condurre il principe dalla principessa sua figliola.
Prima di partire gli disse un'altra volta di essere ancora nella libertà di astenersi dalla sua impresa, ma il principe, non ascoltandolo, seguì l'eunuco con una risoluzione, o meglio con un ardore meraviglioso.
L'eunuco condusse il principe, e quando furono in una lunga galleria, a capo della quale era l'appartamento della principessa, il principe nel vedersi così vicino all'oggetto il quale gli aveva fatto versare tante lacrime, e per il quale non aveva cessato di sospirare da così lungo tempo, sollecitò il passo e sopravanzò l'eunuco, il quale durando fatica a raggiungerlo, gli disse, fermandolo per il braccio:
«Voi non potete entrare senza di me. Credo abbiate un gran desiderio di morire, nel vedervi correre così presto incontro alla morte. Nemmeno uno di tanti astrologi condotti finora qui troppo presto, ha mostrato questa premura.»
«Amico» disse il principe, guardando l'eunuco e camminando sul suo passo «è perché tutti gli astrologi di cui parli non erano sicuri della loro scienza come lo sono della mia. Essi sapevano di perdere la vita se non riuscivano e, non avendo alcuna speranza di riuscire, avevano ragione di tremare approssimandosi al luogo dove vado, e dove sono certo di trovare la mia felicità.»
Ciò dicendo, giunsero alla porta.
L'eunuco aprì e introdusse il principe in una gran camera dalla quale si entrava in quella della principessa, chiusa solo da una cortina.
Prima di entrare, il principe Qamar az-Zamàn si arrestò, e parlando più basso di prima per timore di essere udito dalla principessa:
«Per convincerti» disse all'eunuco «di non esservi né presunzione, né capriccio, né fuoco di gioventù nella mia impresa, voglio lasciarti scegliere fra due proposte: preferisci tu che io guarisca la principessa in tua presenza, o di qui, senza passare più innanzi e senza vederla?»
L'eunuco, estremamente sorpreso della sicurezza con cui il principe gli parlava, e smettendo di offenderlo, gli disse seriamente:
«Non importa che sia qua o là, in qualunque maniera avvenga, voi acquisterete una gloria immortale, non solo in questa corte, ma anche in tutto l'universo.»
«Val dunque meglio» soggiunse il principe «che io la guarisca senza vederla, affinché tu renda testimonianza del mio valore. Nonostante la mia impazienza di vedere una principessa di così alto grado, e che deve essere mia sposa, pure, a tua considerazione, voglio privarmi per alcuni momenti di questo piacere.»
E siccome era fornito del necessario per un astrologo, tolse il calamaio e la carta, e scrisse il seguente biglietto alla principessa della Cina:

Il principe Qamar az-Zamàn alla principessa della Cina.
Adorabile principessa, l'amoroso principe Qamar az-Zamàn non vi parla più degli inesprimibili mali che soffre dalla notte fatale in cui le vostre bellezze gli fecero perdere la libertà che aveva risoluto di conservare per tutta la sua vita, ma anzi vi fa sapere che vi ha dato il cuore, durante il vostro dolcissimo sonno, sonno importuno che lo privò del vivo splendore dei vostri begli occhi, a dispetto dei suoi sforzi per obbligarvi ad aprirli. Osò anche darvi il suo anello in segno del suo amore e prendere il vostro in cambio, che vi manda in questo biglietto.
Se vi degnate rinviarglielo, egli si stimerà il più felice degli amanti, altrimenti il vostro rifiuto non gli impedirà di ricevere la morte con una rassegnazione tanto più grande poiché gli sarà data per amor vostro.
Egli attende la vostra risposta nella vostra anticamera.

Finito questo biglietto, il principe ne fece un involto con l'anello della principessa, senza farlo vedere all'eunuco, e dandoglielo gli disse:
«Amico, prendi e porta questa lettera alla tua padrona: se essa non guarisce dal momento che l'avrà letta e avrà visto ciò che vi è racchiuso, ti permetto di render noto che io sono il più indegno e il più impudente di tutti gli astrologi, che sono stati, che sono, e che saranno fino alla fine del mondo.»
L'eunuco entrò nella camera della principessa, e presentandole la lettera che il principe le inviava, le disse:
«Principessa, un astrologo più temerario degli altri è giunto e pretende che sarete guarita appena avrete letto questa lettera e visto quello che vi è dentro. Io desidererei che egli non mentisse, né fosse un impostore!»
La principessa Budùr prese il biglietto con molta indifferenza, ma appena ebbe visto il suo anello non pensò più a terminare di leggere e, alzatasi precipitosamente, così che ruppe la catena che la teneva legata, corse alla cortina e l'aprì.

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Nota: Qamar az-Zaman significa Luna del secolo
 
Vecchio 02-04-2009, 06.22.56
sarahkerrigan
 


Ella subito riconobbe il principe, e egli lei, e corsero l'uno verso l'altro e si abbracciarono teneramente, guardandosi per molto tempo senza potere parlare nell'eccesso della loro gioia, e ammirando come si rivedessero dopo il loro primo colloquio, di cui non potevano nulla comprendere.
La nutrice accorse, li fece entrare nella camera, dove la principessa rese il suo anello al principe, dicendogli:
«Riprendetelo, io non potrei tenerlo senza rendervi il vostro, che invece voglio custodire per tutta la mia vita. Essi non possono stare in migliori mani.»
L'eunuco intanto era andato sollecitamente ad avvertire il re della Cina di quanto era accaduto, dicendogli:
«Sire, tutti gli astrologi, medici e altri che hanno osato tentare di guarire la principessa finora, non erano che ignoranti. Quest'ultimo non si è servito né di libri magici, né di scongiuri di spiriti maligni, né di profumi, né di altre cose, ma l'ha guarita senza vederla.»
Gliene raccontò la maniera, e il re piacevolmente sorpreso, andò subito dalla principessa, che abbracciò e, abbracciato anche il principe, prese la sua mano e mettendogliela in quella della principessa, gli disse:
«Fortunato straniero! Chiunque voi siate, io mantengo la mia parola, e vi do la mia figlia in sposa, però a vedervi, non posso persuadermi che voi siate quel che avete voluto farmi credere di essere.»
Il principe Qamar az-Zamàn ringraziò il re con i più rispettosi termini per meglio manifestargli la sua riconoscenza.
«Per quanto riguarda la mia persona, sire,» proseguì egli «è vero che io non sono astrologo come vostra maestà ha ben giudicato, ma ne ho preso solo le vesti per meglio riuscire a meritare l'alta alleanza del potente monarca dell'universo, io sono nato principe, figliolo di re e di regina. Il mio nome è Qamar az-Zamàn, mio padre si chiama Shahzamàn, e regna nell'isola, assai conosciuta, dei Fanciulli di Kaledan.»
Quindi gli raccontò la sua storia e gli fece conoscere quanto l'origine dei suoi amori con la principessa fosse meravigliosa.
Quando il principe ebbe terminato, il re esclamò:
«Una storia tanto straordinaria non merita di restare sconosciuta alla posterità. Io la farò scrivere e poi ne farò depositare l'originale negli archivi del mio regno e la renderò pubblica, affinché dai miei stati passi ancora negli altri.»
La cerimonia delle nozze si fece nello stesso giorno e vi furono feste solenni in tutta la Cina.
Marzavan non fu dimenticato, poiché il re gli diede accesso alla corte e lo onorò offrendogli un impiego in un ufficio.
Il principe e la principessa, giunti al colmo del loro desiderio, godettero delle delizie del matrimonio, e per più mesi il re della Cina manifestò la sua gioia con continue feste.
In mezzo a tali piaceri, il principe Qamar az-Zamàn sognò una notte di vedere il re Shahzamàn vicino a esalare lo spirito, che diceva:
«Questo figliolo da me procreato, che ho amato così teneramente, questo figliolo mi ha abbandonato, ed è causa della mia morte!»
A questo punto il principe si svegliò, sospirando fortemente, risvegliò la principessa, che gli domandò perché sospirasse a quel modo:
«Ohimè!» rispose il principe «forse nel momento in cui parlo il re mio padre non vive più». E le raccontò il suo sogno e le sue pene.
La principessa, senza dirgli nulla del disegno da lei concepito dopo questo racconto, cercando solo di compiacerlo, il giorno stesso ne parlò al re in privato.
«Sire» gli disse, baciandogli la mano «devo chiedervi una grazia. Ma affinché non crediate che io sia istigata a far ciò dal principe mio marito, vi assicuro prima di tutto che egli non ne sa nulla. La grazia è di volermi concedere che io vada con lui a vedere il re Shahzamàn, mio suocero.»
«Figliola mia, qualunque dispiacere possa costarmi la vostra partenza, io non posso disapprovare questa decisione degna di voi, nonostante i pericoli di un così lungo viaggio. Andate, io ve lo permetto, ma a condizione che non restiate più di un anno alla corte del re Shahzamàn, al quale piacerà, come io spero, di far sì, che rivediamo ciascuno di noi a sua volta, egli suo figlio e sua nuora, io mia figlia e mio genero.»
La principessa annunziò il consenso del re al principe Qamar az-Zamàn, il quale ne provò grandissima gioia e le rese grazie della nuova prova d'amore.
Il re ordinò i preparativi del viaggio, e quando tutto fu pronto, partì con loro, accompagnandoli per alcune giornate.
La separazione avvenne con molte lacrime da ambo le parti.
Il re li abbracciò teneramente e, dopo aver pregato il principe di amare sempre la principessa sua figlia come egli l'amava, ritornò nella sua capitale, lasciandoli continuare il viaggio.
Il principe e la principessa, non appena si furono asciugati le lacrime, non pensarono ad altro se non alla gioia che il re Shahzamàn avrebbe avuto nel rivederli, e a quella che avrebbero provato essi medesimi.
Dopo circa un mese di cammino giunsero a una prateria vastissima, in cui erano piantati di tratto in tratto dei grandi alberi, i quali facevano un'ombra piacevolissima.
Essendo una giornata molto calda, il principe giudicò opportuno fermarvisi, e ne parlò alla principessa, la quale acconsentì.
Scesero a terra, in un piacevole luogo e come fu innalzata la tenda, la principessa Budùr vi entrò, mentre il principe dava i suoi ordini per il resto dell'accampamento.
Per stare con più comodo, si fece togliere il cinto, che le sue ancelle deposero vicino a lei e poi, essendo assai stanca, si addormentò, e le sue donne la lasciarono sola.
Quando tutto fu regolato nel campo, il principe entrò nella tenda e vedendo che la principessa dormiva, si sedette accanto a lei senza far rumore.
In attesa forse di addormentarsi anch'egli, prese il cinto della principessa, guardò uno dopo l'altro i diamanti e i rubini di cui era arricchito e scorse una piccola borsa cucita sotto la fodera e legata con un cordone.
Toccatala, sentì che vi era qualcosa dentro.
Curioso di sapere quel che vi fosse nascosto, aprì la borsa e ne trasse una corniola sulla quale erano scolpite figure e caratteri a lui sconosciuti.
«Questa corniola» disse tra sé «deve essere qualcosa di prezioso, altrimenti la mia principessa non la porterebbe con sé con tanta cura e timore di perderla.»
Difatti era un talismano che la regina della Cina aveva donato alla principessa sua figlia, per renderla felice, come essa diceva, finché l'avesse portato addosso.
Per meglio vederlo il principe uscì fuori della tenda, e siccome lo teneva sulla palma della mano, un uccello scese improvvisamente dal cielo e glielo tolse.
Lo stupore e il dolore provato da Qamar az-Zamàn quando l'uccello gli ebbe tolto il talismano di mano, è facile immaginarselo.
A simile doloroso accidente, avvenuto per una curiosità inopportuna e che privava la principessa di una cosa tanto preziosa, Qamar az-Zamàn restò immobile per alcuni momenti.
L'uccello, dopo quanto aveva fatto, si era posato a terra a poca distanza con il talismano nel becco.
Il principe si avvicinò con la speranza che lo avrebbe lasciato, ma quando fu vicino, l'uccello si alzò in volo e si posò a terra una seconda volta.
Egli continuò a inseguirlo.
L'uccello, dopo avere inghiottito il talismano, si posò più lontano.
Il principe, che era molto destro, sperò allora di ucciderlo con un colpo di pietra, e lo inseguì ancora. Più si allontanò da lui, più si ostinò a seguirlo e a non perderlo di vista.
Di valle in collina, e di collina in valle, l'uccello trasse dietro a sé il principe Qamar az-Zamàn, allontanandolo sempre più dalla principessa, e a sera, invece di gettarsi in un cespuglio dove avrebbe potuto sorprenderlo nell'oscurità, salì alla cima di un grande albero dove si sentiva al sicuro.
Il principe, disperato per avere inutilmente fatto tanta fatica, decise di ritornarsene al campo.
«Ma» disse fra sé «donde ritornerò? Risalirò, riscenderò per le colline e per le valli da cui sono venuto? Non mi perderò nelle tenebre e le mie forze me lo permetteranno? E anche se potessi, oserei io presentarmi alla principessa senza portarle il suo talismano?» Oppresso da questi desolanti pensieri, dalla fatica, dalla fame e dalla sete, si coricò e passò la notte ai piedi dell'albero.
L'indomani, Qamar az-Zamàn si risvegliò prima che l'uccello avesse lasciato l'albero. Non appena vide che prendeva il volo, lo inseguì nuovamente per tutta la giornata con tanto poco successo quanto nella precedente, nutrendosi di erba e di frutta che trovava lungo la strada. Fece lo stesso fino alla sera, e passando la notte ai piedi dell'albero, su cui quello la passava.
L'undicesimo giorno, l'uccello, sempre volando, e Qamar az-Zamàn sempre seguendolo, giunsero ad una grande città.
Quando l'uccello fu presso le mura, prese il volo e scomparve agli occhi del principe, il quale perse la speranza di rivederlo e di ricuperare il talismano della principessa Budùr.
Afflitto oltre ogni dire, entrò nella città costruita sulla riva del mare e provvista di un bellissimo porto.
Camminò lungo tempo nelle strade senza sapere dove arrestarsi, e arrivò al porto. Qui, più incerto ancora sul da fare, camminò lungo il molo fino alla porta di un giardino trovata aperta.
Il giardiniere, che era un buon vecchio occupato a lavorare, non appena lo vide e capì che egli era straniero e musulmano, lo invitò a entrare e a chiudere la porta dietro di sé.
Qamar az-Zamàn entrò, chiuse la porta, e avvicinatosi al giardiniere gli chiese perché gli avesse fatto prendere quella precauzione.
«Perché» rispose il giardiniere «voi siete uno straniero da poco arrivato e musulmano, e questa città è abitata per la maggior parte da idolatri, mortali nemici dei musulmani. Voi senza dubbio lo ignoravate, e io considero come un miracolo che siate giunto sin qui senza aver avuto qualche cattivo incontro. Difatti, questi idolatri attendono soprattutto a osservare i musulmani stranieri al loro arrivo, e trarli in qualche agguato se sono ignari della loro malvagità. Io ringrazio il cielo di avervi condotto in un luogo sicuro.»
Qamar az-Zamàn ringraziò quel buon uomo con molta riconoscenza dell'asilo generosamente accordatogli per metterlo al riparo di qualunque insulto, e avrebbe ancor proseguito nello stesso tono, se il giardiniere non lo avesse interrotto in tal modo:
«Lasciamo stare i complimenti, voi siete stanco e dovete avere bisogno di mangiare, perciò, venite a riposarvi.»
Lo condusse in una piccola casa e, dopo che il principe ebbe sufficientemente mangiato, lo pregò di fargli sapere la causa di questo suo arrivo.
Qamar az-Zamàn soddisfece il giardiniere e, quando ebbe finito la sua storia senza nulla celargli, gli chiese a sua volta per quale strada avrebbe potuto ritornare agli stati del re suo padre.
«Perché» soggiunse «è inutile pensare di andare e raggiungere la principessa, non sapendo dove trovarla dopo undici giorni che ne sono separato in un modo così straordinario. Non so nemmeno se ella sia ancora viva.»
Nel dire ciò, non poté terminare le sue parole senza piangere.
In risposta a quel che Qamar az-Zamàn chiedeva, il giardiniere gli disse che dalla città in cui si trovava ci voleva un anno di cammino fino ai paesi musulmani, ma che per mare si arrivava all'isola di Ebena in molto minor tempo, e che di là era più agevole passare all'isola dei Fanciulli di Kaledan, che ogni anno un naviglio mercantile andava all'isola d'Ebena e che avrebbe potuto cogliere quella opportunità per ritornare al suo paese.
«Se foste arrivato alcuni giorni prima» soggiunse «vi sareste imbarcato sopra quello che ha fatto vela quest'anno. Intanto, attendendo quello che partirà l'anno venturo, se gradite restare con me, io vi offro la mia casa qual è di buonissimo grado.»
Il principe si stimò felice di aver trovato tale asilo in un luogo dove non conosceva nessuno, e dove non aveva nessun desiderio di fare delle conoscenze, per cui accettò l'offerta e restò con il giardiniere.
Aspettando la partenza del vascello per l'isola d'Ebena, si occupava a lavorar la terra il giorno e la notte, nulla distogliendolo dal pensare alla sua cara principessa Budùr.
Lo lasceremo qui, per ritornare alla principessa, che noi abbiamo lasciato addormentata, sotto la sua tenda.
La principessa dormì lungo tempo e, destandosi, si stupì non vedendosi accanto il principe Qamar az-Zamàn.
Chiamate le sue ancelle, chiese loro se sapevano dove egli fosse, e mentre quelle l'assicuravano di averlo visto entrare ma non uscire, ella scorse, ripigliando il suo cinto, la piccola borsa aperta e il talismano sparito. Dal che non dubitò che Qamar az-Zamàn lo avesse preso per vederlo e quindi riportarglielo, ma vedendo che sebbene fosse già notte avanzata egli non tornava, ne provò una afflizione inesprimibile, maledicendo mille volte il talismano e chi lo aveva fatto, e se il rispetto non l'avesse trattenuta, avrebbe imprecato anche contro la regina sua madre, che le aveva fatto un dono tanto funesto.
Desolata oltremodo per tale avvenimento, non perdette tuttavia la ragione, anzi prese una risoluzione poco comune alle persone del suo sesso.
Nel campo non vi erano che la principessa e le sue ancelle le quali sapessero che Qamar az-Zamàn era scomparso, poiché allora le sue genti riposavano o dormivano già sotto le loro tende.
Temendo che la tradissero, se lo avessero saputo, moderò il suo dolore e proibì alle sue donne di dire qualsiasi cosa, e di non far nulla che potesse destare sospetto.
Poi si tolse l'abito, e ne vestì uno di Qamar az-Zamàn al quale rassomigliava tanto, che i suoi familiari la scambiarono per lui quando la videro. Quindi impose di far fagotto e porsi in cammino.
Allorché tutto fu pronto, ella, fatta entrare una delle sue donne nella lettiga, salì a cavallo e si posero in cammino.
Dopo un viaggio di più mesi per terra e per mare, la principessa, la quale aveva continuato la strada sotto il nome di Qamar az-Zamàn per andare all'isola dei Fanciulli di Kaledan giunse alla capitale dell'isola del regno d'Ebena, il cui sovrano si chiamava Armanos.
Subito si sparse la voce che il vascello allora giunto portava il principe di ritorno da un lungo viaggio e la fama arrivò sino al re, il quale, accompagnato da gran parte della sua corte, andando incontro alla principessa, la trovò sul punto di sbarcare.
Egli la ricevette come figliolo di un re suo amico, con cui era stato sempre in accordo e la condusse al suo palazzo, dove alloggiò lei e tutte le sue genti senza avere riguardo alle istanze che ella gli muoveva di lasciarla abitare privatamente.
Le fece d'altra parte tutti gli onori immaginabili e la trattò per tre giorni con una straordinaria magnificenza.
Quando i tre giorni furono passati, vedendo il re Armanos come la principessa, da lui creduta il principe Qamar az-Zamàn, parlava di rimbarcarsi e di continuare il suo viaggio, preso dall'affetto per un principe così ben fatto e di così bell'aspetto, la chiamò in disparte e le disse:
«Principe, nell'età inoltrata in cui mi vedete, e con poca speranza di vivere ancora lungo tempo, ho il dispiacere di non avere un figliolo cui lasciare il mio regno. Il cielo mi ha dato solamente un'unica figliola di una bellezza sorprendente che non potrebbe meglio accompagnarsi se non con un principe così ben fatto, di così alta nascita e cortese come voi. Invece di pensare a far ritorno al vostro regno, accettatela di mia mano con la mia corona, di cui mi spoglio sin d'ora per voi, e restate con noi.»
L'offerta generosa del re dell'isola di Ebena di dare la sua unica figliola in consorte alla principessa Budùr, che non poteva accettarla essendo femmina, e di cederle i suoi stati, la immersero in un'angustia inaspettata.
Dichiarare al re che lei non era Qamar az-Zamàn ma la sua consorte, era indegno di una principessa come lei, perché in tal caso avrebbe dovuto smentire quello che fino allora aveva sostenuto.
Queste considerazioni e quelle di acquistare un regno al principe suo marito, nel caso in cui lo ritrovasse, determinarono la principessa ad accettare la proposta di Armanos.
Perciò, dopo esser rimasta alcuni momenti senza parlare, con il viso in fiamme, che il re attribuì alla sua modestia, rispose:
«Sire, sono infinitamente obbligato a vostra maestà della buona opinione che ha di me, dell'onore che mi fa, e di un così grande favore da me immeritato, ma che non oso rifiutare, io non accetto peraltro una così grande alleanza se non a condizione che vostra maestà mi assisterà con i suoi consigli, e che io non farò nulla prima che ella non lo abbia approvato!»
Concluse in tal modo le nozze, la cerimonia ne fu fissata al giorno dopo.
La principessa intanto avvertì i suoi ufficiali, i quali la credevano il principe Qamar az-Zamàn, di quanto doveva avvenire, affinché non ne rimanessero meravigliati, assicurandoli che la principessa Budùr aveva dato il suo consenso, e ne parlò anche alle sue donne, imponendo loro di continuare a ben custodire il segreto.
Il re dell'isola di Ebena, lieto di aver acquistato un genero di cui era contento, riunì il suo consiglio e dichiarò che egli dava la principessa sua figliola in moglie al principe Qamar az-Zamàn, che aveva fatto sedere vicino a lui, che gli cedeva la sua corona, e ingiunse loro di riconoscerlo per re e di rendergliene gli omaggi.
Ciò detto discese dal trono, vi fece ascendere la principessa Budùr, la quale ricevette i giuramenti di fedeltà e gli omaggi dei signori più potenti.
All'uscir del consiglio, la proclamazione del nuovo re fu fatta solennemente in tutta la città, feste di più giorni furono imposte e corrieri vennero spediti per tutto il regno al fine di farvi osservare le stesse cerimonie e le stesse dimostrazioni di gioia.
La sera tutto il palazzo fu in festa, e la principessa Hayàt an-Nufùs dell'isola di Ebena fu condotta dalla principessa Budùr, che tutti presero per un uomo, con una magnificenza veramente reale.
Terminate le cerimonie, furono lasciate sole e si coricarono.
L'indomani, mentre la principessa Budùr riceveva in una assemblea generale i complimenti di tutta la corte per le sue nozze e come nuovo re, Armanos e la regina madre andarono all'appartamento della nuova regina loro figliola, e le chiesero come avesse passata la notte.
Invece di rispondere ella chinò gli occhi, e la tristezza che le apparve sul viso fece chiaramente conoscere quanto poco fosse contenta.
Per consolarla, Armanos le disse:
«Figliola mia, ciò non deve angustiarti, perché il principe Qamar az-Zamàn, qui approdando, non pensava se non ad andare il più presto possibile dal re suo padre. Anche se noi l'abbiamo costretto a rimanere qui grazie ad un espediente di cui è stato contento, pur tuttavia dobbiamo credere che egli sia molto spiacente di venir privato della speranza di rivedere la sua famiglia. Voi dovete dunque attendere che questi tratti di tenerezza filiale perdano di intensità, e allora egli vi tratterà, da buon marito!»
La principessa Budùr, passò tutta la giornata non solo a ricevere gli omaggi della sua corte, ma anche a passare in rassegna le schiere della sua casa e ad adempiere a molte altre funzioni reali con una dignità ed una capacità, da farle ottenere l'approvazione di quanti ne furono testimoni.
Era notte allorché ella rientrò nell'appartamento della giovane consorte, e avendo compreso benissimo, dalla ritrosia con cui quella principessa l'accolse, che si ricordava della notte precedente, cercò di dissipare quel dispiacere per mezzo di un lungo colloquio, nel quale adoperò tutta l'astuzia di cui era dotata, e ne aveva infinitamente, per persuaderla come l'amasse immensamente.
La lasciò poi coricare e iniziò a recitare la sua preghiera, e la fece così lunga, che la sposa si addormentò.
Allora smise di pregare e si coricò al suo fianco, senza destarla, afflitta però di rappresentare una parte che non le conveniva, come della perdita del suo caro Qamar az-Zamàn, per il quale non terminava di sospirare.
Il giorno seguente si alzò all'alba, prima che la consorte fosse desta, e andò al consiglio in abito reale.
Il re Armanos non tralasciò di visitare nuovamente la regina sua figliola, e la trovò piangente, non ebbe bisogno di chiederle quale fosse il motivo della sua afflizione.
Sdegnato di tale spregio, come egli credeva, e del quale non poteva comprendere la ragione:
«Figliola mia» le disse «pazientate ancora fino alla notte prossima, ho elevato vostro marito sul mio trono e saprò ben scacciarlo vergognosamente, se non vi dà la soddisfazione di cui avete diritto. Sdegnato come sono per vedervi trattata così indegnamente, non so se mi contenterei di un castigo tanto dolce, non essendo a voi, ma a me, che ha fatto questo oltraggio mortale.»
Quel dì, la principessa Budùr entrò assai tardi dalla sua sposa, come nella notte precedente, conversò di nuovo con lei, e voleva fare anche la sua preghiera mentre ella si coricava, ma Hayàt an-Nufùs la trattenne, e la obbligò a sedersi.
«Come» disse ella «voi pretendete dunque, da quanto vedo, trattarmi questa notte anche come le due scorse? Ditemi, ve ne supplico, in che può dispiacervi una principessa come me, la quale non solo vi ama, ma vi adora, e si stima la più felice di tutte le principesse del suo grado, avendo un principe così amabile per marito? Ogni altra, all'infuori di me, non dico offesa, ma oltraggiata in tal modo, avrebbe una bella occasione di vendicarsi abbandonandovi al vostro destino. Peraltro, anche quando non vi amassi come vi amo, commossa come sono dalle sciagure delle persone che mi sono più indifferenti, non tralascerei di avvertirvi che il re mio padre è assai sdegnato del vostro modo di fare, e se voi continuate in tal modo, farà pesare su voi non più in là di domani gli effetti della sua giusta collera. Fatemi la grazia di non spingere alla disperazione una principessa che non può fare a meno di amarvi!»
Questo discorso pose la principessa Budùr in un inesprimibile impaccio.
Essa non dubitò della sincérità di Hayàt an-Nufùs, la freddezza che il re Armanos le aveva dimostrato in quel giorno, le aveva purtroppo fatto conoscere l'eccesso del suo malcontento. L'unico mezzo di giustificare la sua condotta era di svelare il suo sesso a Hayàt an-Nufùs.
Infine, quando ebbe ben considerato che se il principe Qamar az-Zamàn era ancor vivo, sarebbe venuto all'isola d'Ebena per andare nel regno del re suo padre, che però essa doveva conservarsi per lui, e ciò non poteva fare senza scoprirsi alla principessa Hayàt an-Nufùs, si determinò a tentare questo mezzo.
Siccome la principessa Budùr era rimasta confusa, Hayàt an-Nufùs proseguiva il suo discorso, quando la interruppe dicendole:
«Amabile e troppo leggiadra principessa, io ho torto, lo confesso e mi condanno da me medesima, ma spero terrete il segreto che sto per rivelarvi, per giustificarmi presso di voi.»
Ciò detto, la principessa Budùr si scoprì il seno, soggiungendo:
«Sono persuasa che mi perdonerete quando vi avrò narrato la mia storia e soprattutto l'affliggente sciagura che mi ha costretta a rappresentare la parte di cui siete testimone.»
Quando la principessa Budùr ebbe terminato di farsi conoscere interamente alla principessa dell'isola di Ebena, la supplicò una seconda volta di tenerle il segreto fino all'arrivo del principe Qamar az-Zamàn, che presto sperava rivedere.
«Principessa» rispose Hayàt an-Nufùs «sarebbe strano destino che un matrimonio felice come il vostro dovesse esser di così poca durata dopo un amore reciproco pieno di meraviglie. Prego il cielo che vi riunisca subito con il vostro marito. Intanto io vi assicuro che manterrò religiosamente il segreto, e provo il più grande piacere di essere la sola che vi conosca nel gran regno dell'isola di Ebena, mentre continuerete degnamente a governare, come avete incominciato.»
Ciò detto, le due principesse si abbracciarono teneramente e, dopo mille dimostrazioni di reciproca amicizia si coricarono.
L'indomani, il re Armanos andò nuovamente dalla figliola, e avendola trovata ridente e festevole, argomentò che gli ardenti suoi voti fossero stati soddisfatti.
Il buon vecchio ingannato ridonò il suo affetto alla principessa Budùr, che continuò a governare tranquillamente, con grande soddisfazione del re e di tutti i sudditi.
Intanto il principe Qamar az-Zamàn stava sempre nella città degli idolatri in casa del giardiniere.
Un giorno di buon mattino, mentre il principe si preparava a lavorare nel giardino secondo il solito, il buon giardiniere glielo impedì, dicendogli:
«Gli idolatri fanno oggi una gran festa, e i musulmani per procacciarsi la loro amicizia assistono ai loro spettacoli, i quali d'altra parte meritano di esser visti. Perciò oggi dovete riposarvi. Io vi lascio qui, e siccome si avvicina il tempo in cui il vascello mercantile, di cui vi ho parlato, deve fare il tragitto di qui all'isola di Ebena, vado a visitare alcuni amici per sapere da loro il giorno in cui scioglierà le vele e in pari tempo prenoterò il vostro passaggio.»
Ciò detto, il giardiniere vestì il più bell'abito che aveva, e uscì.
Quando il principe si vide solo, invece di partecipare alla pubblica gioia si ricordò con maggior violenza della cara principessa.
Assorto in quel pensiero, sospirava e gemeva passeggiando nel giardino, quando il frastuono che facevano due uccelli sopra un albero, l'obbligò ad alzare la testa.
Vide con sorpresa che quelli si battevano crudelmente a colpi di becco, cadendo poco dopo morto l'uno dei due ai piedi dell'albero, mentre il vincitore postosi a volare, disparve. In quel mezzo due altri uccelli più grossi, avendo osservato il combattimento da lontano, arrivarono da un altro lato, si collocarono l'uno ai piedi e l'altro alla testa del morto, lo guardarono per un po' movendo la testa in segno di dolore, e gli scavarono una fossa con le loro zampe, poi ve lo seppellirono.
Compiuta tale pietosa funzione i due uccelli disparvero, ritornando poco dopo tenendo con il becco uno per un'ala e l'altro per un piede l'uccello assassino, il quale mandava spaventevoli grida e faceva grandi sforzi per sfuggire, ma gli altri due lo portarono sulla sepoltura del morto e là, sacrificandolo per giusta vendetta dell'assassinio commesso, gli tolsero la vita a colpi di becco.
Da ultimo gli squarciarono il ventre e, lasciando il corpo sul luogo se ne fuggirono.
Qamar az-Zamàn restò grandemente stupito di tale spettacolo. Si avvicinò all'albero dove la scena era avvenuta e, guardando a caso le sparse interiora, scorse alcunché di rosso nello stomaco, abbandonato dagli uccelli vendicatori.
Osservando attentamente quanto aveva visto tinto di rosso, vide che si trattava del talismano della principessa Budùr.
«Crudele» esclamò egli guardando l'uccello «eccomi vendicato del male fattomi!»
Non è possibile esprimere l'eccesso della gioia del principe.
«Cara principessa, questo momento fortunato, in cui mi viene reso quanto avevate di più prezioso, è senza dubbio un presagio che vi ritroverò, e forse più presto di quanto io pensi. Sia benedetto il cielo che mi concede tale felicità!»
Ciò detto, Qamar az-Zamàn baciò il talismano, lo avvolse e lo legò accuratamente intorno al suo braccio.
Nella sua estrema afflizione egli aveva passato le notti a tormentarsi e senza chiuder occhio, ma in quella dormì tranquillamente.
L'indomani, appena giorno, quando ebbe vestito il suo abito da lavoro, andò a prendere gli ordini dal giardiniere, il quale lo pregò di abbattere e sradicare un vecchio albero sterile.
Qamar az-Zamàn prese una scure e pose mano all'opera, ma tagliando una radice diede su qualche cosa di resistente producendo gran rumore. Togliendo la terra, scoprì una gran piastra di bronzo che aveva al di sotto una scala di dieci gradini, che egli discese, e quando fu giù vide una caverna ampia come una grande sala, dove contò cinquanta grandi vasi di bronzo disposti con ordine e ciascuno con un coperchio.
Li scoprì uno dopo l'altro e li trovò tutti pieni di polvere d'oro. Uscì dalla caverna tutto lieto della scoperta fatta di un così ricco tesoro, ripose la piastra sulla scala, e finì di sradicare l'albero aspettando il ritorno del giardiniere.
Questi aveva saputo il giorno innanzi che il vascello sarebbe partito di lì a pochi giorni, ma non gli si era potuto dire il giorno preciso, e lo avevano invitato a ripassare il giorno dopo a prendere la risposta.
Andatovi, ritornò con un volto allegro.
«Figliolo mio» gli disse «rallegratevi e preparatevi a partire fra tre giorni.»
«Nello stato in cui sono» soggiunse Qamar az-Zamàn «non potevate annunziarmi nulla di più gradevole, e io in ricambio vi devo comunicare una notizia consolante. Abbiate la pazienza di venire con me, e vedrete la buona fortuna che il cielo vi manda!»
Qamar az-Zamàn condusse il giardiniere al luogo dove aveva sradicato l'albero, lo fece discendere nella caverna e quando gli ebbe fatta vedere la quantità di vasi pieni di polvere d'oro, gli manifestò la sua gioia nel veder come Dio ricompensava la virtù, e tutte le pene da lui prese da tanti anni.
«Che intendete dire» rispose il giardiniere «voi vi ingannate, io non voglio appropriarmi di questo tesoro, esso vi appartiene, e io non ho nessuna pretesa, perché da ottant'anni, da quando è morto mio padre, non ho fatto altro se non smuovere la terra di questo giardino senza mai scoprirlo, e questa è una prova che era a voi destinato, poiché Dio ve lo ha fatto trovare. Oltre a ciò conviene più a un principe come voi che a me, trovandomi sull'orlo della tomba non ho bisogno di niente. Dio ve lo invia giusto quando siete in procinto di andare negli stati che devono appartenervi, e dove ne farete buon uso.»
Il principe Qamar az-Zamàn, non volendo essere inferiore in generosità al giardiniere, ebbe con lui una lunga discussione su ciò, dichiarando infine che non avrebbe preso nulla assolutamente, se non si fosse tenuta la metà per sé, al che il giardiniere avendo acconsentito, si divisero i cinquanta vasi.
«L'operazione è fatta» disse il giardiniere a Qamar az-Zamàn. «Figliolo mio, si tratta ora di imbarcare queste ricchezze sul vascello, e farlo così segretamente che nessuno ne abbia sentore, altrimenti correte rischio di perderle. All'isola di Ebena non si trovano olive, e quelle che vi si portano di qui sono di grande smercio. Come sapete, io ne ho una gran provvista, però bisogna prendere cinquanta vasi e riempirli per metà di polvere d'oro e per la restante parte superiore di olive, facendoli portare al vascello quando vi imbarcherete.»
Qamar az-Zamàn seguì questo buon consiglio, adoperando cinquanta vasi, e siccome temeva perdere di nuovo il talismano della principessa, che portava al braccio, ebbe la precauzione di metterlo in uno di quei vasi e di farvi un segno per riconoscerlo.
Quando ebbe terminato di mettere i vasi in condizione di essere trasportati, siccome si avvicinava la notte, si ritirò con il giardiniere e gli raccontò il combattimento dei due uccelli, e come avesse recuperato il talismano della principessa Budùr, di cui il giardiniere fu sorpreso e lietissimo.

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Vecchio 03-04-2009, 06.11.19
sarahkerrigan
 


Per la sua avanzata età o per l'eccessiva fatica di quel giorno, il giardiniere passò una cattiva notte, il male aumentò e si trovò anche più infermo la mattina del terzo giorno.
Il capitano del vascello e più marinai, andarono alla porta del giardino, e chiesero a Qamar az-Zamàn chi fosse il passeggero che doveva imbarcarsi sul loro vascello.
«Sono proprio io» rispose egli «il giardiniere che ha noleggiato il posto per me è infermo e non può parlarvi, ma entrate e portate a bordo questi vasi di olive, assieme ai miei bagagli, vi seguirò appena avrò preso congedo da lui.»
I marinai caricarono i vasi e i bagagli e il capitano partendo disse a Qamar az-Zamàn:
«Non mancate di venire subito, perché il vento è buono e io aspetto voi solo per mettere la vela.»
Appena il capitano e i marinai furono partiti, Qamar az-Zamàn entrò dal giardiniere per prendere commiato da lui e in pari tempo ringraziarlo di tutti i buoni servizi resigli, ma lo trovò agonizzante e di lì a poco lo vide spirare.
Pur nella necessità in cui era il principe di imbarcarsi, si dette tutta la cura possibile per rendere gli ultimi uffici al defunto.
Lavò il suo corpo, lo seppellì e dopo avergli scavato una fossa nel giardino, lo sotterrò, quindi senza por tempo in mezzo partì per andare a imbarcarsi, portando con sé anche la chiave del giardino, con lo scopo di consegnarla a qualche persona di fiducia in presenza di testimoni.
Ma arrivato al porto, seppe che il vascello aveva levato l'ancora da circa tre ore.
Il principe Qamar az-Zamàn, rimase estremamente afflitto, vedendosi costretto a restare ancora in un paese dove non aveva e non voleva nessuna conoscenza, e ad aspettar un altro anno per riavere l'occasione sfuggitagli. Quel che più lo desolava era essersi spogliato nuovamente del talismano della principessa Budùr, che ritenne come perduto.
Intanto non ebbe altra scelta se non quella di ritornare al giardino, da dove era uscito, di prenderlo in affitto dal proprietario cui apparteneva e di continuare a coltivarlo, deplorando la sua sciagura e la sua avversa fortuna.
Non potendo coltivarlo con le sole sue forze, prese a salario un servo e, per non perdere l'altra parte del tesoro, che per la morte del giardiniere rimasto senza eredi a lui ritornava, pose la polvere d'oro in cinquanta altri vasi, che finì di riempire di olive, per imbarcarli con sé, quando fosse stato possibile.
Mentre il principe ricominciava un altro anno di pene, di dolori e di impazienza, il vascello continuava a navigare con un vento favorevolissimo, giungendo felicemente all'isola d'Ebena.
Siccome il palazzo era sulle rive del mare, il nuovo re o piuttosto la principessa Budùr, la quale scorse il vascello allorché stava per entrare nel porto con tutte le bandiere spiegate al vento, domandò che vascello fosse, e le fu risposto che veniva ogni anno dalla città degli idolatri nella stessa stagione, in genere carico di ricche mercanzie.
La principessa, sempre occupata dalla memoria di Qamar az-Zamàn, anche in mezzo allo splendore, immaginò che il principe potesse essere a bordo di quella nave, e decise di andargli incontro, non per farsi conoscere da lui, poiché dubitava che non l'avrebbe riconosciuta ma per sorvegliarlo e prendere le misure per il loro reciproco riconoscimento.
Con il pretesto di prendere cognizione delle mercanzie e di scegliere le più preziose, comandò che le fosse condotto un cavallo sul quale andò al porto accompagnata da molti ufficiali, e vi giunse quando il capitano era in procinto di sbarcare.
Essa lo fece condurre al suo cospetto e gli chiese da dove venisse, da quanto tempo fosse partito, se avesse avuto dei buoni o cattivi incontri nella sua navigazione, se conducesse persone ragguardevoli e soprattutto quali mercanzie portasse.
Il capitano rispose a tutte le domande, in quanto ai passeggeri, assicurò non avere se non mercanti, i quali erano forniti di ricche stoffe di differenti paesi, di tele finissime dipinte o no, gioie, muschio, ambra grigia, canfora, droghe, olive e diverse altre cose.
La principessa Budùr amava le olive appassionatamente, e appena ne intese parlare, disse al capitano:
«Io compero tutte quelle che avete, però fatele sbarcare subito, affinché ci combiniamo con il prezzo. Riguardo alle altre mercanzie, avvertite i mercanti di portarmi quanto hanno di più bello, prima di farlo vedere ad altri.»
«Sire» rispose il capitano, che la prendeva per il re di Ebena, come essa lo era di fatto per l'abito che vestiva «vi sono cinquanta vasi molto grandi che appartengono a un mercante, che è rimasto a terra, dopo averlo io stesso avvertito e atteso per molto tempo, ma visto poi che non veniva più e che il suo ritardo mi impediva di profittare del buon vento, persi la pazienza e sciolsi le vele.»
«Non tralasciate però di farle sbarcare» disse la principessa «questo non vieta che si venga a patti con il prezzo.»
Il capitano mandò la sua scialuppa al vascello, ed essa ritornò ben presto carica dei vasi di olive.
La principessa chiese quanto i cinquanta vasi potevan valere nell'isola di Ebena, e il capitano rispose:
«Sire, il mercante è assai povero, e vostra maestà non gli farà che una grandissima grazia, pagandogliene mille piastre d'argento!»
«Affinché egli sia contento» disse la principessa «e in considerazione di quanto mi dite della sua povertà, vi saranno contate mille piastre d'oro, che avrete la cura di dargli.» Quindi ritornò al palazzo.
Siccome era vicina la notte, Budùr si ritirò nell'appartamento della principessa Hayàt an-Nufùs, si fece portare i cinquanta vasi di olive, ne aprì uno per assaggiarne e darne ad altri, e le versò in un piatto.
Restò assai meravigliata al vedere le olive mischiate alla polvere d'oro, sicché esclamò:
«Quale avventura! Quale meraviglia!» Fece poi aprire e vuotare gli altri vasi in sua presenza dalle ancelle di Hayàt an-Nufùs, e sempre più aumentava la sua ammirazione vedendo esser le olive di ciascun vaso mischiate con polvere d'oro.
Ma quando si venne a vuotare quello in cui Qamar az-Zamàn aveva posto il suo talismano e quando ella lo ebbe scorto, ne fu tanto sorpresa che svenne.
La principessa e le sue ancelle soccorsero Budùr, e la fecero rinvenire gettandole dell'acqua sul viso.
Quando ebbe recuperato i sensi, prese il talismano e lo baciò più volte, poi non volendo dir nulla al cospetto delle ancelle della principessa, le accomiatò.
«Principessa» disse ella ad Hayàt an-Nufùs, appena furono sole «dopo quanto vi ho raccontato della mia storia, avrete senza dubbio visto che allo scorgere di questo talismano sono svenuta. Esso fu la causa che mi ha strappato dal principe mio marito. È stato la causa di una dolorosa separazione per l'uno e per l'altra, e diverrà, come ne sono persuasa, quella della nostra prossima riunione.»
Il giorno dopo, di buon'ora, la principessa mandò a chiamare il capitano del vascello, al quale disse quando le venne condotto innanzi:
«Datemi maggiori notizie del mercante al quale appartenevano le olive che io comprai ieri. Voi mi diceste, mi sembra, che lo avevate lasciato a terra nella città degli idolatri, potete dirmi ciò che egli vi faceva?»
«Sire» rispose il capitano «posso assicurarne la maestà vostra come d'una cosa che ho visto di persona. Io avevo convenuto per il suo imbarco con un giardiniere assai vecchio, il quale mi disse che lo avrei trovato nel suo giardino, di cui mi insegnò il luogo, nel quale lavorava sotto di lui, e questo mi indusse a dire a vostra maestà che egli era povero, sono andato a cercarlo e ad avvertirlo io stesso in quel giardino di venirsi a imbarcare e gli ho parlato.»
«Se la cosa è in tal modo» soggiunse la principessa «bisogna che mettiate di nuovo la vela oggi medesimo, che ritorniate alla città degli idolatri e che mi conduciate qui quel giovane giardiniere che è mio debitore, altrimenti vi dichiaro che confischerò non solo le mercanzie che vi appartengono e quelle dei mercanti venuti con voi, ma anche la vostra vita e quella dei mercanti me ne risponderanno. Questo è quanto dovevo dirvi, andate e fate quello che vi comando!»
Il capitano non ebbe nulla da replicare a simile comando la cui esecuzione arrecava grandissimo danno ai suoi affari e a quelli dei mercanti, ai quali lo comunicò, che non furono meno solleciti di lui nel fare imbarcare i viveri e l'acqua di cui avevano bisogno per il viaggio.
Il vascello ebbe una felicissima traversata, e il capitano prese così bene le sue decisioni per il viaggio da giungere di notte innanzi alla città degli idolatri, non fece gettare l'ancora, e sbarcò nella sua scialuppa in un luogo poco discosto dal porto, andando subito al giardino di Qamar az-Zamàn, con sei marinai dei più risoluti.
Qamar az-Zamàn non dormiva.
La sua separazione dalla bella principessa della Cina, sua moglie, continuava ad affliggerlo, e lui malediceva il momento in cui si era lasciato tentare dalla curiosità, non solo di maneggiare ma anche di toccare la cintura della sua amata. Egli era immerso in tali pensieri, quando udì bussare alla porta del giardino.
Andò, mezzo spogliato, ad aprire, senza dirgli nulla, il capitano e i marinai si impadronirono di lui, lo condussero alla scialuppa con la forza e, condottolo a bordo del vascello, partirono.
Qamar az-Zamàn, il quale aveva taciuto fino ad allora, chiese al capitano che aveva riconosciuto, quale ragione avesse di rapirlo con tanta violenza.
«Non siete voi debitore del re dell'isola di Ebena?» gli chiese a sua volta il capitano.
«Io debitore del re dell'isola di Ebena?» soggiunse Qamar az-Zamàn assai meravigliato «non lo conosco per nulla, non ho mai avuto affari con lui e non ho mai messo piede nel suo regno.»
«Questo è quanto dovete sapere voi meglio di me» rispose il capitano «voi medesimo gli parlerete, intanto abbiate la pazienza di restare qui.»
Il vascello non ebbe una navigazione meno felice nel portare Qamar az-Zamàn all'isola d'Ebena, di quella avuta nell'andarlo a prendere nella città degli idolatri.
Sebbene fosse notte quando entrò nel porto, il capitano non tralasciò di sbarcare subito e condurre il principe al palazzo dove, appena giunto, chiese di essere presentato al re.
La principessa Budùr, che già si era ritirata nel palazzo interno, non appena fu avvertita del ritorno del capitano e dell'arrivo di Qamar az-Zamàn, uscì per parlargli.
Subito guardò il principe, per cui aveva versato tante lacrime dopo la loro separazione, e subito lo riconobbe sotto il suo umile abito.
Il principe, tremando innanzi a un re, al quale credeva dover rispondere di un debito immaginario, non ebbe neppure il pensiero di supporre che poteva essere quella che ardentemente desiderava ritrovare.
Se la principessa avesse seguito quanto il cuore le dettava, sarebbe corsa a lui, facendosi conoscere abbracciandolo, ma si trattenne dal farlo, e credette necessario per l'uno e per l'altra sostenere anche per poco il personaggio di re, prima di scoprirsi, si contentò di raccomandarlo a un ufficiale, incaricandolo di prendersi cura di lui e di trattarlo bene sino al giorno dopo.
Quando la principessa Budùr ebbe provveduto a quanto riguardava il principe, si volse al capitano per ricompensarlo del servigio resole. Incaricò un altro ufficiale di andare a levare il suggello apposto alle sue mercanzie e a quelle dei mercanti, e lo accomiatò con il dono di un ricco diamante, il quale lo risarcì al di là della spesa del viaggio fatto.
Gli disse anche di tenersi le mille piastre d'oro pagategli per i vasi di olive, perché ne avrebbe convenuto essa medesima con il mercante da lui condotto.
Finalmente si ritirò nell'appartamento della principessa dell'isola di Ebena alla quale comunicò la sua gioia, pregandola nondimeno di tenerle tuttavia il segreto e confidandole gli espedienti che credeva necessari di dover prendere prima di farsi conoscere dal principe.
«Vi è» soggiunse «una così grande distanza da un giardiniere a un gran principe qual egli è, che sarebbe pericoloso farlo passare in un momento dal più abbietto stato del popolo ad un così alto grado, qualunque giustizia vi fosse nel farlo.» Lungi dal mancarle di fede, la principessa di Ebena approvò il suo disegno.
L'indomani, la principessa della Cina, sotto il nome, l'abito e l'autorità di re dell'isola d'Ebena, dopo avere preso cura di far condurre il principe Qamar az-Zamàn la mattina prestissimo al bagno e di fargli vestire un abito da emiro, lo fece introdurre nel consiglio, dove si guadagnò l'ammirazione di tutti i signori che erano presenti per il suo aspetto e per il suo portamento.
Anche la principessa Budùr rimase appagata di vederlo amabile come lo aveva scorto tante altre volte, il che la spinse ancor più a farne l'elogio in pieno consiglio.
Dopo avergli ordinato di sedersi fra gli emiri, ella disse rivolgendosi a essi:
«Signori, Qamar az-Zamàn, che oggi vi do per collega, non è indegno del posto che occupa fra voi, io l'ho conosciuto sufficientemente nei miei viaggi per risponderne, e posso assicurarvi che si farà conoscere anche a voi per il suo valore e mille altre qualità, come per la grandezza del suo genio.»
Qamar az-Zamàn restò assai meravigliato quando intese il re dell'isola d'Ebena, che egli era ben lungi dal prendere per una donna e meno ancora per la sua cara principessa, parlare in tal modo e assicurare di conoscerlo, mentre era certo di non averlo incontrato in nessun luogo, e lo fu maggiormente per le sovrabbondanti lodi fattegli.
Peraltro tali lodi, pronunciate da una bocca piena di maestà, non lo sconcertarono affatto, anzi le ricevette con una modestia tale, che fece vedere di meritarle, senza dimostrare vanità.
Si prostrò innanzi al trono del re, e rialzandosi:
«Sire» gli disse «io non trovo termini per ringraziare la maestà vostra del grande onore fattomi e di tanta bontà di cui mi colma. Io farò quanto è in me possibile per mostrarmene degno.»
Uscendo dal consiglio, il principe fu condotto da un ufficiale in un grande appartamento fatto preparare per lui dalla principessa Budùr, dove trovò ufficiali e servitori pronti a ricevere i suoi ordini, e una scuderia fornita di bellissimi cavalli, il tutto per sostenere la dignità di emiro.
Quando si fu ritirato nel suo scrittoio, il suo intendente gli presentò un forziere pieno d'oro per le sue spese.
Meno poteva concepire da dove venivagli tanta fortuna, più rimaneva ammirato, e mai gli venne in mente che poteva essere la principessa della Cina.
A capo di due o tre giorni, la principessa Budùr, per dare al principe maggiore accesso alla sua persona, e insieme per fargli godere maggior riguardo, gli conferì l'ufficio di gran tesoriere.
Adempì ai suoi doveri con tanta integrità, obbligando oltre a ciò tutti, che si guadagnò non solo l'amicizia dei signori della corte, ma anche il cuore di tutto il popolo con la sua probità e con le sue larghezze.
Qamar az-Zamàn sarebbe stato il più felice degli uomini vedendosi in alto favore presso un re straniero, come egli si immaginava, e di essere presso tutti in una considerazione che aumentava ogni giorno, se avesse posseduto la sua principessa. Nel mezzo della sua felicità non cessava dall'affliggersi di non averne alcuna notizia in un paese per il quale sembrava che ella avesse dovuto passare, dopo che si era separato da lei in modo doloroso per l'uno e per l'altra.
Avrebbe potuto dubitare di qualche cosa, se la principessa Budùr avesse conservato il nome di Qamar az-Zamàn, ma essa lo aveva cambiato, ascendendo il trono, in quello di Armanos in onore del re suo suocero.
Perciò non si chiamava più se non con il nome di re Armanos il Giovane, e non aveva che pochi cortigiani, i quali si ricordassero del nome di Qamar az-Zamàn, come ella si faceva chiamare, arrivando alla corte del re dell'isola di Ebena.
Qamar az-Zamàn non aveva contratto molta familiarità con essi per venirne istruito, ma alla fine ciò poteva accadere.
La principessa temendo ciò, e volendo che il principe fosse a lei sola debitore del suo riconoscimento, decise di porre fine ai suoi tormenti e a quelli di Qamar az-Zamàn.
La principessa Budùr, non appena ebbe preso questa risoluzione, chiamò in disparte il principe Qamar az-Zamàn dicendogli:
«Devo parlarvi di un affare di lunga discussione, su cui ho bisogno di consultarvi, e siccome non vedo possa farsi più comodamente della notte, venite questa sera.»
Qamar az-Zamàn non mancò di andare a palazzo all'ora indicata dalla principessa.
Ella lo fece entrare all'interno del palazzo e dopo avere detto al capo degli eunuchi di non avere bisogno dei suoi servizi, e che tenesse solamente la porta chiusa, lo condusse in un appartamento.
Quando il principe e la principessa furono nella camera da letto e ne fu chiusa la porta, la principessa trasse il talismano da una cassetta e lo presentò a Qamar az-Zamàn dicendogli:
«Un astrologo mi ha donato questo talismano, essendo voi valente in tutto, potreste dirmi a che serve?»
Qamar az-Zamàn prese il talismano e si avvicinò ad una candela per considerarlo, ma appena l'ebbe riconosciuto, con una sorpresa che fece piacere alla principessa, esclamò:
«Sire, vostra maestà mi chiede a che serve questo talismano: ohimè! serve a farmi morire di cordoglio, se non trovo subito la più leggiadra e amabile principessa dell'universo, che ne era la padrona.»
Allora Budùr si appartò in un'altra stanza, dove, si spogliò del turbante reale, e dopo aver preso in pochi minuti un'acconciatura e una veste da donna, con la cintura che aveva nel giorno della loro separazione, rientrò nella camera.
Il principe riconobbe subito la sua cara principessa, corse a lei abbracciandola teneramente, esclamando:
«Ah! quanto sono obbligato al re di avermi così piacevolmente sorpreso!»
«Non aspettate di rivedere il re» disse la principessa, abbracciandolo a sua volta con le lacrime agli occhi «vedendo me, voi vedete il re. Sediamoci, affinché io vi spieghi l'enigma.»
Si sedettero, e la principessa raccontò dal principio tutto quello che le era accaduto dal giorno in cui non si erano più visti.
Quando la principessa ebbe terminato, volle che il principe le narrasse per quale avventura il talismano era stato causa della loro separazione. Passarono così la notte, e la mattina dopo la principessa mandò il capo degli eunuchi a pregare il re Armanos, suo suocero, di andare nel suo appartamento.
Quando il re Armanos vi giunse, fu assai meravigliato di vedere una donna sconosciuta, e il gran tesoriere, cui non era permesso entrare nel palazzo interno come a tutti gli altri signori della corte.
Sedendosi chiese dove fosse il re.
«Sire» rispose la principessa «ieri ero io il re, ed oggi sono la principessa della Cina, moglie del vero principe Qamar az-Zamàn, legittimo figlio del re Shahzamàn. Se la maestà vostra vuole avere la pazienza di ascoltare la nostra storia, spero non mi condannerà di averlo tratto in un innocente inganno.»
Il re Armanos le prestò orecchio, e ascoltò con meraviglia dal principio alla fine il racconto.
Nel terminare aggiunse:
«Sire, sebbene nella nostra religione le donne siano poco contente della libertà che hanno i mariti di prendere più mogli, pur tuttavia se la maestà vostra consente di dare la principessa Hayàt an-Nufùs, sua figliola, in sposa al principe Qamar az-Zamàn, io volentieri le cedo il grado e la qualità di regina che per diritto le appartiene, e mi contento del secondo grado. Anche quando questa preferenza non le fosse dovuta, io non lascerei dal concedergliela, dopo tutto quello che le devo.»
Il re Armanos ascoltò il discorso della principessa con ammirazione, e quando ella ebbe terminato, rivoltosi al principe gli disse:
«Figliolo mio, poiché la principessa vostra consorte, che io ho tenuto finora come mio genero, per un inganno di cui non posso lagnarmi, mi assicura che è contenta di dividere il vostro letto con la mia figliola, non mi resta che sapere se voi volete sposarla e se volete accettare la corona che la principessa Budùr meriterebbe di portare per tutta la sua vita.»
«Sire» rispose il principe «sebbene sia vivissimo il desiderio di rivedere mio padre, io non posso rifiutare la vostra generosa offerta.»
Qamar az-Zamàn fu proclamato re e maritato lo stesso giorno con grande magnificenza, restando soddisfatissimo della bellezza, dello spirito, e dell'amore della principessa Hayàt an-Nufùs.
In seguito le due regine continuarono a vivere insieme con la stessa amicizia e la stessa unione di prima, e paghe dell'uguaglianza con cui le trattava il principe Qamar az-Zamàn.
Esse gli diedero ciascuna un figliolo lo stesso anno, quasi nello stesso tempo, e la nascita dei due principini fu celebrata con grandi feste.
Qamar az-Zamàn impose il nome di Amgiad al primo che la regina Budùr aveva partorito, e di Assad a quello dato alla luce da Hayàt an-Nufùs.
I due principi furono allevati con grande cura e quando furono grandi ebbero gli stessi precettori nelle scienze e nelle belle arti, e lo stesso maestro in ciascun esercizio. La grande amicizia che nutrivano l'uno per l'altro fin dalla loro infanzia aumentò sempre più.
Di fatto, quando furono in età di avere ciascuno una casa separata, erano così strettamente uniti che supplicarono il re loro padre, di concederne loro una sola per tutti e due, e la ottennero. Perciò ebbero gli stessi ufficiali, gli stessi servitori, gli stessi equipaggi, lo stesso appartamento e la stessa tavola. Qamar az-Zamàn aveva posto una così grande fiducia nella loro capacità e nella loro probità, che quando raggiunsero l'età di diciotto anni faceva loro presiedere il consiglio alternativamente, ogni volta che egli andava a caccia per più giorni.
Siccome i due principi erano egualmente belli, le due regine avevano concepito per essi un'incredibile tenerezza, tanto che la principessa Budùr aveva maggiore inclinazione per Assad, figliolo della regina Hayàt anNufùs, anzi che per Amgiad suo proprio figliolo, e viceversa la regina Hayàt an-Nufùs ne aveva più per Amgiad, che per Assad.
Le regine non ebbero dapprima tale inclinazione se non per l'amicizia che esse conservavano l'una per l'altra, ma, a misura che i principini avanzavano in età, divenne a poco a poco una forte inclinazione e poi un amore dei più violenti, quando essi apparvero ai loro occhi con quelle grazie con le quali finirono di infiammarle.
Tutta l'infamia di questa passione era loro nota, e fecero anche grandi sforzi per resistervi, ma la familiarità con cui vedevano ogni giorno i due principi e l'abitudine di ammirarli fin dall'infanzia, di lodarli, di accarezzarli, poiché non era più in loro potere difendersi, le fecero innamorare a tal segno, che persero il sonno, il bere e il mangiare. Per loro sventura e per quella dei principi stessi, questi, abituati alle loro maniere, non ebbero il minimo sospetto della loro detestabile fiamma.
Le due regine, non essendosi fatte un segreto della loro passione e non avendo il coraggio di dichiararla a voce al principe che ciascuna di essa amava in particolare, convennero di palesarla ognuna per mezzo di un biglietto, e per l'esecuzione del loro piano profittarono dell'assenza del re che si era allontanato per una caccia di tre o quattro giorni.
Il giorno della partenza del re, il principe Amgiad, presiedette il consiglio, e fece giustizia fino a due o tre ore dopo mezzogiorno.
All'uscita dal consiglio, siccome rientrava nel palazzo, un eunuco lo prese in disparte e gli presentò un biglietto da parte della regina Hayàt an-Nufùs, che Amgiad prese e lesse con orrore.
«Come, perfido» disse all'eunuco «è questa la fedeltà che serbi al tuo padrone, al tuo re?»
Ciò detto, gli tagliò la testa.
Poi Amgiad incollerito andò dalla regina Budùr sua madre, con un volto che mostrava il suo risentimento, le presentò il biglietto, e le diede notizia sul contenuto dopo averle palesato da chi venisse.
Invece di ascoltarlo, la regina Budùr si sdegnò contro di lui dicendogli:
«Figliolo mio, quanto mi narrate è una calunnia, è un'impostura! La regina Hayàt an-Nufùs è savia, e vi trovo ben audace, nel parlarmi contro di lei così insolentemente!»
A queste parole il principe si sdegnò egli pure contro la regina sua madre, dicendole:
«Ognuna di voi è più malvagia dell'altra e, se non fossi trattenuto dal rispetto che devo al re mio padre, questo giorno sarebbe l'ultimo della vita di Hayàt an-Nufùs!»
La regina Budùr poteva ben giudicare dall'esempio del suo figliolo Amgiad che il principe Assad, il quale non era meno virtuoso, non avrebbe ricevuto più favorevolmente la sua dichiarazione.
Eppure ciò non le impedì di persistere in un disegno abominevole. L'indomani gli scrisse un biglietto, che affidò a una vecchia che aveva accesso al palazzo.
La vecchia colse anch'essa l'occasione di dare il biglietto al principe Assad all'uscita del consiglio, dopo che egli aveva finito di presiederlo.
Il principe lo prese, e nel leggerlo si lasciò talmente trasportare dallo sdegno, che senza finire di leggere trasse la sciabola e punì la vecchia.
Corse all'appartamento della regina Hayàt an-Nufùs sua madre con il biglietto in mano e voleva mostrarglielo, ma essa non gli diede nemmeno il tempo di parlare.
«Io so quello che volete dirmi, voi siete un impertinente come vostro fratello Amgiad, andate, ritiratevi e non comparite mai più innanzi a me!»
Assad rimase interdetto a tali parole che non si attendeva, e si ritirò senza replicare, per timore che gli sfuggisse qualche espressione indegna della sua nobile grandezza d'animo.
Siccome il principe Amgiad aveva avuto ritegno di parlargli del biglietto ricevuto il giorno prima e, da quanto la regina sua madre gli aveva detto, avendo compreso che ella non era meno rea della regina Budùr, andò a fargli un cortese rimprovero della sua discrezione e a unire il proprio dolore con il suo.
Le due regine, disperate di aver rinvenuto nei due principi una virtù che avrebbe dovuto farle ritornare in loro stesse, rinunciarono a ogni sentimento di natura e di madre e si accordarono sul modo di farli perire.
A tal fine dettero a intendere alle loro donne che i due principi avevano cercato di violentarle.
L'indomani, il re Qamar az-Zamàn, al suo ritorno dalla caccia, meravigliato di vederle coricate insieme in uno stato che seppero ben fingere, e che lo mosse a compassione, chiese loro quanto fosse accaduto.
A questa domanda, le dissimulatrici regine raddoppiarono i loro gemiti e i loro singhiozzi, e dopo molte istanze la regina Budùr prese alfine la parola, dicendogli:
«Sire, per il giusto dolore da cui siamo oppresse, non dovremmo vedere la luce dopo l'oltraggio che i principi vostri figlioli ci hanno fatto con una brutalità senza esempio. Per un complotto indegno della loro nascita, la vostra assenza ha ispirato loro l'ardire e l'audacia di attentare al nostro onore. La maestà vostra ci dispensi dal continuare nel racconto, bastando la nostra afflizione a far comprendere il rimanente.»
Il re fece chiamare i due principi, e avrebbe loro tolto la vita di sua propria mano, se il vecchio re Armanos, suo suocero, che era presente, non gli avesse trattenuto il braccio dicendogli:
«Figliolo mio, che pensate fare? Volete imbrattare le vostre mani e il palazzo del vostro sangue? Vi sono altri mezzi per punirli, se è vero che sono colpevoli.»
Qamar az-Zamàn seppe padroneggiare se stesso per non essere il carnefice dei propri figlioli, ma dopo averli fatti imprigionare, fece venire verso sera un emiro, di nome Giondàr, incaricandolo di portare i principi fuori dalla città, per ucciderli lontano.
Giondàr camminò tutta la notte, e il giorno appresso, sceso da cavallo, comunicò ai principi con le lacrime agli occhi l'ordine avuto.
«Principi» disse loro «questo ordine è assai crudele, piacesse a Dio che potessi esserne dispensato!»
«Fate il vostro dovere» risposero i principi «certi che non siete voi la causa della nostra morte, ve la perdoniamo di tutto cuore.»
Ciò detto, si abbracciarono e si diedero l'estremo addio con tanta tenerezza, che rimasero lungo tempo senza separarsi.
Il principe Assad per primo si preparò a ricevere la morte, dicendo a Giondàr:
«Cominciate da me, affinché non abbia il dolore di vedere morire il mio caro fratello Amgiad!»
Amgiad vi si oppose, e Giondàr non poté, senza versare lacrime più di prima, essere testimone del loro contrasto, che provava quanto la loro amicizia fosse sincera e perfetta.
Finalmente terminarono, e pregarono Giondàr di legarli insieme e di metterli nella più comoda posizione per dare loro il colpo di morte nello stesso tempo, aggiungendo:
«Non ricusate di dare questa consolazione di morire insieme a due fratelli sfortunati, i quali, fino alla loro innocenza, hanno tutto di comune da quando sono nati!»
Giondàr concesse ai due principi quanto desideravano, e dopo averli sistemati nel modo che credette più adatto per tagliare loro il capo in un solo colpo, li legò e domandò loro se avevano qualche cosa da comandargli prima di morire.
«Non vi preghiamo che di una sola cosa» risposero i principi «cioè di assicurare il re nostro padre, al vostro ritorno, che moriamo innocenti. Difatti noi sappiamo che egli non sa bene la verità sul delitto di cui siamo accusati!»
Giondàr, dopo avere loro promesso di obbedire loro, trasse fuori la sciabola. Il suo cavallo spaventato da quel gesto e dal luccicare del ferro, ruppe la briglia e fuggì, mettendosi a correre per la campagna con quanta lena aveva.
Era un cavallo di gran prezzo e riccamente bardato che Giondàr avrebbe avuto grandissimo dispiacere perdere, per cui, turbato da questo incidente, invece di tagliare la testa ai principi, gettò la sciabola, e gli corse dietro per afferrarlo.
Il cavallo che era vigoroso, caracollando sempre innanzi a Giondàr, lo condusse fino a un bosco, entrato nel quale Giondàr lo seguì. I nitriti del cavallo svegliarono un leone, che accorse, e invece di andare verso il cavallo, andò dritto contro Giondàr, appena lo ebbe visto, Giondàr non pensò più al suo cavallo, e fu in grandissimo impaccio per salvarsi la vita, cercando di evitare l'assalto del leone che non lo perdeva mai di vista e che lo seguiva da vicino attraverso gli alberi.
«In questo frangente Dio non mi manderebbe questo castigo» disse egli tra sé «se i principi cui mi si è comandato togliere la vita non fossero innocenti, e per mia maggiore sciagura non ho nemmeno la sciabola per difendermi!»
Durante l'allontanamento di Giondàr, ai due principi venne una sete ardente provocata dallo spavento della morte, nonostante la loro generosa decisione di sottomettersi all'ordine crudele del re loro padre.
Il principe Amgiad fece osservare al principe suo fratello una vicina sorgente d'acqua, e gli propose di sciogliersi e di andare a bere.
«Fratello mio» rispose il principe Assad «nel poco tempo che ci rimane ancora da vivere non vale la pena estinguere la sete, che noi sopporteremo ancora per alcuni momenti.»
Senza aver riguardo di questa osservazione, Amgiad si sciolse, e sciolse anche il principe suo fratello suo malgrado, quindi andarono alla sorgente dove, dopo essersi rinfrescati, udirono il ruggito del leone e grandi grida nel bosco in cui il cavallo e Giondàr erano entrati.
Amgiad prese subito la sciabola che Giondàr aveva gettato e disse al fratello:
«Assad, corriamo in soccorso dello sciagurato Giondàr, forse arriveremo in tempo per liberarlo dal pericolo che lo sovrasta.»
I due principi, senza perdere tempo arrivarono, mentre il leone atterrava Giondàr.
Il leone, vedendo il principe Amgiad avanzare verso di lui con la sciabola alzata, lasciò la sua preda e gli andò furiosamente incontro, ma il principe lo ricevette con coraggio e gli diede un colpo con tanta forza e destrezza, che lo fece cadere morto.
Appena Giondàr riconobbe di dover la vita ai due principi si gettò ai loro piedi, e li ringraziò in termini da dimostrare loro la sua riconoscenza.
«Principi» disse alzandosi e baciando loro le mani con le lacrime agli occhi «Dio non voglia che io attenti alla vostra vita dopo il grandissimo soccorso datomi! Non si rimprovererà mai all'emiro Giondàr di essere stato capace di tanta ingratitudine!»
«Il servizio che vi abbiamo reso» risposero i principi «non deve farvi tralasciare di eseguire l'ordine ricevuto, ma riprendiamo prima il vostro cavallo, e poi ritorneremo al luogo in cui ci avevate lasciato.»
Non durarono molta fatica a riprendere il cavallo che per la stanchezza si era fermato, ma quando furono di ritorno alla sorgente, non poterono persuadere l'emiro di togliere loro la vita.
«La sola cosa che prendo la libertà di domandarvi» disse loro «è di accomodarvi alla meglio con quello che vi posso dare del mio abito, di darmi ciascuno il vostro, e di andare a vivere in lontani paesi in modo che il re vostro padre non senta mai più parlare di voi.»
I principi fecero quanto voleva, e dopo avergli dato ciascuno il proprio abito ed essersi coperti di quanto loro diede del suo, insieme all'oro e all'argento che aveva con sé, l'emiro Giondàr si accomiatò da loro.
Separandosi Giondàr dai principi, tinse i loro abiti con il sangue del leone e continuò il suo cammino fino alla capitale dell'isola di Ebena.
Al suo arrivo il re Qamar az-Zamàn gli chiese se aveva fedelmente eseguito l'ordine.
«Sire» rispose Giondàr presentandogli gli abiti dei due principi «eccone le prove.»

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Vecchio 06-04-2009, 09.01.58
sarahkerrigan
 


«Ditemi» soggiunse il re «in quale modo hanno ricevuto il mio castigo?»
«Sire, con un'ammirabile costanza e con somma rassegnazione, che mostrava la sincerità con cui professavano la loro religione, ma particolarmente con un gran rispetto alla maestà vostra, e con una sottomissione straordinaria!
«"Noi moriamo innocenti" dicevano essi "ma non ce ne lamentiamo e riceviamo la nostra morte dalla mano di Dio, e perdoniamo il re nostro padre, essendo certi che non ha saputo la verità!"»
Qamar az-Zamàn sensibilmente commosso dal racconto dell'emiro Giondàr, volle frugare nelle tasche degli abiti dei due principi, cominciando da quello di Amgiad, nel quale trovò un biglietto, che aprì e lesse.
Come ebbe conosciuto che era stata la regina Hayàt an-Nufùs ad averlo scritto, non solo dal carattere ma anche da una piccola ciocca di capelli in esso contenuta, fremette.
Poi frugò in quello di Assad e il biglietto della regina Budùr lo stupì così fortemente, che svenne.
«Che hai tu fatto, barbaro padre!» esclamò quando rinvenne «hai trucidato i figlioli, che erano innocenti! La loro saggezza, la loro modestia, la loro obbedienza, la loro sottomissione a tutte le tue volontà, la loro virtù, non ti parlavano assai sufficientemente in loro difesa? Cieco padre, meriti tu che la terra ti sostenga dopo un così esecrabile delitto? Io mi sono gettato da me stesso in questa abominevole azione, ed è questo il castigo con cui Dio mi affligge per non avere persistito nell'avversione contro le femmine, nella quale sono nato. Io non laverò il vostro delitto con il sangue, come meritereste, detestabili donne, perché siete indegne della mia collera, ma che il cielo mi fulmini se mai più vi rivedo!»
Il re Qamar az-Zamàn tenne religiosamente il suo giuramento.
Fece trasferire le due regine lo stesso giorno in un appartamento separato, dove restarono sotto buona guardia, e per tutta la vita non le avvicinò.
Mentre il re si affliggeva in tal modo per la perdita dei principi suoi figlioli, essi erravano nei deserti, evitando di avvicinarsi ai luoghi abitati e di incontrare ogni genere di persone, vivendo di erbe e di frutta selvatiche e bevendo cattiva acqua piovana, che trovavano nei crepacci delle rocce.
Durante la notte, per proteggersi dalle bestie feroci, uno dormiva e l'altro vegliava.
Nel giro di un mese giunsero ai piedi di una spaventevole montagna tutta di pietre nere e inaccessibile.
Tuttavia si accorsero di un sentiero battuto, ma lo trovarono tanto stretto e difficile, da non osare ascenderlo.
Sperando di trovarne uno migliore, continuarono a costeggiare la montagna e camminarono per cinque giorni, ma la fatica sostenuta fu inutile e dovettero ritornare alla strada abbandonata, perciò, fattisi coraggio, salirono.
Più avanzavano, più sembrava loro alta e scoscesa, e furono più volte tentati di desistere dalla loro impresa.
La notte li sorprese, e il principe Assad si trovò così stanco e spossato, che non poteva più muoversi, e perciò disse al principe Amgiad:
«Fratello mio, io non ne posso più, sono quasi sul punto di esalare l'anima!»
«Riposiamoci finché vi piacerà» rispose Amgiad, fermandosi con lui «e prendete coraggio, non ci resta molto da salire e la luna ci favorisce.»
Dopo una mezz'ora di riposo, Assad fece un nuovo sforzo, e arrivarono finalmente alla cima della montagna, dove fecero un'altra sosta.
Amgiad si alzò, e avanzandosi, scorse un albero a poca distanza, si accostò, e vide che era un melograno carico di grossi frutti, vicino al quale c'era una fontana.
Egli corse ad annunciare la buona notizia ad Assad e, condottolo sotto l'albero vicino alla fontana, si rinfrescarono mangiando ciascuno una melagrana, dopo di che si addormentarono.
Il giorno dopo, quando i principi furono desti, Amgiad disse ad Assad:
«Andiamo, fratello mio, proseguiamo il nostro cammino, vedo che la montagna è meno aspra da questa parte che dall'altra, d'altronde non dobbiamo che discendere.»
Ma Assad era talmente stanco del giorno precedente, che per rimettersi ebbe bisogno di tre giorni passati conversando - come avevano già fatto più volte - del disonesto amore delle loro madri.
Essi dicevano:
«Se Dio si è dichiarato per noi in maniera tanto manifesta, dobbiamo sopportare i nostri mali con pazienza, e consolarci con la speranza che presto li farà cessare.»
Passati i tre giorni, i due fratelli si rimisero in cammino e, siccome la montagna era assai elevata sulle campagne da quella parte, impiegarono cinque giorni per giungere al piano.
Finalmente, con immensa gioia, scoprirono una grande città.
«Fratello mio» disse allora Amgiad ad Assad «se siete del mio avviso, resterete in qualche luogo, dove verrò a ritrovarvi, mentre io andrò a informarmi come si chiama quella città, in quale paese siamo, e ritornando vi porterò dei viveri.»
«Io approvo molto volentieri il vostro consiglio» rispose Assad «essendo saggio e prudente, ma non soffrirò mai che andiate voi, quindi permettete che io me ne incarichi. Quale dolore non proverei se vi accadesse qualche sventura?»
«Ma fratello» soggiunse Amgiad «quanto temete per me non debbo io temerlo per voi? Per questo vi supplico di lasciarmi fare e di aspettarmi con pazienza.»
«Io non lo permetterò mai» replicò Assad «e se mi accade qualche cosa, avrò almeno la consolazione di sapervi in libertà.»
Amgiad fu obbligato a cedere, e si fermò sotto gli alberi alle falde della montagna.
Il principe Assad prese del denaro nella borsa comune, e continuò a camminare fino alla città.
Appena entrato nella prima strada, vide un venerabile vecchio, ben vestito e con un bastone in mano. Egli lo chiamò dicendogli:
«Signore, vi supplico di insegnarmi per dove si va alla piazza pubblica.»
Il vecchio guardò il principe sorridendo, e quindi gli rispose:
«Figliolo mio, a quanto pare, voi siete straniero, perché se la cosa non fosse così, non mi fareste questa domanda.»
«Sì, signore, sono straniero» soggiunse Assad.
«Siate il benvenuto» continuò il vecchio. «Il nostro paese si ritiene molto onorato quando un giovane ben fatto come voi si è preso la pena di venirlo a vedere. Ditemi, quali affari avete sulla piazza pubblica?»
«Signore» rispose Assad «sono quasi due mesi che un mio fratello e io siamo partiti da un paese assai lontano di qui e senza mai interrompere il nostro cammino siamo arrivati oggi soltanto. Mio fratello, stanco di un così lungo viaggio, è rimasto alle falde della montagna, mentre io sono venuto a cercare dei viveri per me e per lui.»
«Figliolo mio» continuò nuovamente il vecchio «voi siete arrivato al momento giusto, e ne godo per voi e per vostro fratello. Io ho dato oggi un gran pranzo a parecchi miei amici, e del quale è restata una quantità di vivande non toccate da alcuno, venite con me, io ve ne darò da mangiare finché vi saziate, e quando avrete fatto ciò, ve ne darò delle altre per voi e per vostro fratello in quantità sufficiente perché possiate vivere più giorni. Non vi prendete dunque l'incomodo di andare a spendere il vostro denaro alla piazza, tanto più che i viaggiatori non ne hanno mai troppo.
«Inoltre, mentre voi mangerete io vi informerò dei particolari della nostra città meglio di ogni altro, perché una persona come me, che sono passato per tutti i più alti incarichi, non deve ignorarli. Voi dovete esser contentissimo di esservi rivolto a me anziché ad altri, perché tutti i nostri cittadini non sono gentili come me, essendovene di quelli assai cattivi. Venite dunque, vi voglio fare conoscere la differenza che vi è fra un onest'uomo come me, e molta gente che si vanta soltanto di esserlo.»
«Io vi sono infinitamente obbligato» rispose il principe Assad «della vostra bontà, e confidando in voi, sono pronto a venire ovunque vi piacerà.»
Il vecchio, continuando a camminare con Assad a fianco, si rideva di lui, e per timore che egli se ne accorgesse, gli diceva molte cose, affinché restasse nella buona opinione che aveva concepito, e tra le altre gli diceva:
«Ringrazio il cielo di avervi incontrato e ne saprete la ragione quando sarete in casa mia!»
Il vecchio arrivò finalmente a casa e introdusse Assad in una grande sala, dove si trovavano quaranta altri vecchi, intorno a un grande fuoco.
A tale spettacolo il principe Assad ebbe orrore e spavento nel vedersi ingannato e nel trovarsi in un così abominevole luogo.
Mentre era immobile per lo stupore, lo scaltro vecchio salutò i quaranta compagni, dicendo:
«Devoti adoratori del fuoco, ecco un felicissimo giorno per noi.»
E aggiunse:
«Dov'è Gazban? Lo si faccia venire.»
A queste parole, un negro che le intese, apparve, si avvicinò ad Assad, lo gettò a terra con uno schiaffo, lo legò per le braccia con una incredibile destrezza, e quando ebbe terminato:
«Conducilo laggiù» gli comandò il vecchio «e non mancare di dire alle mie figliole Bostàn e Cavàm di bastonarlo ogni giorno, dandogli un pane al mattino e un altro alla sera per tutto nutrimento, ciò è sufficiente per farlo vivere fino alla partenza del vascello per il Mare Azzurro e la Montagna del Fuoco, dove ne faremo un piacevole sacrificio alla nostra divinità!»
Appena il vecchio ebbe dato l'ordine crudele, Gazban afferrò Assad, lo fece discendere sotto la sala e dopo averlo fatto passare per più porte, lo cacciò in un carcere che si raggiungeva scendendo per venti gradini, e lo attaccò per i piedi a una catena molto grossa e pesante.
Come ebbe fatto questo, andò ad avvertire le figliole del vecchio, ma questi lo aveva prevenuto, e stava dicendo loro:
«Figliole mie, scendete laggiù e bastonate il musulmano che ho fatto prigioniero senza risparmiarlo, non potendo meglio mostrare di essere buone Adoratrici del Fuoco.»
Bostàn e Cavàm, nutrite dall'odio contro tutti i musulmani, ricevettero quell'ordine con gioia e nel carcere spogliarono Assad bastonandolo spietatamente, fino a fargli sprizzare il sangue e perdere i sensi.
Dopo un'esecuzione così barbara, gli posero vicino un pane con un vaso d'acqua e si ritirarono.
Assad non ricuperò i sensi se non molto tempo dopo e fu solo per versare fiumi di lacrime, deplorando la sua miseria, consolato ciò nonostante dal non esser la sua sciagura accaduta a suo fratello Amgiad.
Il principe Amgiad attese suo fratello Assad fino alla sera alle falde della montagna con grande impazienza, ma quando vide che erano trascorse due, tre e quattro ore della notte, e non era ritornato, fu preso dalla disperazione.
Passò la notte in una inquietudine desolante e, quando il giorno apparve si incamminò verso la città, nella quale fu dapprima meravigliato di vedere se non pochissimi musulmani, fermò il primo nel quale s'imbatté, pregandolo di dirgli come la città si chiamasse.
Gli venne risposto che era la città dei magi, così detta per via dei Magi Adoratori del Fuoco, che vi erano in gran numero.
Amgiad domandò pure quanta distanza vi fosse di là all'isola di Ebena, e seppe che c'erano quattro mesi di navigazione e un anno di viaggio per terra. Quello a cui si era rivolto lo lasciò dopo che ebbe risposto alle due domande, e continuò il suo cammino andando in tutta fretta.
Amgiad, non avendo impiegato se non circa sei settimane a venire dall'isola di Ebena con suo fratello Assad, non poteva comprendere come avessero fatto tanto cammino in così poco tempo, a meno che non fosse stato per incanto, o che la via della montagna per dove erano venuti non fosse un cammino più corto e mai battuto a causa della sua difficoltà.
Percorrendo la città si fermò innanzi alla bottega di un sarto che riconobbe per musulmano dal suo abito, come aveva riconosciuto quello a cui aveva parlato, ed entratovi si sedette vicino a lui dopo averlo salutato, e gli raccontò la causa del dolore da cui era oppresso.
Quando il principe Amgiad ebbe terminato, il sarto gli rispose:
«Se vostro fratello è caduto nelle mani di qualche mago, potete stare sicuro di non rivederlo mai più. Egli è perduto senz'altro, ed io vi consiglio di consolarvene. Perciò se vi piace, resterete con me e io vi istruirò su tutte le astuzie di questi magi, affinché vi guardiate da essi quando uscirete.»
Amgiad, afflittissimo di aver perduto il suo fratello Assad, accettò l'offerta, e ringraziò mille volte il sarto della bontà che aveva per lui.
Il principe Amgiad non uscì per la città se non in compagnia del sarto per tutto un mese, ma finalmente si avventurò di andare solo fino al bagno. Al ritorno, passando per una strada deserta, vide venirgli di fronte una signora, la quale nello scorgere un giovane di bell'aspetto e tutto fresco, si alzò il velo e gli domandò con volto ridente dove andasse.
Amgiad non poté resistere a quei vezzi e le rispose:
«Signora, io vado a casa mia, o a casa vostra, come desiderate.»
«Signore» soggiunse la donna con piacevole sorriso «le femmine della mia condizione non conducono uomini in casa loro!»
Amgiad restò molto impacciato da questa risposta che non si aspettava.
In questa incertezza si determinò di affidarsi al caso e, senza rispondere alla signora, si pose a camminare innanzi e la dama lo seguì.
Il principe Amgiad la condusse per molto tempo di strada in strada, di viottolo in viottolo, ed erano l'uno e l'altra stanchi di camminare, quando egli si avviò in una strada al cui termine c'era una casa di bell'apparenza con una grande porta chiusa e con due sedili, l'uno da un lato, e l'altro dalla parte opposta.
Amgiad si sedette sopra l'uno come per voler riprendere fiato, e la signora, più stanca di lui, si sedette sull'altro.
Quando la signora fu seduta, disse al principe Amgiad:
«È questa dunque la vostra casa?»
«Voi la vedete, signora» rispose il principe.
«Perché dunque non aprite» soggiunse ella «che aspettate?»
«Bella mia» replicò Amgiad «non ho la chiave, avendola lasciata al mio schiavo, al quale ho dato una commissione, da cui non tornerà fino a chi sa quando.»
«Ecco uno schiavo impertinente, lo castigherò da me stessa, come merita, se non lo fate voi, appena sarà di ritorno, non essendo conveniente che io resti sola innanzi a una porta con un uomo!»
Ciò detto, si alzò, prese una pietra e ruppe la serratura, che era di legno e assai debole, secondo l'uso del paese.
Amgiad disperato si oppose, dicendole:
«Signora mia, che pretendete fare? Abbiate un altro po' di pazienza.»
«Che mai temete» rispose ella «la casa non è vostra? Non è un gran male una serratura di legno rotta, essendo agevole rimetterne un'altra.»
Ciò detto, la ruppe ed entrò.
Amgiad rimase incerto su ciò che doveva fare, se entrare o fuggire per liberarsi dal pericolo che credeva certo. Era in procinto di andarsene, quando la signora voltatasi, e vedendo che egli non entrava, gli disse:
«Che avete?»
«Signora» rispose egli «stavo guardando se il mio schiavo tornava.»
«Entrate» soggiunse ella «attenderemo meglio dentro, anziché fuori, l'arrivo del vostro schiavo.»
Il principe Amgiad entrò mal volentieri in una corte spaziosa e magnificamente selciata. Dalla corte salì a un grande vestibolo, dove egli e la signora videro una grande camera aperta e molto bene addobbata, e in essa una mensa su cui erano apparecchiate squisite vivande, e un'altra piena di bottiglie di vino.
Quando Amgiad vide simili preparativi, non dubitò più della sua perdita, e disse tra sé:
«È finita per te, povero Amgiad, tu non sopravviverai a lungo al tuo caro fratello Assad.»
La signora al contrario, rapita da quel piacevole spettacolo, esclamò:
«Eh, signore, il vostro schiavo ha fatto più di quanto voi credevate. Ma se non mi inganno, questi preparativi sono per ben altra signora, ma non importa, venga pure questa signora, io vi prometto di non esserne gelosa. La grazia che vi chiedo è di sopportare che io serva lei e anche voi.»
Amgiad, nonostante l'afflizione in cui si trovava, non poté trattenersi dal ridere per la facezia della donna.
«Signora» rispose egli «vi assicuro che non è per nulla vero quello che vi immaginate, ma semplicemente cosa solita.»
Siccome non poteva decidersi di mettersi a una tavola, che non era stata preparata per lui, voleva sedersi su di un sofà, la signora glielo impedì, dicendogli:
«Che fate? Voi dovete avere fame dopo il bagno, mettiamoci a tavola e godiamone.»
Amgiad fu costretto a fare quello che la signora volle, perciò si posero a tavola e mangiarono.
Dopo i primi bocconi, la signora prese un bicchiere e una bottiglia, si versò da bere e bevve per prima alla salute di Amgiad. Quando ebbe bevuto, riempì il bicchiere, e glielo presentò ed egli le rese il contraccambio.
Più Amgiad considerava la sua avventura, più si meravigliava vedendo che il padrone non appariva, sicché diceva tra sé:
«La mia felicità sarebbe straordinaria se il padrone venisse, dopo essermi sbrigato di questo intrigo.»
Mentre formava tali pensieri, la signora continuava a mangiare e a bere, obbligandolo a far lo stesso.
Erano alla frutta quando giunse il padrone di casa, il quale era grande scudiero del re dei magi, e si chiamava Bahader. La casa gli apparteneva, ma ne aveva un'altra dove di solito abitava. Questa non gli serviva se non per sollazzi con tre o quattro amici preferiti, facendo qui portare tutto come aveva fatto quel giorno per mezzo di alcuni suoi familiari, i quali se ne erano andati poco prima dell'arrivo di Amgiad con la dama.
Bahader giunse senza seguito e travestito, come ordinariamente faceva, rimanendo non poco sorpreso di vedere la porta della sua casa forzata. Entrò senza far rumore, e avendo inteso parlare nella camera, andò rasente il muro facendo capolino alla porta per vedere chi vi fosse dentro.
Come ebbe visto esservi un giovane e una signora, che mangiavano alla tavola preparata per lui e per i suoi amici, essendosi assicurato che il danno non era così grande come se lo era immaginato prima, risolse di prendersene divertimento.
La signora, stando con le spalle voltate, non poteva vedere il grande scudiero, ma Amgiad lo scorse subito, egli cambiò di colore nel vederlo, e guardava fisso Bahader, il quale gli fece segno di non dire parola e di andare a parlargli.
Amgiad si alzò, al che la signora gli chiese:
«Dove andate?»
«Signora» le rispose «restate, vi prego, torno subito: una piccola necessità mi obbliga a uscire.»
Bahader lo condusse nella corte per parlargli senza essere udito dalla signora.
Quando Bahader e il principe Amgiad furono nella corte, Bahader chiese al principe per quale avventura si trovasse in casa sua con la signora e perché avesse forzato la porta.
«Signore» rispose Amgiad «io debbo sembrare assai colpevole agli occhi vostri, ma se volete avere la pazienza di ascoltarmi, spero mi troverete innocentissimo.»
Proseguì il suo discorso e gli raccontò in poche parole come stava la cosa, senza nulla nascondere, e per ben persuaderlo non essere capace di un'azione tanto indegna quanto quella di forzare una porta, non gli nascose che egli era un principe.
Bahader, il quale amava gli stranieri, fu contento di aver trovato l'occasione di favorirne uno della qualità e del grado di Amgiad.
Difatti, alle sue cortesi maniere, al suo discorso fatto in termini appropriati, non dubitò della sua sincerità e gli disse:
«Principe, provo una gioia estrema di potervi servire in un'occasione strana, come quella che mi avete raccontato. Lungi dal turbare la festa, avrò un grandissimo piacere nel contribuire alla vostra soddisfazione. Prima di comunicarvi quello che penso a tale proposito, ho l'onore di dirvi che io sono grande scudiero del re, e mi chiamo Bahader. Ho una casa dove dimoro ordinariamente, e in questa vengo qualche volta per stare in libertà con i miei amici. Voi avete fatto credere alla vostra bella di avere uno schiavo, anche se non lo avete, ora io voglio essere questo schiavo e, affinché ciò non vi dia pena e ve ne scusiate, vi ripeto che voglio esserlo assolutamente, e ne saprete subito la ragione.
«Andate intanto a rimettervi al vostro luogo e, quando verrò fra poco presentandomi a voi in abito da schiavo, sgridatemi e battetemi, vi servirò per tutto il tempo che starete a tavola e fino alla notte, restando a dormire in casa mia, voi e la signora, che domani mattina congederete onorevolmente. Dopo ciò sarà mio pensiero rendervi dei servizi ancora più grandi. Intanto, per ora andate, e non perdete tempo.»
Amgiad voleva partirsene, ma il grande scudiero non lo permise e lo costrinse ad andare a trovare la dama.
Non appena Amgiad rientrò nella camera, giunsero gli amici del grande scudiero, il quale li pregò cortesemente di volerlo scusare se non li riceveva quel giorno, dicendo loro che ne approverebbero il motivo, quando il giorno successivo li avrebbe informati.
Appena se ne furono andati, uscì e corse a mettersi un abito da schiavo.
Il principe Amgiad raggiunse la signora, contentissimo che il caso lo avesse condotto in un'abitazione appartenente a un uomo tanto distinto, il quale lo aveva trattato così cortesemente.
Riponendosi a tavola, disse alla signora:
«Vi chiedo perdono della mia inciviltà e della collera che provo per l'assenza del mio schiavo, ma il tristo me la pagherà, e gli farò vedere se deve stare fuori tanto tempo!»
«Ciò non deve inquietarvi» soggiunse la signora «anzi, tanto peggio per lui, se avrà commesso qualche colpa la pagherà! Intanto non badiamo a lui, ma pensiamo a darci buon tempo.»
Essi dunque continuarono a stare a tavola con maggiore piacere, tanto più che Amgiad non era per niente inquieto su quanto sarebbe accaduto, in conseguenza dell'indiscrezione commessa dalla donna, forzando la porta.
Per questo stette allegro come la signora, e si dissero mille piacevolezze, bevendo e mangiando fino all'arrivo di Bahader travestito da schiavo, che appena entrato si gettò ai suoi piedi baciando la terra per implorare la sua clemenza.
«Iniquo» gli disse Amgiad, con sguardo e tono di collera «dimmi, se si trova nell'universo uno schiavo più tristo di te?»
«Signore, vi chiedo perdono» rispose Bahader «non credevo che vi ritiraste così per tempo.»
«Tu sei una canaglia» ripigliò Amgiad «e io ti ammazzerò per insegnarti a non mentire e a non mancare al tuo dovere!»
Ciò detto si alzò, prese un bastone e gli diede due o tre colpi assai leggermente, dopo di che si rimise a tavola.
Ma la signora, non contenta di simile castigo, alzatasi prese il bastone e gli diede una grande quantità di legnate.
Amgiad, scandalizzato di veder maltrattare in quel modo un ufficiale del re, aveva bel gridare che la smettesse, ella batteva sempre dicendo:
«Lasciatemi fare, voglio saziarmi e insegnargli a non assentarsi per lungo tempo un'altra volta.»
E ciò dicendo, continuava a picchiare con tanta furia che Amgiad fu costretto ad alzarsi e a strapparle il bastone, ma essa non potendolo più battere, si sedette al suo posto dicendogli mille ingiurie.
Bahader si asciugò le lacrime, e rimase in piedi per versare loro da bere, poi sparecchiò la tavola, spazzò la sala, pose ogni cosa al suo posto e quando fu notte, accese le candele.
Ogniqualvolta usciva o entrava, la dama non mancava di ingiuriarlo e di minacciarlo con grande malcontento di Amgiad, il quale voleva chiedergli scusa e non osava dirgli nulla.
Quando fu ora di coricarsi, Bahader preparò un letto sul sofà e si ritirò in una camera dirimpetto, dove non impiegò molto ad addormentarsi, dopo tanta fatica durata.
Amgiad e la dama conversarono ancora per una buona mezz'ora e prima di riposarsi la dama ebbe bisogno di uscire.
Passando sotto il vestibolo, udì russare Bahader, e ricordandosi di aver visto una sciabola nella sala, nel rientrarvi disse ad Amgiad:
«Signore, vi prego di fare una cosa per amore mio.»
«Di che si tratta e in che posso farvi piacere?» rispose Amgiad.
«Fatemi la grazia di prendere questa sciabola» soggiunse ella «e di andare a tagliare la testa al vostro schiavo.»
Amgiad fu meravigliato di tale affermazione e rispose:
«Signora, lasciamo stare il mio schiavo, egli non merita che voi pensiate a lui, io l'ho castigato, voi più di me, e ciò basta, d'altra parte sono assai contento di lui!»
«Io non mi appago di ciò» ripigliò la dama «voglio che quella canaglia muoia, e se non muore per vostra mano morrà per la mia!»
Ciò detto, prese la sciabola, la trasse dal fodero e fuggì per eseguire il suo pernicioso disegno.
Amgiad la raggiunse sotto il vestibolo e le disse:
«Signora, vi compiacerò, poiché lo desiderate, datemi la sciabola.»
«Venite, seguitemi senza fare rumore, affinché non si desti.»
Entrarono nella camera dove era Bahader, ma invece di ferire lui, Amgiad diede un colpo alla dama e le tagliò la testa, la quale rotolò su Bahader.
Il grande scudiero, svegliatosi di soprassalto, si stupì nel vedere Amgiad con la sciabola insanguinata e il corpo della dama per terra, e gliene chiese il motivo.
Amgiad gli raccontò come stesse la cosa, terminando così la sua narrazione:
«Per impedire a questa furibonda di togliervi la vita, non ho trovato altro mezzo se non quello di toglierla a lei medesima.»
«Signore» rispose Bahader pieno di riconoscenza «le persone del vostro grado e tanto generose non sono capaci di favorire azioni così inique. Voi siete mio liberatore, e io non posso a sufficienza ringraziarvene.»
Dopo averlo abbracciato per dimostrargli quanto gli fosse obbligato, gli disse:
«Prima che faccia giorno è necessario trasportare questo cadavere fuori di qui, ciò che mi accingo a fare.»
Amgiad vi si oppose, dicendo che doveva trasportarlo lui, avendo commesso l'omicidio, ma Bahader soggiunse:
«Un nuovo venuto in questa città come voi non vi riuscirebbe. Lasciate fare a me, e restate qui in riposo. Se non vengo prima di giorno è segno che la pattuglia mi ha sorpreso, nel qual caso vi faccio per iscritto una donazione della casa e di tutte le suppellettili.»
Appena Bahader ebbe scritto e dato l'atto di donazione al principe Amgiad, pose il corpo della dama con la testa in un sacco, che si caricò sulle spalle, e cominciò a camminare di strada in strada, prendendo la via del mare.
Non aveva fatto che pochi passi, quando si imbatté nel giudice di polizia, il quale faceva personalmente la ronda.
Gli uomini del giudice lo arrestarono e aprirono il sacco, nel quale rinvennero il corpo della dama uccisa e la sua testa.
Il giudice, riconoscendo il grande scudiero nonostante il suo travestimento, lo condusse in casa sua, e come non osò farlo morire, per via della sua dignità senza parlare al re, lo condusse da costui la mattina del giorno successivo.
Il re, non appena seppe, per mezzo del rapporto del giudice, la nera azione commessa, come appariva dagli indizi, lo coprì di ingiurie esclamando:
«In tal modo uccidi i miei sudditi per saccheggiarli, e ne getti i corpi in mare per nascondere la tua tirannide? Che lo si impicchi all'istante, onde liberare la città di simile mostro!»
Sebbene Bahader fosse innocente, pure ricevette la sentenza di morte con tutta la rassegnazione possibile, senza dire nemmeno una parola per sua giustificazione.
Il giudice lo ricondusse con sé, e mentre si preparava la forca, fece rendere pubblica in tutta la città la giustizia che si stava per fare a mezzogiorno, di un omicidio commesso dal grande scudiero.
Il principe Amgiad, avendo inutilmente atteso il grande scudiero, fu costernato in un modo da non potersi immaginare quando intese quel bando dalla casa in cui era, e disse tra sé:
«Se qualcuno deve morire per l'uccisione di una così trista donna, sono io e non il grande scudiero, e io non permetterò mai che l'innocente sopporti la pena del colpevole!»
Uscì e andò subito alla piazza, dove si doveva fare l'esecuzione.
Appena Amgiad vide comparire il giudice, il quale conduceva Bahader alla forca, andò a presentarsi a lui e gli disse:
«Signore, io vengo a dichiararvi e ad assicurarvi che il grande scudiero è innocentissimo della uccisione di quella donna, Sono io che ho commesso il delitto, se delitto può dirsi l'aver tolto la vita a una detestabile donna, la quale voleva toglierla a un grande scudiero, ed ecco come la cosa è andata.»
Quando il principe Amgiad ebbe detto al giudice in quale modo aveva incontrato la donna all'uscita dal bagno, come fosse stata lei a spingerlo ad entrare nella casa di piacere del grande scudiero, e quanto era accaduto fino al punto in cui fu costretto a tagliarle la testa per salvare la vita del dignitario reale, il giudice sospese l'esecuzione e lo guidò dal re assieme a quest'ultimo.
Il re volle essere informato della cosa dallo stesso Amgiad, il quale per fargli meglio comprendere la propria innocenza e quella del grande scudiero, profittò dell'occasione per narrargli la sua storia e quella di suo fratello Assad, dal principio fino al punto in cui gli parlava.
Quando il principe ebbe terminato, il re gli disse:
«Principe, sono felice che questa occasione mi abbia dato l'opportunità di conoscervi, e non solo vi dono la vita con quella del grande scudiero, che lodo per la buona intenzione avuta nei vostri confronti e che rimetto nella sua carica, ma vi nomino anche mio gran visir per compensarvi dell'ingiusto trattamento, quantunque scusabile, che vostro padre vi ha fatto. Riguardo al principe Assad, io vi permetto di adoperare tutta l'autorità che vi do per ritrovarlo.»
Dopo avere Amgiad ringraziato il re della città e del paese dei magi, e preso possesso dell'ufficio di gran visir, pose in opera tutti gli espedienti immaginabili per trovare il principe suo fratello, facendo altresì promettere dai pubblici banditori, in tutte le contrade della città, una grande ricompensa a chiunque glielo avesse condotto, o gliene avesse dato notizia. Mandò degli uomini a fare ricerche anche in campagna, ma, nonostante tutte le sue sollecitudini, non poté averne notizia.
Intanto Assad stava legato nel carcere dove era stato chiuso dall'iniquo vecchio, e Bostàn e Cavàm, figliole del vecchio, lo maltrattavano ogni giorno con la stessa crudeltà.
Essendo prossima la solenne festa degli Adoratori del Fuoco, si equipaggiò il vascello che ordinariamente faceva il viaggio della Montagna del Fuoco.
Venne caricato di mercanzie, grazie alle cure di un capitano chiamato Behram.
Quando fu in condizione di mettere la vela, Behram vi fece imbarcare Assad in una cassa per metà piena di mercanzie, con molte aperture ai fianchi per concedergli il necessario respiro, e fece discendere la cassa in fondo alla stiva.
Prima che il vascello mettesse la vela il gran visir Amgiad fratello di Assad, essendo stato avvertito come gli Adoratori del Fuoco avessero l'usanza di sacrificare ogni anno un musulmano sulla Montagna del Fuoco, e temendo che Assad, caduto nelle loro mani, potesse essere destinato a quella cerimonia sanguinosa, volle farne l'ispezione.
Egli fece salire i marinai e i passeggeri sul cassero, mentre i suoi uomini passavano in rivista il vascello, senza però rinvenire Assad.
Fatta l'ispezione, il vascello uscì dal porto, e quando fu in alto mare, Behram fece trarre il principe Assad dalla cassa e lo pose alla catena per maggiore sicurezza.
Dopo alcuni giorni di navigazione, il vento divenne contrario, e aumentò in modo da provocare una furiosissima tempesta.
Il vascello non solo perse la rotta, ma Behram e il suo pilota non sapevano più dove erano e temevano ad ogni momento di urtare in qualche scoglio.
Nel forte della tempesta scoprirono terra, e Behram riconobbe che quello era il regno della regina Margiana, e ne ebbe un gran dispiacere, perché quella regina, essendo musulmana, era mortale nemica degli Adoratori del Fuoco.
Non solo non ne tollerava la presenza nei suoi stati, ma non permetteva neppure che qualche loro vascello vi approdasse.
Intanto, non era più in potere di Behram evitare di approdare al porto della capitale di quella regina, a meno di andare a infrangersi contro la costa circondata da spaventevoli scogli.
In questo estremo si consigliò con il suo pilota e con i suoi marinai, dicendo loro:
«Amici, voi vedete la necessità in cui siamo ridotti, ora bisogna scegliere tra queste due possibilità: o farci inghiottire dai flutti o salvarci nel porto della regina Margiana. Ma il suo odio implacabile contro la nostra religione e contro tutti quelli che la professano vi è conosciuto, sicché non mancherà di impadronirsi del nostro vascello e di fare togliere la vita a tutti noi. Io vedo un solo rimedio. Sono dell'avviso di levare dalla catena il musulmano e di vestirlo da schiavo. Quando la regina Margiana mi farà chiamare innanzi a lei, e mi domanderà qual è la mia professione, le risponderò che sono un mercante di schiavi, e che ho venduto tutti quelli che avevo, tranne uno solo, che ho serbato per servirmi da segretario, sapendo egli leggere e scrivere. Ella vorrà vederlo, e siccome egli è ben fatto, e d'altra parte è della sua religione, ne avrà compassione, non mancando di propormi di venderglielo, e a questo scopo ci permetterà di fare sosta nel suo porto sino all'apparire del tempo buono. Se voi avete qualcosa di meglio da suggerire, ditelo.»
Il pilota e i marinai applaudirono la sua proposta.
Behram fece togliere il principe Assad dalla catena e lo fece vestire riccamente da schiavo, secondo il grado di segretario del suo vascello, sotto il quale voleva presentarlo alla regina Margiana.
Appena questa, che aveva il suo palazzo situato in prossimità del mare, così che il giardino si estendeva sino alla sponda, ebbe visto il vascello, mandò ad avvertire il capitano di andare a parlarle, e per soddisfare più presto la sua curiosità, andò ad aspettarlo nel giardino.
Behram, sbarcò con il principe Assad, e dopo avere avuto la sua promessa di confermare di essere il suo schiavo e segretario, venne condotto innanzi alla regina Margiana.
Si gettò ai piedi di lei, e dopo averle spiegato la necessità che lo aveva obbligato a rifugiarsi nel suo porto, le disse che era mercante di schiavi, e Assad che aveva condotto con sé era il solo che gli era rimasto, perché lo aveva tenuto come segretario.
Assad era subito piaciuto alla regina ed essa fu lieta di sapere che egli era uno schiavo.
Volle comprarlo a qualunque prezzo e chiese ad Assad come si chiamasse.
«Gran regina» rispose questi con le lacrime agli occhi «mi domanda la maestà vostra il nome che portavo prima o quello che porto oggi?»
«Come!» soggiunse la regina «avete due nomi?»
«Ohimè, è purtroppo vero» replicò Assad «io mi chiamavo Assad il Gloriosissimo, e oggi mi chiamo Motar, destinato a essere sacrificato!»
Margiana non capì il vero senso di quella risposta.
«Poiché voi siete segretario» continuò la regina «non dubito che sappiate scrivere, fatemi vedere la vostra scrittura.»
Assad, munito dell'occorrente per scrivere, poiché Behram non aveva dimenticato quei particolari, per convincere la regina che quanto diceva era vero, trasse un poco in disparte, e scrisse queste sentenze, riferibili alla sua miseria.

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Vecchio 06-04-2009, 09.15.42
sarahkerrigan
 

Il cieco si allontana dalla fossa in cui il chiaroveggente si lascia cadere.
L'ignorante si innalza alla dignità con discorsi che non dicono nulla.
Il sapiente giace nella polvere con la sua eloquenza.
Il musulmano è nella più grande miseria con tutte le sue ricchezze.
L'infedele trionfa in mezzo ai suoi beni.
Non si può dunque sperare che le cose cambino, essendo decreto dell'Onnipotente che rimangano sempre in questo stato.

Assad presentò la carta alla regina Margiana, la quale non ammirò meno la moralità delle sentenze, che la bellezza del carattere, e non vi fu bisogno di altro, per infiammare il suo cuore e destare in lei una vera compassione per lui.
Non appena ebbe finito, si rivolse così a Behram.
«Scegliete tra il vendermi questo schiavo o donarmelo: forse vi tornerà meglio la seconda scelta.»
Behram rispose insolentemente che non aveva alcuna scelta da fare, e aveva bisogno del suo schiavo per sé.
La regina Margiana, sdegnata di questa audacia, non volle parlare oltre a Behram ma, preso il principe Assad per il braccio, lo fece camminare innanzi a sé, lo condusse nel palazzo, mandando a dire a Behram che avrebbe fatto confiscare tutte le sue mercanzie e mettere a fuoco il suo vascello in mezzo al porto, se vi avesse passato la notte.
Behram fu costretto a ritornare al suo vascello tutto confuso, e a fare preparare ogni cosa per rimettersi alla vela, quantunque la tempesta non fosse interamente sedata.
La regina Margiana, dopo aver comandato, entrando nel palazzo, che si servisse prontamente la cena, condusse Assad nel suo appartamento, dove lo fece sedere vicino a sé, sebbene lui si schermisse in quanto schiavo.
«Uno schiavo?» esclamò la regina. «Un momento fa lo eravate, ma ora non lo siete più! Sedetevi a me vicino, vi dico, e raccontatemi la vostra storia, perché quanto avete scritto per farmi vedere il vostro carattere, e l'insolenza di quel mercante, mi fanno immaginare cose straordinarie.»
Il principe Assad obbedì e, quando fu seduto, disse:
«Potente regina, la maestà vostra non si inganna, la mia storia è veramente straordinaria, più di quanto potreste immaginare. I mali, i tormenti incredibili che ho sofferto, e il genere di morte al quale ero destinato, e da cui mi avete liberato con la vostra generosità tutta reale, vi faranno conoscere la grandezza del vostro beneficio che non dimenticherò mai. Ma prima di venire a questi particolari orribili, vorrete concedermi di parlarvi dell'origine dei miei mali.»
Dopo questo preambolo, Assad cominciò a informarla della sua nascita reale, di quella di suo fratello Amgiad, della reciproca amicizia, della riprovevole passione delle loro madri, mutatasi in un odio acerrimo, origine del loro strano destino.
Disse poi della collera del re loro padre, del modo quasi miracoloso con cui ebbero salva la vita, e da ultimo della perdita fatta di suo fratello, della sua prigionia così lunga e dolorosa, dalla quale non era uscito se non per essere immolato sulla Montagna del Fuoco.
Quando Assad ebbe terminato il suo discorso, la regina Margiana, sdegnata più che mai contro gli Adoratori del Fuoco, gli disse:
«Principe, nonostante l'avversione sempre avuta contro gli Adoratori del Fuoco, non ho lasciato mai di comportarmi con molta umanità, ma dopo il trattamento barbaro che vi hanno inflitto e l'esecrabile loro disegno di fare una vittima della vostra persona al loro fuoco, io dichiaro a essi da questo momento una guerra implacabile!»
Ella voleva continuare su questo argomento, ma, vedendo servita la cena, si pose a tavola con il principe Assad, lieta di vederlo e sentirlo, e pervasa anche da una passione che lei si riprometteva ben presto trovar l'occasione di palesare.
«Principe» gli disse «bisogna ben compensarvi di tanti digiuni e di tanti cattivi pasti che gli spietati Adoratori del Fuoco vi hanno fatto subire. Voi avete bisogno di nutrimento dopo tante sofferenze.» E nel dirgli queste parole e altre, gli serviva da mangiare e gli versava da bere senza interruzione.
Il pasto durò lungo tempo, e il principe Assad bevve più di quanto poteva sostenere.
Quando la mensa fu tolta, Assad ebbe bisogno di uscire, e colse l'occasione in un momento in cui la regina non poté accorgersene, discese nel cortile e, vedendo aperta la porta del giardino, vi entrò attiratovi dalle sue svariate bellezze e vi passeggiò per un buon pezzo.
Andato fino alla fontana che ne era il più bell'ornamento, vi si lavò le mani e il viso per rinfrescarsi e, nel riposarsi sul prato da cui era circondata, si addormentò.
La notte intanto si approssimava, e Behram, non volendo dare motivo alla regina Margiana di eseguire la sua minaccia, aveva già levato l'ancora, assai dolente della perdita di Assad e di esser rimasto deluso nella speranza di farne un sacrificio.
Appena si trasse fuori dal porto con l'aiuto della sua scialuppa, prima di issarla sul vascello, disse ai marinai:
«Amici, aspettate, non risalite ancora, io vado a farvi dare i barili per prendere l'acqua e vi aspetterò qui sul vascello.»
I marinai volevano esserne dispensati, ma siccome Behram aveva parlato alla regina nel giardino e vi aveva notato la fontana, soggiunse loro:
«Andate ad approdare innanzi al giardino del palazzo, scalate il muro e troverete da provvedervi sufficientemente di acqua nel bacino, in mezzo al giardino.»
I marinai andarono a sbarcare dove Behram aveva loro detto, e scalarono agevolmente il muro.
Avvicinandosi alla fontana, scorsero un uomo addormentato, si avvicinarono a lui e riconobbero Assad: mentre gli uni presero alcuni barili di acqua facendo il minor rumore possibile, gli altri circondarono Assad e lo custodirono, nel caso che si svegliasse.
Egli ne diede loro il tempo e appena i barili furono pieni e caricati sulle spalle di quelli che dovevano portarli, gli altri lo afferrarono, lo condussero con loro e, senza dargli il tempo di riprendersi, lo imbarcarono con i loro barili, trasportandolo al vascello a forza di remi.
Quando vi giunsero gridarono festosamente:
«Capitano, fate battere i vostri tamburi, noi vi riconduciamo il vostro schiavo.»
Behram, non potendo comprendere come i suoi marinai avessero potuto ritrovare e riprendere Assad, attese con impazienza di saper che cosa volessero dire, ma quando lo ebbe visto non poté contenere la sua gioia, e senza informarsi in qual modo avessero operato per catturarlo, lo fece rimettere alla catena e, fatta tirare sollecitamente la scialuppa sul vascello, ordinò di far forza di vele, ripigliando la strada della Montagna del fuoco.
La regina Margiana, quando si accorse che il principe Assad era uscito, non dubitando che egli sarebbe ritornato ben presto, non provò dapprima alcuna inquietudine, ma poi cominciò ad essere molto angustiata. Comandato alle sue donne di vedere dove fosse, queste lo cercarono invano.
Nell'impazienza e nel dolore in cui era, Margiana andò a cercarlo di persona, e avendo veduto la porta del giardino aperta, vi entrò e lo percorse con le sue donne.
Passando vicino alla fontana osservò una pantofola sulle zolle, la fece raccogliere, e la riconobbe per una di quelle del principe, ciò le fece credere che Behram avesse potuto farlo rapire, per cui mandò a vedere se egli era ancora nel porto.
Seppe che egli si era fermato sulla spiaggia, e che la sua scialuppa era andata a far provvista di acqua nel giardino.
Allora essa mandò ad avvertire il comandante dei dieci vascelli da guerra che aveva sempre equipaggiati nel suo porto e pronti a partire al primo cenno, che essa voleva imbarcarsi di persona l'indomani.
Il comandante apprestò tutto, riunì i capitani, gli altri ufficiali, i marinai e i soldati, e tutto fu pronto all'ora indicata.
Essa si imbarcò e, quando la sua squadra fu fuori del porto e alla vela, dichiarò la sua intenzione al comandante, dicendogli:
«Io voglio che facciate forza di vele e diate la caccia al vascello mercantile che è partito dal nostro porto ieri sera. Io ve lo dono, se lo prendete, altrimenti la vostra vita ne andrà di mezzo!»
I dieci vascelli diedero la caccia a quello di Behram per due giorni interi, senza vederlo, ma nel terzo lo avvistarono e lo circondarono.
Appena il crudele Behram ebbe veduto i dieci vascelli, non dubitò che si trattasse della squadra della regina Margiana che lo inseguiva.
Fece bastonare il principe Assad più del solito, ma si trovò in grande impaccio quando vide che stava per essere circondato, tenendo Assad, era lo stesso che dichiararsi colpevole, togliendogli la vita, temeva ne rimanesse qualche segno.
Finalmente lo fece scatenare e, fattolo salire dal fondo della stiva dove egli era e condurre innanzi a lui, gli disse:
«Tu sei la causa per cui sono perseguitato» ciò dicendo lo gettò in mare.
Il principe Assad sapendo nuotare, si aiutò con i piedi e le mani con tanto coraggio, che non fece molta fatica a raggiungere la terra.
Appena giunto alla riva ringraziò Dio di averlo tratto una seconda volta dalle mani degli Adoratori del Fuoco, poi si spogliò e, dopo avere ben bene spremuto l'acqua dal suo abito, lo stese su di una roccia, dove subito si asciugò.
Mentre questo avveniva, egli si riposò deplorando la sua miseria, senza sapere né in qual paese fosse, né da quale parte rivolgere i suoi passi.
Rivestitosi senza molto allontanarsi dal mare, si pose a camminare, fino a che ebbe trovata una strada che seguitò per più di dieci giorni errando in un paese disabitato, dove si trovavano solo frutti selvatici e alcune piante di cui si nutriva.
Giunse finalmente vicino a una città che riconobbe essere quella dei magi, dove era stato tanto maltrattato, e dove suo fratello Amgiad era gran visir.
Ne provò molta gioia, ma prese la decisione di non avvicinarsi ad alcun Adoratore del Fuoco, ma solo a qualche musulmano, ricordandosi di averne osservato qualcuno nella città la prima volta.
Siccome era tardi, ed essendo chiuse le botteghe, prese la decisione di arrestarsi nel cimitero vicino alla città, dove si trovavano vari sepolcri elevati a foggia di mausolei. Cercando, ne trovò uno e vi entrò, per passarvi la notte.
Tornando adesso al vascello di Behram il quale, subito circondato da tutte le parti dai vascelli della regina Margiana, e impossibilitato di fare resistenza, fece piegare le vele per mostrare che si arrendeva.
La regina Margiana in persona passò sul vascello, e chiese a Behram dove fosse il segretario, che aveva avuto la temerità di rapire.
«Regina,» rispose Behram «io giuro alla maestà vostra che la persona che cercate non è qui. Io sono innocente.»
Margiana fece ispezionare il vascello da cima a fondo, ma non si trovò quello che essa desiderava tanto appassionatamente.
Essa fu sul punto di togliere la vita a Behram con le proprie mani, ma se ne trattenne, contentandosi di confiscare il suo vascello insieme a tutto il carico e di rimandarlo a terra con tutti i suoi marinai, lasciandogli la sola scialuppa per approdarvi.
Behram, accompagnato dai suoi marinai, giunse alla città dei magi nella stessa notte in cui Assad si era fermato nel cimitero e ritirato nel sepolcro.
Siccome la porta della città era chiusa, fu anch'egli costretto a cercare nel cimitero qualche tomba per aspettare il giorno.
Per disgrazia di Assad, Behram passò innanzi a quella dove era lui ed entratovi vide un uomo avvolto nel suo abito.
Assad si svegliò al rumore e, alzando la testa, domandò chi fosse.
Behram subito lo riconobbe e gli disse:
«Ah! ah! Voi siete dunque la causa per cui io sono rovinato per tutta la mia vita? Non siete stato sacrificato quest'anno, ma non mancherete di esserlo l'anno venturo.»
Ciò detto, si gettò su di lui, gli pose un fazzoletto sulla bocca, per impedirgli di gridare, e lo fece legare dai suoi marinai.
L'indomani, appena la porta della città fu aperta, Behram ricondusse Assad nella casa del vecchio mago, informandolo della causa del suo ritorno e dello sciagurato esito del suo viaggio.
L'iniquo vecchio non dimenticò di ingiungere alle sue due figliole di maltrattare lo sfortunato principe più di prima, se era possibile.
Assad fu estremamente sorpreso di vedersi nello stesso luogo dove aveva già tanto sofferto.
Piangeva per la crudeltà del suo destino, quando vide entrare Bostàn con un bastone, un pane e un secchio d'acqua. Fremette alla vista di quella spietata e al pensiero dei supplizi giornalieri che doveva ancora soffrire durante un intero anno, per morire poi in un così orribile modo.
Bostàn trattò lo sciagurato principe tanto crudelmente, quanto aveva fatto durante la sua prima prigionia.
I lamenti, i pianti, le preghiere di Assad, che la supplicava di risparmiarlo, insieme alle sue lacrime furono così efficaci, che Bostàn non poté impedirsi dall'esserne intenerita e dal versare lacrime con lui.
«Signore» gli disse «ricoprendogli le spalle, vi domando mille perdoni della crudeltà con cui vi ho trattato finora! Fino a questo momento non ho potuto disobbedire a un padre ingiustamente sdegnato contro di voi e accanito nel volervi perdere, ma finalmente io aborro e detesto queste barbarie. Consolatevi, i vostri mali son finiti e io cercherò di riparare tutti i miei delitti, di cui conosco l'enormità, con migliori trattamenti! Voi mi avete considerato finora come un'infedele, ma sappiate che io sono da poco musulmana. Per provarvi la mia buona intenzione, chiedo perdono al vero Dio di tutte le offese fattevi, e nutro la speranza che il signore vorrà farmi trovare il mezzo di rimettervi in libertà.»
Questo discorso fu di grande consolazione per il principe Assad, il quale rese grazie a Dio di aver toccato il cuore di Bostàn e, dopo averla ringraziata dei buoni sentimenti che nutriva per lui, terminò di istruirla nella religione musulmana, le narrò la sua storia, tutte le sue disgrazie, nonché l'alto grado della sua nascita.
Quando fu assicurato interamente della sua fermezza nella buona risoluzione presa, le domandò come avrebbe fatto per impedire a sua sorella Cavàm di venire a maltrattarlo a sua volta.
«Questo non vi inquieti» rispose Bostàn «perché farò in modo che essa non vi veda più!»
Difatti Bostàn seppe sempre prevenire la sorella ogni qualvolta voleva scendere nel nascondiglio, e per questo, vedendo spessissimo il principe Assad, invece di portargli pane e acqua, gli portava delle buone vivande e del buon vino, le quali cose faceva preparare da dodici schiave musulmane che la servivano.
Essa mangiava di quando in quando con lui e faceva quanto le era possibile per consolarlo.
Alcuni giorni dopo, intese un banditore il quale pubblicava il seguente bando ad alta voce:
«L'eccellente e illustre gran visir, in persona, cerca il suo fratello, separatosi da lui da più di un anno! Esso è fatto in tale e tal modo. Se qualcuno lo tiene in casa o sa dove egli è, sua eccellenza comanda glielo si conduca o gliene si dia avviso, con promessa di ben compensarlo. Se qualcuno lo nasconde e non lo vuol consegnare, sua eccellenza dichiara che punirà di morte lui, la sua famiglia e farà demolire la casa!»
Bostàn, non appena ebbe udito queste parole, chiuse la porta, e andò a trovare Assad nel suo carcere, dicendogli con gioia:
«Principe, sono finite le vostre disgrazie, seguitemi senza porre tempo in mezzo!»
Assad, al quale essa aveva tolto la catena dal primo giorno in cui era stato ricondotto in quel carcere, la seguì fin nella strada, ove appena giunti essa gridò: «Eccolo! eccolo!»
Il gran visir si voltò indietro, e Assad riconosciutolo per suo fratello, corse a lui, abbracciandolo.
Amgiad, che lo riconobbe subito, lo abbracciò teneramente, lo fece montare sul cavallo di un suo ufficiale, e lo condusse al palazzo in trionfo, dove lo presentò al re il quale lo fece subito visir.
Bostàn, non avendo voluto rimanere presso suo padre, la cui casa venne demolita lo stesso giorno, fu mandata all'appartamento della Regina.
Il vecchio mago e Behram, condotti innanzi al re furono condannati ad aver mozzo il capo.
Essi si gettarono ai suoi piedi implorando la sua clemenza, ma il re rispose loro:
«Non vi è grazia per voi, se non rinunciate all'adorazione del fuoco e non abbracciate la religione musulmana!»
Quelli si salvarono la vita appigliandosi a questa scelta, insieme a Cavàm, sorella di Bostàn e alle loro famiglie.
Behram, informato pochi giorni dopo della storia di Amgiad e di Assad suo fratello, propose loro di far equipaggiare un vascello e di ricondurli al re Qamar az-Zamàn loro padre, dicendo:
«Indubbiamente, a quest'ora avrà riconosciuto la vostra innocenza, e desidera con impazienza rivedervi.»
I due fratelli accettarono l'offerta di Behram e ne parlarono al re, il quale accordò la sua approvazione, ordinando di equipaggiare un vascello: il che Behram fece con tutta la sollecitudine possibile.
Quando fu pronto a spiegare la vela, i principi andarono a prendere commiato dal re un giorno prima di imbarcarsi. Ma mentre facevano i loro complimenti e lo ringraziavano della sua bontà, si intese un gran tumulto per tutta la città, e in pari tempo un ufficiale venne ad annunciare che un grande esercito si approssimava, e nessuno sapeva darne informazioni.
Amgiad prese la parola e disse:
«Sire, quantunque io mi sia dimesso dalla dignità di vostro primo ministro di cui mi avevate onorato, pur tuttavia sono pronto a rendervi servizio, quindi vi supplico di permettermi che io vada a vedere chi è questo nemico, il quale viene ad assaltarvi fin dentro la vostra capitale, senza avervi prima dichiarato la guerra.»
Il re, contento di questa proposta acconsentì, ed egli partì subito con poco seguito.
Il principe Amgiad non stette molto a scoprire l'esercito che gli parve potente e che avanzava sempre.
L'avanguardia lo ricevette favorevolmente, e lo condusse innanzi a una principessa.
Amgiad le fece una profonda riverenza, e le chiese se veniva come amica, o nemica, e quale motivo di sdegno aveva contro il re suo signore.
«Io vengo come amica» rispose la principessa «e non ho alcun motivo di malcontento contro il re dei magi. Vengo solo a domandare uno schiavo chiamato Assad, che mi fu rapito da un capitano di questa terra chiamato Behram, il più insolente tra gli uomini: spero che il vostro re mi farà giustizia quando saprà che io sono la regina Margiana!»
«Potente regina» rispose il principe Amgiad «sono il fratello dello schiavo che voi cercate con tanta premura. Io lo avevo perduto e da poco tempo l'ho ritrovato. Venite: ve lo consegnerò io stesso, e avrò l'onore di raccontarvi il rimanente delle sue avventure. Anche il re mio padrone sarà lieto di vedervi.»
Mentre l'esercito della regina Margiana si fermò allo stesso posto per ordine di lei, il principe Amgiad l'accompagnò alla città e al palazzo, dove la presentò al re.
Dopo essere stata accolta come meritava, le venne presentato il principe Assad, che era presente e che, riconosciutala, le fece i suoi complimenti.
Ella gli dimostrò la gioia che provava rivedendolo, quando si venne a dire al re che un esercito più formidabile del primo si scorgeva da un altro lato della città.
Il re, spaventato più della prima volta, disse ad Amgiad con accento di dolore:
«Amgiad, dove siamo noi? Ecco un secondo esercito che viene ad opprimerci.»
Amgiad salì a cavallo e corse a briglia sciolta incontro a quel nuovo esercito. Chiese ai primi in cui si imbatté, di parlare a colui che comandava, e venne condotto innanzi a un re, che riconobbe per tale dalla corona che portava in testa.
Appena lo scorse da lungi, scese a terra e, quando gli fu vicino, dopo essersi prostrato ai suoi piedi, gli chiese quali fossero le sue intenzioni verso il re suo padrone.
«Io, mi chiamo Gaiùr e sono re della Cina! Il desiderio di saper notizie di una figliola chiamata Budùr maritata da diversi anni al principe Qamar az-Zamàn, figliolo di Shahzamàn re dell'isola di Kaledan, mi ha obbligato a uscire dai miei stati. Io avevo permesso a quel principe di andare a vedere suo padre, a condizione di venire a rivedermi ciascun anno con la mia figliola, eppure da molti anni non ne ho inteso parlare. Il vostro re farebbe un grandissimo favore a un afflitto padre di dargliene qualche notizia, se sapesse dove si trova quel principe.»
Il principe Amgiad, riconoscendo nel re Gaiùr suo nonno, gli baciò con tenerezza la mano dicendogli:
«Sire, la maestà vostra mi perdonerà questa libertà, quando saprà che io non faccio questo se non per renderle i dovuti omaggi come padre di mio padre. Io sono figliolo di Qamar az-Zamàn, oggi re dell'isola d'Ebena, e della regina Budùr, per cui siete stato tanto in pena.»
Il re della Cina, lieto di vedere suo nipote, lo abbracciò teneramente, e questo incontro così inaspettato li fece piangere ambedue.
Dietro domanda fatta ad Amgiad sulla causa che lo aveva condotto in quel paese straniero, il principe gli raccontò tutta la sua storia e quella di Assad suo fratello.
Quando ebbe terminato, il re della Cina soggiunse:
«Figliolo mio, non è giusto che principi innocenti come voi siano più maltrattati. Consolatevi, io ricondurrò voi e vostro fratello, e vi farò fare la pace. Ritornate al palazzo e annunziate il mio arrivo a vostro fratello.»
Mentre il re della Cina fece accampare il suo esercito nel luogo dove Amgiad lo aveva incontrato, questi tornò a dare la risposta al re dei magi il quale lo aspettava con grande impazienza, e fu estremamente sorpreso nel sentire che un re così potente come quello della Cina, avesse intrapreso un viaggio tanto lungo e penoso, spinto dal solo desiderio di rivedere la sua figliola.
Diede gli ordini per i doni da fargli e si dispose a riceverlo.
In questo tempo si vide innalzare una gran polvere da un altro lato della città, e si seppe ben presto che era un terzo esercito che arrivava, il che obbligò il re a pregare nuovamente il principe Amgiad di andare a vedere che cosa mai volesse.
Amgiad partì, e questa volta lo accompagnò anche il principe Assad.
Giunti sul luogo, seppero da alcuni esploratori che quello era l'esercito del re Qamar az-Zamàn, il quale veniva a cercarli.
Egli aveva dato segni di un così grande dolore di averli puniti che alla fine l'emiro Giondar non aveva potuto fare a meno di rivelargli in quale modo avesse loro conservata la vita.
Appena i due principi si incontrarono con il re Qamar az-Zamàn si fecero subito riconoscere, e quell'afflitto padre li abbracciò versando per la gioia copiose lacrime.
Dopo che ognuno ebbe dato sfogo alla propria gioia, i due principi dissero al padre che nello stesso giorno era giunto il re della Cina suo suocero.
Qamar az-Zamàn, appena saputo questo si staccò da essi e con poco seguito andò a vederlo nel suo campo.
Non aveva fatto molto cammino che scorse un quarto esercito che si avanzava in bell'ordine, e sembrava venire dalla parte della Persia.
Qamar az-Zamàn disse ai principi suoi figlioli di andare a vedere che esercito fosse, dicendo intanto che li avrebbe attesi in quel luogo.
Essi partirono subito, e al loro arrivo furono presentati al re cui l'esercito apparteneva, e dopo averlo profondamente salutato, gli chiesero per quale disegno si fosse tanto avvicinato alla capitale del re dei magi.
Il gran visir, che era presente, prese la parola e così rispose:
«Il sovrano a cui parlate, è Shahzamàn, re dell'isola dei Fanciulli di Kaledan, che viaggia da molto tempo nel modo che vedete, cercando il principe Qamar az-Zamàn suo figliolo, che è uscito dai suoi stati molti anni or sono. Se voi poteste dargliene qualche notizia, gli fareste il più grande piacere.»
I principi non risposero altra cosa se non che avrebbero subito portato la risposta, e ritornarono a briglia sciolta ad annunziare a Qamar az-Zamàn, che l'ultimo esercito allora giunto era quello del re Shahzamàn, e che egli stesso lo comandava in persona.
Lo stupore, la sorpresa, la gioia produssero un così potente effetto sull'animo di Qamar az-Zamàn, che cadde svenuto appena intese di esser tanto vicino a suo padre.
Recuperati finalmente i sensi, per le cure dei principi Amgiad ed Assad, quando si sentì sufficiente forza, andò a gettarsi ai piedi del re Shahzamàn.
Da lungo tempo non si era veduto un incontro così tenero tra padre e figlio!
Shahzamàn si dolse cortesemente con Qamar az-Zamàn dell'insensibilità che aveva avuto nell'allontanarsi da lui in un modo così crudele, e Qamar az-Zamàn gli mostrò un vero dispiacere del fallo che l'amore gli aveva fatto commettere.
I tre re e la regina Margiana restarono tre giorni alla corte del re dei magi, il quale fece loro dei magnifici doni.
In questo tempo avvennero le nozze del principe Assad con la regina Margiana, e del principe Amgiad con Bostàn, in considerazione del servizio reso al principe Assad.
Finalmente i tre re e la regina Margiana con il suo sposo, si ritirarono ciascuno al proprio regno.
Riguardo ad Amgiad, il re dei magi che gli aveva dato il suo affetto, e che era già molto avanzato in età, gli pose la sua corona sul capo, e Amgiad si dedicò interamente a distruggere il culto del fuoco e a ristabilire la religione musulmana nei suoi stati.


 
Vecchio 10-09-2009, 09.29.33
foglie di acqua
 
La scoperta di uno studioso inglese: la fiaba esiste in tutto il mondo fin dal VI secolo a.C
e si è poi evoluta nelle diverse culture arrivando alla versione più nota




Cappuccetto rosso nell'era di Esopo
quella favola lunga 2500 anni






ANDREA TARQUINI



I fratelli Grimm ce la tramandarono, da allora è forse la fiaba più nota del mondo: la bimba va da sola a visitare la nonna, si perde nella foresta, il lupo la precede, divora la nonna e poi lei, ma un cacciatore le salva.

Il tema, eterno e tragico come quello di molte favole, è il pericolo sempre in agguato di violenze contro l'infanzia. La nostra eroina, è chiaro, è Cappuccetto rosso. Ma fino a ieri non sapevamo che la favola è molto più vecchia della versione ottocentesca dei Grimm (ripresa dai racconti di Perrault della fine del settecento): viene narrata le prime volte nell'antica Grecia e grazie a viaggiatori e scambi tra culture, fa il giro del mondo. Cambiando ogni volta particolari: in Cina il lupo diventa una tigre, in Iran la piccola è accompagnata da un ragazzo. Insomma, la piccola Cappuccetto rosso che è servita per addormentare (o spaventare) generazioni di creature, è una mutante che ha attraversato la Storia dell'umanità, si è evoluta come un organismo biologico.

Le rivelazioni su Cappuccetto rosso sono prese sul serio dal quotidiano tedesco Die Welt, che ha dedicato loro l'onore della prima pagina. Lo studioso cui dobbiamo le scoperte, scrive Benedikt Gerst, è Jamie Tehrani, antropologo alla Durham University britannica. Ha appena pubblicato uno studio in cui ha individuato e comparato almeno 35 versioni di Cappuccetto rosso. Lo studioso spiega come l'avventura della piccola che s'aggira sola nel bosco si adatti alle differenti culture. Resta il messaggio di fondo, che è comune: l'infanzia non è un idillio, è un mondo insidiato da mille pericoli.

Finora, conoscevamo solo i tanti nomi di Cappuccetto rosso: Petit chaperon rouge in Francia, Little red riding hood in inglese, Rotkaeppchen in lingua tedesca. O ci ricordavamo della splendida fiaba russa poi messa in musica, Pierino e il Lupo, la cui vicenda ha alcune analogie con il racconto dei Grimm.

La prima versione di Cappuccetto rosso è una favola esopica risalente a 2600 anni fa. Quindi la fiaba è molto più antica di quanto non si pensasse finora: si riteneva che fosse originaria della Francia, e che la prima versione nota, scritta, fosse quella cupa e truce di Charles Perrault del 17esimo secolo. Una versione in cui la ragazzina bimba finisce nel ventre della belva.
"Nel tempo le fiabe hanno subìto evoluzioni come gli organismi biologici, o erano tramandate male e sono state reinventate o riscritte", afferma Tehrani. Ma le analogie restano. In Iran, per esempio, non sta bene che una fanciulla si aggiri da sola in un bosco o altrove, quindi è accompagnata da un ragazzo. In Cina il lupo era un animale poco conosciuto, allora la Cappuccetto rosso locale è attaccata da una tigre. Simili sono le versioni della fiaba elaborate in Giappone, in Corea o in Birmania. E nel mondo delle fiabe tedesco il lupo cerca di divorare anche sette capretti.

Il tema immutato da millenni cui la fiaba allude è sempre la violenza sessuale sui minori. E almeno nella fiaba dei Grimm alla fine la piccola si salva. Ma che succederà alla Cappuccetto rosso del futuro?


10 settembre 2009


http://www.repubblica.it
 
Vecchio 23-12-2009, 15.12.37
foglie di acqua
 
La leggenda della rosa di Natale





Selma Lagerlöf


Una volta la moglie del brigante che viveva in una caverna là in alto, nella foresta di Goinga, si era incamminata verso la pianura per andare a mendicare. Il brigante, ricercato dalla giustizia, non osava lasciare la foresta e non poteva far altro che tendere imboscate ai viaggiatori che per caso vi si fossero avventurati. Ma i viaggiatori erano scarsi; perciò, essendo la caccia all'uomo poco redditizia, la moglie aveva intrapreso il suo solito giro nella vallata. La seguivano i cinque figlioli vestiti di pelli d'animali e calzati di scorza di betulla, portando ciascuno sul dorso una bisaccia lunga fino a terra.
Quando la donna entrava in una fattoria, nessuno aveva il coraggio di negarle ciò che chiedeva, perché sarebbe stata capace di tornare la notte seguente a dar fuoco alla casa. Così la moglie del brigante e i suoi ragazzi erano temuti più d'una banda di lupi, e molti li avrebbero volentieri uccisi proprio come bestiacce, se ne avessero avuto il coraggio, perché il brigante era rimasto lassù nella foresta, pronto a vendicare la moglie e i figlioli qualora fosse loro accaduto qualcosa di male.

Un bel giorno dunque, mentre la donna si recava di fattoria in fattoria a mendicare, giunse ad Oved, dove allora era un convento. Suonò alla porta e chiese da magiare. Da un finestrino che si apriva nel portone, il frate portinaio le porse sei pani tondi, uno per lei ed uno per ciascuno dei figli. Mentre la mamma aspettava ferma davanti alla soglia del convento, i ragazzi rovistavano intorno. A un tratto uno venne a chiamarla tirandola per la gonna e la mamma lo seguì.
Il convento era tutto circondato da un muro alto e solido, nel quale il ragazzo aveva scoperto una porticina nascosta rimasta socchiusa. Appena la moglie del brigante vi giunse, la spalancò tutta, secondo la sua abitudine, senza bisogno di chiedere il permesso a nessuno.
Il convento di Oved era a quel tempo diretto dall'abate Hans che s'intendeva di giardinaggio e dietro quel muro aveva coltivato un piccolo giardino; appunto in questo la moglie del brigante aveva fatto irruzione. Appena entrata, la donna si fermò sorpresa e stupita. Era di piena estate, e nel giardino dell'abate Hans i fiori crescevano tanto numerosi e fitti che al primo sguardo si vedeva solo un fiammeggiare di rosso, di azzurro e di giallo. Un sorriso di soddisfazione illuminò subito il viso della donna, che s'incamminò per un vialetto serpeggiante fra le aiuole.

Nel giardino un giovane frate converso strappava le erbacce. Era stato lui a lasciare la porticina socchiusa per gettare fuori le erbe che via via ammucchiava. Quando scorse la moglie del brigante e i suoi cinque ragazzi, si slanciò verso di loro ordinando che se ne andassero subito. Ma la donna continuò il suo cammino. Volgeva gli occhi da ogni parte soffermando lo sguardo ora sui bianchi gigli che fiorivano in un'aiuola, ora sull'edera che si arrampicava alta lungo il muro del convento e non sembrava nemmeno accorgersi della presenza del fraticello.
Questi pensò che non avesse capito le sue parole e volle prenderle un braccio per accompagnarla all'uscita; appena però la donna si fu resa conto della sua intenzione, gli lanciò uno sguardo che lo costrinse a indietreggiare. Fino a quel momento aveva camminato curva sotto il peso della bisaccia; allora si drizzò quanto era alta dicendo: "Sono la moglie del brigante di Goinga. Toccami se hai coraggio".
Era evidente che, dopo questa dichiarazione, la donna si sentiva sicura di non essere disturbata, come se fosse la regina di Danimarca in persona.
Il fraticello invece osò disturbarla ancora; soltanto sapendo con chi aveva a che fare, le parlò con dolcezza: "Dovresti sapere, tu, moglie del brigante," le disse "che questo è un convento di frati e che a nessuna donna è permesso di entrare. Se non te ne vai i frati mi sgrideranno per aver lasciata la porticina aperta, e forse mi scacceranno dal convento e dal giardino".
Parole come queste non potevano produrre nessun effetto sulla moglie del brigante, che continuò a camminare verso l'aiuola delle rose volgendo lo sguardo ora all'isopo dai fiori grigiazzurri come il lino, ora al caprifoglio vestito di corimbi arancione.
Il frate non seppe far di meglio che correre al convento per cercare aiuto. Tornò con due robusti compagni, e la moglie del brigante capì subito che la cosa stava per diventare seria. Piantatasi perciò a gambe larghe in mezzo al vialetto, cominciò a strillare con voce acuta quale sarebbe stata la sua terribile vendetta se non le avessero permesso di restare nel giardino tutto il tempo che le fosse piaciuto. Ma i frati, persuasi che non dovevano aver paura d'una donna, si dettero a scacciarla. Allora la moglie del brigante gridò da fare spavento e si gettò contro di loro graffiandoli e mordendoli, mentre i suoi ragazzi facevano altrettanto. I tre frati si accorsero che essa era più forte di loro, e non rimaneva altro da fare, se non andare a chiedere rinforzi. Mentre si precipitavano lungo il viale che conduceva al convento, incontrarono l'abate Hans, che accorreva richiamato da tutto quel frastuono. Dovettero confessargli che la moglie del brigante di Goinga era entrata nel giardino e che non erano riusciti a mandarla via.
L'abate Hans, dopo averli rimproverati per la violenza usata, li rimandò alle loro occupazioni e, pur essendo vecchio e debole, si recò nel giardino accompagnato soltanto dal frate converso. Trovò la moglie del brigante che passeggiava tra le aiuole tranquilla. Osservandola, fu preso da grande stupore. Era convinto che la donna non avesse mai visto un giardino durante tutta la vita; eppure se ne stava ora tra le aiuole, in ciascuna delle quali erano stati coltivati fiori di specie diversa e sconosciuta, guardandoli come se fossero vecchi amici. Sembrava proprio che avesse familiarità con l'edera, la salvia, il rosmarino; davanti ad alcuni fiori sorrideva, davanti ad altri scuoteva la testa.

L'abete Hans amava il suo giardino come e quanto gli era possibile amare ciò che era terrestre e passeggero, e, per quanto selvaggia e pericolosa gli apparisse la donna, non poteva fare a meno di ammirarla, dal momento che aveva lottato contro tre frati per rimanere a guardare tranquillamente i fiori. Le si avvicinò e le chiese con dolcezza se il giardino le piaceva.
La moglie del brigante si voltò bruscamente perché si aspettava sempre tranelli e violenze, ma vedendo i capelli bianchi e le spalle curve dell'abate Hans, rispose con calma.
"Nel primo momento mi è sembrato di non aver mai visto un giardino così bello, ma ora mi accorgo che non vale quanto un altro che io conosco".
L'abate Hans si aspettava una risposta diversa, e quando sentì che la moglie del brigante aveva visto un giardino più bello del suo, un tenue rossore gli si diffuse sulle guance rugose. Il frate converso che gli era rimasto accanto, si affrettò a redarguire la donna come meritava.
"Parli all'abate Hans, che ha coltivato con molto amore, qui nel suo giardino, piante raccolte da paesi vicini e lontani. Tutti sappiamo che non esiste un giardino più bello di questo e non sta bene che una persona come te, che vive tutto l'anno in una foresta selvaggia, lo apprezzi così poco".
"Non voglio certo darmi l'aria di giudice" rispose la donna "dico soltanto che, se vi fosse concesso di vedere il giardino a cui penso in questo momento, voi strappereste tutti i fiori che sono qui e li gettereste via come erbacce".
L'aiuto giardiniere, che era orgoglioso dei fiori quanto lo stesso abate Hans, a quelle parole ribattè: "Mi pare che tu chiacchieri soltanto per indispettirci. Mi piacerebbe davvero vedere i bei fiori che devi aver coltivato fra le ginestre e i pini della foresta. Scommetto che tu entri per la prima volta in un giardino".
La moglie del brigante si fece di porpora per la collera nel vedere che le sue parole erano messe in dubbio, e gridò: "Può darsi che sia la prima volta che metto i piedi in un giardino, ma voi monaci, che siete uomini santi, dovreste sapere che la notte di natale la grande foresta di Goinga diventa un vero paradiso per festeggiare la nascita di Nostro Signore. Noi che viviamo nella foresta, noi l'abbiamo visto tutti gli anni; e in quel giardino ci sono fiori tanto splendidi che io non ho mai osato di alzare la mano per coglierli".
Il frate converso voleva replicare, ma l'abate Hans gli fece cenno di tacere, perché fin dall'infanzia aveva sentito dire che la notte di Natale la foresta si veste del suo abito di gala. Quante volte egli aveva desiderato vedere quel miracolo; ma non gli era mai riuscito! Per questo pregò e ripregò la moglie del brigante di volerlo accogliere nella sua caverna la notte di natela di quell'anno. Se gli avesse mandato uno dei ragazzi per fargli da guida, egli lo avrebbe seguito a cavallo, solo, e non li avrebbe certo traditi; anzi avrebbe cercato di ricompenserli nel miglior modo possibile.
La donna dapprima rifiutò pensando al suo uomo e ai pericoli a cui lo avrebbe esposto accogliendo nella caverna l'abate Hans; ma il desiderio di mostrargli che il giardino da lei conosciuto era più bello del suo, finì col farle vincere ogni timore inducendola ad acconsentire.
"Verrai con un solo compagno" gli disse "e devi promettermi che non ci tenderai tranelli, com'è vero che sei un sant'uomo". Avuta questa promessa, se ne andò.
L'abate allora ordinò al frate converso di non rivelare a nessuno ciò che era stato convenuto, temendo che, se gli altri monaci fossero stati al corrente della cosa, non avrebbero permesso che un uomo della sua età andasse nella caverna del brigante. Quanto a lui, era risoluto a non rivelare il suo proposito ad anima viva.
Or accade che l'arcivescovo Assalonne di Lund si recasse a Oved, dove passò una notte. L'abate Hans gli fece visitare il giardino, e tornatagli in mente la visita della moglie del brigante, parlò al prelato del caso di questo, che, bandito dalla società, da tanti anni viveva nella foresta. Il frate converso, mentre lavorava nel giardino, sentì che l'abate Hans chiedeva al vescovo una lettera d'assoluzione che permettesse al brigante di ricominciare una vita onesta fra gli altri uomini.
"Se dura in questo modo" continuò l'abate "i figli diventeranno peggiori del padre, e presto dovrete difendervi non da un brigante, ma da una banda di briganti annidiati lassù nella foresta".
Il vescovo Assalonne rispose che gli sembrava troppo pericoloso permettere al bandito di ritornare fra la gente onesta della pianura; era certo meglio che rimanesse dove si trovava.
Allora l'abate Hans, esaltandosi, raccontò al vescovo il miracolo della foresta di Goinga, che ogni anno, a Natale, fioriva splendidamente. "Se il brigante non è indegno di ammirare così lo splendore di Dio, non sarà neppure indegno di meritare la clemenza degli uomini".
Il vescovo sapeva bene come rispondere al buon abate. "Ti prometto" disse sorridendo "che, se tu mi porterai un fiore del giardino miracolosamente fiorito nella foresta di Goinga la notte di natale, io ti darò una lettera di assoluzione per tutti i banditi in favore dei quali mi parlerai".
Il frate converso capì che anche il vescovo, come lui, non credeva affatto al racconto della moglie del brigante, ma l'abate Hans non se ne accorse; ringraziò il vescovo della sua buona promessa e aggiunse che sicuramente non avrebbe mancato di portargli il fiore richiesto.
Ed ecco, la vigilia di Natale, l'abate Hans in cammino verso la foresta di Goinga. Uno dei selvaggi ragazzi della moglie del brigante correva davanti a lui, e gli era compagno il frate converso che aveva incontrato per primo la donna nel giardino del convento.
L'abate Hans aveva desiderato vivamente quel viaggio, ed ora era felice che si potesse alla fine avverare; il frate converso invece non la pensava così. Egli voleva un gran bene all'abate Hans e non avrebe certo permesso ad un altro frate di accompagnarlo e di prendersi cura di lui, ma non credeva affatto al miracolo del giardino di Natale. Pensava che quel racconto fosse un tranello usato con molta astuzia dalla donna per far cadere l'abate nelle mani del bandito.
Camminando verso il monte, il sant'uomo osservò che ovunque venivano fatti i preparativi per la festa del Natale. Nelle fattorie i contadini accendevano il fuoco per il bagno caldo del pomeriggio e trasportavano nelle case grande quantità di pane e di carne ed enormi bracciate di paglia da stendere sul pavimento. Davanti alle chiesette di campagna egli scorgeva curati e sacrestani intenti ad adornarle dei loro più ricchi tendaggi. Quando giunse sulla strada che conduce al convento di Bojo, vide i poveri del luogo tornarsene carichi di grandi pani e di lunghe candele distribuite dai monaci.
Tutti questi preparativi aumentarono il suo desiderio di giungere alla meta. Egli pensava che avrebbe assistito a un festa più grande di quella che stava per celebrare qualunque altro uomo.
Intanto il frate giardiniere vedendo che non c'era fattoria, per quanto piccola, nella quale non si stessero facendo preparativi per il natale, gemeva e si lamentava. I suoi timori aumentavano sempre più, e finì per scongiurare l'abate Hans di tornare indietro e di non gettarsi spontaneamente nelle mani dei briganti.
Ma l'abate continuava il cammino senza badare ai suoi lamenti. Dopo tanto, lasciata dietro di sé la pianura, entrarono nei confini selvaggi e deserti della grande foresta. Il sentiero cominciò a diventare sempre più difficile, cosparso di pietre e irto di aghi di pino. Non vi erano ponti né passerelle per attraversare i torrenti ed i ruscelli, e man mano che avanzavano il freddo aumentava in modo che ben presto trovarono il suolo coperto di neve.

Fu un viaggio lungo e faticoso. Si avventurarono per sentieri ripidi e sdrucciolevoli, resi impraticabili da fittissimi roveti, pantani, alberi abbattuti dal vento. Proprio quando la luce del giorno cominciava a diminuire, il ragazzo li condusse in un prato cinto di alti alberi nudi e di pini verdeggianti. Dietro al prato si alzava una roccia, e nella roccia essi scorsero una porta fatta di grosse assi di legno.
L'abate Hans capì che erano arrivati e scese da cavallo. Appena il ragazzo gli ebbe aperto la pesante porta, egli scorse l'interno di una caverna scavata nella roccia. La moglie del brigante stava seduta accanto a un gran fuoco di ceppi acceso nel mezzo; lungo le pareti erano giacigli di sterpi e muschio, su uno dei quali il brigante dormiva.
"Entrate, entrate dunque" gridò la donna senza alzarsi "e portate con voi anche i cavalli. Non potete lasciarli fuori con questo freddo".
L'abate Hans entrò risoluto seguito dal frate. La caverna aveva il suo solito aspetto squallido perché niente era stato disposto per celebrare il natale. La donna non aveva preparato né pane né birra; non aveva nemmeno pulito la sua povera dimora. I ragazzi brulicavano per terra intorno a una grande marmitta piena di pancotto, mentre la madre parlava col tono autoritario e la disinvoltura della moglie d'un contadino ricco.
"Siedi accanto al fuoco, abate Hans, e mangia, se hai portato qualcosa, perché credo che non vorrai assaggiare il pancotto che mangiamo qui nella foresta. Se il viaggio ti ha affaticato, puoi stenderti a riposare. Non avere paura di dormire troppo, perché io veglio accanto al fuoco e ti chiamerò in tempo per farti vedere il miracolo".
L'abate, seguendo il consiglio della moglie del brigante, tirò fuori l sue provvigioni; ma affaticato dal lungo viaggio, mangiò pochissimo, e appena steso sul giaciglio, si addormentò. Anche il frate converso fu invitato a stendersi per riposare; egli però si fece forza per resistere al sonno, temendo che il brigante tentasse di uccidere l'abate Hans; ma a un certo punto, vinto dalla stanchezza, cadde addormentato. Quando si svegliò, vide l'abate Hans seduto accanto al fuoco a conversare con la donna, mentre il bandito si riscaldava vicino a loro. Era questi un uomo alto e magro, dall'aspetto goffo e melanconico; voltava le spalle all'abate ostentando di non volere ascoltare la conversazione.
L'abate parlava dei preparativi per il natale che aveva visto durante il viaggio e ricordava alla donna le feste e le danze alle quali essa certo aveva preso parte nella sua gioventù, quando abitava ancora fra gente buona e pacifica.
"I vostri ragazzi mi fanno pena" diceva "essi non potranno mai correre mascherati per le strade del borgo, o giocare sulla paglia nel giorno di Natale".
Dapprima la donna aveva risposto all'abate con frasi corte e secche; poi a poco a poco divenne più confidente e ascoltò con molta attenzione. A un tratto il brigante si volse e, minacciando l'abate col pugno teso, esclamò: "Maledetto monaco! Sei dunque venuto a portarmi via la mia donna e i miei ragazzi con le tue parole tenere? Non sai dunque che mi hanno scacciato e che mi è proibito di scendere dalle alture di questa foresta?"
L'abate Hans lo guardò negli occhi con fermezza. "Il mio desiderio è di procurarti una lettera d'assoluzione dell'arcivescovo".
A queste parole, il brigante e sua moglie si misero a ridere sguaiatamente. Sapevano anche troppo bene quale grazia potesse sperare un brigante della foresta dal vescovo Assalonne!
"Ebbene, se davvero ricevessi la grazia" disse il brigante "ti assicuro che non ruberei più nemmeno un'oca".
Il frate converso giudicò cattive e sconvenienti le loro risate; invece l'abate Hans ne sembrava soddisfatto. Anzi, egli non era mai apparso così sereno e tranquillo fra i i monaci di Oved, come si dimostrava ora fra quei briganti.
"Ma ecco che parli in modo da farci dimenticare la foresta" disse la donna alzandosi di scatto. Si comincia già a sentire il suono delle campane di Natale. Tutti la seguirono, e giunti alla porta trovarono la foresta ancora oscura e gelida; si distingueva soltanto il rintocco delle campane portato dal vento del sud.
"Come può la voce delle campane risvegliare la foresta morta?" si domandava l'abate Hans, perché ora, circondato dalle ombre dell'inverno, gli sembrava anche più difficile di quanto aveva creduto, che la foresta potesse cambiarsi in un giardino.
Ma allorchè le campane ebbero suonato per qualche minuto, un improvviso splendore illuminò il cielo: poi l'oscurità ricadde densa al pari di prima. Di nuovo la luce apparve: simile ad una nebbia scintillante tra gli alberi neri, essa lottava trasformando la notte in aurora nascente.

L'abate Hans si accorse che la neve scompariva dal suolo e che la terra incominciava a verdeggiare. Le felci misero i loro germogli con la cima arricciata a guisa di pastorali; l'erica e il mirto si colorirono di un bel verde chiaro; il muschio tornò fresco e soffice, e vigorosi bocci di fiori primaverili apparvero già striati di vari colori.
Appena vide i primi segni del risveglio della foresta, l'abate sentì il cuore battergli forte. "Sarà proprio concesso a me, uomo già vecchio, di assistere a un tale miracolo?" pensava; e fitte lacrime gli imperlavano gli occhi.
Ad un tratto l'oscurità si fece ancora così densa che egli temette che la notte finisse di nuovo per dominare; ma ben presto un'onda di luce irruppe accompagnata dal gorgoglio dei ruscelli e dagli scrosci delle cascate ormai libere; le foglie degli alberi spuntarono così in fretta da sembrare sciami di verdi farfalle venute a posarsi sui rami. Non erano soltanto gli alberi e le piante a risvegliarsi: i crocieri cominciarono a saltellare sulle fronde, i picchi si misero a martellare sui tronchi facendosi volare intorno le schegge. Uno stormo d'uccelli migranti verso il nord venne a riposarsi sulla chioma d'un albero. Erano stornelli meravigliosi; le cime delle loro penne rosso scarlatto fiammeggiavano, e i piccoli corpi nel muoversi splendevano come pietre preziose. La luce si velò di nuovo, e subito dopo un'altra onda luminosa invase il bosco. Lo zeffiro tiepido spargeva sul terreno i semi dei paesi meridionali portati lassù dagli uccelli e dai venti, e quelli, toccando terra, mettevano radici e germogliavano.
A un'altra ondata di luce lamponi e mirtilli fiorirono; le anitre selvagge e le gru riempirono l'aria di gridi; i fringuelli si diedero a costruire il nido e gli scoiattoli a fare mille giochi fra i rami degli alberi.
I mutamenti si succedevano ora con una tale rapidità che l'abate Hans non ebbe quasi modo di rendersi conto della grandezza dl miracolo che si svolgeva davanti a lui: tutta la sua vita era concentrata negli occhi e negli orecchi.
Una nuova onda di luce gli portò l'odore della terra appena arata; da lontano veniva il richiamo dei pastori e il tintinnio dei campani. I pini e gli abeti si coprirono di bacche rosse, tanto fitte da farli sembrare ammantati di porpora, e le coccole dei ginepri cambiavano di colore quasi di momento in momento. Il suolo, pieno di fiori, era diventato un tappeto bianco, blù, giallo.
L'abate Hans si chinò a cogliere un fiore di fragola e nel tempo che si rialzava, il fiore divenne frutto. Una volpe, seguita da una nidiata di piccoli con le zampette nere, uscì dalla tana e andò a strofinarsi alla gonna della moglie del brigante, che l'accarezzò sussurrandole molti complimenti per i suoi figliolini. Il gufo, che aveva cominciato la caccia notturna, spaventato dalla grande luce, si rintanò nel suo crepaccio appollaiandosi per dormire. Il cuculo cantava, mentre la femmina girava intorno ai nidi degli altri uccelli con l'uovo nel becco.
I ragazzi della moglie del brigante gridavano allegri e mangiavano a sazietà le bacche che pendevano dagli arbusti grosse come pigne. Uno di essi giocava con una nidiata di leprotti, un altro inseguiva delle giovani cornacchie che avevano lasciato il nido prima di avere le ali completamente sviluppate; un altro aveva acchiappato una vipera e se l'avvolgeva al collo e alle braccia. Il brigante si era avventurato fra i cespugli per mangiare more, quando, levata la testa, vide un grosso animale nero che camminava al suo fianco. Allora, sfiorando il muso dell'orso con un ramo di salice, gli disse: "Va' da un'altra parte, questo cespuglio è mio". E l'orso si allontanò docilmente.

Le ondate di calore e di luce si succedevano senza posa. Si sentiva lo starnazzare delle anitre, mentre il polline giallo della segale turbinava nell'aria e le farfalle svolazzavano grandi come gigli. Nel tronco cavo di una quercia un alveare traboccava di miele e il liquido denso colava lungo il tronco. Ora sbocciavano anche i fiori nati dai semi dei paesi lontani. Rose magnifiche si arrampicavano sulle rocce insieme ai pruni; sul prato i fiori erano grandi come facce umane. L'abate si ricordò allora del fiore promesso al vescovo Assalonne, ma esitò a coglierlo, perché ad un fiore meraviglioso ne seguiva un altro, ed egli voleva scegliere il più bello.
Ondate e ondate di luce si succedevano sempre. Ora l'aria scintillava vivissima: tutta la gioia e lo splendore e la felicità dell'estate sorridevano intorno all'abate Hans, al quale pareva impossibile che la terra potesse offrire una gioia più grande, e pensava: "Non so proprio che cosa potrà portare di più splendido la prossima ondata di luce!".
E la luce continuava ad affluire. Ora sembrava portare qualcosa di un lontano infinito. L'abate si sentiva circondato da un'atmosfera soprannaturale, e, dopo aver goduto tutta la gioia terrestre, aspettava tremante che la gioia celeste gli fosse rivelata.

Si accorse a un tratto che tutto diveniva calmo. Gli uccelli tacquero, i volpacchiotti cessarono di giocare, i fiori smisero di crescere. La felicità che si annunziava era tale che il cuore del vecchio monaco voleva fermarsi; gli occhi versavano lacrime inconsapevoli e l'anima aspirava a spiccare il volo verso l'eterno. Da lontano giungevano suoni dolcissimi d'arpa e un canto sovrumano appena percettibile che era quasi un soave mormorio.
L'abate Hans giunse le mani buttandosi in ginocchio. Il suo volto era trasfigurato dalla beatitudine; mai avrebbe osato sperare di poter godere in vita la felicità celeste e sentir la voce degli angeli cantare gli inni del Natale.
Accanto a lui stava il frate converso che aveva la mente agitata da torbidi pensieri. "Non può essere un vero miracolo" pensava, "se tutto questo si mostra agli occhi di miserabili criminali. Non può essere questa opera di Dio, ma piuttosto dello spirito del male. E' un artificio del diavolo, che ci domina con la sua potenza e ci fa vedere quello che non esiste".
Intanto le arpe degli angeli ed i loro canti armoniosi si avvicinavano, ma il frate era persuaso che tutto fosse malizia infernale. "Vogliono tentarci e sedurci" sospirava, "non potremo uscire sani e salvi di qui. Soffriremo il maleficio e precipiteremo all'inferno".
I cori degli angeli erano ora così vicini che l'abate Hans scorgeva apparizioni radiose tra gli alberi della foresta; anche il frate le vide e fu terrorizzato al pensiero che tali manifestazioni diaboliche avvenissero proprio la notte della nascita del Redentore. Certo, era stato scelto quel momento per riuscire meglio ad ammaliare i poveri mortali.
Gli uccelli volavano intorno alla testa dell'abate Hans lasciandosi prendere e accarezzare da lui; avevano invece paura del frate. Nessun uccello infatti si era posato sulla sua spalla, nessuna vipera si era messa a scherzare ai suoi piedi. Ma ecco, un piccolo colombo, vedendo avvicinarsi gli angeli, si fece coraggio, e posandosi sulla spalla del frate, gli accarezzò la guancia con la testina. Al frate sembrò che il diavolo in persona lo lusingasse per tentarlo e sedurlo. Egli dette un colpo violento al colombo, gridando forte che la sua voce risuonò per tutta la foresta. "Va' via, bestiaccia! Torna all'inferno da dove sei venuta!".
Proprio in quel momento gli angeli erano tanto vicini che l'abate Hans poteva percepire il fruscio leggero delle loro grandi ali e s'inchinava fino al suolo per salutarli. Alle parole del frate converso, subito gli angeli smisero di cantare e si voltarono per fuggire. Nello stesso tempo la luce e il dolce tepore svanirono per l'orrore dell'oscurità e del gelo d'un cuore umano. La notte ricadde spessa sulla terra, il freddo tornò improvviso, le piante si raggrinzirono, gli animali si dettero alla fuga, le cascate tornarono mute, e dagli alberi caddero le foglie come pioggia grondante.
L'abate Hans sentì il suo cuore, fino allora pieno di gratitudine, chiudersi sull'istante in una stretta di dolore acutissimo. "Non potrò sopravvivere a tanta sciagura" pensava, "Gli angeli del cielo erano scesi accanto a me, e sono stati messi in fuga; volevano cantarmi gli inni del natale, e sono stati scacciati!".
In quello stesso momento si ricordò del fiore che aveva promesso al vescovo Assalonne, si chinò e si mise a tastare con ansia il muschio e le foglie sperando di poter ancora coglierne uno, ma sentì la terra raffreddarglisi sotto le dita e ricoprirsi di neve. Allora il suo cuore fu straziato da un dolore ancora più vivo, così che egli non ebbe la forza di rialzarsi e cadde a terra immobile.

Ritornati nella caverna a tastoni per l'oscurità profonda, il frate converso e la famiglia del brigante si accorsero che l'abate Hans non era con loro. Presi dal fuoco alcuni tizzoni, andarono a cercarlo e lo trovarono morto su un tappeto di neve. Il frate incominciò a piangere e lamentarsi, perché capì d'essere stato lui a uccidere l'abate privandolo a un tratto di quella gioia sovrumana che aveva tanto desiderato.
La salma dell'abate Hans fu trasportata a Oved, e mentre stavano per seppellirla, i monaci si accorsero che la sua mano destra, chiusa fortemente, stringeva qualcosa che il sant'uomo doveva avere afferrato nel momento della morte. Quando riuscirono ad aprirla, vi trovarono dei piccoli tuberi bianchi coperti di muschio e di foglie. Il frate converso, che era con loro, li prese e li piantò nel giardino del convento. Li sorvegliò tutto l'anno con la speranza di vedere spuntare un fiore, ma durante la primavera e l'estate la sua attesa fu vana. Venuto l'inverno, la stagione in cui fiori e foglie muoiono, smise di osservarli.
La notte di natela il ricordo dell'abate Hans tornò vivissimo nell'animo del frate converso, ed egli uscì nel giardino per poter meglio pensare a lui. Ed ecco che, passando davanti al luogo dove aveva seminato i tuberi, vide che alcuni steli verdi e vigorosi erano spuntati e portavano in cima bellissimi fiori bianchi.
Chiamò tutti i monaci del convento, i quali, vedendo quella pianta fiorire la notte di Natale. Allorchè tutte le altre sono come morte, compresero che l'abate Hans l'aveva veramente raccolta nel giardino della foresta di Goinga. Perciò il frate converso chiese il permesso di portare alcuni di quei fiori al vescovo Assalonne.
Presentandosi dinanzi a lui, gli disse: "Ecco i fiori che vi manda l'abate Hans; sono stati raccolti nel giardino di Natale della foresta di Goinga, come vi aveva promesso".
Il vescovo divenne pallido come se avesse incontrato un morto, tacque per un lungo momento, poi disse: "L'abate Hans ha mantenuto la sua parola; anch'io manterrò la mia".
Fece subito scrivere una lettera d'assoluzione per il brigante che fin dalla gioventù viveva esiliato nella foresta.
Il frate comverso la prese e si mise in cammino. Giunto quel giorno stesso alla caverna, il brigante mosse contro di lui con la scure in mano gridando: "Via ammazzerò tutti, voialtri monaci, quanti siete! E' certo colpa vostra se quest'anno, nella foresta di Goinga, non si è compiuto il miracolo del giardino di Natale".
"E' soltanto colpa mia, e sono pronto a morire per espiare il mio peccato, ma voglio prima portarvi il messaggio che l'abate Hans ti aveva promesso". E il frate mostrò la lettera del vescovo aggiungendo: "Ora tu e i tuoi ragazzi potrete celebrare il Natale in mezzo agli altri uomini, come l'abate Hans desiderava".
Il brigante impallidì e rimase muto dallo stupore, ma la moglie disse per lui: "Siccome l'abate Hans ha mantenuto la promessa, il brigante manterrà la sua".
Da quel giorno il frate converso dimorò nella caverna al loro posto, e visse in continua preghiera per invocare da Dio il perdono; ma la foresta di Goinga non celebrò più la nascita di Gesù, e di tutto il passato splendore non resta che la pianta raccolta dall'abate Hans.

E' stata chiamata "rosa di Natale", e ogni anno, in dicembre, i suoi verdi steli spuntano dalla terra e s'infiorano di bellissime corolle bianche, per ricordo del tempo quando fiorivano nel meraviglioso giardino di Natale della foresta.


Fonte
 
Vecchio 23-12-2009, 15.37.16
Juliet
 


Leggenda di Natale - De Andrè -



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