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Forum di politica, cultura, società - 2009

 
Vecchio 27-05-2009, 08.22.55
Juliet
 
Venti di guerra tra le due Coree

Venti di guerra tra le due Coree






Pyongyang adesso minaccia Seul:
siamo pronti all'intervento militare





SEUL
La Corea del Nord dice di non sertirsi più legata all’armistizio del 1953, quello siglato a chiusura della guerra di Corea, e minaccia di rispondere militarmente all’indomani della decisione di Seul di aderire alla Proliferation Security Initiative (Psi). Lo riferisce l’agenzia ufficiale del regime, la Kcna.

I militari della Corea del Nord, come era prevedibile, hanno deciso di replicare, all’indomani, all’adesione di Seul all’iniziativa a guida Usa lanciata nel 2003 dall’amministrazione di George W. Bush, che ha lo scopo di interdire il trasferimento di tecnologie e armi di distruzione di massa. Pyongyang, infatti, aveva fatto sapere nelle scorse settimane che avrebbe considerato come «una dichiarazione di guerra» la scelta di associarsi all’iniziativa statunitense per intercettare, ad esempio, navi sospettate di trasportare armi. Il regime comunista, in una nota, spiega che risponderà «immediatamente e con forti misure militari» qualora il Sud decida di fermare e ispezionare qualsiasi nave nordcoreana. Pyongyang, inoltre, non si ritiene più vincolata dall’armistizio che ha chiuso la Guerra di Corea, come atto di protesta verso il Sud.

La Corea del Nord intanto avrebbe ripreso le attività al suo impianto nucleare di Yongbyon, riferisce il quotidiano sudcoreano Chosun Ilbo, secondo cui da una relazione dei satelliti spia americani emerge che sono stati rilevati segni di vapore generati dalla struttura di lavorazione del plutonio distante 80 chilometri da Pyongyang. Il documento, citato da un anonimo funzionario del governo di Seul, segue l’esperimento atomico sotterraneo, il secondo della sua storia, effettuato lunedì dal Paese comunista. La Corea del Nord aveva detto in precedenza di aver riavviato le operazioni di ritrattamento del combustibile atomico esaurito a Yongbyon, come protesta verso la condanna dell’Onu per il lancio del missile-satellite effettuato il 5 aprile scorso, ma non era ancora chiaro se Pyongyang avesse effettivamente ripreso le attività.

Ad aumentare ulteriormente la tensione anche un nuovo lancio di missile effettuato dalla Corea del Nord all’indomani del lancio di altri due testate a corto raggio. Anche in questo caso, come nei due precedenti, si è trattato di un missile a corto raggio, lanciato dalla costa orientale verso il Mar Giallo, ha riferito la Yonhap citando una fonte non identificata del governo di Pyongyang. «Le autorità dei servizi di informazioni sono al lavoro per seguire da vicino la situazione», ha sottolineato la fonte secondo l’agenzia sudcoreana. Intanto cresce il pressing della comunità internazionale per tentare di arginare le mosse coreane. Messa di fronte alla seconda sfida in 24 ore l’America di Barack Obama mostra i denti: Pyongyang deve pagare un prezzo per i test nucleari anche se, nonostante tutto, gli Stati Uniti non chiudono ancora la porta al negoziato. Dopo la condanna ieri del Consiglio di Sicurezza e dopo i nuovi test di missili nella notte tra ieri e oggi il segretario di Stato Hillary Clinton sta lavorando perchè «la comunità internazionale avverta la Corea del Nord che ci sarà un prezzo da pagare se non cambiano rotta», ha detto il portavoce del Dipartimento di Stato Ian Kelly.

La Clinton ne ha parlato al telefono con il collega russo Sergei Lavrov il cui paese detiene per il mese di maggio la presidenza di turno del Consiglio e ha dunque le chiavi procedurali per accelerare o rallentare il passaggio di una nuova risoluzione. La Corea del Nord ha effettuato martedì il suo secondo test nucleare della storia e nella notte tra ieri e oggi ha lanciato altri due missili a corto raggio. Kelly ha ribadito che Washington è pronto a riprendere i colloqui a sei con russi, cinesi, giapponesi e le due Coree in cui nel 2005 Pyongyang aveva accettato di rinunciare a tutti i suoi programmi nucleari. «La porta resta aperta», ha detto Kelly. I test nordcoreani, cinque giorni dopo un lancio missilistico iraniano, sono un banco di prova per la giovane presidenza Obama: «È come se i due regimi stiano verificando i limiti di una presidenza relativamente nuova che ha posto l’accento sulla diplomazia, non sulla forza delle armi», ha scritto Usa Today. Che la stessa amministrazione Obama veda la prova di forza di Pyongyang come un test per l’amministrazione lo dimostrano gli sforzi della Casa Bianca di organizzare una risposta più forte rispetto a quanto fatto dalla squadra di George W. Bush nel 2006 dopo il primo esperimento nucleare nordcoreano.
http://www.lastampa.it/redazione/cms...4073girata.asp
 
Vecchio 27-05-2009, 19.05.51
electrolimes
 
insomma il ritornello è sempre lo stesso: i cattivi sono loro, in tutto e per tutto.
da musicista, mi piace però introdurre un paio di dissonanze

http://www.turistipercaso.it/viaggi/...o.asp?ID=18111
http://www.korea-dpr.com/users/italy/page0/page0.html
 
Vecchio 01-06-2009, 12.54.42
electrolimes
 
di Francesco Sisci
fonte: www.lastampa.it

28/5/2009

In questa nuova grave crisi coreana diversamente che da una decina di anni a questa parte, anche il sud sta giocando un ruolo importante e delicato contro il nord, mentre si sono spenti gli entusiasmi pan coreani dei presidenti sudcoreani di sinistra Kim Dae-jong e Roh Moo-hyun.
Ieri, il Sud non a caso si è unito all’iniziativa americana di controllare i vascelli del Nord per verificare carichi sospetti. A seguito di ciò il Nord ha minacciato di considerare nulle le condizioni dell’armistizio alla fine della guerra del 1950-53.
Pyongyang ama giocare ad essere estremo, andare fino al limite e ritirarsi un attimo prima di precipitare nell’abisso, ma questa minaccia settentrionale, appena un filo prima una dichiarazione di guerra, è stata accolta senza eccessivo allarme al sud. È come se a Seoul le minacce del Nord siano poco considerate o credute, non siano prese sul serio.
Del resto, a Seoul non c’è voglia di piegarsi a Pyongyang. L’attuale capo di stato Lee Myung-bak, al potere da febbraio 2008, vecchio guerriero freddo contro il Nord comunista, ha marcato la sua presidenza con un attegiamento decisamente più duro con il Nord, ha preteso da Pyongyang maggiore adesione alle condizioni di pace stipulate negli accordi a sei.
Questo suo atteggiamento rovescia il comportamento dei suoi predecessori.
Alla fine degli anni ’90 il Sud Corea democratico eleggeva il suo più celebre dissidente, Kim Dae-jong, nato nel 1925, della minoranza religiosa cattolica, celebre per il suo programma conciliatorio con il Nord.
Kim, appoggiato dall’allora presidente americano Clinton, lanciava la “sunshine policy” di apertura con il Nord, come Willy Brandt negli anni ’70 aveva avuto la sua oestpolitik con la Germania orientale.
Gli sforzi di Kim però si incagliarano con la prima presidenza Bush che nel 2001 chiuse alla Nord Corea, ma presero nuovo fiato dopo l’attentato a New York dell’11 settembre quando Bush aprovò una politica sfaccettata di contenimento con il Nord.
Il successore di Kim fu l’ex sindacalista Roh che vinse le elezioni il 19 dicembre del 2002, e che era forse ancora più morbido con il Nord.
In quegli anni l’opinione pubblica sud coreana riscoprì un ampio sentimento pancoreano non totalmente ostile al fatto che il Nord potesse vantare di possedere la bomba atomica, simbolo di potere e prestigio nella politica internazionale.
A parlare con diplomatici e intellettuali sudcoreani in quegli anni sembrava che Nord e Sud fossereo destinati a riunificarsi e che alla fine la bomba del Nord sarebbe stata la bomba di tutta la Corea.
L’atmosfera però cominciò gradualmente a cambiare per un misto di ragioni interne ed esterne. L’economia sudcoreana soffriva, Roh venne travolto da una montagna di accuse per corruzione, la questione con il Nord non offriva veri spiragli di miglioramento.
La sinistra perse contro l’attuale presidente Lee, noto come il “bulldozer”, e al mite clima conciliante con il Nord fece seguito un gelido autunno di ostilità.
Il 23 maggio scorso Roh si è suicidato in seguito agli scandali che lo avevano messo nell’angolo, e il 25, il giorno dell’esperimento nucleare di Pyongyang, il Nord offriva le condoglianze alla famiglia dell’ex presidente.
La coincidenza dell’esperimento e delle condoglianze paiono un messaggio dal Nord ultracalcolatore: erano un dito di accusa contro l’attuale capo di stato del sud Lee, che non fa mistero di avere scarsa fiducia nelle promesse dei suoi compatrioti settentrionali.
Di certo la difficile alchimia politica intorno al Nord è mutata. Mentre il Sud fino a un anno fa giocava un ruolo moderatore rispetto a Usa e Giappone che spingevano per atteggiamenti più duri con Pyongyang, oggi anche il Sud di Lee gioca nel campo dei duri.
Pyongyang ha meno margini, meno sponde, si sente più assediato, e forse anche questo se certamente non giustifica, forse ha aggiunto agli elementi estrema paranoia del leader nordcoreano Kim Jong-il.



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