L'Archivio di Metaforum

Forum di politica, cultura, società - 2009

 
Vecchio 15-09-2007, 00.57.24
Alexandros
 
Miti greci - Il Minotauro



Antonio Canova (1757 -1822) - Teseo sul Minotauro

Teseo e il Minotauro

Ai suoi tempi viveva il crudele re di Tebe, Minosse, che con la sua flotta aveva assediato Atene, già afflitta da peste e carestia. E agli assediati il cattivo di turno impose un atroce tributo: ogni anno e per nove anni, gli ateniesi dovevano fornire sette ragazzi e sette ragazze da dare in pasto ad un essere famelico che passava i suoi giorni in quel di Creta, il Minotauro.

Questo mostro vorace aveva la forma di un uomo con la testa di un toro, e viveva nel Labirinto , una intricata costruzione fatta di corridoi e sotterranei, antri e cunicoli. Roba da film dell’orrore.

Ma niente paura: santi, taumaturghi ed eroi sono sempre a disposizione nelle speranze di chi li invoca e ne chiede l’aiuto. E il nostro Teseo, che si era abituato al personaggio di “gendarme del mondo” (avrà poi autorevoli imitatori in ogni epoca della storia umana), un giorno deliberò di porre fine con le armi alla cruenta taglia imposta da Minosse agli ateniesi. Detto fatto, parte alla volta di Creta con quella che sarebbe stata l’ultima infornata di giovani destinati alle fauci del mostro. Lì, nel frattempo, riesce a far invaghire di sé la bella Arianna, la figlia del re dell’isola, e, con l’aiuto di lei e munito di una potente mazza, penetra con le piangenti vittime nel dèdalo tenebroso (il Labirinto era chiamato così perché costruito, appunto, da Dèdalo).

Teseo affronta dunque il Minotauro e ingaggia con lui un corpo a corpo furioso, ma alla fine gli assesta sulla bestiale testa una mazzata che lo fa stramazzare a terra, morto sul colpo.

La vittoria era completa, l’incubo dei sacrifici umani imposti dal crudele Minosse finalmente svanito. Ora però si trattava di tornare indietro, di uscire dal labirinto. Avete mai provato a perdervi in un “dedalo” di viuzze e a non sapervi orientare per venirne fuori? O si fa come Pollicino che, nella famosa fiaba di Perrault, segna i suoi passi con delle bricioline di pane per poter poi ritrovare la strada, o ci si affida… al filo di Arianna. L’innamorata fanciulla sapeva il fatto suo e, per aiutare il suo eroe, gli aveva fornito una grossa matassa di filo che, via via dipanata lungo il cammino, servì poi a Teseo per ripercorrere il tortuoso cammino, fino al ritorno verso la salvezza. Il “filo di Arianna”, appunto.

Un epilogo che potrebbe far dire… “e vissero felici e contenti”. Ma purtroppo non è così, e la storia non ha un lieto fine. Gli eroi, dovete sapere (sia quelli dei miti greci, sia i nostri rambo), saranno anche simpatici e coi muscoli ripieni di nerboruta vivacità, ma a volte sono anche un po’ squinternati.

E durante il festoso viaggio di ritorno verso Atene a fianco della sua amata e con l’ultimo carico di vittime scampate, il nostro Teseo si ferma in un’isola sperduta dove Arianna voleva sostare per riposarsi; adagia la fanciulla in un prato fiorito in mezzo alle fresche frasche, e fa ritorno alla nave ancorata al largo. Qui - vedi la scarogna - si leva un furioso uragano che trascina via, fra gli insidiosi flutti, la nave, lui e tutto il suo carico di giovani rifugiati. Ha un bel pari, la povera Arianna, a gemere e piangere guardando il naviglio che si allontana: Teseo, passato il fortunale, si dimentica persino di averla conosciuta. Quando si dice… sedotta e abbandonata… (anche se poi l’inconsolabile ragazza ebbe modo di rifarsi una vita con quell’ubriacone di Bacco).

Fa quindi vela, il nostro eroe, verso Atene per riportare i giovanetti salvati e dare al padre la notizia dello scampato pericolo e della vittoria. Ma siccome è sempre più sballato, si dimentica di un particolare molto importante: invece di issare una vela bianca, che per chi lo attendeva sarebbe stato il segnale dell’esito felice della sua spedizione, tiene issata la vela nera, segno nefasto che anche lui era stato divorato dal Minotauro.

E il dramma si conclude: il vecchio padre Egeo, credendolo morto, cede all’eccesso di dolore e, in gesto disperato, si precipita dalle rocce nel sottostante mare. Il mare che da allora prese il nome da lui: il Mar Egeo, appunto.



http://www.alalba.it/Mitologia-Teseo-Minotauro.htm
 
Vecchio 06-11-2008, 08.32.58
Juliet
 
Orfeo






Orfeo era figlio di Eagro, re della Tracia, e della musa Calliope (o, secondo altre versioni del mito, di Apollo e di Calliope). Ha preso parte alla spedizione degli Argonauti, cioè dei guerrieri che, guidati dall'eroe Giasone, a bordo della nave Argo erano andati alla ricerca del "vello d'oro", custodito da un terribile drago: però non sono state le battaglie e i pericoli di questa impresa che hanno reso famoso il suo nome, ma la musica e l'amore.

Orfeo era un poeta e un musico. Le Muse gli avevano insegnato a suonare la lira, ricevuta in dono da Apollo. La sua musica e i suoi versi erano così dolci e affascinanti che l'acqua dei torrenti rallentava la sua corsa, i boschi si muovevano, gli uccelli si commuovevano così tanto che non avevano la forza di volare e cadevano, le ninfe uscivano dalle querce e le belve dalle loro tane per andare ad ascoltarlo (Seneca: "cessava il fragore del rapido torrente, e l'acqua fugace, obliosa di proseguire il cammino, perdeva il suo impeto ... Le selve inerti si movevano conducendo sugli alberi gli uccelli; o se qualcuno di questi volava, commuovendosi nell'ascoltare il dolce canto, perdeva le forze e cadeva ... Le Driadi [ninfe dei boschi], uscendo dalle loro querce, si affrettavano verso il cantore, e perfino le belve accorrevano dalle loro tane al melodioso canto ...").

La sua sposa era la ninfa Euridice, ma non era il solo ad amarla: c'era anche Aristeo e un giorno Euridice, mentre correva per sfuggire a questo innamorato sgradito, era stata morsa da un serpente nascosto tra l'erba alta ed era morta all'istante.
Orfeo allora aveva deciso di andare a riprendersela ed era sceso nell'Ade, nell'oscuro regno dei morti. Con la sua musica era riuscito a commuovere tutti: Caronte lo aveva traghettato sull'altra riva dello Stige, il fiume infernale; Cerbero, l'orribile cane con tre teste, non aveva abbaiato; le Erinni, terribili dee infernali (Aletto, Tisifone e Megera), si erano messe a piangere. I tormenti dei dannati erano cessati (Tantalo non aveva più fame e sete...) e ogni creatura, compresi il dio Ade e sua moglie Persefone, aveva provato pietà per la triste storia dei due innamorati.

Così Ade aveva concesso ad Orfeo di riportare Euridice con sé, ma a un patto: Euridice doveva seguirlo lungo la strada buia degli inferi e lui non doveva mai voltarsi a guardarla prima di arrivare nel mondo dei vivi (Poliziano, Fabula di Orfeo, 237.: "Io te la rendo, ma con queste leggi: / che lei ti segua per la ceca via / ma che tu mai la sua faccia non veggi / finché tra i vivi pervenuta sia!").
Avevano iniziato la salita: avanti Orfeo con la sua lira, poi Euridice avvolta in un velo bianco e infine Hermes, che doveva controllare che tutto si svolgesse come voleva Ade. "Si prendeva un sentiero in salita attraverso il silenzio, arduo e scuro con una fitta nebbia. I due erano ormai vicini alla superficie terrestre: Orfeo temendo di perderla e preso dal forte desiderio di vederla si voltò ma subito la donna fu risucchiata, malgrado tentasse di afferrargli le mani non afferrò altro che aria sfuggente. Così morì per la seconda volta ma non si lamentò affatto del marito (di cosa avrebbe dovuto lamentarsi se non di essere stata amata così tanto?) e infine gli diede l'estremo saluto." (Ovidio, Metamorfosi, IV, 53 sgg)

L'addio tra Orfeo ed Euridice è scolpito su un bellissimo rilievo nel Museo Archeologico di Napoli.
Euridice è al centro della scena, e poggia la sua mano sinistra sulla spalla di Orfeo, con un gesto pieno di tenerezza e rassegnazione. Ma Orfeo è inconsolabile e con la sua mano tocca la mano di lei, una carezza che è anche un inutile tentativo di trattenerla.
Inutile, perché Hermes psycopompos ha intrecciato il suo braccio al braccio destro di lei, e con dolcezza ma anche con determinazione la trattiene accanto a sé: il suo compito sarà riportarla di nuovo, e stavolta per sempre, negli Inferi.
Nemmeno una parola, solo la forza dei gesti per rendere il dolore del distacco tra i due innamorati, e la inevitabilità del destino.
Orfeo resterà fedele al suo amore per Euridice.

Il mito di Orfeo ed Euridice ha appassionato numerosissimi artisti, poeti e musicisti. Da Claudio Monteverdi a Christoph Willibald Gluck (indimenticabile nella sua opera l'aria "Che farò senza Euridice, dove andrò senza il mio bene?), da Antonio Sartorio a Joseph Haydn, da Poliziano a Reiner Maria Rilke al Buzzati di Poema a fumetti. Moltissime le trasposizioni in scultura e pittura: tra le tante, il Paesaggio con Orfeo ed Euridice di Nicolas Poussin, le due statue di Orfeo ed Euridice scolpite da un giovane Antonio Canova e due bellissimi quadri di Gustave Moreau, Orfeo (o Ragazza tracia con la testa di Orfeo) e Orfeo sulla tomba di Euridice.


Naturalmente non è mancato chi ha provato a trattare questo mito in modo ironico, ad esempio Offenbach nell'operetta Orphèe aux enfers (Orfeo agli Inferi). Euridice, rapita e portata negli Inferi, si innamora di Ade (Plutone) cosicché quando Orfeo scende nell'oltretomba per salvarla, lei non ne vuole sapere di seguirlo. A lui che insiste, lei dice grosso modo così: "... Ma è tempo di spiegarsi! Bisogna che una buona volta vi dica il fatto vostro! Mio casto sposo, sappiate che vi detesto! Siete l'uomo più noioso del creato! Orfeo, è finita, fattene una ragione e smettila di importunarmi altrimenti lo dico a Plutone! Pensavate forse che avrei trascorso la mia giovinezza ad ascoltarvi recitare i vostri sogni classici?"
Orfeo ritorna, da solo, sulla terra mentre negli Inferi tutti gli dei, che lì si sono trasferiti in cerca di emozioni "forti", si abbandonano a un ballo sfrenato con Euridice, sulle note del conosciuto Can Can finale.

Una moderna, e retorica, versione cinematografica del mito è il recente What dreams may come (in italiano, "Al di là delle nuvole"), di Vincent Ward, del 1998: muoiono tutti nel giro di pochi minuti - i due figli e il padre in due incidenti automobilistici, la madre suicida
per la disperazione. E il padre, moderno Orfeo, scende all'inferno per salvare la moglie-Euridice che, essendosi suicidata, è finita nel regno dei peccatori.

http://web.tiscali.it/scudit/mdbuzzatimito.htm
 
Vecchio 06-11-2008, 08.33.59
Juliet
 
Orfeo






Orfeo era figlio di Eagro, re della Tracia, e della musa Calliope (o, secondo altre versioni del mito, di Apollo e di Calliope). Ha preso parte alla spedizione degli Argonauti, cioè dei guerrieri che, guidati dall'eroe Giasone, a bordo della nave Argo erano andati alla ricerca del "vello d'oro", custodito da un terribile drago: però non sono state le battaglie e i pericoli di questa impresa che hanno reso famoso il suo nome, ma la musica e l'amore.

Orfeo era un poeta e un musico. Le Muse gli avevano insegnato a suonare la lira, ricevuta in dono da Apollo. La sua musica e i suoi versi erano così dolci e affascinanti che l'acqua dei torrenti rallentava la sua corsa, i boschi si muovevano, gli uccelli si commuovevano così tanto che non avevano la forza di volare e cadevano, le ninfe uscivano dalle querce e le belve dalle loro tane per andare ad ascoltarlo (Seneca: "cessava il fragore del rapido torrente, e l'acqua fugace, obliosa di proseguire il cammino, perdeva il suo impeto ... Le selve inerti si movevano conducendo sugli alberi gli uccelli; o se qualcuno di questi volava, commuovendosi nell'ascoltare il dolce canto, perdeva le forze e cadeva ... Le Driadi [ninfe dei boschi], uscendo dalle loro querce, si affrettavano verso il cantore, e perfino le belve accorrevano dalle loro tane al melodioso canto ...").

La sua sposa era la ninfa Euridice, ma non era il solo ad amarla: c'era anche Aristeo e un giorno Euridice, mentre correva per sfuggire a questo innamorato sgradito, era stata morsa da un serpente nascosto tra l'erba alta ed era morta all'istante.
Orfeo allora aveva deciso di andare a riprendersela ed era sceso nell'Ade, nell'oscuro regno dei morti. Con la sua musica era riuscito a commuovere tutti: Caronte lo aveva traghettato sull'altra riva dello Stige, il fiume infernale; Cerbero, l'orribile cane con tre teste, non aveva abbaiato; le Erinni, terribili dee infernali (Aletto, Tisifone e Megera), si erano messe a piangere. I tormenti dei dannati erano cessati (Tantalo non aveva più fame e sete...) e ogni creatura, compresi il dio Ade e sua moglie Persefone, aveva provato pietà per la triste storia dei due innamorati.

Così Ade aveva concesso ad Orfeo di riportare Euridice con sé, ma a un patto: Euridice doveva seguirlo lungo la strada buia degli inferi e lui non doveva mai voltarsi a guardarla prima di arrivare nel mondo dei vivi (Poliziano, Fabula di Orfeo, 237.: "Io te la rendo, ma con queste leggi: / che lei ti segua per la ceca via / ma che tu mai la sua faccia non veggi / finché tra i vivi pervenuta sia!").
Avevano iniziato la salita: avanti Orfeo con la sua lira, poi Euridice avvolta in un velo bianco e infine Hermes, che doveva controllare che tutto si svolgesse come voleva Ade. "Si prendeva un sentiero in salita attraverso il silenzio, arduo e scuro con una fitta nebbia. I due erano ormai vicini alla superficie terrestre: Orfeo temendo di perderla e preso dal forte desiderio di vederla si voltò ma subito la donna fu risucchiata, malgrado tentasse di afferrargli le mani non afferrò altro che aria sfuggente. Così morì per la seconda volta ma non si lamentò affatto del marito (di cosa avrebbe dovuto lamentarsi se non di essere stata amata così tanto?) e infine gli diede l'estremo saluto." (Ovidio, Metamorfosi, IV, 53 sgg)

L'addio tra Orfeo ed Euridice è scolpito su un bellissimo rilievo nel Museo Archeologico di Napoli.
Euridice è al centro della scena, e poggia la sua mano sinistra sulla spalla di Orfeo, con un gesto pieno di tenerezza e rassegnazione. Ma Orfeo è inconsolabile e con la sua mano tocca la mano di lei, una carezza che è anche un inutile tentativo di trattenerla.
Inutile, perché Hermes psycopompos ha intrecciato il suo braccio al braccio destro di lei, e con dolcezza ma anche con determinazione la trattiene accanto a sé: il suo compito sarà riportarla di nuovo, e stavolta per sempre, negli Inferi.
Nemmeno una parola, solo la forza dei gesti per rendere il dolore del distacco tra i due innamorati, e la inevitabilità del destino.
Orfeo resterà fedele al suo amore per Euridice.

Il mito di Orfeo ed Euridice ha appassionato numerosissimi artisti, poeti e musicisti. Da Claudio Monteverdi a Christoph Willibald Gluck (indimenticabile nella sua opera l'aria "Che farò senza Euridice, dove andrò senza il mio bene?), da Antonio Sartorio a Joseph Haydn, da Poliziano a Reiner Maria Rilke al Buzzati di Poema a fumetti. Moltissime le trasposizioni in scultura e pittura: tra le tante, il Paesaggio con Orfeo ed Euridice di Nicolas Poussin, le due statue di Orfeo ed Euridice scolpite da un giovane Antonio Canova e due bellissimi quadri di Gustave Moreau, Orfeo (o Ragazza tracia con la testa di Orfeo) e Orfeo sulla tomba di Euridice.


Naturalmente non è mancato chi ha provato a trattare questo mito in modo ironico, ad esempio Offenbach nell'operetta Orphèe aux enfers (Orfeo agli Inferi). Euridice, rapita e portata negli Inferi, si innamora di Ade (Plutone) cosicché quando Orfeo scende nell'oltretomba per salvarla, lei non ne vuole sapere di seguirlo. A lui che insiste, lei dice grosso modo così: "... Ma è tempo di spiegarsi! Bisogna che una buona volta vi dica il fatto vostro! Mio casto sposo, sappiate che vi detesto! Siete l'uomo più noioso del creato! Orfeo, è finita, fattene una ragione e smettila di importunarmi altrimenti lo dico a Plutone! Pensavate forse che avrei trascorso la mia giovinezza ad ascoltarvi recitare i vostri sogni classici?"
Orfeo ritorna, da solo, sulla terra mentre negli Inferi tutti gli dei, che lì si sono trasferiti in cerca di emozioni "forti", si abbandonano a un ballo sfrenato con Euridice, sulle note del conosciuto Can Can finale.

Una moderna, e retorica, versione cinematografica del mito è il recente What dreams may come (in italiano, "Al di là delle nuvole"), di Vincent Ward, del 1998: muoiono tutti nel giro di pochi minuti - i due figli e il padre in due incidenti automobilistici, la madre suicida
per la disperazione. E il padre, moderno Orfeo, scende all'inferno per salvare la moglie-Euridice che, essendosi suicidata, è finita nel regno dei peccatori.

http://web.tiscali.it/scudit/mdbuzzatimito.htm
 
Vecchio 18-09-2009, 17.35.44
Juliet
 
PICASSO

DAL MITO ALLA STORIA

(L'avventura del Minotauro)


















Picasso





Colui che vive una data mitologia
ad agisce in conseguenza,
compie un passo indietro come il torero:
così fa anche un autentico
narratore di miti, creatore
o risuscitatore di mitologemi.

(E. Kerényi)



Tra gli anni 1933/35 Picasso è particolarmente impegnato intorno al tema della minotauromachia. Nella primavera del 1933 lavora alle incisioni della Suite Vollard, realizza alcuni disegni: il Minotaure et le nu (Le Viol), datato sul retro "XXXIII", il Minotauro cieco guidato da una bambina (1934) a carboncino, quindi la seconda variante sullo stesso tema, eseguito però a colori con tecnica mista, ed infine la celebre Minotauromachia , incisione della primavera de1 1935. Altre volte la mitica figura compare nella produzione di Picasso, come nel il Minotauro in barca (1937).

Considerimo, ora, in particolare modo proprio quei lavori che vanno da Le Viol alla famosa incisione del 1935. Queste opere per la forza emotiva che sprigionano, per la commistione di elementi mitici, per la carica di violenza e tenerezza, mi sono sembrate le più dense di significato e mi hanno posto diversi interrogativi: cosa resta della figura mitologica che noi conosciamo ed in quale nuova luce è visto il mostruoso figlio di Pasifae e del toro? Cosa esso rappresenta nella vita dell'autore e nel particolare momento storico? Quali motivazioni personali e sovraindividuali hanno fatto sì che Picasso riannodasse antichi miti, facendoli rivivere nello specifico del suo tempo e quale può esserne stata l'attualità?

La psicologia analitica junghiana ha mostrato come l'opera creativa possa essere veicolo non solo di contenuti psichici individuali, ma anche di archetipi collettivi: l'ipersensibilità dell'artista coglie le grandi problematiche della società in cui vive e le concretizza rivestendole di forme conosciute, comuni, che fanno parte di un bagaglio culturale formatosi attraverso i secoli. Queste forme, ormai stratificate a livelli profondi della coscienza, sono i miti - rappresentazioni mentali fortemente emotive di una realtà originaria, primaria ovvero archetipica.

E' quello che io propongo di verificare attraverso l'analisi dei motivi commisti in queste opere picassiane. C'è forse una relazione tra queste creazioni e l'ombra di inquietudine che l'avvento al potere di Hitler dal 1933 in Germania deve aver portato nelle intelligenze più attente? Queste opere possono essere un indizio, anche se ancora vago, del preciso intento etico che porterà l'artista nell'1937 ad un intervento estremamente chiaro nel dibattito politico con Guernica?











1933

Minotaure et nu (Le Viol)

Inizio la verifica da questo disegno di grandezza eccezionale, svolto, difatti, su due fogli.

Il Minotauro aggredisce una donna. La scena di violenza è resa ancora più drammatica dall'uso del disegno in bianco e nero. Sembra quasi che l'aggressività insita nell'uomo, trovi qui una problematicizzazione nell'antica coscienza del mito. Non è infatti un uomo ad aggredire quella figura femminile, ma il Minotauro: forza cieca ed istintiva, esso non conosce né il bene né il male, opera al di là di ogni morale o logica razionale. La cultura, l'educazione non possono nulla contro qualcosa che è nell'uomo da sempre, che è parte del suo essere biologico: "non si può andare contro la natura, essa è più forte dell'uomo più forte! Ci conviene andare d'accordo con la natura." (M. De Micheli, a cura di, Scritti di Picasso, Milano, 1973, p.12).

La donna d’altra parte subisce questa brutalità e non è chiaro fino a che punto essa possa o voglia difendersi; la mano che allontana il violentatore sembra non avere energia e la donna appare quasi abbandonarsi ad esso. Aggressore e vittima, violenza perpetrata e violenza subita: la difficile dialettica di questi due poli sembra essere messa all'indice, a far risaltare l'ambiguità di un rapporto in cui la responsabilità non ricadrebbe da una sola parte. Discorso difficile da fare ed ancora più difficile da accettare. Il mondo diviso nettamente in buoni e cattivi è molto più comprensibile e controllabile, ma sappiamo pure che non rispecchia la realtà.

Proviamo ora ad estrapolare dalla prima impressione ricevuta e a non pensare che si tratti tout court della violenza di un uomo su di una donna. Ed infatti non è questo, perché altrimenti l'attore non sarebbe il Minotauro ma l'Uomo. Allora forse potremo vedere in questa figura, passibile di molte interpretazioni (per esempio Jung vede in esso l'archetipo dell'immagine materna divorante), la brutalità istintiva, l'eros, la carica primigenia della natura, così come dell'uomo, che afferma con violenza il proprio diritto ad essere possedendo. Brutalità, violenza che può mascherarsi sotto mille facce, può prendere oggi quella del potere economico, politico, culturale, sessuale, razziale od anche tutte quante insieme.

Una violenza che attraverso mille canali può entrare anche nella nostra vita. Allora anche ognuno di noi può esserne direttamente ed individualmente coinvolto. Come la donna aggredita dal Minotauro, quante volte anche noi di fronte a violenze più o meno plateali abbiamo saputo o voluto difenderci fino in fondo?










1934

Il minotauro cieco guidato da una bambina

Il Minotauro, l'attore della passata scena di violenza compare di nuovo, ma questa volta svolge un ruolo da coprotagonista. Sua partner, e con il suo stesso peso drammatico, è una bambina. Anche in questo caso la scena è colta con l’espressività del nero e bianco, ma molto è cambiato, qualcosa di importante é subentrato. I1 carattere violento del mitico personaggio è scomparso, per lasciare il posto ad un essere tanto diverso da quello tramandatoci.

Il Minotauro è ora vinto, bisognoso d'aiuto, cieco. Cieco: un fatto che nella mitologia ha spesso un suo preciso significato. Cieco per esempio divenne Tiresia per opera di Pallade Atena : aveva visto per caso ciò che non doveva vedere, la dea che per rinfrescarsi si concedeva nuda un bagno nelle acque del fiume Ippocrene. Cieco divenne Edipo, si tolse la vista per aver veduto e fatto anche lui quello che non poteva né vedere, né fare: sposo di sua madre, fratello dei suoi stessi figli, uccisore di suo padre.

Entrambi, Tiresia ed Edipo, andarono incontro "ciecamente" al loro destino, agirono d’istinto e la scoperta della verità non fu per loro la conclusione di un difficile cammino nel processo di conoscenza. La cecità fu la punizione e la possibilità del riscatto. Tiresia in più ebbe da Zeus il dono della preveggenza, fardello che dovette sopportare secondo il volere del dio per ben sette generazioni.

Ma torniamo al Minotauro che ora, cieco, ha perso la sua arroganza. Forse anche in questo caso la cecità può essere la causa-effetto di una nuova consapevolezza, dalla necessità di guidare, di dirigere quella primordiale carica vitale, violenta, la cui forza se non controllata può essere disastrosa. Allora c'è bisogno di aiuto e il soccorso viene dalla bambina (l'anima diremmo, junghianamente). Questa figura gentile che non si spaventa per ciò che è parte della natura, può aprire una nuova prospettiva all'erotismo, all'istintualità.

Ed allora non ci sarà solo sopraffazione, ma possibilità di riconciliazione con gli strati profondi della psiche, per un'applicazione in positivo di quella stessa forza vitale. E l'eros può quindi diventare creatività, poesia, impegno, capacità di leggere nell'intimo della realtà umana, svelandone contrasti e contraddizioni. Ed è la bambina , quest'anima liberata, componente psichica necessaria ad ogni vera operazione artistica, che guida il Minotauro attraverso il labirinto delle molteplici domande, così come Beatrice guida Dante dai livelli infernali della carnalità e dell'istinto a quelli superiori del paradiso e delle verità svelate, o così come Venere, nel poema del Marino, guida Adone alla conoscenza di sè e dell'universo sensibile.










1935

Minotauromachia
Questo processo di conoscenza sembra però avere un momento di sbandamento, di rallenti nell’incisione di quest’anno.
Sulla scena molti personaggi, il Minotauro sembra essere tentato dal gorgo degli avvenimenti e, sfuggendo alla guida della bambina, pare voglia buttarsi nella mischia. La bambina, che qui stranamente riprende i1 profilo del volto di Alice disegnato da Tenniel per Lewis Carroll, sembra non riuscire più a convincere il Minotauro a seguirla nel suo viaggio nel mondo dell’immaginario e del fiabesco innocente.

Il Minotauro non è più cieco, e la luce che la fanciullina tiene in mano sembra infastidirlo. Tanti richiami paiono assalirlo, invocarlo, quasi a ricordargli che essendosi ormai riscattato attraverso la cecità, non può più esimersi dal farsi carico della sue responsabilità.

La donna-torero riversa sul cavallo, le due madonne in alto con la colomba, la strana figura di un uomo simile ad un apostolo sulla scala: tutti sembrano attendere il suo ingresso. Simboli di lotta e di elevazione.

Il mondo di Alice in quel momento appare forse più mitico del mitico Minotauro. Gli avvenimenti incalzano, si sente il bisogno, la necessità di intervenire, l'eros non più rivolto ad atti di sopraffazione, grazie al passaggio attraverso la cecità, può essere guidato verso altre imprese.

E se il mondo dei sogni felici per ora è una lontana chimera, è, coerentemente, la bambina-Alice stessa che sembra costringere quella forza naturale ad impegnarsi, con e per gli altri uomini, dal mito nella storia e nella storia "Guernica".





http://www.zzz.it/berenice/picasso/index.html

 
Vecchio 18-09-2009, 22.58.34
fantasma76
 





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