Pareri molto contrastanti hanno accolto l’ultimo film di Ferzan Ozpetek UN GIORNO PERFETTO tratto dall’omonimo romanzo di Melania Mazzucco in questi giorni nelle nostre sale. E questo fin dalla presentazione al recente Festival del Cinema di Venezia dove applausi e fischi si sono mescolati.
Scelto dal produttore Domenico Procacci perché ritenuto adatto a raccontare una storia dove i sentimenti predominano, anche nell’eccesso, il regista ha dichiarato ‘di aver trovato delle difficoltà nel portare al cinema un romanzo così complesso’. Un romanzo dove nell’arco di 24 ore le vite di molti personaggi si intrecciano, le tensioni si accumulano fino al compimento finale di un dramma annunciato. Semplificare è stato dunque necessario.
Il giorno perfetto – dal titolo di una canzone di Lou Reed – in una Roma bella e frenetica, è quello in cui la vita dei vari personaggi, 9, genitori e figli, insegnanti e amici, arriva contemporaneamente ad una svolta. Due famiglie di condizioni economiche molto diverse sono avvicinate dal caso – Antonio, poliziotto, fa da scorta a un onorevole che sta per uscire forzatamente di scena - e messe a confronto nella loro infelicità. Antonio, separato da Emma che è tornata a vivere dalla madre con i figli in un palazzo di periferia, non riuscendo ad accettare la realtà di notte la spia dalla macchina parcheggiata sotto casa in preda ad un’ossessione che non può portare a nulla di buono, come fa anche pensare la pistola buttata con disinvoltura nel cruscotto. Ma anche l’onorevole e la giovane moglie delusa e non più innamorata di lui se la passano meglio…
Come accade spesso quando si va a vedere un film dopo aver letto il libro da cui è tratto, il giudizio non è sereno, soprattutto se il libro è piaciuto. Qui si trattava, almeno per me, di vedere come e che cosa Opzetek avesse deciso di privilegiare. Alcuni personaggi sono stati cambiati, altri solo accennati e questo è uno dei limiti del film. Antonio ed Emma occupano con il loro rapporto controverso quasi tutta la scena, ma loro è il dramma principale e data la bravura degli attori, Isabella Ferrari al suo meglio e Valerio Mastandrea ben calato nella parte, la scelta non guasta. Lo stile del regista, abile nel calarsi nel melo, è quello di sempre e quindi chi lo ha apprezzato in passato potrà apprezzarlo anche in questo caso. Certo non è il suo film migliore, alcune scelte poco approfondite risultano inutili, ma la coralità del testo è rispettata, la storia continua ad essere bella e questo aiuta ad essere coinvolti.
Un romanzo corale per un film corale dove però e fin da subito i personaggi di Antonio ed Emma
Mi è talmente piaciuta l'interpretazione di Isabella Ferrari che anche il film mi è piaciuto. Emma è già un bel personaggio nel libro, uno di quelli a cui ci si affeziona e anche qui è lo stesso. E' stata lei più di altri, ma anche Valerio Mastandrea, a rendere credibile ed emozionante la storia. Nel rapporto con lui, in quello con i bambini,
Ventiquattro ore nella vita di nove personaggi che vivono a Roma, prima della tragedia: Camilla compie sette anni, suo fratello Aris deve sostenere un esame all'università, Emma perde il lavoro in un call-center, sua figlia Valentina incontra un ragazzo che le piace, l'Onorevole Elio Fioravanti è impegnato nei comizi elettorali, sua moglie scopre di essere incinta, il piccolo Kevin viene invitato a una festa lussuosa, la professorella Mara ha un appuntamento col suo amante, Antonio vede sua moglie Emma per l'ultima volta.
Perché - nonostante tutto - il film non è male: si esce dal cinema con una forte sensazione di disagio, di soffocate emozioni. viene però legittimo domandarsi se siano (tutte o del tutto) giustificate.
Lizzie
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