L'Archivio di Metaforum

Forum di politica, cultura, società - 2008

 
Vecchio 04-03-2008, 23.22.09
Fairytale
 
Vi propongo questo Libro

Prosegue da: Vi propongo questo Libro

In un altro dove un po' di tempo fa, avevo iniziato questo topic.
Ora lo ripropongo, perchè sono sempre alla ricerca di libri interessanti da leggere e mi piace sapere cosa si legge e perchè.

Qualche idea?




 
Vecchio 04-03-2008, 23.52.22
Alessandra
 
La Porta

Io l'ho trovato straordinario.

Copio qui una sua recensione trovata su lastampa.it

"La porta"




di Magda Szabó



“La Porta” scritto dall’ungherese Magda Szabó è la storia di un rapporto tra due persone che sono una l’opposto dell’altra, di un rapporto molto conflittuale e difficile. Il personaggio principale è sicuramente Emerenc, una donna delle pulizie, un personaggio che si rivela fuori da ogni consuetudine. E’ una donna delle pulizie, una lavoratrice infaticabile. Ma al contrario di quello che succede normalmente, prima di accettare un lavoro era lei che decideva di “procurarsi delle informazioni” sui suoi datori di lavoro e non viceversa. “Io non lavo i panni sporchi al primo che capita”. La dignità di una persona, insomma, non si svende, qualsiasi lavoro si faccia.

Emerenc si prenderà cura della scrittrice e di suo marito per oltre vent’anni, ma “nei primi cinque stabilì una distanza che non potevamo oltrepassare, precisa come se fosse misurata con uno strumento”
E’ lei che decide cosa vuole o non vuole fare, quando e come farlo, dimostra subito di avere le sue idee dettate non dalla lettura e dallo studio, ma dalla sua incredibile storia di vita. Nessun regime politico in tutta la sua vita trascorsa in Ungheria in tempi difficili è riuscita a intimidirla, nessun “educatore del popolo” ha saputo metterla a tacere o impedirle di fare quello che lei riteneva giusto fare.

La sua storia emerge pian piano, man mano che il libro procede. Ma una cosa è subito chiara: la sua esistenza è stata segnata da esperienze che lasciano ferite profonde, indelebili e come tutte queste persone non si lascia facilmente penetrare. La porta (titolo del libro) è il simbolo di questa chiusura al mondo, una porta che nessuno può e deve valicare, lo scrigno segreto in cui chi ha sofferto molto conserva il proprio dolore e nasconde la propria fragilità. A lei e a tutti quelli come lei che hanno avuto una vita difficile bisogna sapersi accostare in punta di piedi, bisogna conoscere la capacità di aspettare e avere un profondo rispetto.
Emerenc offrirà, a modo suo, la sua amicizia, la sua dedizione alla scrittrice ed essa scoprirà nella relazione con questa donna che l’amicizia, l’amore è “impegno” e non possiamo a priori decidere come si debba esprimere. “Oggi – dice la scrittrice – ho capito una cosa, che allora ancora ignoravo: una passione non si può esprimere pacatamente, disciplinatamente, morigeratamente, e nessuno può definirne la forma al posto dell’altro”.

L’amore che lega queste due persone è conflittuale proprio perché l’incontro vero è quello che sa imparare anche e soprattutto dallo scontro; un conflitto però che favorisce la conoscenza dell’altro e insegna a mettersi in discussione aprendo nuovi spazi mentali ed affettivi. Emerenc è capace di grande amore, di un amore, però, fuori dalle consuetudini, di un amore che spiazzerà più volte la scrittrice. Chi vuole amarla deve saperla rispettare, deve saper entrare nella sua vita quando e come decide lei. Perché l’amicizia non è intrusione, ma attenzione, non è dare continui consigli dall’alto di una presunta superiorità, ma saper ascoltare, Non è accondiscendenza, ma presenza quando questa si rende necessaria. Emerenc del resto scompare e riappare, ma al momento buono sa esserci, conosce la compassione. La scrittrice questo non sempre lo sa fare: “Oggi, mentre scrivo a macchina queste righe, sento che in quel momento, decisi il suo destino perché dentro di me l’abbandonai. Smisi di tenerle la mano”.

Già, tenerle la mano…, più che parlare come dice la Zambrano saper “stare in presenza”, conoscere quel linguaggio che riempie i vuoti e affronta le solitudini snza fretta e con grande pazienza…

“Emerenc era disposta al sacrificio, a lei riusciva spontaneo tutto ciò che io dovevo impormi con un certo sforzo, e non importava che agisse inconsapevolmente, la bontà di Emerenc era naturale, io, invece, mi ero educata ad esserlo, mi ero obbligata col passare del tempo a rispettare alcune norme etiche. (..) La mia morale non era altro che disciplina, il risultato dell’allenamento al quale mi avevano sottoposto il collegio, la scuola, la famiglia”.
Emerenc sa amare, invece, in modo naturale, senza forzature e amare per lei e “sapersi prendere cura”, è un amore semplice e spontaneo che diffida di ogni rituale, che non si appella a nessun Dio. Ed la sua spontaneità che smaschera continuamente i nostri gesti ipocriti.

“Cosa crede, che Cristo, che Dio, di cui parla come se li conoscesse personalmente, concedano la salute a così basso prezzo? Per una settimana della sua devozione io non darei un soldo bucato”.

La scrittrice pian piano imparerà da quella donna molto della vita e della realtà, anche se a volte riluttante. E alla fine cercherà di salvarla dalla morte ma capirà che Emerenc, come ogni essere umano, “non ha bisogno di una vita qualunque. Emerenc ha bisogno della sua vita” e quella ormai non c’era più, non avevano saputo rispettarla fino in fondo.
Alla scrittrice resta un’amara conclusione che a volte “è impossibile accomodare il destino degli esseri umani che non trovano posto nella vita degli altri”.
 
Vecchio 18-04-2008, 22.45.45
Fairytale
 

Questo è specificamente postato per satya in risposta alla sua domanda il quel 3d che è stato chiuso :






Contenuto: Prima o poi è successo a tutte. Pomeriggi passati tra i fornelli a preparare fantastiche cenette per il nostro principe azzurro. Mesi di noiosissime partite in televisione, di giornate con gli occhi appiccicati al cellulare in attesa che chiami. Disponibili, carine, presenti. E lui cosa fa? Ci molla. Per una che al massimo sa cucinare popcorn, non si fa mai trovare, si concede una volta sì e tre no. Una "stronza", in poche parole. E se fosse solo una che ha capito tutto? Perché dobbiamo prendere atto una volta per sempre di una verità sacrosanta. Agli uomini le "stronze" piacciono, eccome. Loro amano chi li fa stare sulle spine, chi dà loro la sensazione di non aver vinto completamente la battaglia, chi garantisce "stimolo intellettuale". Insomma agli uomini un po' piace "soffrire". Quindi, tanto vale imparare le regole del gioco. E la prima è: essere forti, indipendenti, sicure di sé. Non è facendo la geisha che otterremo l'amore e il rispetto di un uomo, e tantomeno quello di noi stesse, ma con l'autostima e un po' di sfrontatezza. A quel punto anche il nostro popcorn gli sembrerà un piatto da re. Spiritoso e pieno di dritte intelligenti, questo libro è un fantastico lifting per l'ego e per il cuore di tutte le donne.



L'ho comprato per scherzo con un amica e mi sto ammazando dalle risate a leggerlo e ti dirò...c'è anche qualche consiglio niente male

Comunque se ti capita ti fai due risate...non aspettarti la divina commedia, ma qualche rispostina....
 
Vecchio 28-07-2008, 21.54.26
Marzia
 
Gli sbirri alla lanterna. La plebe giacobina bolognese (1792-1797)

di Evangelisti Valerio







Nella Bologna di fine Settecento, popolata di mendicanti, furfanti e banditi, con i primi riflessi locali della Rivoluzione francese si fa spazio presso le classi subalterne una chiara percezione di sé come soggetto politico e sociale autonomo. In un sistema economico chiuso, che costringe la popolazione a condizioni di vita intollerabili, fanno la loro comparsa congiure, complotti e rivolte. Una sorta di «giacobinismo» plebeo, rudimentale, violento, che ha il merito di strappare la politica al Palazzo e di radicarla nella quotidianità popolare. E ciò che distingue i giacobini bolognesi da quelli del resto d'Italia è il loro essere perennemente circondati da una folla di plebei entusiasti, che li difende e li segue nelle loro iniziative, ovunque brutalmente represse dalle armate francesi discese in Italia sotto la guida di Napoleone. Lo spartiacque tra due secoli scandisce l’emergere di una nuova soggettività: va infatti in frantumi l'iconografia settecentesca di una plebe sottomessa, acquiescente alle ingiustizie e ossequiosa dell’autorità. La narrazione di Valerio Evangelisti, in cui compaiono icastiche figure di popolani ribelli e scorrono spettacolari scene di sommosse, incendi, impiccagioni, è sostenuta da un poderoso impianto di fonti documentarie reperite negli archivi giudiziari e negli atti processuali del tempo, cercando soprattutto di riportare in presa diretta le voci della plebe bolognese così come si esprimono negli interrogatori davanti a giudici e cancellieri. In questo libro Valerio Evangelisti mette al servizio del lavoro storico il proprio talento narrativo e letterario, nel tentativo di riportare la plebe sul palcoscenico della storia. Valerio Evangelisti
Valerio Evangelisti (Bologna, 1952) si è laureato in Scienze politiche e ha intrapreso una carriera accademica interrotta verso il 1990. Dopo avere pubblicato alcuni saggi di argomento storico, si è dedicato interamente alla narrativa. Tra le sue opere più note: Il corpo e il sangue di Eymerich (1996), Il mistero dell'inquisitore Eymerich (1996), Cherudek (1997), Picatrix, la scala per l'inferno (1998), Black Flag (2002), Antracite (2003), Noi saremo tutto (2004).

un assaggio...
È solo nel settembre 1796 che, nella Bologna governata con durezza dal Senato e sottoposta alla tutela delle baionette francesi, il «partito giacobino», che aveva sino ad allora manifestato la propria esistenza con sporadiche e insignificanti sortite, esce spavaldamente allo scoperto. Partito di entità limitata, diretto da un pugno di giovani dotati di cultura sommaria, di eloquio sproporzionato alla profondità delle idee, di biografie curiose e contraddittorie, di convinzioni la cui fermezza appare sovente vacillante. Partito, tuttavia, sufficientemente attivo e incline alla violenza verbale da incutere timore ai ceti dominanti, forzando situazioni statiche e fungendo da catalizzatore di ben più ampie tensioni politiche e sociali. Il più noto e loquace esponente del giacobinismo bolognese, Giuseppe Gioannetti, riassume bene i casuali pregi e i necessari limiti del movimento. Nato da famiglia aristocratica e nipote di un cardinale, manifesta fin dall'adolescenza – secondo quanto narra egli stesso in una pagina autobiografica – un'impellente vocazione di riformatore e di studioso dei pubblici costumi, unita a un'altrettanto prorompente inclinazione pedagogica. Concepisce infatti fin da allora, sempre se si presta fede alle sue parole, un «vastissimo piano» educativo, che tenta di perfezionare e verificare introducendosi nei salotti delle famiglie nobili di tutt'Italia, onde formulare «le più sicure osservazioni sull'indole generale dei privati costumi e sulla natura del cuore umano». Le credenziali fornitegli dallo zio cardinale e i finanziamenti paterni gli sono di grande aiuto nel compito che si è prefisso. Tuttavia Gioannetti scopre la chiave per intrufolarsi nei salotti aristocratici in un'altra dote naturale, che gli sarà di non poco ausilio quando si convertirà in rivoluzionario e che, in qualche misura, rende ragione del suo quasi irrefrenabile esibizionismo:
Deciso finalmente di voler eseguire a qualunque rischio il mio disegno, calcolando sulla naturale mia abilità nel canto […] mi portai a Firenze ed ivi diedi, con fortuna e grande strepito, la prima accademia, sotto nome di Virgilio Pannolini. Incoraggiato dal primo successo, proseguii coi proventi della mia voce il viaggio di tutta l'Italia, insinuandomi con detto mezzo nel seno delle più rispettabili famiglie, dove ebbi tutto l'agio di fare le mie più sicure politico-filosofiche osservazioni per esservi ammesso colla maggior confidenza, in causa de' miei non oscuri natali.
Nessuno dei suoi ammiratori sospetterebbe nel cantante Pannolini il futuro flagello degli aristocratici. La trasformazione si produce repentinamente, allorché Gioannetti, nel corso del suo giro di concerti, viene scosso da un inatteso evento:
Era io in Milano (dove molti non hanno peranco dimenticato la mia voce e la strepitosa accademia, che diedi in casa del sig. Imbonati) sul procinto di partire per la Spagna, quando giunsero i francesi in Italia, e ne acclamarono la libertà.
Subito Gioannetti volge le spalle al canto e rientra a Bologna. Poche settimane dopo lo ritroviamo, all'età di 27 anni, incontrastato capo dell’effervescenza giacobina, pur senza aver mai professato in precedenza idee repubblicane, senza avere mai coltivato amicizie sovversive, senza avere mai preso parte a cospirazioni o tumulti di alcuna sorta. Né maggiore dimestichezza con gli ideali o le vicende della Rivoluzione francese, e ancor meno con gli scritti dei pensatori democratici, manifestano i suoi primi adepti e luogotenenti. Spiccano tra questi il fratello minore Rodolfo, il ventiduenne laureato in legge Giacomo Greppi (di tutti il più colto e sottile), il contabile Giovanni Battista Pelagalli, i fratelli Luigi e Giuseppe Ceschi, il pittore Mauro Gandolfi, cui presto si aggiungono il ventinovenne Gabriele Riario, appartenente a una delle casate di più antico e nobile lignaggio, e il conte Cesare Massimiliano Cini. A parte Pelagalli e i due Ceschi, di condizione non eccelsa e votati a un futuro di «rivoluzionari professionali», si tratta di giovani di famiglia aristocratica o borghese, privi ancora di qualsiasi contatto con i nuclei democratici di altre città e trascinati all'azione più dall'istinto o dall'ambizione che da convinzione intima - quando non plagiati, come nel caso di Riario, dal carisma e dall'esuberanza di Gioannetti.





http://www.deriveapprodi.org/
 
Vecchio 28-07-2008, 21.55.48
Marzia
 
Gli sbirri alla lanterna. La plebe giacobina bolognese (1792-1797)

di Evangelisti Valerio







Nella Bologna di fine Settecento, popolata di mendicanti, furfanti e banditi, con i primi riflessi locali della Rivoluzione francese si fa spazio presso le classi subalterne una chiara percezione di sé come soggetto politico e sociale autonomo. In un sistema economico chiuso, che costringe la popolazione a condizioni di vita intollerabili, fanno la loro comparsa congiure, complotti e rivolte. Una sorta di «giacobinismo» plebeo, rudimentale, violento, che ha il merito di strappare la politica al Palazzo e di radicarla nella quotidianità popolare. E ciò che distingue i giacobini bolognesi da quelli del resto d'Italia è il loro essere perennemente circondati da una folla di plebei entusiasti, che li difende e li segue nelle loro iniziative, ovunque brutalmente represse dalle armate francesi discese in Italia sotto la guida di Napoleone. Lo spartiacque tra due secoli scandisce l’emergere di una nuova soggettività: va infatti in frantumi l'iconografia settecentesca di una plebe sottomessa, acquiescente alle ingiustizie e ossequiosa dell’autorità. La narrazione di Valerio Evangelisti, in cui compaiono icastiche figure di popolani ribelli e scorrono spettacolari scene di sommosse, incendi, impiccagioni, è sostenuta da un poderoso impianto di fonti documentarie reperite negli archivi giudiziari e negli atti processuali del tempo, cercando soprattutto di riportare in presa diretta le voci della plebe bolognese così come si esprimono negli interrogatori davanti a giudici e cancellieri. In questo libro Valerio Evangelisti mette al servizio del lavoro storico il proprio talento narrativo e letterario, nel tentativo di riportare la plebe sul palcoscenico della storia. Valerio Evangelisti

Valerio Evangelisti (Bologna, 1952) si è laureato in Scienze politiche e ha intrapreso una carriera accademica interrotta verso il 1990. Dopo avere pubblicato alcuni saggi di argomento storico, si è dedicato interamente alla narrativa. Tra le sue opere più note: Il corpo e il sangue di Eymerich (1996), Il mistero dell'inquisitore Eymerich (1996), Cherudek (1997), Picatrix, la scala per l'inferno (1998), Black Flag (2002), Antracite (2003), Noi saremo tutto (2004).

un assaggio...

È solo nel settembre 1796 che, nella Bologna governata con durezza dal Senato e sottoposta alla tutela delle baionette francesi, il «partito giacobino», che aveva sino ad allora manifestato la propria esistenza con sporadiche e insignificanti sortite, esce spavaldamente allo scoperto. Partito di entità limitata, diretto da un pugno di giovani dotati di cultura sommaria, di eloquio sproporzionato alla profondità delle idee, di biografie curiose e contraddittorie, di convinzioni la cui fermezza appare sovente vacillante. Partito, tuttavia, sufficientemente attivo e incline alla violenza verbale da incutere timore ai ceti dominanti, forzando situazioni statiche e fungendo da catalizzatore di ben più ampie tensioni politiche e sociali. Il più noto e loquace esponente del giacobinismo bolognese, Giuseppe Gioannetti, riassume bene i casuali pregi e i necessari limiti del movimento. Nato da famiglia aristocratica e nipote di un cardinale, manifesta fin dall'adolescenza – secondo quanto narra egli stesso in una pagina autobiografica – un'impellente vocazione di riformatore e di studioso dei pubblici costumi, unita a un'altrettanto prorompente inclinazione pedagogica. Concepisce infatti fin da allora, sempre se si presta fede alle sue parole, un «vastissimo piano» educativo, che tenta di perfezionare e verificare introducendosi nei salotti delle famiglie nobili di tutt'Italia, onde formulare «le più sicure osservazioni sull'indole generale dei privati costumi e sulla natura del cuore umano». Le credenziali fornitegli dallo zio cardinale e i finanziamenti paterni gli sono di grande aiuto nel compito che si è prefisso. Tuttavia Gioannetti scopre la chiave per intrufolarsi nei salotti aristocratici in un'altra dote naturale, che gli sarà di non poco ausilio quando si convertirà in rivoluzionario e che, in qualche misura, rende ragione del suo quasi irrefrenabile esibizionismo:
Deciso finalmente di voler eseguire a qualunque rischio il mio disegno, calcolando sulla naturale mia abilità nel canto […] mi portai a Firenze ed ivi diedi, con fortuna e grande strepito, la prima accademia, sotto nome di Virgilio Pannolini. Incoraggiato dal primo successo, proseguii coi proventi della mia voce il viaggio di tutta l'Italia, insinuandomi con detto mezzo nel seno delle più rispettabili famiglie, dove ebbi tutto l'agio di fare le mie più sicure politico-filosofiche osservazioni per esservi ammesso colla maggior confidenza, in causa de' miei non oscuri natali.
Nessuno dei suoi ammiratori sospetterebbe nel cantante Pannolini il futuro flagello degli aristocratici. La trasformazione si produce repentinamente, allorché Gioannetti, nel corso del suo giro di concerti, viene scosso da un inatteso evento:
Era io in Milano (dove molti non hanno peranco dimenticato la mia voce e la strepitosa accademia, che diedi in casa del sig. Imbonati) sul procinto di partire per la Spagna, quando giunsero i francesi in Italia, e ne acclamarono la libertà.
Subito Gioannetti volge le spalle al canto e rientra a Bologna. Poche settimane dopo lo ritroviamo, all'età di 27 anni, incontrastato capo dell’effervescenza giacobina, pur senza aver mai professato in precedenza idee repubblicane, senza avere mai coltivato amicizie sovversive, senza avere mai preso parte a cospirazioni o tumulti di alcuna sorta. Né maggiore dimestichezza con gli ideali o le vicende della Rivoluzione francese, e ancor meno con gli scritti dei pensatori democratici, manifestano i suoi primi adepti e luogotenenti. Spiccano tra questi il fratello minore Rodolfo, il ventiduenne laureato in legge Giacomo Greppi (di tutti il più colto e sottile), il contabile Giovanni Battista Pelagalli, i fratelli Luigi e Giuseppe Ceschi, il pittore Mauro Gandolfi, cui presto si aggiungono il ventinovenne Gabriele Riario, appartenente a una delle casate di più antico e nobile lignaggio, e il conte Cesare Massimiliano Cini. A parte Pelagalli e i due Ceschi, di condizione non eccelsa e votati a un futuro di «rivoluzionari professionali», si tratta di giovani di famiglia aristocratica o borghese, privi ancora di qualsiasi contatto con i nuclei democratici di altre città e trascinati all'azione più dall'istinto o dall'ambizione che da convinzione intima - quando non plagiati, come nel caso di Riario, dal carisma e dall'esuberanza di Gioannetti.

http://www.deriveapprodi.org/
 
Vecchio 28-07-2008, 22.56.35
Cilia
 
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Descrizione

Siamo abituati a pensare che per vivere una vita lunga e sana dovremmo abitare in campagna, lontani da traffico e inquinamento, tenere sotto controllo tutti gli innumerevoli fattori di rischio per la nostra salute (fumo, grassi, zuccheri, ma anche vita sedentaria, stress, onde elettromagnetiche) e controllare periodicamente lo stato del nostro corpo con esami vari, visite specialistiche e check up completi. Siamo abituati a pensare così perché da decenni i medici ripetono incessantemente che prevenire è meglio che curare. Roberto Volpi, è andato a fare le pulci ai risultati di decenni di medicina preventiva, e ha scoperto alcune cose letteralmente sconvolgenti: più della metà degli esami, delle visite, del lavoro del sistema sanitario nazionale sono effettuati su persone del tutto sane, eppure la speranza di vita degli italiani è cresciuta molto di più quando la sanità preventiva non esisteva. Le grandi campagne di screening sono praticamente inutili dal punto di vista della prevenzione, mentre causano enormi stress e sofferenze psicologiche nei casi di prime diagnosi sbagliate. Numeri alla mano, Volpi racconta le bugie e i fallimenti della medicina italiana, e l'enorme impiego di risorse, pubbliche e private, che si riversano in direzione di una prevenzione impossibile e inutile, in un vortice di sprechi che dovrebbe essere fermato.

Roberto Volpi, statistico, ha progettato il Centro nazionale di documentazione e analisi per l'infanzia e l'adolescenza del ministero del Welfare.
 
Vecchio 29-07-2008, 16.43.43
Cilia
 
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Descrizione:

I grassi, soprattutto quelli di origine animale, sono sempre stati presenti nella dieta dell'uomo. Tutti i popoli del mondo, quando hanno potuto, si sono procurati cibi grassi, ritenendoli istintivamente preziosi per il loro benessere. Sono una parte importante di tutte le diete tradizionali e hanno aiutato il genere umano nella sua evoluzione.
Improvvisamente negli anni '50, vengono messi all'indice.
In particolare, sono il colesterolo e i grassi saturi, che si trovano prevalentemente negli alimenti di origine animale, ad essere associati all'aumento delle morti per infarto nei Paesi occidentali. Nasce così la "Teoria Lipidica" e questi grassi diventano "fattori di rischio" non solo per il cuore, ma anche per altre malattie, tra cui il cancro.
Da allora, gli esperti ci hanno convinto a ridurre il consumo dei cibi ricchi di colesterolo, che occlude le arterie, e ad aumentare quello degli oli polinsaturi, che invece le "puliscono". Soprattutto ci hanno insegnato a rifuggire dai grassi animali, come se fossero la peste.
In seguito a questa martellante e non sempre disinteressata propaganda medica, le nostre abitudini alimentari hanno subito un cambiamento epocale. Via il burro, lo strutto, il lardo e quant'altro contenga gli odiati grassi e largo alle margarine e alla pletora di alimenti scremati, sgrassati e "dietetici".
Via l'olio di oliva e la panna e largo agli oli di semi ricchi di polinsaturi. Così, abbiamo rinunciato a cibi che hanno fatto parte della nostra millenaria tradizione alimentare a favore di prodotti manipolati dalle industrie alimentari. Abbiamo guardato con sospetto alimenti davvero naturali, completi, ricchi di nutrienti e fattori protettivi (vitamine, minerali, antiossidanti) e accettato sulle nostre tavole prodotti impoveriti, devitalizzati e in cui spesso si nascondono i pericolosi grassi idrogenati.
Le nuove tendenze alimentari grasso-fobiche non solo non hanno debellato le malattie cardiovascolari, ma hanno contribuito all'aumento dell'obesità e del diabete: due condizioni strettamente legate al rischio cardiovascolare. Si sono condannati i cibi grassi e si è favorito un eccessivo consumo di carboidrati. Paradossalmente abbiamo ridotto i grassi alimentari, ma siamo diventati tutti più grassi!
La verità è che il colesterolo e i grassi saturi non sono la causa delle malattie cardiovascolari. Seguire una dieta povera di grassi non vi fa vivere più a lungo. La "Teoria Lipidica", che così tanto ha condizionato le nostre abitudini alimentari, non è mai stata dimostrata e rimane una semplice teoria. Dietro alle campagne antigrassi o per ridurre il colesterolo nel nostro sangue con l'uso di farmaci, si nascondono colossali interessi economici.
Con questo mio libro intendo smontare il "mito del colesterolo", spiegarvi da dove tutto è nato, dissipare le vostre paure nei confronti dei grassi e riabilitare l'onore alimentare di cibi da troppo tempo demonizzati, come ad esempio il burro, la pancetta e le uova, che oltre ad essere una fonte di preziosi nutrienti, danno gusto e piacere al nostro mangiare.

SCHEDA AUTORE
Francesco Perugini Billi

Francesco Perugini Billi è laureato in Medicina e Chirurgia presso l’Università degli Studi Milano. Si è perfezionato in Biotecnologie e Medicina naturale all’Università di Milano e in Fitoterapia all’Università di Siena. È diplomato in Omeopatia e Omotossicologia. Alla libera professione, affianca l’attività di conferenziere e di docente, sia in Italia sia all’estero.
 
Vecchio 29-07-2008, 18.30.39
radio londra
 






la mercificazione della nostalgia ci propina un passato che non è mai esistito.
L'agiografia santifica politici contaballe e reinventa le loro gesta opportunistiche come momenti di grande spessore morale.


dalla prima pagina di American Tabloid

[Ellroy, rivisita i miti americani con una durezza mai letta prima, e ne scopre tutti i lati oscuri. Il miglior scrittore americano di genere, figlio legittimo del miglior hard- boiled ma ancora più disincantato]

ps leggere prima ATabloid dopo sei pezzi da mille
 
Vecchio 30-07-2008, 21.28.16
Daruma
 
 
Vecchio 30-07-2008, 22.04.10
Juliet
 
Viva il Capomastro

Carlo Garrante Garrone


nell'anno MCMXLV

scelti raccolti e ordinati

a florilegio

per uso di meditate memorie

sotto le mentite spoglie

di

Isidorio Pagnotta

prefazione di


Giancarlo caselli






























 
Vecchio 07-08-2008, 16.10.24
mormore
 



The Uncommon Reader o La Sovrana lettrice

"Un pizzico di impertinenza, qualche goccia di intellettualismo e humour q.b.. Se il maitre è Alan Bennett, il risultato finale non può che essere esilarante e so british! D’altronde la protagonista della vicenda è nientemeno che sua maestà Elisabetta II, quella dei cappellini per intenderci. Un’amorevole vecchietta che ha conosciuto tutti quelli che contano, ha visto tre volte le cascate del Niagara e non ne può più di inaugurare mense aziendali e caseifici. A salvarla dalla sua regale routine ci pensa un improvviso e tardivo amore per la lettura, causato dall’involontario incontro con una biblioteca circolante che si ferma proprio davanti alle cucine di Buckingham Palace. La Regina causa scompiglio con il suo ingresso ma, cortese per contratto, non può esimersi dal chiedere un libro in prestito. Basta poco perché la lettura la catturi completamente, rendendola insofferente agli impegni di corte e colpevole di imperdonabili leggerezze, quali indossare due volte la stessa spilla e arrivare in ritardo agli impegni ufficiali. Guidata da Norman, ex sguattero con una predilezione sospetta per gli autori gay, la Regina leggerà mezza biblioteca nazionale, suscitando la malcelata irritazione della corte, di dignitari poco preparati e di malcapitati sudditi che alla fatidica domanda “cosa sta leggendo” si trovano a improvvisare risposte come “la Bibbia?”.
Folgorante l’incipit, nel quale si racconta del povero presidente francese interpellato a bruciapelo su Jean Genet:
Non essendo stato ragguagliato sul glabro drammaturgo e romanziere, il presidente si guardò attorno stravolto in cerca del ministro della Cultura. Ma costei era immersa in conversari con l’arcivescovo di Canterbury.
«Jean Genet,» ripeté premurosa la regina «vous le connaissez?».
«Bien sûr» disse il presidente.
«Il nous intéresse» ribadì Sua Maestà.
«Vraiment?». Il presidente posò il cucchiaio. Lo attendeva una lunga serata.

Un piccolo libro, una lettura arguta e deliziosa, a partire dal personaggio della Regina (che parla sempre usando il plurale maiestatis), un atto d’amore nei confronti del potere sconvolgente della lettura condotto con garbo e stile puramente inglese."



http://gelatoalveleno.blog.kataweb.it/

Divertente,leggero,corto...perfetto anche in spiaggia :-)
 
Vecchio 07-08-2008, 16.44.22
Juliet
 
[center]





Non avevo capito Niente


di Diego de Silva




Prendete la persona più simpatica che conoscete:
Poi quella più intelligente:
Adesso quella più stupida e infantile.
Più generosa.
Più matta.
Mescolate bene.
Ecco, grosso modo, il protagonista di questo libro.

"Dicono che la felicità si trova nelle piccole cose. Sapeste l'infelicità."








"Ho cominciato a raccontare da troppo lontano: anzi, no, perchè lontano è una distanza. Raccontare da lontano vuol dire partire da un punto e arrivare su un bordo dopo il quale non c'è più niente, eppure tu rimani lì a guardarti intorno come se ci fosse qualcosa che dovresti avere capito. Io invece ho cominciato da una tesi sostenuta, che poi non sarebbe nemmeno un problema, se sapessi dove andrò a finire.

Mi sa che questo è il mio limite: mi mancano le conclusioni, nel senso che ho l'impressione che niente finisca mai veramente.

Io vorrei, vorrei davvero che i dispiaceri scaduti, le persone sbagliate, le risposte che non ho dato, i debiti contratti senza bisogno, le piccole meschinità che mi hanno avvelenato il fegato, tutte le cose a cui ancora penso , le storie d'amore soprattutto , sparissero dalla mia testa e non si facessero più vedere, ma sono pieno di strascichi, di fantasmi disoccupati che vengono spesso a trovarmi. "
 
Vecchio 16-08-2008, 00.36.23
Alessandra
 
L'amore umano

Andrei Makine




Un incanto di libro che sa parlare senza vergogna di amore nella crudezza feroce e sanguinaria della realtà umana che racconta.
E lo sa fare in profondità.


Eccovi il risvolto di copertina:

"L'esistenza del piccolo Elias Almeida è tutta racchiusa nell'«incavo caldo e morbido del gomito della madre»: nel tepore in cui nasconde il volto e trova rifugio, scorre una vita diversa, lontana dalle tragedie che sconvolgono l'Angola nei primi anni Sessanta. Ma è un rifugio malsicuro e l'altra realtà non tarda a raggiungerlo: la madre, costretta a prostituirsi per mantenerlo, viene uccisa dai militari portoghesi, lui si aggrega alla resistenza anticoloniale, ritrova il padre combattente, incontra un Che Guevara deluso dai mancati progressi della rivoluzione in Africa; a Cuba impara a usare le armi, a Mosca conclude il suo apprendistato politico e militare, subisce diverse umiliazioni, scopre che l'uomo nuovo promesso da Lenin fatica ad emergere; ma soprattutto incontra Anna: nel gelo puro e cristallino di un villaggio siberiano, dove trascorrono insieme qualche giorno, Elias intravede «la luce dell'altra vita».
Ma sarà solo un istante: la Storia, la Storia degli ultimi decenni del Ventesimo secolo con i suoi ideali, le sue speranze, le sue atroci illusioni lo chiama; e lui risponde, convinto com'è che la liberazione del suo paese porterà con sé anche l'emancipazione sociale e umana dei suoi connazionali, che la Rivoluzione debba implicare un rinnovamento profondo dell'uomo: a che serve, altrimenti, combattere? E quanto più - dall'Angola a Mogadiscio - la situazione si incancrenisce, tanto più Elias diventa una semplice rotella di un gigantesco e crudele ingranaggio, quanto più diventa difficile tenere fede agli ideali, tanto più intenso diventa il bisogno di ritrovare il calore dell'infanzia, i silenzi e l'umanità pura di quel villaggio siberiano."
 
Vecchio 17-08-2008, 11.45.00
foglie di acqua
 
Un libro di poesie. Una poesia che è come una “voce di silenziosa polvere sottile” che esprime il senso di passaggio e di precarietà, il sentirsi sempre un ospite…
“Ospite con le pagine del tempo di un lettore,
iscritto a niente, ospite incallito, ancora oggi entrando
a casa vuota
da un viaggio, mi scappa di chiedere: “Permesso?”.





Erri De Luca

L’ospite incallito

Einaudi, Torino 2008












PERCORSI L' AUTORE NAPOLETANO TORNA AI VERSI CON UNA RACCOLTA DALLA FLUIDITÀ QUASI NARRATIVA


Erri De Luca, l' ospite «incallito» della poesia


Brevini Franco



Erri De Luca torna alla poesia. Dopo Opera sull' acqua e altre poesie del 2002 (Einaudi) e Solo andata. Righe che vanno troppo spesso a capo del 2005 (Feltrinelli), ecco L' ospite incallito (Einaudi, pp. 72, 8). Ancora una volta lo scrittore napoletano si muove negli immediati dintorni della sua narrativa, firmando una poesia in cui convivono due aspetti apparentemente contrastanti: da una parte la ricerca di colloquialità, dall' altra lo scavo entro una parola pesante, biblica, fortemente scandita, che trasmette valori. Due estremi che sono esemplificati, il primo dal monologo a sfondo dialettale dell' Estate del ' 43, il secondo dalla prosa E non disse che precede le quattro sezioni della raccolta. Chi segua le vicende della poesia contemporanea è colpito dall' autonomia dei testi di De Luca, che non appare riconducibile ad alcun filone, né esibisce i tic dei poeti professionisti. De Luca è semplicemente uno scrittore che sente di doversi ritagliare, accanto alla prosa, uno spazio espressivo nel quale il suo mondo si affidi alle «righe che vanno troppo spesso a capo». Proprio per questo non stupisce che le sue poesie siano spesso nuclei narrativi condensati, storie contratte nel breve giro di qualche verso: si vedano Maniera o La bambina. La poesia è per De Luca anche uno spazio di sperimentazione in cui abbandonarsi alle tentazioni più disparate: valgano per tutte - e ancora una volta cito due opposti - la fulmineità con cui abbozza una storia e, per contrasto, la lunga serie di variazioni, articolate con un gusto virtuosistico di tipo barocco del Prontuario per il brindisi di capodanno o Cinquanta. Se si volesse approfondire un po' lo scavo in questa raccolta per risalire alle ragioni profonde della poesia di De Luca, occorrerebbe partire dal titolo: L' ospite incallito, che richiama espressioni di uso comune come «fumatore incallito», «criminale incallito», «peccatore incallito». Qual è il pavesiano vizio assurdo di De Luca? È la provvisorietà di chi si percepisce sempre e solo come ospite, di chi ha le valige sempre aperte perché è di passaggio. È una disposizione psicologica prima di tutto, ma è anche una visione del mondo che rimanda a un atteggiamento antitetico al civilizzatore illuminista. De Luca è un alpinista come me e sa cosa vuol dire salire una montagna sulla punta delle dita, sfiorando la roccia, appiglio dopo appiglio. Ecco un modo emblematico di passare nel mondo. Non c' è conquista tipo croci o bandierine piantate sulla vetta. C' è invece un atteggiamento che è fatto di discrezione, rispetto, senso della fragilità delle cose, riconoscenza. E la poesia? Ce lo dice Erri stesso: è «voce di polvere sottile», che comincia a parlare quando Dio tace. Ma non è il silenzio numinoso e terribile dei mistici. Semplicemente Dio ha fatto la sua parte e ora spetta all' uomo intonare il suo canto, aggiungere le sue linee, con il ritmo del respiro e il battito del cuore: appunto, come scalando una montagna.

18 luglio 2008

http://www.corriere.it
 
Vecchio 22-08-2008, 11.32.11
wiwi
 
La caccia

Io e i criminali di guerra

di Carla Del Ponte


Nessuno avrebbe immaginato, alla fine degli anni ottanta, con la caduta del Muro di Berlino, che l’Europa avrebbe conosciuto di nuovo il dramma della guerra civile e del genocidio. Di lì a poco, invece, la dissoluzione della ex repubblica federale jugoslava avrebbe scatenato i peggiori miasmi nazionalistici in una serie di conflitti che avrebbero insanguinato tutti gli anni novanta. Eccetto la Slovenia, in rapida sequenza Croazia, Serbia, Bosnia-Erzegovina e Kosovo avrebbero acceso una guerra civile che nel corso degli anni avrebbe toccato punte di intensità drammatica, come per certi versi testimonia la strage di Srebenica ai danni di settemila bosniaci musulmani.
Anche in Africa, nella regione dei Grandi laghi, nel 1994 si accende una drammatica guerra civile, un vero e proprio genocidio pianificato a tavolino, che vede in azione due etnie: tutsi e hutu.Una vera e propria carneficina avvenuta nel silenzio complice delle potenze occidentali e anche dell’Onu.
Per giudicare i criminali di guerra, l’Onu nel maggio 1993 decide di istituire, all’Aja, un vero e proprio tribunale. Si tratta della prima corte istituita in Europa a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale. L’incarico di pubblico ministero viene affidato a Carla Del Ponte. Il suo lavoro presso i tribunali delle Nazioni Unite ha permesso l’arresto e la conduzione in giudizio di decine di persone accusate di genocidio e altri crimini di guerra. Tra questi Slobodan Milošević, presidente della Serbia, Théoneste Bagosora, capo militare degli hutu accusato di aver programmato il genocidio ruandese, e di istruire prove contro due tra i ricercati più importanti al mondo, Radovan Karadžić e il generale Ratko Mladić, accusato del massacro di Srebenica.

http://www.swissinfo.ch/ita/rubriche...58540000&ty=st
 
Vecchio 27-08-2008, 21.29.55
Jacaranda
 
Oliver Sacks
Musicofilia
Biblioteca Adelphi







Un giorno, a New York, Oliver Sacks partecipa all’incontro organizzato da un batterista con una trentina di persone affette dalla sindrome di Tourette: tutti appaiono in preda a tic contagiosi, che si propagano «come onde». Poi il batterista inizia a suonare – e come per incanto il gruppo lo segue con i tamburi, fondendosi in una perfetta sincronia ritmica. Questo stupefacente esempio è solo una particolare variante del prodigio di «neurogamia» che si verifica ogniqualvolta il nostro sistema nervoso ‘si sposa’ a quello di chi ci sta accanto attraverso il medium della musica.

Presentando questo e molti altri casi con la consueta capacità di immedesimazione, in Musicofilia Sacks esplora la straordinaria robustezza neurale della musica e i suoi nessi con le funzioni e disfunzioni del cervello. Allucinazioni sonore, amusia, disarmonia, epilessia musicogena: da quali inceppi nella connessione a due vie fra sensi e cervello sono causate?
Come sempre l’indagine su ciò che è anomalo getta luce su fenomeni di segno opposto: l’orecchio assoluto, la memoria fonografica, l’intelligenza musicale e soprattutto l’amore per la musica – un amore che può divampare all’improvviso, come nel memorabile caso del medico che, colpito da un fulmine, viene assalito da un «insaziabile desiderio di ascoltare musica per pianoforte», suonare e persino comporre.

Grazie alle testimonianze dei pazienti di Sacks ci troviamo così a riconsiderare in una nuova prospettiva appassionanti interrogativi, e assistiamo ai successi della musicoterapia su formidabili banchi di prova quali l’autismo, il Parkinson, la demenza. Dai misteriosi sogni musicali che ispirarono Berlioz, Wagner e Stravinskij, alla possibile amusia di Nabokov, alla riscoperta dell’«enorme importanza, spesso sottostimata, di avere due orecchie»: ogni storia cui Sacks dà voce illumina uno dei molti modi in cui musica, emozione, memoria e identità si intrecciano, e ci definiscono.


"Una tale inclinazione per la musica traspare già nella prima infanzia, è palese e fondamentale in tutte le culture e probabilmente risale agli albori della nostra specie. Questa 'musicofilia' è un dato di fatto della natura umana. Può essere sviluppata o plasmata dalla cultura in cui viviamo, dalle circostanze della vita o dai particolari talenti e punti deboli che ci caratterizzano come individui; ciò nondimeno, è così profondamente radicata nella nostra natura da imporci di considerarla innata, proprio come Edward O. Wilson considera innata la 'biofilia', il nostro sentimento verso gli altri esseri viventi. (Forse la stessa musicofilia è una forma di biofilia, giacché noi percepiamo la musica quasi come una creatura viva)".
 
Vecchio 08-09-2008, 00.59.55
Alessandra
 
La vita davanti a sè - Romain Gary

Lo sto ancora leggendo, ma dalle prime pagine ero già certa di trovarmi di fronte a pagine straordinarie.
Ve lo propongo senza avere ancora concluso la sua lettura, per non farvi perdere tempo.
A me dispiace di non averlo letto fino ad ora, visto che è stato pubblicato nel 1975.

La vita davanti a sè

Omain Gary






Ecco qualche notizia sul suo sorprendente autore e sulla storia che racconta questo libro straordinario:

Il pomeriggio del 3 dicembre del 1980, Romain Gary si recò da Charvet, in place Vendôme a Parigi, e acquistò una vestaglia di seta rossa. Aveva deciso di ammazzarsi con un colpo di pistola alla testa e, per delicatezza verso il prossimo, aveva pensato di indossare una vestaglia di quel colore perché il sangue non si notasse troppo.
Nella sua casa di rue du Bac sistemò tutto con cura, gli oggetti personali, la pistola, la vestaglia. Poi prese un biglietto e vi scrisse: «Nessun rapporto con Jean Seberg. I patiti dei cuori infranti sono pregati di rivolgersi altrove». L'anno prima Jean Seberg, la sua ex moglie, l'attrice americana, l'adolescente triste di Bonjour tristesse, era stata trovata nuda, sbronza e morta dentro una macchina. Aveva 40 anni. Si erano sposati nel 1962, 24 anni lei, il doppio lui.
Il colpo di pistola con cui Romain Gary si uccise la notte del 3 dicembre 1980 fece scalpore nella società letteraria parigina, ma non giunse completamente inaspettato. Eroe di guerra, diplomatico, viaggiatore, cineasta, tombeur de femmes , vincitore di un Goncourt, Gary era considerato un sopravvissuto, un romanziere a fine corsa, senza più nulla da dire. Pochi mesi dopo la sua morte, il colpo di scena. Con la pubblicazione postuma di Vie et mort d'Emile Ajar, si seppe che Emile Ajar, il romanziere più promettente degli anni Settanta, il vincitore, cinque anni prima, del Goncourt con La vita davanti a sé, l'inventore di un gergo da banlieu e da emigrazione, il cantore di quella Francia multietnica che cominciava a cambiare il volto di Parigi, altri non era che Romain Gary. A trent'anni di distanza dalla sua prima edizione, la Biblioteca Neri Pozza pubblica questo capolavoro della letteratura francese contemporanea. «Venti anni prima di Pennac e degli scrittori dell'immigrazione araba, ecco la storia di Momo, ragazzino arabo nella banlieu di Belleville, figlio di nessuno, accudito da una vecchia prostituta ebrea, Madame Rosa» (Stenio Solinas).
È la storia di un amore materno in un condominio della periferia francese dove non contano i legami di sangue e le tragedie della storia svaniscono davanti alla vita, al semplice desiderio e alla gioia di vivere. Un romanzo toccato dalla grazia, in cui l'esistenza è vista e raccontata con l'innocenza di un bambino, per il quale le puttane sono «gente che si difende con il proprio culo», e «gli incubi sogni quando invecchiano».


http://www.neripozza.it/collane_dett...l=4&id_lib=111
 
Vecchio 11-09-2008, 22.21.35
Cilia
 
Ne ho sentito un accenno stamattina alla radio: Latouche Serge - Breve trattato sulla decrescita serena.

In sintesi
La decrescita - sostiene l'autore - non è la crescita negativa. Sarebbe meglio parlare di "acrescita", così come si parla di ateismo. D'altra parte, si tratta proprio dell'abbandono di una fede o di una religione (quella dell'economia, del progresso e dello sviluppo). Se è ormai riconosciuto che il perseguimento indefinito della crescita è incompatibile con un pianeta finito, le conseguenze (produrre meno e consumare meno) sono invece ben lungi dall'essere accettate. Ma se non vi sarà un'inversione di rotta, ci attende una catastrofe ecologica e umana. Siamo ancora in tempo per immaginare, serenamente, un sistema basato su un'altra logica: quella di una "società di decrescita".

Un'intervista con l'autore
 
Vecchio 12-09-2008, 01.43.39
Alessandra
 
E' un po' che se ne risente parlare.
Una volta facevano la parte delle Cassandra, ora hanno qualche titolo in più per essereaccreditati.
Giorni fa ho curiosato qui e là e ho letto in breve su wikipedia il pensiero di colui che inventò il termine "decrescita".

"Nicholas Georgescu-Roegen
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.


Nicholas Georgescu-Roegen (Costanza, 4 febbraio 1906 – Nashville, 30 ottobre 1994) è stato un economista rumeno, fondatore della bioeconomia (o economia ecologica).

Nato in Romania, si laureò in Statistica all'Università Sorbona di Parigi, ebbe importanti incarichi pubblici nel suo paese.

Nel 1946 emigrò negli Stati Uniti d'America; in passato aveva già avuto modo di conoscere quel paese dove si era già recato per studiare con Joseph A. Schumpeter che lo indirizzò verso gli studi in economia.

Fu professore di economia presso la Vanderbilt University di Nashville, Tennessee. La sua opera principale è The Entropy Law and the Economic Process pubblicata nel 1971.

Il pensiero economico di Georgescu-Roegen

Georgescu-Roegen (in particolare nelle opere posteriori al 1970), sostiene che qualsiasi scienza che si occupi del futuro dell'uomo, come la scienza economica, deve tener conto della ineluttabilità delle leggi della fisica, ed in particolare del secondo principio della termodinamica, secondo il quale alla fine di ogni processo la qualità dell'energia (cioè la possibilità che l'energia possa essere ancora utilizzata da qualcun altro) è sempre peggiore rispetto all'inizio.

Qualsiasi processo economico che produce merci materiali diminuisce la disponibilità di energia nel futuro e quindi la possibilità futura di produrre altre merci e cose materiali.

Inoltre, nel processo economico anche la materia si degrada ("matter matters, too"), ovvero diminuisce tendenzialmente la sua possibilità di essere usata in future attività economiche: una volta disperse nell'ambiente le materie prime precedentemente concentrate in giacimenti nel sottosuolo, queste possono essere reimpiegate nel ciclo economico solo in misura molto minore ed a prezzo di un alto dispendio di energia.

Materia ed energia, quindi, entrano nel processo economico con un grado di entropia relativamente bassa e ne escono con un'entropia più alta. Da ciò deriva la necessità di ripensare radicalmente la scienza economica, rendendola capace di incorporare il principio dell'entropia e in generale i vincoli ecologici.

Bibliografia

Libri di Georgescu-Roegen in lingua italiana

* Energia e miti economici, Torino: Bollati Boringhieri, 1998.
* Bioeconomia, Torino: Bollati Boringhieri 2004.

Opere di Georgescu-Roegen

* Analytical Economics: issues and problems, Cambridge, Mass.: Harvard University Press 1966, tr. it. parziale in col titolo: Analisi economica e processo economico, Firenze: Sansoni 1973 .
* The Entropy Law and the Economic Process, Cambridge, Mass.: Harvard University Press 1971.
* "Energy and economic myths", Pergamon
* "The entropy law and the economic problem", in: H. Daly (ed.), "Toward a steady-state economy", San Francisco, Freeman, 1973, p. 37-49; traduzione italiana in N. Georgescu-Roegen, Energia e miti economici, Torino: Bollati Boringhieri 1998, p. 25-38.
* "The entropy law and the economic process", Cambridge (USA): Harvard University Press, 1971;
* "Process analysis and the neoclassical theory of production" American Journal of Agricultural Economics, 54, (2), 279-294, maggio 1972)
* "Energy and economic myths", Conferenza alla Yale University, 8 novembre 1972; Southern Economic Journal, 41, 347-381 (1975); The Ecologist, 5, (5), 164-174 (June 1975), e 5, (7), 242-252 (August-September 1975); traduzione italiana col titolo: "Energia e miti economici", in: "Energia e miti economici", 1998, p. 39-92
* "L'economia politica come estensione della biologia"; Conferenza tenuta all'Università di Firenze il 14 maggio 1974, Note Economiche (Monte dei Paschi di Siena), 2, 5-20 (1974)
* "Mechanistic dogma and economics", Methodology and Science, 6, (3), 174-184, 1974.
* "Dynamic models and economic growth", Economie appliquee, 27, (4), 529-563 (1974); World Development, 3, (11-12), 765-783 (1975); anche in: "Energy and economic myths", p. 235-253; in: G. Schwoediauer (editor), "Equilibrium and disequilibrium in economic theory", Dotrdrecht, Reidel, 1977, p. 413-499
* "Bioeconomic aspects of entropy", in: L. Kubat e J. Zeman (editors), "Entropy and information in science and philosophy", Prague, Academia, 1975, Elsevier, 1976, p. 125-142; traduzione inedita di Tonino Drago col titolo: "Termodinamica, economia e programmazione energetica", 1980
* "Technology and economic policy", in: H.L. Hartman (editor), "Proceedings of centennial Symposium on Technology and public policy, Vanderbilt University, 6-7 November 1975", Nashville (USA), Vanderbilt University, 1975, p. 43-50
* "Economics or bioeconomics", American Economic Association Meetings, Dallas, 29 dicembre 1976 "A different economic perspective", Paper read at the Boston Meeting of the American Association for the Advancement of Science, 21 February 1976
* "Energy and economic myths. Institutional and analytical economic essays", New York, Pergamon, 1976; traduzione parziale in: "Energia e miti economici", Torino, Bollati Boringhieri, 1998 * "Economics and mankind's ecological problems", in: "U.S. Economic growth from 1976 to 1986. Prospects, problems and patterns", Joint Economic Committee, Congress of the United States, Washington, DC, 1976, vol. 7, p. 62-91
* "Bioeconomics: a new look at the nature of the economic activity", in: L. Junker (editor), "The political economy of food and energy", Ann Arbor, University of Michigan, 1977, p. 105-134
* "What thermodynamics and biology can teach economists", Conferenza alla Atlantic Economic Association, Washington, 15 ottobre 1976; Atlantic Economic Journal, 5, (1), 13-21 (March 1977)
* "The steady-state and ecological salvation: a thermodynamic analysis", BioScience, 27, (4), 266-270 (April 1977); traduzione italiana col titolo: "Lo stato stazionario e la salvezza ecologica: un'analisi termodinamica", in: Economia e Ambiente, 3, (1), 5-17 (gennaio-marzo 1984); nuova traduzione italiana in "Energia e miti economici", 1998, p. 93-107
* "Matter matters too", in: K.D. Wilson (editor), "Prospects for growth: changing expectations for the future", New York, Praeger, 1977, p. 293-313
* "The role of matter in the substitution of energies" (Third International Colloquium on Petroleum Economics, Quebec, 3-5 November 1977), in: A. Ayoub (editor), "Energy, international cooperation on crisis", Quebec, Presses de l'Universite Laval 1979, p. 119-131
* "Inequality, limits and growth from a bioeconomic viewpoint", Review of Social Economy, 35, 361-375 (December 1977), tr. it Bioeconomia, Torino: Bollati Boringhieri 2004.
* "Matter: a resource ignored by thermodynamics", World Conference on future sources of organic materials (Toronto, 10-13 July 1978); in: L.E. St.Pierre e G.R. Brown (editors), "Future sources of organic raw materials CHEMRAWN I", Oxford, Pergamon 1980, p.79-87 "Technology assessment: the case of the direct use of solar energy", Atlantic Economic Journal, 6, (4), p. 15-21 (December 1978)
* "De l'economie politique a la bioeconomie", Revue d'Economie Politique, 88, (3), 338-381(1978)
* "La decroissance", Lausanne, Editions Pierre-Marcel Favre, 1979; nuova edizione, Paris, Editions Sang de la Terre, 1995 (raccolta di numerosi saggi di Georgescu-Roegen, a cura di J. Grinevald) * "Energy and matter in mankind's technological circuit", Journal of Business Administration, 10, 107-127 (Fall 1978) in: P. N. Nemetz (editor), "Energy policy: the global challenge", Toronto, Butterworth, 1979, p. 107-127
* "Myths about energy and matter", Lexington Conference on Energy, April 27-28 1978; Growth and Change, 10, (1), 16-23 (January 1979)
* "Energy analysis and economic valuation"; Southern Economic Journal, 45, (4), 1023-1058 (April 1979); traduzione italiana col titolo: "Analisi energetica e valutazione economica", e con modifiche, in: "Energia e miti economici", 1998, p. 39-92
* "Comments on the papers by Daly and Stiglitz"; in: V. Kerry Smith (editor), "Scarcity and growth reconsidered", Baltimore, Johns Hopkins University Press, 1979, p. 95-105
* "Methods in economic science"; Journal of Economic Issues, 13, 317-328 (June 1979)
* "Afterword", in: J. Rifkin, "Entropy: a new world view", New York, Viking, 1980, 261-269; traduzione italiana col titolo "Postfazione" in J. Rifkin, "Entropia", Milano, Mondadori, p. 283-291; nuova edizione ampliata in J. Rifkin, "Entropy in the greenhouse world", New York, Bantham Books, 1989, p. 299-307
* "Energetic dogma, energetic economics, and viable technologies", in: "Advances in the economics of energy and resources", JAI Press, 4, 1-39 (1982); traduzione italiana in "Energia e miti economici", 1998, p. 161-204
* "La degradation entropique et la destinee prometheique de la technologie humaine", Economie Appliquee, 35, (1/2), 1-26 (1982); Entropie, numero speciale, 76-86 (1982); traduzione italiana col titolo: "Economia e degradazione della materia: il destino prometeico della tecnologia umana", Economia e Ambiente, 4, (4), 5-29 (ottobre-dicembre 1985).

Studi di altri autori

* Grinevald, Jacques "Georgescu-Roegen, bioeconomia e biosfera" in: Marco Bonaiuti (a cura di), Obiettivo decrescita, Bologna: EMI 2004.
* Zamagni, Stefano Georgescu-Roegen. I fondamenti della teoria del consumatore" Bologna: Etas, 1979.
* Mayumi, K. 1995. Nicholas Georgescu-Roegen (1906-1994): an admirable epistemologist. Structural Change and Economic Dynamics 6: 115-120.
* Mayumi,K. and Gowdy, J. M. (eds.) 1999. Bioeconomics and Sustainability: Essays in Honor of Nicholas Georgescu-Roegen. Cheltenham: Edward Elgar.
* Mayumi, K. 2001. The Origins of Ecological Economcs: The Bioeconomics of Georgescu-Roegen. London: Routledge.

Voci correlate

* Serge Latouche
* Ivan Illich
* Decrescita
 
Vecchio 28-09-2008, 11.13.39
Cilia
 
Dalla caverna alla casa ecologica
Sottotitolo: Storia del comfort e dell’energia

Autore: Federico Butera

PRESENTAZIONE:
Un brillante excursus sulla vita quotidiana dei nostri antenati e sui livelli di comfort che le tecnologie del tempo hanno via via consentito, fino all’ipotesi di una casa davvero “sostenibile” e disponibile per tutti. Il racconto della lunga strada verso il comfort domestico a partire dalla caverna dei nostri progenitori, passando dalla casa dell’antica Roma e dalle dimore medievali e rinascimentali fino alla vita quotidiana superaccessoriata del benessere contemporaneo (ma solo occidentale). Un cammino scandito da invenzioni geniali e da tecnologie sempre più raffinate, dall’introduzione del vetro alle finestre e del riscaldamento fino all’arrivo dell’acqua in casa e alla svolta dell’elettricità. E da lì la rincorsa verso un modo di vivere infinitamente più confortevole, circondato da apparecchiature sempre più raffinate di cui sembra non si possa più fare a meno.
Le nostre case sono oggi macchine energivore, sostenute da tecnologie che hanno radicalmente trasformato il comfort e la qualità della vita. Una rivoluzione basata sull’assunto che l’energia (fossile) sia a disposizione in modo illimitato e che la combustione non provochi alcun danno al clima e alla qualità dell’aria.
Il comfort ci pone invece di fronte al dilemma dei suoi costi economici, sociali e ambientali. Come è possibile allora pensare a una casa che, pur disponendo di tutto ciò a cui difficilmente oggi potremmo rinunciare, sia davvero sostenibile in termini energetici e di progettazione? Come ripensare l’energia per la città? E come dimenticare che a gran parte della popolazione mondiale ogni comfort è ancora negato?
Occorre non solo ripensare le scelte progettuali delle nostre case, ma anche aprire le porte alle energie rinnovabili e intervenire sui sistemi di conversione e distribuzione dell’energia.
In realtà è già possibile oggi costruire “case sostenibili” in un contesto più comodo, più bello, più complesso e sofisticato dell’attuale. Un mondo che si può lasciare con orgoglio a chi ci seguirà è un mondo fattibile, non un’utopia: le tecnologie che occorrono per cominciare ci sono già e altre sono all’orizzonte. Migliori, più efficienti, più a buon mercato.
 
Vecchio 29-09-2008, 10.46.58
foglie di acqua
 
Un saggio interessante… per chi ama la voce.











Laura Pigozzi
A nuda voce. Vocalità, inconscio, sessualità, Antigone 2008



Laura Pigozzi ci propone in questo saggio una "psicoanalisi della voce". Il volume - che offre spunti di grande suggestione anche per i frequenti richiami alla letteratura e alla poesia - rivisita in chiave psicoanalitica temi ben noti a chi si occupa professionalmente della voce: l'ascolto, il timbro e il ritmo, l'intonazione, l'improvvisazione jazzistica. Inoltre, la sorprendente somiglianza morfologica tra le corde vocali (maschili e femminili), quali risultano alla telelaringoscopia, e le 'labbra' del sesso femminile rende piu' seducente la tesi sostenuta dall'autrice che ci parla di una stretta parentela tra l'estasi del godimento femminile e una sorta di onda sonora interna prodotta dalla voce attraverso il corpo di chi canta. Sul piano della clinica, il volume discute l'inflessione della voce, gli inciampi, i lapsus, le balbuzie, il silenzio dei soggetti autistici, la voce che all'improvviso cambia in un momento cruciale della seduta psicoanalitica.






Introduzione

La voce da sempre affascina. Perché? Essa è un segno dell’umano, un marcatore di differenza dal mondo animale. Ma non può essere solo per questo che ci cattura; la voce appassiona l’uomo almeno fin dal tempo delle Sirene, che erano per metà dee e per l’altra animali.
Il mistero della voce è che essa ci distingue uno dall’altro: è unica, individuale e profondamente soggettiva. È il nostro marchio. È come un’impronta digitale, e forse anche di più: raffinati sistemi di sicurezza sono basati, infatti, sul riconoscimento vocale. Benché esistano aberrazioni come il lifting vocale, peraltro di dubbia efficacia, fortunatamente il timbro individuale non è modificabile, come accade invece nella chirurgia plastica del polpastrello che può cambiarne l’impronta.
Anche l’amore si riconosce dalla voce: nella famosa scena shakespeariana del balcone, che si svolge al buio, Giulietta riconosce Romeo esclusivamente dalla voce.
Ma perché le voci sono tutte diverse? Certamente non solo per motivi anatomici. Il fatto è che la voce è anche e soprattutto memoria: la sua musica conserva le tracce della nostra storia che, a partire dal soffio iniziale, ne ha formato la trama, il timbro, il colore, la pasta. La voce è fondamento della soggettività.
...
 
Vecchio 29-09-2008, 10.58.13
Jacaranda
 
Splendida che sei !
 
Vecchio 01-10-2008, 13.05.17
Cilia
 
Napoli dei molti tradimenti

Adolfo Scotto di Luzio edizioni Il Mulino


Raccontata e cantata migliaia di volte, Napoli è uno stereotipo culturale potente che ha resistito indenne al succedersi delle generazioni, garantendo ai napoletani, riluttanti alla modernità, una via d'uscita grandiosa e consolatoria. Anche la generazione cui appartiene l'autore, quarantenne che ha casa a Napoli e insegna a Bergamo, ne è stata contagiata, vittima e complice allo stesso tempo, come testimonia questo pamphlet politico-sentimentale, in cui pure si aspira a consumare il distacco da quello stereotipo. Vi si racconta la grande infatuazione degli anni giovanili intrisi di radicalismo politico, alla ricerca del volto più autentico delle classi popolari; si scoprono le responsabilità di scrittori, cineasti e musicisti che a partire dagli anni '70 hanno reinventato lo stereotipo napoletano proiettandolo sul palcoscenico più vasto del multiculturalismo mediterraneo; si denuncia il fallimento dell'esperienza bassoliniana, crudelmente rivelato dall'oltraggio dell'immondizia e dalla rivolta delle periferie; si mettono a nudo i limiti di una cultura cittadina incerta tra spettacolo di massa e mito della tradizione illuministico-giacobina del 1799. Un libro dal gusto amaro, percorso da una sapida ironia, che parla di fedeltà e tradimenti e di come le prime possano essere fatali, i secondi a volte necessari.

Adolfo Scotto Di Luzio insegna Storia delle istituzioni educative e scolastiche nell'Università di Bergamo. Con il Mulino ha già pubblicato "L'appropriazione imperfetta. Editori, biblioteche e libri per ragazzi durante il fascismo" (1996), "Il liceo classico" (1999) e "La scuola degli italiani" (2007).



Un brano del libro: capitolo I. Generazioni , pagg. 14 e ss.

Avevo ascoltato La ballata di Pinelli fin da bambino in casa dei miei. Facevo suonare un trentatré giri con la copertina verde e al centro un tondo bianco con la foto sgranata di un ribelle urbano inizi Novecento in mezzo a due Carabinieri. Tricorno e pennacchio in testa. A memoria il disco era intitolato Canzoni popolari e di protesta, vol. I. La ballata era l’ultima traccia del lato B.
Non avevo dubbi allora, come non li ho avuti mai in seguito, che Pinelli fosse innocente. A quel tempo però non mi veniva in mente che nel caso specifico, e in ogni caso, l’innocenza proclamata nel testo della canzone valesse per il singolo e non per il fatto di essere un compagno.
Diversamente da quello che ero portato a credere in quegli anni Pinelli era innocente non perché fosse un anarchico ma perché non aveva messo la bomba alla Banca dell’Agricoltura.
Questo problema della responsabilità individuale e della sua scomparsa nell’anonimato dei «soggetti collettivi» ha rappresentato un elemento decisivo della mia diseducazione morale e sentimentale.
Il reciproco di «un compagno non può averlo fatto» è «finché la vostra violenza si chiamerà giustizia, la nostra giustizia si chiamerà violenza». Campeggiava stentoreo ed eroico a metà degli anni Ottanta, in una stazione sotterranea, dalle parti di Fuorigrotta, ad annunciare il confine tra l’insediamento operaio di Bagnoli e la promiscuità sociale dei quartieri popolari del centro storico. Lo vedevo tutte le mattine dal trenino che dai quartieri suburbani dove abitavo mi portava in città, al ginnasio-liceo Antonio Genovesi.
Anche se non l’avremmo mai riconosciuto in questi termini così crudi, per noi la violenza politica era giustificata sempre e comunque. Rappresentava la manifestazione della spontaneità della comunità popolare resistente. Ed era una forma della sua capacità di auto-organizzazione. A quattordici anni consideravamo una provocazione il volantinaggio del partito umanista all’uscita della scuola. A loro che si proclamavano non violenti obiettavamo, da cazzoni, che la violenza è la levatrice di una società gravida di vita futura. Uso il plurale non per camuffarmi, ma perché a quei tempi eravamo almeno in due.
Erano frasi che non ci impegnavano nemmeno un po’. Non saremmo mai stati in grado di sostenerle sul piano pratico. Le avevamo sentite e le ripetevamo.
Dopo il terremoto e nel clima tesissimo di quegli anni (Cirillo venne rapito nell’aprile del 1981 dalle brigate rosse), ogni volta che c’era un’assemblea, il preside del liceo ci chiamava e ci faceva un discorso preoccupato sulla propaganda del partito armato. Gli adulti responsabili in quegli anni dovevano essere angosciati. Noi non vi facevamo la benché minima attenzione.
Naturalmente negli anni Ottanta, al liceo, sono andato a tutti i cortei contro la camorra e per la legalità. Non sentivamo, né io né gli altri, nessuna contraddizione in questo, né l’avremmo sentita rispetto alle nostre scelte future. Per noi la camorra sovrastava la comunità popolare senza intaccarne la viva cordialità: la sua risata schietta, la sofferenza viva, la parola sincera, aveva scritto Cesare Pavese.
Nel discorso pubblico di quegli anni e nelle sue metafore ricorrenti la camorra era come una metastasi, il cancro di cui la città sana, e le sue forze migliori, si sarebbero finalmente sbarazzate. Non solo la nostra politica era approssimativa, ma le nostre stesse conoscenze mediche, scarsissime, ci consentivano di vivere al riparo di un’illusione.
L’illusione è stata una modalità decisiva nel rapporto che abbiamo stabilito con la città e la sua storia.
Era come guardare a Napoli e al suo degrado con il terzo occhio della Grande magia di De Filippo. Che poi questo terzo occhio non l’avessimo scoperto noi, dice solo da dove ci venivano certe idee, ma non attenua le nostre responsabilità. Avevamo lo sguardo costantemente puntato sopra «il tesoro ai piedi dell’arcobaleno». E questo ci permetteva di non vedere.
Napoli ci era al tempo stesso estranea ed indispensabile. Tendevamo da un lato a metterla da parte, per quel suo inassimilabile tratto plebeo. Innamorati com’eravamo dell’idea della classe operaia, quel popolo sciatto e vociante era troppo concreto, troppo rumoroso. Se ne sentiva troppo l’odore. Eppure, con le dovute cautele dovevamo stargli il più vicino possibile, perché questo ci dava il senso di una pienezza e insieme era il massimo di avventura che riuscivamo a concederci.
Il fatto è che saremmo certamente morti di paura se fossimo venuti veramente in contatto con i fatti criminali di cui eravamo gli svagati commentatori. E anche dopo, a trent’anni, in quell’appartamento vicino alla Reggia di Capodimonte, non eravamo molto diversi dagli adolescenti che eravamo stati. Ma lì, al riparo delle mura domestiche e delle nostre spiritosaggini, durante quelle cene, ci sentivamo nel posto giusto. Vicini all’autentico. Finalmente.
Per la verità a quell’epoca non avrei avuto neanche il coraggio di affacciarmi in uno dei bassi che vedevo dalla finestra del mio appartamento.
Proprio di fronte a me, giù in strada, abitava una coppia di mezza età. Lui più alto e grosso, con una gamba rigida che gli dava un’andatura scoordinata. Lei bassa e grassa, con dei capelli crespi che quando non erano raccolti e acconciati in qualche modo sembrava una strega. Erano gentili e guardinghi.
Erano soprattutto esposti alla strada. Alle auto, che passavano a tutta velocità in un vicolo strettissimo, o all’indifferenza di quelli che parcheggiavano facendoli letteralmente prigionieri nel loro terraneo. Dovevano fronteggiare l’arroganza degli adulti e la crudeltà dei bambini. A Napoli conviene essere sani, perché nessuno ha pietà degli storpi.
Tra i due, come spesso capita a Napoli, il lavoro duro toccava sempre a lei. Si difendeva urlando. Usciva dal basso come una furia. Si copriva di macchie rosse in faccia e sul petto. A quel punto il marito compariva sulla soglia, metteva le mani sui fianchi e si girava intorno alla ricerca di solidarietà e di consenso. Qualcuno con il quale condividere l’indignazione del momento. Non è mai uscito per primo.
Ma la strada non sono solo gli uomini. In una casa al livello del marciapiede, in cui entrare significa scendere dei gradini, la minaccia vera viene dai topi. Quei due si difendevano con una tavola in compensato, la mettevano di traverso nel vano di ingresso. Riuscendo così a tenere la porta aperta, partecipavano alla vita della strada e ne provavano a tenere lontano il male. Nessuno li avrebbe mai convinti ad andarsene di lì.
L’unica istituzione presente nel quartiere era la Chiesa. C’era è vero la sezione del vecchio Partito comunista, poi Ds, ma i comunisti restavano sulle generali. L’arredo urbano, la riqualificazione, l’isola pedonale. Quelli si appassionavano soprattutto al dibattito interno, allo scontro delle fazioni, D’Alema, Veltroni, i fax. Il partito kennediano e l’ipotesi socialdemocratica. Come più tardi l’unica cosa che conterà, in mezzo alle montagne di rifiuti, saranno gli equilibri del nuovo Pd.
Gli unici che avevano il coraggio di toccare la povertà erano, come sempre era stato, i preti.
[...]
Oggi a distanza di anni mi viene da pensare che l’amore per il popolo così come l’abbiamo coltivato fin verso i trent’anni costituisca una forma dell’immoralità politica. Occulta la verità e mistifica i processi reali.
Ero convinto, e con me molte delle persone che frequentavo, di aver consumato ogni nostalgia per l’armonia perduta e che questo mi mettesse al riparo, me e la mia generazione «moderna», dal rischio di giocare a «fare i napoletani ».
A quattordici anni Ricomincio da tre ci aveva insegnato che la nostra identità non poteva che essere critica; che era tale il peso degli stereotipi che ci portavamo dietro, che per dirci napoletani dovevamo cominciare col dire «no, non sono un emigrante, viaggio per turismo». Eravamo soddisfatti di questa possibilità che ci veniva offerta di prendere le distanze.
Eppure eccoci là, a trent’anni, vicini al popolo. Con l’idea che dovessimo unificare quello che la storia aveva diviso, gli intellettuali (noi) e la plebe (i nostri vicini di casa) e che per fare questo c’erano le canzoni e il dialetto. Lo spirito e la voce autentica del popolo.
Raffaele La Capria sorride sornione.
 
Vecchio 01-10-2008, 15.02.51
azzurra33
 
Citazione:
Originalmente inviato da radio londra






la mercificazione della nostalgia ci propina un passato che non è mai esistito.
L'agiografia santifica politici contaballe e reinventa le loro gesta opportunistiche come momenti di grande spessore morale.


dalla prima pagina di American Tabloid

[Ellroy, rivisita i miti americani con una durezza mai letta prima, e ne scopre tutti i lati oscuri. Il miglior scrittore americano di genere, figlio legittimo del miglior hard- boiled ma ancora più disincantato]

ps leggere prima ATabloid dopo sei pezzi da mille
è formidabile come american tabloid ??????
io preferisco "i miei luoghi oscuri".
ha una valenza universale, nella evocazione del dolore assoluto.
ciao
 
Vecchio 13-10-2008, 09.15.00
Cilia
 
Vale la pena riportare l'attenzione su questo libro:




In breve:
Un libro per capire come il prestito a bassi interessi ai poveri sia uno dei modi possibili per sconfiggere la povertà sulla terra. A Muhammad Yunus è stato assegnato il Premio Nobel per la Pace 2006.


Il libro
Muhammad Yunus vive in uno dei paesi più poveri del mondo. Ad arginare gli effetti devastanti delle calamità naturali, della malnutrizione, della povertà strutturale, dell'analfabetismo e della alta densità di popolazione, in Bangladesh, non sono bastati i trenta miliardi di dollari degli aiuti internazionali. E' difficile, quindi, immaginare che l'Occidente abbia qualcosa da imparare da questo paese. Eppure, è nata qui la Grameen Bank e con essa un'idea per far sparire la povertà dalla faccia della terra. Il professor Yunus ha trovato il modo, accordando minuscoli prestiti ai diseredati della terra, di fornire al 10% della popolazione - bengalese (dodici milioni di persone) gli strumenti per uscire dalla miseria, e di trasferire poi la sperimentazione del microcredito dal Terzo mondo ai poveri di altri paesi. La banca presta denaro, a tassi bonificati, solo ai poverissimi: in questo modo coloro che non potevano ottenere prestiti dai tradizionali istituti di credito (e sono state in maggioranza donne) vengono messi nella condizione di affrancarsi dall'usura, di allargare la propria base economica e di prendere in mano il proprio destino. Questo libro, che è già un bestseller e che ha ispirato un film, ci racconta come è stato possibile realizzare tutto ciò".
 
Vecchio 24-10-2008, 09.57.30
radio londra
 






...forse qualcosa di diverso.
 
Vecchio 24-10-2008, 10.09.14
Juliet
 
Citazione:
Originalmente inviato da radio londra






...forse qualcosa di diverso.

.. almeno il titolo .....
 
Vecchio 24-10-2008, 13.37.08
Peccato Capitale
 
Memorie di Un Ratto

Memorie di un ratto
di Andrzej Zaniewski
La gaia scienza, Longanesi, 1994
Titolo originale: Szczur
Traduzione dal polacco di Luca Bernardini

....Un po’ fuori della città, negli edifici di mattoni che sorgono lungo il fiume, gli uomini allevano i maiali. Tanti maiali enormi.
Il profumo della carne di maiale mi riempie le narici. Mi scelgo il maiale più grosso, pesante, quasi immobile, gli salgo da dietro sulla groppa, squarcio a morsi la pelle, mangio.
Mi aggrappo con gli unghielli al suo dorso e affondo i miei morsi nel suo lardo saporito, pulsante e sanguinolento.
Caldo sangue cola giù lungo la pelle......

=========================
@Alessandra
Da ''La vita davanti a se'' è stato tratto anche un magnifico film.
L'ultimo interpretato da Simone Signoret
 
Vecchio 24-10-2008, 14.45.34
radio londra
 
Citazione:
Originalmente inviato da Juliet
.. almeno il titolo .....
avevo messo una foto è sparuta
ma possibile che stai sempre a criticare tutto ?

pettegola !




cmq era centomila punture di spilli De Benedetti/Rampini
 
Vecchio 24-10-2008, 15.16.17
Juliet
 
Citazione:
Originalmente inviato da radio londra
avevo messo una foto è sparuta

cmq era centomila punture di spilli De Benedetti/Rampini

ah ecco
per fortuna hai chiarito

bello ?


 
Vecchio 24-10-2008, 17.29.43
radio londra
 


qui

http://www.repubblica.it/2008/10/sez...re-spillo.html
 
Vecchio 24-10-2008, 20.05.01
Juliet
 
Citazione:
Originalmente inviato da radio londra





accipicchia che recensione dettagliata..

credevo fosse il libro intero ..



comunque interessante

lo comprerò
 
Vecchio 01-11-2008, 12.46.11
Jacaranda
 



"Tutte le volte che si oscura la 'giustizia' o la si corrompe come ideologia al servizio del potere, si è in pericolo. Tuttavia la giustizia assoluta, con l'iniziale maiuscola, è un'utopia irraggiungibile per il genere umano. Chi crede di possedere la verità, come i giusnaturalisti di ogni specie, o chi crede in una legge eterna dello sviluppo umano, è particolarmente esposto al rischio del fanatismo e del dogmatismo. Chi oggi rivendica la rappresentanza di una presunta 'legge naturale', e sulla base di tale rivendicazione pretende di controllare, dall'alto di una cattedra 'pontificale', il gioco democratico, prepara solo nuovi conflitti estremi e odiose prevaricazioni. Si tratta di prendere atto del fatto che nelle società pluraliste convivono numerose concezioni della vita 'giusta', continuamente in confronto le une con le altre. Questa è la loro ricchezza. Come dimostrano i problemi posti dalla bioetica e dal multiculturalismo, che richiedono l'elaborazione di un diritto delle diversità e una cultura costituzionale aperta, fatta di rispetto, interazione, sensibilità, il diritto deve farsi mite per essere strumento di convivenza delle diversità, unica alternativa alla logica dello scontro di civiltà. Dalla giustizia assoluta alla 'mitezza' del diritto, dal valore della Costituzione al potere come mero comando, dalla cultura delle regole a quella della verità imposta, le risposte di un giurista,un protagonista della cultura giuridica italiana, all'insegna della virtù del dubbio. "



Gustavo Zagrebelsky, già presidente della Corte costituzionale, è professore ordinario di Diritto costituzionale e Giustizia costituzionale nell'Università di Torino e docente nell'Università Suor Orsola Benincasa di Napoli.

Geminello Preterossi insegna Diritti dell'uomo e Filosofia del diritto nella Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Salerno.
 
Vecchio 01-11-2008, 14.59.28
radio londra
 




Dal mercato del sesso europeo all'ascesa della finanza islamica, dall'industria della pirateria in Cina alla pesca di frodo nel Baltico. Il nostro mondo è scosso da forze economiche oscure e anarchiche che stanno trasformando il mercato globale nel nostro incubo peggiore.

Economia canaglia ci offre un viaggio sconvolgente nel nuovo ordine mondiale, governato da forze economiche oscure che, attraverso incredibili capitali e vaste influenze politiche, stanno cambiando la nostra vita. Le connessioni generate da questo fenomeno, nel mercato globale, sono paradossali: le carte di credito triplicano l'indebitamento dei consumatori; grazie all'entrata in vigore dell'Euro, il Patriot Act americano, che dovrebbe ridurre il riciclaggio del denaro sporco, in realtà lo facilita; il gioco d'azzardo, illegale in molti stati, trova una fantastica zona franca in internet; i farmaci falsi uccidono mezzo milione di persone all'anno nell'indifferenza generale. Perfino la democrazia, che siamo abituati a considerare come valore assoluto, si è trasformata in un moltiplicatore di schiavitù: dal mercato del sesso europeo ai lavoratori delle piantagioni africane, dall'industria della pirateria in Cina alla pesca di frodo nel Baltico, gli schiavi hanno un ruolo fondamentale nello sviluppo dell'economia mondiale.
L'economia canaglia è un fenomeno ricorrente nella storia e scatena le sue forze occulte ogni volta che grandi sconvolgimenti indeboliscono i vincoli posti dalla politica. È successo con la Grande depressione del '29, con la Rivoluzione industriale, e oggi, con la fine del comunismo e l'ascesa della globalizzazione, il rischio è quello di spazzare via secoli di conquiste sociali e di trasformare il ceto medio occidentale nel proletariato mondiale.
Lo stato-mercato non ha né gli strumenti né la volontà per arginare questo processo, solo il consumatore possiede la forza necessaria. Ma per usarla deve essere consapevole del pericolo che corre. Come nel celebre film Matrix, viviamo oggi in un mondo virtuale creato dai media: intrappolati in una fitta ragnatela di illusioni economiche e politiche, i cittadini alimentano il meccanismo subdolo che li danneggia.
Attraverso storie vere, prove, analisi e testimonianze dirette, Loretta Napoleoni si infiltra nelle maglie di questo sistema perverso e segue la pista del denaro fino agli angoli più remoti del pianeta. Dai «ruggenti anni novanta» all'attacco alle Torri Gemelle, dalla costruzione dell'impero economico cinese all'ascesa della finanza islamica fino al disastro dei mutui americani, offre al lettore una chiave originale per capire i mutamenti sotterranei del mondo contemporaneo.


[ps già autrice del La nuova economia del terrorismo
una signora preparatissima.]



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