SOMALIA
La guerra infinita.
Dei silenzi interessati
Una tragedia che non fa notizia
Giampaolo Calchi Novati
Da circa due anni la Somalia è sotto occupazione - o, volendo essere più lievi, semi-occupazione - dell'esercito etiopico. Semi-occupazione perché i tanks etiopici accreditarono l'usurpazione trasportando fino a Mogadiscio alcuni ministri di un governo di transizione che, a distanza di anni dall'investitura virtuale tramite un accordo fra i «signori della guerra» avallato dalla diplomazia regionale e internazionale, non era riuscito a metter piede nella capitale. Allora a Mogadiscio «regnava», precariamente, un governo costituito dall'Unione delle Corti islamiche. A loro volta, le Corti avevano preso il potere con l'aiuto di milizie armate. La «luna di miele» fra le Corti e la gente, che all'inizio le aveva accolte con favore perché garantivano ordine e stabilità, era già stata incrinata da misure restrittive e integraliste.
Le intenzioni con cui l'Etiopia invase la Somalia alla fine del 2006 erano miste: impedire che il fondamentalismo islamico minacciasse la «sicurezza» della stessa Etiopia, aumentare il controllo delle frontiere, fare un servizio alla war on terror del presidente Bush. Gli Stati uniti avevano convinto l'Europa che - pur non avendola formalmente autorizzata o addirittura fomentata - l'operazione etiopica poteva risultare una svolta positiva. La «vittoria» dell'esercito etiopico, mai in dubbio alla luce dello squilibrio delle forze in campo, fu assistita da ripetuti bombardamenti dal cielo e dal mare ad opera della forza d'intervento che gli Stati uniti hanno allestito nella regione con base a Gibuti. Il pretesto era colpire i «terroristi». Allora a capo del governo, Prodi elevò qualche flebile protesta, sotto voce come nello stile del personaggio, ma fu zittito e tutto finì lì.
Da allora in Somalia va avanti una guerra a bassa intensità che vede di fronte le forze occupanti e un movimento in cui entrano i sentimenti nazionali offesi dall'insediamento di quello che è percepito dai somali come il «nemico storico», il revivalismo islamico, le trame assassine di Al-Qaeda nella sua versione locale.
Ma della Somalia si parla poco o niente. Le trattative con i cosiddetti islamici «moderati» fanno un passo avanti e due indietro. I duri delle Corti hanno ripreso il possesso del sud. L'autorità del governo è limitata a un quartiere di Mogadiscio e una piccola area nei pressi della frontiera con l'Etiopia più il Puntland, che fa storia a sé ma è ligio perché il presidente è originario di quella regione. Del martirio della Somalia nessuno sa niente, esclusa com'è da ogni informazione sia pure sporadica. I motivi di tanta distrazione sono evidenti. I benpensanti hanno le loro remore. Dato che dicono di avere a cuore la legalità, il rispetto dei trattati, la sovranità, etc., fanno fatica a scrivere sui giornali che l'Etiopia, appoggiata dagli Usa, ha violato e viola tutte le regole. Potrebbero avere qualche piccolo scrupolo di coscienza se la tv mostrasse i villaggi somali dopo i rastrellamenti etiopici e i raids americani.
Nella mente dei più, la Somalia ha un'identità vaga. Neppure i moltissimi somali stipati sulle carrette che attraversano il Mar Rosso verso lo Yemen o il Mediterraneo verso la Sicilia dopo aver raggiunto le coste libiche camminando per mesi nel deserto hanno fatto emergere allo scoperto una «questione somala» a cui prestare un po' d'attenzione. La stessa Italia discetta più di Afghanistan che di Somalia. Il passato coloniale non attribuisce all'Italia nessun diritto di ingerenza, ma la politica può e deve essere esercitata anche rispettando quel poco o tanto di autonomia della Somalia e del suo popolo, se non si vuol citare il suo governo (quale, del resto?). Nei mesi scorsi qualche confuso riferimento in più la Somalia se l'è guadagnato grazie alle imprese dei pirati che sequestrano e taglieggiano al largo delle sue coste. Probabilmente un'attività connessa alle forniture militari per alimentare le guerre e guerrette del Corno o una forma di auto-finanziamento dei combattenti. Il clou doveva però ancora venire. Da noi, prima il Corriere della Sera con un toccante articolo in prima pagina e poi la Repubblica nelle pagine interne hanno denunciato la lapidazione di un'adultera eseguita a Chisimaio, dove «governa» un'ala estremista dell'ex-Unione delle Corti islamiche. L'uccisione di un'adultera, vera o presunta, donna o ragazza che sia, è un delitto orrendo, una vergogna per gli individui e le comunità. Ma è degno di una stampa nazionale e internazionale, di un'opinione pubblica decente, isolare un avvenimento per invocare la mano della giustizia internazionale contro i responsabili di quel crimine singolo quando tutto il contesto è volutamente ignorato e nessuno si occupa dei delitti collettivi? Forse è perché i colpevoli della condanna di Aisha sono anonimi, mentre gli autori dei soprusi, delle violenze sistematiche, del massacro di un popolo, di una cultura e di un paesaggio hanno un nome e un cognome? Barbari sono sempre gli altri.
il manifesto 4 novembre 2008
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