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L'Archivio
di Metaforum
Forum
di politica, cultura, società - 2008
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11-03-2008, 21.24.22
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Jean/Jeanie. Io attraverso te
Jean/Jeanie. Io attraverso te.
Le abitudini e i rituali del nostro quotidiano, e con esso il nostro corpo e le nostre identità, sono divenuti il materiale preferito di un cospicuo numero di artisti che ha compreso la necessità di “ridurre” il territorio di ricerca in un immaginario che ha mantenuto intatto il suo fascino in diversi strati culturali: il travestimento fotografico. L’immagine emigra in uno spazio simulato, investendo la dimensione interna di sogni, desideri ed ideali insinuando, in una fotografia “costruita” realisticamente, una “violenta” quantità di finzione. L’immagine fotografica si alterna, così, fra due posizioni stabili e definite, ovvero il polo reale - irreale, nascondendo di volta in volta la propria identità e conducendo a ricordi e rimandi visivi di “altra” provenienza, pur lasciando la prova tangibile che effettivamente qualcosa è accaduto. Il travestimento fotografico ha sottolineato un rapporto continuo, intriso di rimandi storici e di implicazioni comportamentali, che ha svolto sin dalla sua prima e reale manifestazione, nel 1921, con il noto fotomontaggio di Marcel Duchamp, Rrose Sélavy.
Luigi Ontani
Il fotografo diviene una sorta di killer innocuo intento ad occultare le prove della propria identità, falsificando il tangibile e rimescolando le carte della successiva interpretazione: così facendo l’artista fotografo, ogni volta, re-inventa se stesso, configurando nuovamente il proprio aspetto e presentando in un lento work in progress un alter ego in continua mutazione. Ma è con la seconda metà dei Sessanta che il travestirsi può finalmente presentarsi al mondo: come tanti Rrose Sélavy, ecco apparire sul palcoscenico artistico Luigi Ontani, Urs Lüthi e successivamente Cindy Sherman, Yasumasa Morimura, Mariko Mori, Matthew Barney, Nikki S.Lee e molti altri.
Urs Lüthi
Le nuove identità travestite si mostrano allo spettatore come strani angeli perduti, caduti sulla terra e divenuti “presenza” nell’istante in cui la fotografia li rende “vissuti e reali”. Tutti questi artisti vogliono entrare nella memoria e nella fantasia dello spettatore non per ciò che sono, ma per ciò che vorrebbero essere (recuperando miti, eroi e stereotipi), ribellandosi al concetto di identità unica.
Cindy Sherman
La singola immagine si apre a una pluralità visiva che conduce a nuovi conflitti in bilico tra desiderio e difesa, tra reale e artificiale, tra voyeurismo ed esibizionismo. Questi corpi avvertono il bisogno di dialogare con il mondo, scatenando nuovi istinti e nuovi immaginari: lo spettatore partecipa con l’artista all’incontro celebrativo di un arte del travestimento nella quale entrare senza riserve e penetrare in una dimensione altra, in un Io differente e multiforme dell’autore che si fa spettacolo o fenomeno.
Yasumasa Morimura
La pelle del transformer si comporta come la pellicola assorbente del supporto fotografico: un’epidermide intenta a trattenere i tratti distintivi di un’identità altrui, di cui appropriarsi nell’istante dello sconfinamento apportato dalla stessa fotografia ma anche dal dialogo con lo spettatore incredulo e affascinato. Ritrarsi in panni altrui, inventarsi altri ruoli o ampliarne il potere di seduzione limitato a un unico genere sessuale, concede alla nuova identità di vivere una propria esistenza al di fuori del corpo dell’autore, non appena si spengono i riflettori.
di Fabiola Naldi
http://www.beachmastermagazine.it
Ultima modifica di Bluette : 11-03-2008 alle ore 22.03.48.
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11-03-2008, 21.44.18
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Matthew Barney
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11-03-2008, 22.01.02
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Claude Cahun
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11-03-2008, 22.13.16
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Yasumasa Morimura
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11-03-2008, 22.20.54
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Mariko Mori
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11-03-2008, 22.29.45
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Luigi Ontani
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11-03-2008, 22.45.14
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11-03-2008, 23.49.45
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Superata la barriera della scacchiera optical del sito, un po'deludente, ho scoperto un artista per alcuni versi estremamente intrigante e provocatorio.
Ho letto in giro che attualmente è impegnato nella mostra "Holy Eros" a Bologna, una riflessione sul tema della sessualità e della religione. Decisamente una proposta attuale, se si considera l'atmosfera lugubre da Medioevo culturale e civico, che serpeggia in Italia. Un oscurantismo che s'innesta, più o meno subdolamente, su quella sessuofobica (e ipocrita) ideologia delle lobbies clericali. E dei loro "nuovi" sodali politici.
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12-03-2008, 01.23.57
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Citazione:
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Originalmente inviato da Jacaranda
Superata la barriera della scacchiera optical del sito, un po'deludente, ho scoperto un artista per alcuni versi estremamente intrigante e provocatorio.
Ho letto in giro che attualmente è impegnato nella mostra "Holy Eros" a Bologna, una riflessione sul tema della sessualità e della religione. Decisamente una proposta attuale, se si considera l'atmosfera lugubre da Medioevo culturale e civico, che serpeggia in Italia. Un oscurantismo che s'innesta, più o meno subdolamente, su quella sessuofobica (e ipocrita) ideologia delle lobbies clericali. E dei loro "nuovi" sodali politici.
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Ecco la locandina della mostra, non si fa mancare nulla come sua abitudine
Ed è anche bravo attore, cantante e ballerino.
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12-03-2008, 18.30.11
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Yasumasa Morimura
An Inner Dialogue With Frida Kahlo (Collar of Thorns)
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12-03-2008, 18.32.29
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Yasumasa Morimura
Self-portrait (Actress) / Red Marilyn
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12-03-2008, 22.30.12
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Ancora Frida, Yasumasa Morimura
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12-03-2008, 22.42.35
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Matthew Barney
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12-03-2008, 22.46.45
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Matthew Barney, naturelle.
Ma dico, uno così che bisogno ha di travestirsi?
Ultima modifica di Bluette : 12-03-2008 alle ore 23.32.05.
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13-03-2008, 09.57.46
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Citazione:
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Originalmente inviato da Bluette
Matthew Barney, naturelle.
Ma dico, uno così che bisogno ha di travestirsi?
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Sì in effetti
Un naso così poi, perchè trasformarlo?
Qui ritratto da Mark Seliger
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14-03-2008, 21.18.17
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L'arte del travestimento
La storia ha conosciuto molteplici esempi di occultamento dell’identità attraverso il travestimento visto come evoluzione del sé.
Infatti Duchamp fugge dalla possibilità di identificarsi come tramite di una singola identità e intervenire anche su di sé come era intervenuto sull’orinatorio, all’attacapanni o lo scolabottiglie: si violenta esteticamente compiendo una risemantizzazione del sé attraverso il medium fotografico. Ma non ancora soddisfatto, amplifica lo sdoppiamento di ruolo dovuto alla nuova presenza femminile, potenziando il gioco alterno di altre virtuali interpretazioni tramite il doppio mascheramento del segno visivo e del segno linguistico. Infatti, apparentemente Rrose Sélavy è solo il nome di questa affascinante seduttrice, ma se vi applichiamo lo stesso camouflage eseguito sul corpo dell’artista, vedremo che in sé, esso contiene due possibili significati: “Rrose est la vie” ovvero “Rose è la vita”, ma anche “Eros est la vie”: l’eros è la vita.
Da qui deduciamo dunque che Marchel Duchamp non ha riflesso sulla pellicola sensibile della fotografia solo l’identità alternativa di cui si è fatto creatore e realizzatore, ma anche le possibili varianti: risultato di una frammentazione e ricomposizione del nome/titolo.
Ma egli attua l’abbinamento uomo/donna non solo come affermazione di molteplici identità, ma ancora usa la figura dell’androgino come archetipo trasgressivo capace di mettere in crisi, o addirittura sovvertire, le regole comunemente accettate.
Con lo sguardo malizioso, indifferente e sottilmente erotico Rrose/Duchamp fissa lo spettatore, coinvolgendolo in nuove ed eccitanti fantasie, mentre una velata ironia avvolge l’immagine in un progressivo scambio di ruoli, alterni e molteplici. Ma Rrose esiste tanto quanto Duchamp, e insieme si presentano al pubblico come possibile alternativa di un’unica identità di genere, truccato e vestito con abiti femminili alla moda, l’artista si trasforma nel diverso per eccellenza assumendo la funzione estetica dei primi ready-made del 1913.
Come nei primi ready-made di Duchamp, anche Rrose destabilizza lo spettatore generando un estraneamento percettivo, trasformando lo stupore del colpo d’occhio iniziale in confusione e diffidenza.
Il sorriso indifferente di Rrose Sélavy catturato dalla foto scattata da Man Ray ricorda quello della Gioconda nel ready-made L.H.O.O.Q. del 1919 dove Duchamp deforma l’opera del grande Leonardo Da Vinci disegnando a matita su una riproduzione del celebre quadro un paio di sottili baffi e un pronunciato pizzetto seguito dalla scritta del titolo che rivela un divertente gioco di parole.
Baffi e titolo compiono così una doppia dissacrazione, ma anche una divertita indicazione dell’androgino. Perchè la “Gioconda con i baffi” nascerebbe non come gesto dell’autore intento a sfregiare un capolavoro, ma semplicemente come contestazione alla venerazione che gli è attribuita passivamente dall’opinione comune, seguita da una segreta e divertita allusione all’androginia operata nel mascolinizzare una figura femminile tramite il disegno di baffi e barba.
Per quanto riguarda la misteriosa sigla del titolo possiamo dire che: lette in inglese quelle lettere significano “guarda”, ma lette secondo uno spelling francese, esse sciolgono il mistero del sorriso di Monna Lisa affermando che “elle a chaud au cul” cioè “ella ha caldo al sedere”.
Abbiamo visto come Duchamp riesca tramite il mezzo fotografico a permettere all’arte del travestimento di rafforzare la propria posizione e di contestualizzarsi in ambiti diversi. Con lui, il corpo assieme alle sue infinite potenzialità, riacquista valore artistico ed estetico grazie alla fotografia che gli permette di conservarsi inalterato.
Gli anni Sessanta e Settanta sono anni d’oro sia per la fotografia sia per il travestimento artistico, costituendo l’apogeo della ricerca iniziata da Duchamp quasi mezzo secolo prima. Per gli artisti di questi anni il mezzo fotografico diviene il tramite ideale per costruire una realtà parallela dove finalmente poter esprimersi, liberandosi dalle costrizioni di genere imposte da una società ottusa e conservatrice, presentando allo spettatore nuove identità ed entrandovene nella memoria e nella fantasia non per ciò che è, ma per ciò che vorrebbe essere, ribellandosi al concetto di identità unica.
Assieme all’artista lo spettatore partecipa a un’arte del travestimento in cui entrare senza riserve, penetrando in una dimensione altra, nell’io multiforme dell’autore che si fa spettacolo o fenomeno. In un controverso saggio del 1965 intitolato The New Mutants, ci si è soffermati ad analizzare la “nuova crisi del maschio” evidenziando l’avvento dello stile “bisessuale e androgino”, ripreso ed ampliato dagli hippy e dalle rockstar di allora: i modelli maschili e femminili promossi da Hollywood degli anni cinquanta sono definitivamente aboliti a vantaggio di modelli culturali nuovi, in alterna tensione tra il femminile e il maschile.
La parola d’ordine sembra essere violazione: delle imposizioni sociali, delle regole, della censura. Ora il travestito è chi utilizza il maquillage tradizionalmente destinalo all’altro sesso: non più la pura e semplice mimesi del genere maschile o femminile ma la realizzazione di un uomo, di un essere umano, che desidera esistere al di là di ciò che gli impone la società. È il momento del transformer, uomo o donna che sia, colui che impone la propria diversità consapevole di scatenare nello spettatore affascinato ed incredulo una collaborazione estetica tramite cui dare vita a una rivoluzione di genere. Il travestimento permette a questi nuovi artisti di definirsi, di rinascere tante volte quanti sono i travestimenti adottati.
http://digilander.libero.it/dafne.87/pag/dadaismo2.htm
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