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di politica, cultura, società - 2008
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11-11-2008, 01.02.10
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Quelli della Diaz
Quelli della Diaz
Pestaggi, violenza, verità negate.
In settimana la sentenza per i 29 poliziotti accusati delle violenze nella scuola di Genova nel 2001
Il processo ha dimostrato che la versione ufficiale
del giorno dopo era piena di bugie
Fu una violenza rabbiosa e omicida quella della scuola Diaz durante il G8 di Genova. In settimana la sentenza per i 29 poliziotti accusati del pestaggio di 93 ragazzi. E di aver negato e manipolato per sette anni la verità
Cittadini inermi diventati dei “criminali” a cui non si riconosce alcun diritto
GIUSEPPE D´AVANZO
«Uno Stato che vessa e maltratta le persone private della libertà non è uno Stato democratico. Una polizia che usa la forza non per impedire reati, ma per commetterne, non può essere considerata "forza dell´ordine". Fatti di questo genere distruggono la credibilità delle istituzioni più di tanti insuccessi dei poteri pubblici». Valerio Onida, giudice emerito della Corte Costituzionale. Sono parole che bisogna tenere a mente ora che il processo per le violenze della polizia nella scuola "Diaz", durante i giorni del G8 di Genova, è prossimo alla sentenza.
* * *
Il 21 luglio del 2001 è il giorno più tragico del G8 di Genova. È morto Carlo Giuliani in piazza Alimonda in una città distrutta dai black bloc ? che riescono inspiegabilmente a colpire indisturbati e a dileguarsi senza patemi. Per tutto il giorno, Genova è insanguinata dai pestaggi della polizia, dei carabinieri, dei "gruppi scelti" della guardia di finanza contro cittadini inermi, donne, ragazzi, anche anziani, spesso con le braccia alzate verso il cielo e sulla bocca un sorriso. Ora, più o meno, è mezzanotte. Mark Covell, 33 anni, inglese, giornalista di Indymedia.uk, ozia davanti al cancello della scuola Diaz, diventato un dormitorio dopo che i campeggi sono stati abbandonati per la pioggia. Covell si accorge che la polizia sta "chiudendo" la strada. Avverte subito il pericolo. Estrae l´accredito stampa, lo mostra, lo agita. I poliziotti, che lo raggiungono per primi (sono della Celere, del VII nucleo antisommossa del Reparto Mobile di Roma), lo colpiscono con i "tonfa" o "telescopic baton", più che un manganello un´arma tradizionale delle arti marziali: rigido e non di caucciù, a forma di croce: «può uccidere», se ne vanta chi lo usa. Colpiscono Mark senza motivo. Come, senza ragione, un altro poliziotto con lo scudo lo schiaccia ? subito dopo ? contro il cancello mentre un altro, come un indemoniato, lo picchia alle costole. Gli gridano in inglese: «You are black bloc, we kill black bloc» («Tu sei un black, noi ti uccidiamo»).
Covell cade finalmente a terra. E´ semisvenuto, in posizione fetale. Potrebbe bastare anche se fosse un incubo, ma per Mark il calvario non è ancora finito. Tutti i "celerini" che corrono verso la scuola lo colpiscono a terra con calci (il pestaggio di Covell è ripreso da una videocamera). Covell rimarrà, esanime, circondato dall´indifferenza, in quell´angolo di via Cesare Battisti, al quartiere di Albaro, per oltre venti minuti. Ha una grave emorragia interna, un polmone perforato, il polso spezzato, otto fratture alle costole, dieci denti in meno. Quando si sveglia in ospedale, viene arrestato per resistenza aggravata a pubblico ufficiale, concorso in detenzione di arma da guerra e associazione a delinquere. (E´ ancora aperta l´indagine per individuare i poliziotti che lo hanno quasi ucciso. L´accusa: tentato omicidio).
* * *
Distruggere. Annientare. E´ con questo obiettivo che, dopo aver abbattuto con un blindato Magnum il cancello, le prime tre squadre del Reparto Mobile di Roma (trenta uomini) invadono, a testuggine, il pianoterra della scuola. Arnaldo Cestaro, «un vecchietto», è sulla destra dell´ingresso. Viene travolto. Lo gettano contro il muro. Lo picchiano con i "tonfa". Gli spezzano un braccio e una gamba. Ora ci sono urla e baccano. Nella palestra, ai piani superiori ragazzi e ragazze - anche chi si è già infilato nel sacco al pelo per dormire - comprendono che cosa sta accadendo. Tutti raccolgono le loro cose, il bagaglio leggero che si portano dietro da giorni. Si sistemano con le spalle al muro; chi in ginocchio; chi in piedi; tutti con le braccia alzate in segno di resa; chi ha voglia di un´ultima "provocazione" mostra al più indice e medio a V. Daniel Mc Quillan, quando vede le divise, si alza in piedi e dice: «Noi siamo pacifici, niente violenza». «Come se fossero un branco di cani impazziti, sono su di lui in un istante e lo colpiscono, lo colpiscono, lo colpiscono?», dicono i testimoni. La furia dei celerini si scatena contro chiunque e dovunque, irragionevolmente, con furore (si vede uno che mena colpi con una specie di mazza da baseball). Melanie Jonach racconterà di essere svenuta subito al primo colpo che la raggiunge alla testa. Gli altri, che vedono la bastonatura inflittale, ricordano i suoi occhi aperti ma incrociati, le contrazioni spastiche del corpo. Anche in queste condizioni, continuano a picchiarla e a prenderla a calci. Un ultimo calcio sbatte la sua testa contro un armadio: ora è "aperta" come un melone. Il comandante del VII nucleo, a quel punto, grida «Basta!». Raggiunge la ragazza. «La tocca con la punta dello stivale. Melanie non dà segni di vita e quello ordina che venga chiamata un´autoambulanza». (Melanie Jonach ci arriverà in codice rosso con una frattura cranica nella regione temporale sinistra). Nicola Doherty ancora piange in aula mentre racconta: «Hanno cominciato a picchiarci immediatamente. C´era gente che piangeva e implorava i poliziotti di fermarsi. Anch´io piangevo e chiedevo che la smettessero. Uno mi è venuto vicino e con fare dolce mi ha detto "Poverina!" e mi ha colpito ancora. Sembrava che ci odiassero. Ho visto un poliziotto con un coltello in mano, bloccava le ragazze, i ragazzi e tagliava una ciocca di capelli con il coltello». Voleva il suo personale trofeo di guerra. Altri continuano a gridare, dopo aver picchiato duro: «Dì, che sei una merda». Mentre colpiscono gridano: «Frocio!», «Comunista!», «Volevate scherzare con la polizia?», «Nessuno sa che siamo qui e ora vi ammazziamo tutti!».
Lena Zulkhe, colpita alle spalle e alla testa, cade subito. Le danno calci alla schiena, alle gambe, tra le gambe. «Mentre picchiavano, ho avuto la sensazione che si divertissero». La trascinano per le scale afferrandola per i capelli e tenendola a faccia in giù. Continuano a picchiarla mentre cade. La rovesciano quasi di peso verso il pianoterra. «Non vedevo niente, soltanto macchie nere. Credo di essere per un attimo svenuta. Ricordo soltanto - ma quanto tempo era passato? - che sono stata gettata su altre due persone, non si sono mossi e io gli ho chiesto se erano vivi. Non hanno risposto, sono stata sdraiata sopra di loro e non riuscivo a muovermi e mi sono accorta che avevo sangue sulla faccia, il braccio destro era inclinato e non riuscivo a muoverlo mentre il sinistro si muoveva ma non ero più in grado di controllarlo. Avevo tantissima paura e pensavo che sicuramente mi avrebbero ammazzata».
Dei 93 ospiti della "Diaz" arrestati, 82 sono feriti, 63 ricoverati ospedale (tre, le prognosi riservate), 20 subiscono fratture ossee (alle mani e alle costole soprattutto, e poi alla mandibola, agli zigomi, al setto nasale, al cranio).
* * *
Che cosa ha provocato questa violenza rabbiosa e omicida? Come è stata possibile pensarla, organizzarla, realizzarla. Il 22 luglio, il portavoce del capo della polizia convoca una conferenza stampa e distribuisce un breve comunicato che vale la pena di ricordare per intero: «Anche a seguito di violenze commesse contro pattuglie della Polizia di Stato nella serata di ieri in via Cesare Battisti, si è deciso, previa informazione all´autorità giudiziaria, di procedere a perquisizione della scuola Diaz che ospitava numerosi giovani tra i quali quelli che avevano bersagliato le pattuglie con lancio di bottiglie e pietre. Nella scuola Diaz sono stati trovati 92 giovani, in gran parte di nazionalità straniera, dei quali 61 con evidenti e pregresse contusioni e ferite. In vari locali dello stabile sono stati sequestrati armi, oggetti da offesa ed altro materiale che ricollegano il gruppo dei giovani in questione ai disordini e alle violenze scatenate dai Black Bloc a Genova nei giorni 20 e 21. Tutti i 92 giovani sono stati tratti in arresto per associazione a delinquere finalizzata alla devastazione e saccheggio e detenzione di bottiglie molotov. All´atto dell´irruzione uno degli occupanti ha colpito con un coltello un agente di Polizia che non ha riportato lesioni perché protetto da un corpetto. Tutti i feriti sono stati condotti per le cure in ospedali cittadini». Il portavoce mostra anche le due molotov che sarebbero state trovate nell´ingresso della scuola, «nella disponibilità degli occupanti».
* * *
Il processo di Genova ha dimostrato ragionevolmente (e spesso con la qualità della certezza) che nessuna delle circostanze descritte dal portavoce del capo della polizia (capo della polizia era all´epoca Gianni De Gennaro) corrisponde al vero. Quelle accuse sono false, quelle ragioni sono inventate di sana pianta. Si dice che l´assalto (la «perquisizione») fu organizzato dopo che un corteo di auto e blindati della polizia era stato, poco prima della mezzanotte, assalito in via Cesare Battisti con pietre, bottiglie e bastoni. Il processo ha dimostrato che non c´è stata nessuna pattuglia aggredita. Si dice che gli ospiti della Diaz fossero già feriti, quindi coinvolti negli scontri in città. Nessuno dei 93 arrestati era ferito prima di essere bastonato dai "celerini". Poliziotti, comandanti, dirigenti hanno riferito che, mentre entravano nella scuola, c´è stata contro di loro una sassaiola e addirittura il lancio di un maglio spaccapietre. I filmati hanno dimostrato che non fu lanciata alcun sasso e nessun maglio. Il comandante del Reparto Mobile di Roma ha scritto in un verbale che ci fu una vigorosa resistenza da parte di «alcuni degli occupanti, armati di spranghe, bastoni e quant´altro». Assicura che nella scuola (entra tra i primi) sono stati «abbandonati a terra, numerosi e vari attrezzi atti ad offendere, tipo bastoni, catene e anche un grosso maglio». Nella scuola non c´è stata alcuna colluttazione, nessuna resistenza, soltanto un pestaggio. Nessuno degli occupanti ha tentato di uccidere con una coltellata il poliziotto Massimo Nucera. Due perizie dei carabinieri del Ris hanno smentito che lo sbrego nel suo corpetto possa essere il frutto di una coltellata. Nella scuola non c´erano molotov. Come ha testimoniato il vicequestore che le ha sequestrate, quelle due molotov furono ritrovate da lui non nella scuola la notte del 22 luglio, ma sul lungomare di Corso Italia nel pomeriggio del giorno precedente. La prova falsa, manipolata, è stata inspiegabilmente distrutta, durante il processo, nella questura di Genova.
* * *
In settimana il tribunale deciderà delle responsabilità personali dei 29 imputati (poliziotti, dirigenti, comandanti, alti funzionari della polizia di Stato) accusati di falso ideologico, abuso di ufficio, arresto illegale e calunnia. Quel che qui conta dire è che la responsabilità non penale, ma tecnico-politica di chi, impotente a fronteggiare i black bloc, si è abbandonato (per vendetta? per frustrazione? con quali ordini e di chi?) a pestaggi ingiustificati e indiscriminati, non può e non deve essere liquidata da questa sentenza. Centinaia di agenti, sottufficiali, ufficiali, dirigenti di polizia, funzionari del Dipartimento di pubblica sicurezza hanno mentito durante le indagini e al processo. E chi non ha mentito, ha negato, taciuto o dissimulato quel che ha visto e saputo. Dell´assalto alla "Diaz" non inquieta soltanto il massacro di 93 cittadini inermi diventati in una notte «criminali» a cui non si riconosce alcuna garanzia e diritto. Quel che angoscia è anche questo silenzio arrogante, l´omertà indecorosa che manipola prove; costruisce a tavolino colpevoli; nasconde le responsabilità; sfida, senza alcuna lealtà istituzionale, il potere destinato ad accertare i fatti. Le apprensioni di sette anni raddoppiano ora che, decreto dopo decreto, si fa avanti un «diritto di polizia». Il Paese ha bisogno di sapere se il giuramento alla Costituzione delle forze dell´ordine non sia una impudente finzione. Perché quel che è accaduto a Mark Covell e ai suoi 92 occasionali compagni di sventura rende chiaro, più di qualsiasi riflessione, come uno Stato che si presenta nelle vesti di sbirro e carnefice fa assai presto a diventare uno Stato criminale quando il dissidente, il non conforme, l´altro diventa un «nemico» da annientare.
Repubblica 10 novembre 2008
www.repubblica.it
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11-11-2008, 01.06.08
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Genova g8. Prove false e omertà
duecento “picchiatori” restano senza nome
MASSIMO CALANDRI
GENOVA - Alla vigilia della sentenza la procura del capoluogo ligure ha svelato un altro "mistero". Un´altra vergogna, per dirla con le parole dei magistrati. Il mistero dell´agente Coda di Cavallo, picchiatore impunito: riconosciuto solo dopo sette lunghissimi anni, nonostante l´omertà di colleghi e superiori. Non è purtroppo l´ultimo degli enigmi di questa scomoda storia, ma ormai non c´è più tempo per fare chiarezza. La prima sezione del tribunale di Genova, presieduta da Gabrio Barone, entrerà in camera di consiglio giovedì mattina. Qualche ora dopo sapremo. Per i protagonisti della sciagurata irruzione nella scuola Diaz, durante il G8 del luglio 2001, i pubblici ministeri hanno chiesto 109 anni e 9 mesi complessivi di reclusione. Gli imputati sono 29, tra agenti e super-poliziotti. Responsabili a diverso titolo del massacro ingiustificato e ingiustificabile di 93 no-global, arrestati illegalmente con un verbale farcito di prove false.
Sotto accusa ci sono anche e soprattutto i vertici del ministero dell´Interno. Prima complici "di una della pagine più nere nella storia della Polizia di Stato". Poi, sempre secondo i pm Francesco Cardona Albini ed Enrico Zucca, ispiratori e registi della "sistematica corruzione per una nobile causa". Menzogne e versioni concordate, che tra l´altro sono costate un procedimento parallelo a Gianni De Gennaro, ex capo della polizia accusato di aver istigato a mentire il vecchio questore di Genova, Francesco Colucci.
Si chiude un processo inquieto ed inquietante che l´altro giorno stava finendo in rissa, in un paradossale ribaltamento dei ruoli: con gli avvocati difensori ? le cui parcelle, in caso di assoluzione, ammonteranno in tutto a circa dieci milioni di euro: pagherà il ministero - ad aggredire verbalmente i pm, accusandoli di aver violato sistematicamente il codice. E quelli a denunciare le "minacce" subìte. Si chiude un processo che ha sfiancato la procura, costretta a fare i conti con il catenaccio degli imputati. Nel corso del dibattimento quasi nessuno degli accusati si è presentato in aula per spiegare, chiarire. Nessuno dei Grandi Accusati. Non Francesco Gratteri, ora ai vertici dell´Antiterrorismo. Non Gilberto Cadarozzi, protagonista della cattura di Bernardo Provenzano. Chi ha scelto di parlare lo ha fatto solo per offrire "dichiarazioni spontanee", senza contraddittorio. Come Giovanni Luperi, attuale direttore dell´Aisi, l´ex Sisde. Che davanti ai giudici ha ammesso: "La Diaz è stata una pagina orribile", ma incalzato dai pm ha detto che quella notte era stanco, che non partecipò attivamente all´organizzazione dell´intervento perché più che altro pensava a dove portare a cena i colleghi. Se l´era presa con "quel vigliacco che ha portato le bottiglie incendiarie nella scuola", e ricordava di aver passato il sacchetto con le molotov ? quando ancora erano nel cortile - ad una funzionaria. Che a sua volta le aveva passate ad un misterioso ispettore della Digos di Napoli. Che le aveva portate nell´istituto. E che naturalmente è scomparso. Una versione tra Ionesco e De Filippo, come ha ironizzato Alfredo Biondi, avvocato di Pietro Troiani, il vice-questore bollato come l´ "uomo delle molotov". Il fotogramma-simbolo di questa storia è stato estrapolato da un filmato depositato nel corso del dibattimento il mese scorso. In lontananza, sulla sinistra, si vede il fantomatico ispettore che entra dalla porta laterale della scuola, con il sacchetto azzurro in mano. La regina delle prove false.
Falsa come la successiva collaborazione nelle indagini da parte della stessa polizia, sostiene la procura. Che cita l´ultimo emblematico caso. Coda di Cavallo, appunto. E´ un agente in borghese, viene filmato mentre ai piani superiori della Diaz prende a manganellate alcuni ragazzi inermi. Il volto è inquadrato in primo piano, e poi ci sono i capelli, raccolti in quella inconfondibile coda di cavallo. I magistrati chiedono ai poliziotti di dare un nome al loro collega. L´immagine per sette anni e mezzo fa il giro di tutte le questure d´Italia. Nessuno risponde. E però, nei giorni scorsi arriva il colpo di scena. Sono gli stessi magistrati a dargli un nome, perché l´agente Coda di Cavallo, con i capelli debitamente tagliati, ha l´arroganza di prendere posto tra il pubblico nel corso di alcune udienze. Di chi si tratta? Di un sottufficiale della Digos di Genova. L´ufficio incaricato di identificare i protagonisti della sciagurata irruzione. A proposito: la maggior parte di loro, oltre duecento, resta senza nome. Come senza nome sono i poliziotti che all´esterno dell´istituto sfondarono a calci i polmoni ad un giornalista inglese, Mark Cowell, uno dei 93 che poi risultò "ufficialmente" essere stato catturato nella scuola. Il fascicolo per tentato omicidio nei suoi confronti resta a carico di ignoti. Ed ignota è ancora la quattordicesima firma nel verbale d´arresto dei 93 no-global: un documento pieno di bugie che è costato il processo a 13 dei 29, ma non a quello che vigliaccamente ? non essendo possibile decifrare la sua scrittura ? ha preferito rimanere nel buio, un altro mistero di una notte vergognosa. La notte più buia della polizia che i pm riassumono amaramente: "Pensavano di fare il loro dovere. Ma hanno agito secondo una logica perversa. Fiduciosi che la loro illegalità sarebbe comunque stata tollerata, in tutte le sedi istituzionali".
Repubblica 10 novembre 2008
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12-11-2008, 14.34.11
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Diaz, l´ultima immagine dello scandalo
ecco l´uomo che porta le molotov

In una ricostruzione della Bbc si vede un uomo
che introduce nella scuola le bottiglie incendiarie
di Massimo Calandri
Eccola la fotografia-simbolo di quella notte maledetta . Inedita. Oscura. Inquietante. È stata estrapolata da un filmato girato da un operatore Rai e depositato dalle parti civili il mese scorso. Nel mosaico riportato qui a fianco, è il quadrato sulla destra in alto. Si riconoscono il cortile della scuola Diaz, le sagome dei funzionari di polizia che si allontanano dopo aver chiacchierato a lungo intorno al sacchetto azzurro con le due bottiglie incendiarie. Sullo sfondo le grandi finestre dell´istituto, le stanze illuminate. E a sinistra - piccolino, cerchiato di rosso - il profilo di un uomo sulla soglia dell´ingresso laterale. È di spalle, in borghese, indossa un casco protettivo. Nella mano sinistra stringe qualcosa. Sì. È il sacchetto azzurro delle molotov. Accanto riporta una didascalia in inglese, perché l´immagine fa parte di un´inchiesta giornalistica della Bbc di prossima pubblicazione: «Naples Digos Inspector entering Diaz Pertini». Si tratta cioè del fantomatico ispettore della Digos di Napoli che introduce materialmente nella scuola le molotov della vergogna, una della prove fasulle - la "regina" delle prove false - con cui la Polizia di Stato avrebbe voluto "giustificare" il massacro e le manette ai 93 no-global.
GUARDA Le immagini incriminate
Il documento è paradossalmente eccezionale. Perché da un lato rappresenta il punto di non ritorno della vicenda: ecco come le forze dell´ordine hanno truccato le carte, barato, mentito fin dalla prima ora di quella notte dannata. È tutto vero: fu un pestaggio cinico e bestiale, e i servitori dello Stato preferirono raddoppiare l´orrore - aggiungendo alla carneficina l´ingiustizia della prigione - piuttosto che ammettere le proprie responsabilità, il fallimento. Ma d´altro canto, quella spaventosa bugia è così chiara, solare, che persino alcuni avvocati della difesa nella loro recente arringa la davano per scontata. Alla Diaz abbiamo imbrogliato, embé? La catena è stata definitivamente ricostruita nel corso di quasi quattro anni di dibattimento e centocinquanta udienze.
L´agente Michele Burgio prende le due molotov - che erano state sequestrate nel pomeriggio durante gli scontri di corso Italia dal vice-questore Pasquale Guaglione, e da lui affidate a Valerio Donnini, padre degli specialissimi nuclei anti-sommossa e capo di Burgio - e nel cortile della scuola le consegna al vice-questore Pietro Troiani. Il funzionario le mostra al collega Massimiliano Di Bernardini. Poi entra in ballo Gilberto Caldarozzi, l´uomo che qualche anno dopo avrebbe partecipato alla cattura di Bernardo Provenzano. Qualche minuto più tardi, il sacchetto azzurro delle molotov è impugnato da Giovanni Luperi e mostrato agli altri super-poliziotti che gli si fanno intorno. E questa, di immagine, la conosciamo bene. Quello che succede dopo ce l´hanno raccontato gli stessi protagonisti in negativo del blitz. Luperi, attuale direttore dell´ex Sisde, ricorda di aver chiamato una funzionaria che stava all´esterno della scuola. Perché mai? Per affidarle il reperto, che pure in quel momento - visti gli sviluppi successivi - aveva una straordinaria importanza investigativa. Bene: Luperi chiama Daniela Mengoni e le dice di avere cura delle molotov. E la Mengoni che fa? A sua volta chiama un sottufficiale. «Credo fosse un ispettore della Digos di Napoli».
Credo, dice. Non ne conosce il nome, non è in grado di riconoscerlo. Nessuno degli ispettori Digos napoletani, rintracciati anni dopo dai magistrati, corrisponde a quello indicato dalla donna. E dunque, con lui e il sacchetto si avvicina all´entrata secondaria della scuola Diaz. Chissà perché. Si avvicina, e gli affida la prova «regina». Le molotov, che il nostro codice equipara ad armi da guerra. La prova intorno alla quale avrebbero poi giustificato l´intera operazione. «Tienile un momento, che devo fare una cosa». Lo molla lì. Quando torna, le bottiglie incendiarie saranno allineate sul lenzuolo che ospiterà il resto dell´"arsenale" sequestrato ai fantomatici Black Bloc della Diaz: i coltellini multiuso, le sottile anime in alluminio degli zaini fatte passare per spranghe, gli assorbenti femminili, la biografia del reverendo Jesse Jackson fatta passare per materiale "eversivo". E i picconi, le mazze rubate da un vicino cantiere.
Alla storia si aggiunge oggi quest´ultima immagine. Quella dell´ispettore Digos di Napoli (?) che entra nella scuola. C´è poi un altro fotogramma che ritrae lo stesso uomo mentre esattamente cinque minuti prima entra nella scuola, un camicione blu fuori dai pantaloni di colore beige. È quello in basso a sinistra. A fianco, nel terzo riquadro, l´ispettore leaving - che la lascia - la Diaz. La visiera del casco ben calata a nascondere il volto. Sono trascorsi altri quattro minuti. Nove in tutto. Per entrare, piazzare le bottiglie e andarsene. Ma tornando al riquadro lassù in alto, quello dell´ingresso delle molotov nella scuola, vale la pena di sottolineare i due funzionari indicati dalla Bbc.
Uno è appunto Luperi, oggi ai vertici del ministero dell´Interno. Nel processo ha rifiutato di essere interrogato, preferendo le "dichiarazioni spontanee". Senza contraddittorio. Ha spiegato che quella sera lui era tutto sommato rimasto ai margini dell´operazione. Era soprattutto preoccupato di portare i colleghi a cena, ricordava. L´altro era Spartaco Mortola, adesso questore vicario a Torino, allora capo della Digos di Genova. L´ufficio cui vennero affidate per la custodia le molotov, il reperto trasformatosi in un boomerang per la Polizia di Stato. Le bottiglie furono "accidentalmente" distrutte dagli stessi agenti. Questa è un´altra storia, verrebbe da scrivere. Ma purtroppo la storia è sempre la stessa.
12 novembre 2008
http://genova.repubblica.it/
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12-11-2008, 14.46.06
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la notte buia della repubblica, in cui sono state sospese le garanzie democratiche e dei bastardi mandati in giro a fare danni. alcuni per quello che hanno fatto sono stati promossi.
questo sotto, è alessandro perugini, è a destra nella foto con la camicia chiara. sta per sferrare un calcio a un minorenne, un ragazzino che stava nadando a lezione di chitarra. lui l'ha preso, gettato e terra e gli ha tirato un calcio in faccia.

in un qualsiasi stato l'avrebbero messo in galera.
in italia l'abbiamo promosso.
ora è questore, cioè garante dell'operato della polizia.
il ragazzino aveva 16 anni.

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12-11-2008, 17.02.18
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Magari un giorno verrà ripagato con la stessa moneta. Quel giorno, se sentirò la notiiza non mi si smuoverà un pelo.
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13-11-2008, 21.20.39
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Zczc0581/sxb
win40511
f cro s0a s0b s04 nie r64 qbxt
++ flash ++ g8:diaz; assolti vertici polizia++ flash ++
(ansa)
++ flash ++ g8:diaz; assolti vertici polizia ++ flash ++
(ansa).
Cz/cz
13-nov-08 21:16 nnnn
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13-11-2008, 21.21.52
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++ FLASH ++ G8: DIAZ;GRIDA IN AULA,VERGOGNA ++ FLASH ++

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13-11-2008, 21.26.40
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++ G8: DIAZ; ASSOLTI VERTICI POLIZIA ++
(ANSA) GENOVA, 13 NOV- Assolti per i fatti della scuola Diaz
dal tribunale di Genova i tre funzionari di vertice della
polizia di stato, Franco Gratteri, oggi direttore centrale
anticrimine, e Gianni Luperi, oggi numero tre dell'Aisi, e
Gilberto Calderozzi, oggi direttore del servizio centrale
operativo della polizia.(ANSA).
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13-11-2008, 21.34.31
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++ G8: DIAZ; 13 CONDANNE, 16 ASSOLUZIONI ++
(ANSA) - GENOVA, 13 NOV - Sono stati assolti 16 dei 29
imputati al processo per i fatti della scuola Diaz, in occasione
del G8 del 2001. Le condanne sono state invece 13 per un totale
di 35 anni e sette mesi.(ANSA).
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13-11-2008, 21.52.33
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G8: DIAZ; CASINI, RICONOSCIUTO CHE A VERTICE PS GALANTUOMINI
(ANSA) - ROMA, 13 NOV - ''Siamo lieti che la giustizia
ordinaria riconosca una verita' nota a tutti gli italiani e
cioe' che al vertice della Polizia di Stato in Italia ci sono
stati e ci sono autentici galantuomini e servitori delle
istituzioni. Il tentativo di criminalizzare, per i fatti del G8
di Genova, i vertici delle forze dell'ordine si e' rivelato per
quello che era: un'autentica persecuzione''. Lo dichiara il
leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini. (ANSA).
DIAZ: GASPARRI, RIDIMENSIONATA CAMPAGNA CONTRO FORZE ORDINE =
(AGI) - Roma, 13 nov - 'Valuteremo con calma la sentenza sui
fatti della scuola Diaz. Intanto prendiamo atto che piu' della
meta' degli imputati e' stata assolta. Il che ridimensiona la
violenta campagna contro le forze dell'ordine da taluni fatta
finora'. Lo dichiara il presidente del Pdl al Senato, Maurizio
Gasparri.(AGI)
++ G8: DIAZ; AVV.BIONDI, SCONFITTO TEOREMA PROCURA ++
(ANSA) - GENOVA, 13 NOV - ''E' sconfitto il teorema della
procura'', ha commentato a caldo l'avvocato Alfredo Biondi,
difensore del vicequestore Pietro Troiani e del funzionario di
polizia Alfredo Fabbrocini.
Il pm non ha voluto rispondere alla domanda se fara' appello
alla sentenza.(ANSA).
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13-11-2008, 21.53.41
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DIAZ: CONDANNATI TUTTI MEMBRI 7 NUCLEO E RESPONSABILI MOLOTOV =
(AGI) - Roma, 13 nov - La condanna piu' pesante a 4 anni di
reclusione e' stata inflitta a Vincenzo Canterini, nel 2001
comandante del settimo nucleo sperimentale di Roma. Il suo vice
Michelangelo Fournier, e' stato condannnato a 2 anni di
reclusione. Pena di 3 anni, invece, per gli otto capisquadra al
comando di Canterini: Fabrizio Basili, Ciro Tucci, Carlo
Lucaroni, Emiliano Zaccaria, Angelo Cenni, Fabrizio Ledoti, e
Pietro Stranieri e Vincenzo Compagnone. Le altre condanne
riguardano Pietro Troiani,all'epoca dei fatti vicequestore
aggiunto di Roma, condannato a 3 anni,e Michele Burgio, suo
assistente, a 2 anni e sei mesi, ritenuti i protagonisti della
vicenda delle due bottiglie molotov.(AGI)
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13-11-2008, 22.12.00
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G8: DIAZ; CENTO (VERDI), E' STATA PAGINA NERA DEMOCRAZIA
(ANSA) - ROMA, 13 NOV - La sentenza sui fatti della scuola
Diaz ''ci lascia del tutto insoddisfatti perche' le
responsabilita' di vertice di quanto accaduto durante
l'irruzione alla scuola rimangono al di fuori di qualsiasi
valutazione sulle responsabilita''', afferma il Verde Paolo
Cento. ''Cio' che e' accaduto alla Scuola Diaz di Genova -
aggiunge - rappresenta un pagina nera della democrazia e delle
istituzioni repubblicane e la responsabilita' non puo' essere
addebitata solo agli esecutori di quell'operazione. E' del tutto
evidente - conclude - che ancora una volta risalta agli occhi
dell'opinione pubblica il grave errore del Palamento nel non
aver realizzato nelle legislature precedenti quella commissione
parlamentare d'inchiesta, strumento indispensabile per accertare
le responsabilita' politiche''.(ANSA).
R CRO S0A S41 QBXW
G8: DIAZ; CARUSO,SENTENZA SQUALLIDA,INSABBIATE COLPE VERTICI
(ANSA) - ROMA, 13 NOV - Una ''sentenza squallida'', perche'
''come sempre si colpiscono le pedine piu' insignificanti mentre
si insabbiano le responsabilita' politiche dei vertici della
polizia, che hanno pianificato la mattanza''. Cosi' Francesco
Caruso, ex parlamentare di Rifondazione Comunista e all'epoca
del G8 uno dei leader dei no global, commenta la sentenza del
tribunale di Genova sulle violenze alla scuola Diaz.
''E' la solita storia all'italiana - prosegue Caruso - si
condannano il braccio ma si ignora la mente. E' impensabile e
pura follia che la mattanza della Diaz sia un'operazione
estemporanea di un gruppo di celerini invasati e impazziti''.
Con questa sentenza, conclude, ''si vuole negare la regia che
c'e' dietro questa operazione''.(ANSA)
DIAZ: DILIBERTO, PAGANO SEMPRE I SOTTOPOSTI, MAI I CAPI =
(AGI) - Roma, 13 nov - "Come noto mi astengo sempre dal
commentare le sentenze della magistratura. Ma ancora una volta
l'Italia si conferma il Paese nel quale pagano solo i
sottoposti e gli esecutori, mai i capi. Sui fatti di Genova
eccezionalmente gravi, giustizia non e' stata fatta". Lo
dichiara il segretario dei Comunisti Italiani Oliviero
Diliberto.(AGI)
G8: DIAZ; HAIDI GIULIANI, MANCANZA DI DIGNITA' E CORAGGIO
(ANSA) - GENOVA, 13 NOV - L'ex senatrice di Rifondazione
Comunista Haidi Giuliani e madre di Carlo, il giovane ucciso
durante gli scontri del G8, parla, in relazione alla sentenza,
di ''mancanza di dignita' e di coraggio''. ''In quest'aula -
prosegue - ho visto persone coraggiose che hanno testimoniato e
pm coraggiosi, ma non ho visto altri atti di coraggio e neppure
rispetto per la nostra Costituzione''. (ANSA).
DIAZ: NICOTRA (PRC), FERITA CREDIBILITA' REPUBBLICA =
(AGI) - Roma, 13 nov - Alfio Nicotra, uno dei portavoci del
Genoa Social Forum durante i giorni del G8 del Luglio 2001 e
responsabile nazionale Movimenti del Prc esprime in una nota
'vergogna per una sentenza non degna di uno Stato democratico.'
'Che questi teppisti in divisa che tutto il mondo ha visto
entrare in forze alla scuola Diaz , pestare a sangue persone
inermi, fabbricare prove e raccontare palesi menzogne
sbugiardate ampiamente nel corso del dibattimento, agissero di
propria testa non sta ne' in cielo ne' in terra'. Per Nicotra
'questa sentenza e' un colpo mortale, una ferita profonda alla
credibilita' della Repubblica italiana. I giudici hanno
legittimato uno scempio che ora potra' ripetersi di nuovo,
garantendo ai responsabili impunita' per nuove macellerie
messicane contro i movimenti.' 'E' una sentenza politica -
conclude Nicotra - una sentenza di regime che ci fara'
vergognare nel mondo.'(AGI)
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13-11-2008, 22.29.50
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G8: DIAZ; I CONDANNATI E LE PENE INFLITTE
(occhio ragazzi: la beffa è che buona parte della pena complessiva è ovviamente condonata. la cosa più garve è l'episodio delle molotov, cioè le armi - per il codice sono armi - nascoste nella scuola per decisione dei vertici della polizia che stavano organizzando l'assalto. i due spampinati cui è stato ordinato di metterle sono stati condannati per "calunnia": come condannare osama bin laden per volo in aereo sulle torri gemelle senza autorizzazione...)
(ANSA) - GENOVA, 13 NOV - Il tribunale ha condannato,
sostanzialmente tutto il VII nucleo comandato da Vincenzo
Canterini, anche se gran parte delle condanne sono state
mitigate per effetto del condono.
Canterini, condannato a 4 anni, e' stato riconosciuto
responsabile di falso ideologico e di calunnia in concorso
mentre Michelangelo Fournier (2 anni di reclusione e non
menzione), Fabrizio Basili, Ciro Tucci, Carlo Lucaroni, Emiliano
Zaccaria, Angelo Cenni, Fabrizio Ledoti, Pietro Stranieri e
Vincenzo Compagnone sono stati condannati a tre anni ciascuno
per lesioni personali continuate.
Per l'episodio delle molotov il tribunale ha condannato
Pietro Troiani (3 anni) e Michele Burgio (2 anni e mezzo) per la
calunnia e per il porto illegale di armi da guerra. A tutti sono
state concesse le attenuanti generiche ritenute prevalenti sulle
aggravanti contestate a Fournier, Troiani e Burgio ed
equivalenti per gli altri. Luigi Fazio, che e' stato condannato
a un mese di reclusione, e' stato dichiarato interdetto dai
pubblici uffici per un anno. Per lui il tribunale ha stabilito
la non menzione. Tutti gli altri hanno avuto uguale pena
accessoria per la durata delle rispettive pene.
Le pene inflitte a Basili, Tucci, Lucaroni, Zaccaria, Cenni,
Ledoti, Stranieri, Compagnone, Troiani e Burgio sono state
interamente condonate. Il tribunale ha dichiarati condonati
anche 2 anni della pena inflitta a Canterini.
Infine, il tribunale ha stabilito che Canterini, Fournier,
Basili, Tucci, Lucaroni, Zaccaria, Cenni, Ledoti, Stranieri e
Compagnone siano condannati in solido e con il responsabile
civile, Ministero dell' Interno, al risarcimento di tutti i
danni patiti dalle parti civili. (ANSA).
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13-11-2008, 22.30.51
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G8: DIAZ; COSI' LA SCUOLA DOPO IL BLITZ DI QUELLA NOTTE/ANSA
SANGUE, STRACCI E COMPUTER ROTTI OVUNQUE, 66 FERITI E 96 FERMATI
(ANSA) - GENOVA, 13 NOV - La mattina del 22 luglio del 2001
chi vide la scuola Diaz dopo l'irruzione notturna della polizia
defini' quei locali come torturati dal passaggio di un tornado,
di quelli che abbattono tutto cio' che incontrano sul loro
cammino: vetri rotti, computer divelti, indumenti strappati e
sparsi dappertutto, tracce di sangue ancora fresco su pavimenti
e pareti. Erano passate poche ore dal blitz che, venne spiegato
allora dalle forze dell'ordine, era mosso dalla ricerca di armi
e di persone, tra cui black bloc, che avevano partecipato agli
scontri nei quali, poche ore prima, era morto Carlo Giuliani. Il
bilancio complessivo fu di 66 feriti e 96 fermati.
Nell'edificio di via Cesare Battisti erano ospitati il 'press
center' di Indymedia e gli studi di Radio Gap (l'emittente
ufficiale del contro G8) oltre a diversi ragazzi e ragazze che
avevano preparato giacigli improvvisati stendendo i sacchi a
pelo nelle sale e nei corridoi. Anche l' edificio di fronte,
un'altra scuola, dove aveva sede il centro stampa del Genoa
social forum, fu perquisito dalle forze dell' ordine: anche in
questo caso computer e telefoni non si salvarono.
Alla Diaz, l'ampio salone al piano terra che era stato
trasformato dai giovani in dormitorio, fu completamente
devastato: ovunque sacchi a pelo multicolori stracciati, maglie,
pantaloni e camicie (quasi tutte lacerate) sparsi per l'intero
vano, libri scritti in tante lingue diverse sparpagliati sul
pavimento e pagine stracciate.
In una saletta adiacente all'androne (l'area adibita dai
giovani a 'quartier generale dell'informazione anti G8') diversi
computer distrutti e gettati a terra. Rovesciati dai
tavolini, con i monitor frantumati, le tastiere spezzate sul
pavimento, cosparso da schegge di vetro delle tante finestre
andate in mille pezzi. Ai piani superiori, tra indumenti e
sacchi a pelo rovinati, spuntano anche tracce di sangue. E nei
corridoi del primo piano, in diversi punti del pavimento, le
chiazze di sangue ancora fresco si estendevano su parte della
superficie.
A dimostrazione della necessita' del blitz la polizia esibi'
subito dopo le molotov, le spranghe, i coltelli e le tute nere
che, venne detto, erano state trovate nella scuola durante la
perquisizione. L'intervento, fu spiegato, si rese necessario
anche perche' una volante che passava di fronte era stata
colpita da un lancio di pietre.
(ANSA).
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14-11-2008, 01.14.56
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Sette lunghi anni cercando giustizia
Mark Covell
Oggi nell'aula bunker del tribunale di Genova, la sentenza del processo ai 29 agenti e dirigenti di polizia per l'irruzione nella scuola Diaz la notte del 21 luglio 2001. Il verdetto, previsto in serata, è atteso con interesse anche in Inghilterra: «Monitoriamo la situazione» dicono dal ministero degli esteri
Paolo Gerbaudo
LONDRA - Oltre la manica non si sono dimenticati dell'assalto alla Diaz e dopo anni di silenzi finalmente trapelano retroscena sulle lamentele rivolte dalle autorità britanniche al governo italiano dopo gli abusi commessi dalla polizia a Genova. Cinque cittadini britannici furono coinvolti nell'assalto alla Diaz, epilogo tragico di giorni che Amnesty International ha definito «la più grave sospensione dei diritti umani in Europa dalla seconda Guerra mondiale».
Mark Covell, giornalista di Indymedia, fu quasi ammazzato di fronte alla scuola. Rimase a lungo a terra, prima dell'arrivo dei soccorsi, con sei costole fratturate, un polmone perforato, la colonna dorsale danneggiata, dodici denti rotti. Dan McQuillan e Norman Blair, due pacifisti arrivati a Genova con un amico neozelandese tentarono di nascondersi ma furono picchiati a sangue. Nicola Doherty, una badante londinese di 26 anni, fu salvata dal ragazzo che si accovacciò su di lei per proteggerla dai colpi dei manganelli. Se la cavò con un polso rotto.
A sette anni di distanza da quei fatti il comportamento della polizia italiana suscita ancora preoccupazione per la situazione politica italiana. Specialmente per il fatto che la coalizione di Berlusconi è di nuovo in sella, senza che si siano chiarite le responsabilità politiche del suo governo in quegli abusi. Un articolo sui fatti di Genova firmato dal celebre giornalista Nick Davies, e pubblicato sul Guardian, nel luglio scorso, fu accolto da una marea di commenti di gente che chiedeva «come è possibile che qualcosa del genere sia successo in Europa?».
Di fronte alla lentezza della giustizia italiana, le vittime britanniche hanno cercato di fare pressione sulle proprie istituzioni perché denunciassero il comportamento del governo italiano. Ma i risultati sono stati pochi. Tony Blair non tradì mai la propria amicizia con Berlusconi dopo aver asserito in quei giorni che «la polizia italiana ha avuto un compito molto difficile da compiere, e loro dicono di averlo fatto bene». Solo ora cominciano a trapelare alcune informazioni sulla reazione del governo di Sua Maestà di fronte a un assalto contro propri cittadini, che - se fosse successo in Gran Bretagna - avrebbe causato punizioni rapide per gli agenti coinvolti.
«La brutalità della polizia è una cosa che trattiamo con la massima attenzione - afferma Matt Costain, portavoce del ministero degli esteri guidato da David Miliband - Ai tempi dei fatti di Genova abbiamo segnalato la nostra preoccupazione al governo italiano. Siamo intervenuti al tempo dei fatti presso funzionari di alto livello per garantire che fosse fatta giustizia sul caso dei nostri cittadini. La parte italiana ha risposto al nostro intervento promettendo di chiarire la vicenda. Comunque sia continueremo a monitorare la situazione e presteremo attenzione al risultato del processo». Non avete paura che dopo quei fatti altri cittadini inglesi possano subire lo stesso trattamento in occasione del G8 alla Maddalena? «Non posso commentare su fatti futuri, ma noi consigliamo sempre ai nostri cittadini che si recano all'estero di consultare il nostro servizio di Travel Advice prima di partire».
Travel Advice. Questo è il nome del servizio che informa i viaggiatori sui rischi all'estero. Un servizio solitamente destinato a turisti «spericolati», in partenza per paesi in situazione di instabilità politica o sotto dittatura. Ma evidentemente dopo la dimostrazione di brutalità della polizia italiana al G8 del 2001, anche l'Italia viene guardata con attenzione, come una meta che può serbare, specie per viaggiatori spinti da motivi politici, rischi pesanti.
Per i britannici che a torto o a ragione si vantano di avere la migliore polizia al mondo il fatto che poliziotti con accuse così gravi siano stati addirittura promossi continua a suscitare indignazione. Per minimizzare scontri violenti con i dimostranti, la polizia britannica ha assunto da tempo una serie di misure di garanzia. I poliziotti hanno numeri di riconoscimento durante le operazioni anti-sommossa e regole strette per le cariche contro i manifestanti come per l'uso di manganelli e spray urticanti. E i poliziotti che sbagliano il più delle volte pagano, anche se in ritardo. Un mese fa se ne è andato Ian Blair, il capo della polizia londinese, coperto per sempre dall'ombra della morte di Charles De Menezes, il ragazzo brasiliano scambiato da un agente per un terrorista islamico nell'estate 2005.
Un portavoce dell'Acpo, l'associazione di commissari di polizia, il più alto coordinamento delle forze dell'ordine nel Regno Unito, rimane ammutolito di fronte all'elenco di capi di accusa che pesano sulla schiena di Canterini, Gratteri e Luperi e altri imputati al processo Diaz. Ma quando gli viene chiesto se una cosa del genere potrebbe mai succedere in Gran Bretagna si ripara dietro una dichiarazione di circostanza: «Noi preferiamo non commentare sul comportamento delle forze di polizia di paesi con cui collaboriamo. Questo potrebbe guastare la nostra collaborazione nel futuro con i colleghi italiani».
Ma se tra le forze dell'ordine le bocche sono cucite, l'arrivo della sentenza del tribunale di Genova promette di suscitare una nuova ondata di indignazione nell'opinione pubblica del regno Unito. La Bbc ha pronto un documentario che svela l'inquinamento delle prove commesso dalla polizia italiana a Genova. In attesa della messa in onda del video, oggi la Gran Bretagna guarderà all'Italia per sapere se dopo gli incubi, le ferite e i silenzi i propri cittadini potranno ottenere un po' di giustizia.
il manifesto 13 novembre 2008
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14-11-2008, 01.19.44
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La giustizia dimezzata
di ETTORE BOFFANO
"Vergogna", grida il pubblico nell'aula. Come a luglio, per il verdetto sulle violenze nella caserma di Bolzaneto. Un'altra sentenza "dimezzata" dove si dice che, in quella Scuola Diaz, accadde di tutto: si sfiorò la tortura e si tentò di ingannare la giustizia creando prove false, nascondendo delle bombe molotov portate dentro dai poliziotti nel tentativo di giustificare l'assalto, i pugni, i calci e le manganellate. Ma i giudici si rifiutano invece di pronunciare ciò che la logica dei fatti e delle responsabilità pretenderebbe: che tutto questo fu ordinato e deciso da chi comandava le forze dell'ordine, in quella notte feroce e sbagliata del 21 luglio 2001.
Spariscono dal processo i vertici della polizia, rimasti in carriera nonostante quelle imputazioni gravissime, promossi e chiamati a nuove responsabilità sia negli anni del centrodestra che in quelli del centrosinistra.
Ma che giustizia è allora questa di Genova? Dove per anni un gruppo di pm ha ricostruito, pezzo per pezzo, il grande puzzle di quelle giornate di straordinaria violenza, di sospensione improvvisa dei diritti costituzionali e del concetto stesso dell'habeas corpus. Ma dove poi i collegi giudicanti hanno dato pieno corso alle loro richieste solo nel caso del dibattimento contro i dimostranti giudicati per le distruzioni e gli assalti. "Dimezzata" invece la sentenza per i fatti di Bolzaneto, "dimezzata" ieri sera quella della Scuola Diaz: solo chi stava lì, chi picchiava e chi truccava le carte delle prove penali è stato condannato. nessuno dei capi, invece, pagherà. Una giustizia che sembra far pensare, inevitabilmente e aldilà della stessa volontà dei giudici, che forse qualcuno resta più uguale degli altri. E con quel morto di piazza Alimonda, Carlo Giuliani, per il quale mai nessuno è stato obbligato a raccontare la verità.
13 novembre 2008
www.repubblica.it
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14-11-2008, 12.51.42
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Quel senso di ingiustizia che torna dopo sette anni
La rabbia in tribunale Le stesse persone, gli stessi cori della notte del blitz
Marco Imarisio
DAL NOSTRO INVIATO GENOVA — «Vergogna, vergogna». Come sette anni fa, davanti ai cancelli di quella scuola. Con le stesse persone, gli stessi cori, in più soltanto la stanchezza e la frustrazione di una attesa lunghissima e vana. Mancano i lampeggianti e il cordone di carabinieri dagli occhi spaventati che tenevano lontano i no global. Il resto è uguale a quella notte del 21 luglio 2001. L'inizio e la fine, un cerchio che si chiude perfettamente con scene e sgomento identici. La rabbia, «assassini, assassini», qualcuno che cerca di lanciarsi in avanti, un caldo folle, sudore e lacrime sui volti delle vittime definitivamente convinte di aver sbagliato ad affidarsi alla giustizia. Oggi come allora. Due Italie, una sempre più forte dell'altra, come dimostra il sorrisino di superiorità del giudice Barone al partire dei cori, mentre si ritira dopo la lettura del dispositivo che commina tredici condanne, quelle che non contano nulla, 36 anni contro i 108 invocati dall'accusa, sedici assoluzioni. E alle vittime lo sfregio di risarcimenti irrisori (una media di 4.000 euro) rispetto alle richieste delle parti civili (20.000 euro a testa). La sentenza fa a pezzi le tesi dell'accusa. Avvalora in pieno la linea fin dall'inizio proposta dal Viminale, quella delle poche mele marce in un cesto florido e sano. Le condanne sono acqua fresca, sempre e comunque mitigate. Lasciano intravedere una certa riluttanza nel propinarle, e la riduzione ai minimi termini della gravità dei fatti. Ad esempio, il vicequestore Michelangelo Fournier, quello della «macelleria messicana», prende due anni comprensivi di non menzione, con le attenuanti prevalenti sulle aggravanti. Condannato, ma giusto un poco. I magistrati avevano strutturato la loro requisitoria in tre parti.
Il VII Reparto mobile di Vincenzo Canterini, i funzionari accusati di aver firmato falsi verbali di perquisizione, sequestro e arresto, compresi quelli riguardanti le celebri molotov false, e i vertici apicali. È sempre apparso chiaro che il processo si sarebbe giocato sulla parte centrale. Il «taglio» del collegio giudicante è stato draconiano. Colpita solo la base della piramide. Gli unici a pagare davvero per la vicenda delle molotov false, che dovevano essere la prova regina della pericolosità dei 93 no global arrestati alla Diaz, sono stati i meri esecutori della parte iniziale dell'inganno, i soli riconosciuti. L'autista Michele Burgio, alla guida del defender che porta le false prove alla Diaz, il vicequestore Pietro Troiani, ex collega di Canterini, che le prende in consegna. Assolta la pedina seguente, il vicequestore Massimo Di Bernardini, che nel domino dell'accusa costituiva l'anello di congiunzione con la catena di comando di quella notte. Ma le anomalie nella gestione delle molotov cominciano infatti dopo che Troiani se ne spossessa, in un susseguirsi di comportamenti che è lecito definire irragionevoli. Ogni eventuale legame superiore è stato invece reciso: le false molotov furono una libera iniziativa di due oscuri gregari. La prova della colpevolezza dei vertici apicali di quella notte, Francesco Gratteri e Giovanni Luperi, non si è mai formata durante il processo. Ma le firme degli altri funzionari su verbali che attestano il falso sono sempre sembrate l'ostacolo più massiccio alla assoluzione di tutto il gruppo dirigente. In quattro anni e 170 udienze, la difesa non ha mai prodotto un teste che sostenesse la veridicità del contenuto di quei verbali. Nessun testimone. Ma anche qui la scelta dei giudici è stata minimale: l'élite dei funzionari italiani di Polizia si è fatta buggerare in massa dalle poche mele marce dei ragazzi di Canterini, ai quali va evidentemente riconosciuta una sagacia non comune. Fa male vedere un vecchio che urla e piange. Arnaldo Cestaro, 70 anni, una spalla rotta e tre operazioni per rimetterla a posto, inveisce contro lo Stato italiano, in piedi su una poltrona dell'aula bunker. Accanto a lui le altre vittime di quella notte, Lena Zulke, la ragazza tedesca che divenne l'immagine simbolo, una maschera di sangue portata via in barella. E poi tutti gli altri, un avvocato maturo e compassato come Vittorio Lerici che vorrebbe buttare la toga «per la delusione», e quel coro martellante, «vergogna, vergogna», i reduci no global attoniti, Vittorio Agnoletto spaesato come non mai. Il caldo che pulsa alle tempie, le urla, le ferite ancora aperte, il senso di ingiustizia. Come quella notte.
14 novembre 2008
www.corriere.it
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14-11-2008, 12.59.30
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Ma i fatti restano
RICCARDO BARENGHI
La storia la fanno i fatti, non le sentenze. Soprattutto quando i fatti sono sotto gli occhi di tutti, evidenti, acclarati, come nel caso della scuola Diaz di Genova. Poi, ovviamente, esistono sentenze che si possono definire storiche o esemplari ma che alla fine dei conti sono una conferma (o una smentita) dei fatti accaduti. Quella di ieri è appunto una sentenza storica, esemplare. Ma nel senso opposto.
Nel senso opposto a quello in cui normalmente si usano questi aggettivi. Perché scarica le responsabilità su coloro che hanno eseguito gli ordini, condannandoli, mentre assolve quelli che, se non hanno impartito quegli ordini, avrebbero dovuto quantomeno controllare che cosa stava accadendo e magari intervenire visto che erano presenti sul luogo del delitto.
Ma comunque non riesce a cancellare il fatto accaduto in quella notte genovese di sette anni fa, quei ragazzi innocenti pestati con una violenza inaudita mentre dormivano, trascinati via come fossero dei sacchi di spazzatura, quel lago di sangue sul pavimento, quegli imbrogli architettati dai poliziotti, le molotov portate lì dentro, i tubi Innocenti branditi come prova mentre erano materiale dei lavori in corso nella scuola, le false testimonianze, gli scaricabarile, le responsabilità negate oltre ogni ragionevole dubbio, dimostrano che quella è stata la notte più nera della Seconda Repubblica. In cui le nostre istituzioni, dal governo di Berlusconi e Fini (l’allora vicepremier si installò nella sala operativa della Questura genovese per tutta la durata del G8), al capo della polizia Gianni De Gennaro, fino a molti funzionari e all’ultimo degli agenti che hanno partecipato all’irruzione e ai pestaggi, hanno toccato il punto più basso della loro storia recente (bisogna ricordare però che un assaggio, e che assaggio, c’era stato l’anno prima a Napoli quando governava il centrosinistra guidato da Giuliano Amato). Calpestando in un colpo solo le leggi dello Stato, i diritti dei cittadini e le loro stesse divise.
Continuare a indignarsi per quei fatti, ricordandoli come fossero avvenuti ieri, ha senso non solo perché non è mai giusto dimenticare la storia, ma soprattutto perché quella storia può - potrebbe - aiutare chi governa (gli stessi di allora) a non replicare quell’orrendo copione. Finora non è successo nulla di simile, per fortuna, però ci sono condizioni analoghe nel Paese. Cortei e scioperi e manifestazioni si susseguono a un ritmo impressionante (oggi per esempio tocca all’Università e Roma sarà invasa da centinaia di migliaia di persone), come allora ci sono giovani che protestano e che non si riconoscono direttamente in un qualche partito politico. E come allora, c’è un presidente del Consiglio piuttosto allergico alle critiche e, tanto più, alle proteste di piazza, alle occupazioni delle scuole, insomma a tutto quello che esce dall’ordine costituito e che, magari, supera anche il confine della legalità.
Ed è proprio questo il problema a cui il governo deve stare più attento, ripensando a Genova, cioè il suo istinto primordiale. Quando Berlusconi evoca la polizia per sgomberare le scuole occupate o Maroni annuncia denunce contro gli studenti, quando uno come l’ex presidente Cossiga, che il gioco purtroppo lo conosce fin troppo bene, invita a seguire il suo esempio degli Anni Settanta, allora è meglio mettere le mani avanti. Un’altra Diaz, un altro Bolzaneto non dovrebbero essere più ammissibili, ma non è affatto detto che non possano capitare se il primo a innervosirsi è proprio il premier, rischiando così di innescare una reazione a catena che può contagiare facilmente quei poliziotti o carabinieri che fiutano l’aria meglio di altri e che, in un eccesso di zelo per compiacere chi comanda, si lasciano andare a violenze che in un attimo possono trasformarsi in una nuova ira di Dio. E la sentenza di ieri potrebbe spingere in questa direzione. Ma siamo convinti che non succederà, magari perché i governanti di oggi hanno imparato quella lezione, o magari solo perché la polizia è guidata da un uomo come Antonio Manganelli. Che ha già dimostrato di essere un funzionario dello Stato e non un bandierina esposta al vento della politica corrente.
La Stampa 14 novembre 2008
www.lastampa.it
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14-11-2008, 13.10.29
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Il vuoto del diritto
di GIUSEPPE D'AVANZO
COME per Bolzaneto, la sentenza del processo per i pestaggi nella scuola Diaz è una sentenza pessima, quali saranno le motivazioni che la sosterranno. È soprattutto una sentenza imprudente e pericolosa. Vengono condannati soltanto i "picchiatori" del Reparto Mobile di Roma, il comandante, il suo vice, i capisquadra.
Con loro, condannati i due poliziotti che s'inventarono, trasportandole nella scuola, le due bottiglie molotov che avrebbero dovuto giustificare la "perquisizione" diventata massacro di 93 persone sorprese nel sonno. Come per Bolzaneto, questa sentenza avrebbe dovuto spiegare come, perché, con la responsabilità di chi, nasce in una democrazia un "vuoto di diritto" che liquida le regole del diritto penale e le garanzie costituzionali e consegna la nuda vita delle persone, spogliata di ogni dignità e diritto, a una violenza arbitraria, indiscriminata, assassina.
La risposta del tribunale è stata, più o meno, questa: c'è stato un gruppo di esaltati che è andato oltre il lecito, tutto qui, e due disgraziati che per metterci una pezza, a frittata fatta, hanno manipolato una prova. L'intera catena di comando, a cominciare dal capo della polizia (nel 2001, Gianni De Gennaro) si è fatta prendere la mano e ingannare come l'ultimo del più sprovveduto dei gonzi. Così il Dipartimento della pubblica sicurezza è stato convinto a stilare un comunicato in cui non c'è una frase che non risulti falsa o controversa.
E' fuor di dubbio che la ricostruzione dell'accusa ne esca a pezzi. L'assoluzione dei "vertici apicali" della polizia (Giovanni Luperi e Francesco Gratteri) smentisce il lavoro dei pubblici ministeri. Avevano sostenuto che l'"operazione Diaz" fu "decisa, pianificata e organizzata dal vertice del Dipartimento della pubblica sicurezza"; che "l'iniziativa era diretta al riscatto dell'immagine delle forze di polizia gravemente compromessa dall'inefficace azione di contrasto alle violenze e degenerazioni dell'ordine pubblico durante le manifestazioni di protesta contro il vertice del G8".
Al contrario, per il tribunale non c'è stata alcuna pianificazione del Dipartimento e le violenze brutali, i fermi e gli arresti illegali sono farina del sacco di un pugno di subalterni che non sono riusciti a controllare il loro odio. L'esito minimalista del processo non spiega troppe cose (le perquisizioni arbitrarie, la costruzione di false prove, "la totale inosservanza delle regole del diritto", quella notte e nei giorni successivi) e soprattutto non "chiude" lo strappo creato tra le istituzioni e una generazione che, in quei giorni, si riaffacciava sulla scena politica dopo un lungo letargo.
Quale che siano le motivazioni della discutibile sentenza, è su questo vulnus tra lo Stato e la società che bisogna riflettere perché i pestaggi della Diaz e le torture di Bolzaneto pongono questioni che sarebbe dissennato accantonare o anche soltanto trascurare. Qual è il mestiere delle polizie in questa congiuntura politica? E quali sono le garanzie che venga svolto in modo corretto?
In uno "Stato legislativo", dove quel che conta è la legalità e chi esercita il potere agisce "in nome della legge", le burocrazie sono "neutrali", uno strumento puramente tecnico che serve orientamenti politici diversi e anche opposti, e le polizie hanno una funzione meramente amministrativa di esecuzione del diritto. Questo governo, in carica anche nel 2001, ha inaugurato la sua stagione "riformatrice" con ben altre convinzioni. Non vuole essere l'anonimo esecutore di leggi e norme. Non intende governare in nome della legge, ma in nome della "necessità concreta". Pretende che si muova dietro le "emergenze" (autentiche o artefatte, che siano), dietro le "situazioni" che ritiene prioritarie. Berlusconi s'immagina alla guida di uno "Stato governativo" che si definisce per la qualità decisiva che riconosce al comando concreto, applicabile subito, assolutamente necessario e virtualmente temporaneo, sempre conflittuale perché esclude e differenzia.
In questo scorcio di legislatura si sta creando così un paradigma istituzionale "duale" che affianca alla Costituzione una prassi di governo che vive di decreti con immediata forza di legge e trasforma il comando in un ininterrotto "caso d'eccezione" (immigrazione; sicurezza; Alitalia; rifiuti di Napoli; riforma della scuola).
Nello "stato d'eccezione", le polizie hanno un ruolo essenziale. Berlusconi evoca con regolarità un "diritto di polizia" e un uso della violenza o minaccia poliziesca quando i suoi obiettivi appaiono non condivisi o in pericolo (contro gli immigrati, contro i napoletani incivili, contro le proteste negli aeroporti, contro le manifestazioni degli studenti). Chi, nelle burocrazie, non sta al gioco, va a casa. Come è accaduto ieri al prefetto di Roma, Carlo Mosca, custode di una concezione di burocrazia professionale che, alla decisione politica (impronte per i bambini rom), oppone il rispetto della legge e della Costituzione.
Mosca è stato "licenziato" perché Berlusconi chiede - al contrario - che le burocrazie condividano la capacità di assumersi il suo stesso rischio politico, come fossero un'élite politica e non istituzionale e non neutrale. E' una novità di cui bisogna tener conto. E' quel che esplicitamente chiede alle polizie Francesco Cossiga con la sua "ricetta democratica".
Cossiga ha spiegato come distruggere l'Onda, il movimento degli studenti: "Bisogna infiltrare gli studenti con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine, mettano a ferro e fuoco le città. Dopodiché, forti del consenso popolare, le forze dell'ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano".
Cossiga (un uomo che sarebbe sciagurato considerare soltanto uno spericolato irresponsabile) dice quel che altri, nella destra di governo, pensano soltanto. Le polizie, nello "Stato governativo" preteso dalla destra, non dovrebbero più avere soltanto una funzione di mera esecuzione del diritto, ma farsi agenti attivi della sovranità del governo, muoversi in quell'area indifferenziata tra violenza e diritto che sempre definisce, nel caso d'eccezione, il comando del sovrano e il potere delle polizie.
Ora quel che si paventa per il domani è già accaduto ieri, a Genova, durante i giorni del G8. E' accaduto proprio nelle forme augurate oggi da Cossiga. Black Bloc che distruggono la città senza alcun contrasto. Black Bloc che si allontanano indisturbati mentre appare la polizia che si avventa contro i manifestanti inermi, pacifici, a braccia alzate e, nella notte, contro i 93 ospiti della scuola Diaz che si preparano al sonno o nel garage Olimpo di Bolzaneto dove vennero ancora umiliati e torturati. Con il risultato che una generazione che, per la prima volta, scopriva la dimensione politica fu consegnata alla paura, alla solitudine, alla disillusione.
Dopo sette anni, la situazione non è diversa. Il governo è lo stesso, solo più lucido, determinato e coeso intorno alla figura del leader carismatico. Nelle strade c'è un nuovo movimento di giovani che rifiuta un progetto di ordine sociale che annuncia esclusioni e differenze, che si oppone alla caduta di ogni garanzia di eguaglianza. Che cosa faranno le burocrazie dello Stato? Che cosa faranno le polizie sospinte nello spazio stretto tra la politica e il diritto, tra la violenza e la legge? Il processo di Genova ci dice che in uno Stato che si presenta come questurino c'è chi è disponibile a un'illegalità criminale quando il dissidente diventa un "nemico" da annientare.
Sono buone ragioni per non accontentarsi di una sentenza, per non chiudere il "caso Genova" nel perimetro di un'aula giudiziaria. In un tempo di aspri conflitti sociali, già inquinati da un estremismo fascista che minaccia l'informazione, il sindacato dei lavoratori, le proteste sociali e le forme di dissenso, il Paese deve sapere se può contare su una polizia fedele alla Costituzione o dovrà fare i conti anche con una burocrazia della sicurezza gregaria di un governo che prevede il rischio assoluto, il conflitto continuo, lo "sfondamento", una polizia sottomessa a un ordine capace di riservare all'interno del Paese la stessa ostilità che si riserva a un minaccioso "nemico" esterno.
Anche ora che la sentenza di Genova circoscrive le responsabilità a pochi "fuori di testa", dalle forze dell'ordine dovrebbero giungere all'opinione pubblica limpide e inequivoche rassicurazioni. Chi ha a cuore la Costituzione, nelle istituzioni, nella società, nella politica, dovrebbe invocarle. Perché le sentenze per la Diaz e Bolzaneto più che rasserenare, inquietano. Più che medicare le ferite, le fanno ancora sanguinare.
14 novembre 2008
www.repubblica.it
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14-11-2008, 13.29.24
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Sentenza cilena: «torturare è giusto»
Tutti assolti per la "mattanza" della polizia (2001) nella scuola Diaz di Genova
di Piero Sansonetti
Probabilmente è la sentenza peggiore, la più sfacciata, la più arrogantemente ingiusta, che mai sia stata pronunciata da un tribunale italiano della Repubblica. Non si era mai vista una cosa del genere. I vertici della polizia tutti assolti. Gli autori e gli architetti di una pagina tra le più brutte, infami, della storia della polizia italiana, da quando è caduto il fascismo, tutti dichiarati bravi ragazzi. C'è stata solo una condanna, quella contro Vincenzo Canterini che è stato condannato a 4 anni e 3 mesi perché contro la sua partecipazione diretta al pestaggio dei ragazzi della Diaz erano state raccolte troppe prove. Gli altri responsabili di quell'orrore che recentemente è stato definito da un dirigente della polizia come «macelleria messicana», sosno stati dichiarati non colpevoli. Assolto Giovanni Luperi, che all'epoca era il vicedirettore dell'Ucigos (e oggi è un alto dirigente dei servizi segreti), assolto Francesco Gratteri, all'epoca direttore dello Sco, oggi capo dell'Anticrimine (ma può fare il capo dell'anticrimine un signore che ha organizzato spedizioni punitive contro dei ragazzi? Mah...).
Che senso ha questa sentenza? I giudici potevano prendere le decisioni più diverse, graduare le pene, motivarle nei modi che a loro più piaceva. Ma come si fa ad assolvere? Non c'è il minimo dubbio sul fatto che il reato sia avvenuto.
E cioè sul fatto che un numero grandissimo di poliziotti (armati e mascherati, come si dice nei mattinali della questura) avevano illegalmente preso d'assalto una scuola pubblica nella quale dormivano alcune decine di ragazzi, in occasione delle contestazioni alla riunione del G8 di Genova (21 luglio 2001) e dopo averla circondata, e poi conquistata, avevano per almeno mezz'ora, con inaudita ferocia, con sadismo, bastonato a sangue tutti gli occupanti, ferendoli in modo molto grave, spaccando braccia, gambe, nasi, volti, zigomi e rischiando di ucciderne qualcuno.
Non c'è dubbio neanche sugli autori di questo reato gravissimo: i capi della polizia. Perché quei poliziotti mascalzoni e delinquenti che hanno pestato i ragazzi della Diaz non erano andati lì per loro iniziativa, ma perché mandati dai loro capi.
Non c'era nessuna difficoltà ad individuare queste persone. Non c'era nessuna ragione per assoverle. E' una chiarissima indecenza e una enorme ingiustizia E' stato un modo per dire: in questo paese la polizia può fare quello che le pare. Se vuole picchiarti ti picchia, se vuole bastonarti ti bastona, se vuole torturarti ti tortura. E non ha l'obbligo di rispondere a nessuno. E' una vergogna, per il nostro paese, che sarà difficile cancellare.
Liberazione 14 novembre 2008
http://www.liberazione.it
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14-11-2008, 14.04.22
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Non ho letto tutto per non farmi il sangue amaro. Una cosa, però, risulta certa: I capi della Pubblica Sicurezza (secondo la sentenza) non hanno "nessun" controllo sui loro "sottoposti".
Vi pare una cosa "rassicurante" in un Paese democratico e di Diritto? 
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14-11-2008, 21.21.20
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Citazione:
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Originalmente inviato da afam
Non ho letto tutto per non farmi il sangue amaro. Una cosa, però, risulta certa: I capi della Pubblica Sicurezza (secondo la sentenza) non hanno "nessun" controllo sui loro "sottoposti".
Vi pare una cosa "rassicurante" in un Paese democratico e di Diritto? 
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Più che "certa", la definerei una "verità" che hanno dovuto inventare per evitare quella peggiore. Quella impronunciabile.
Ha vinto, come sempre, il loro minore dei mali.
Intanto a noi resta, oltre che il disgusto e la rabbia, ancora una domanda a cui nessuno è ancora stato in grado di rispondere:
"che fine hanno fatto i famigerati black-bloc?"
Possibile si siano volatilizzati nel nulla?
L'invenzione delle molotov gliel'abbiamo smascherata, per la creazione dei black-bloc, non ci siamo riusciti.
Con gli infiltrati hanno sempre vinto loro. Lo dice anche Cossiga che è una strategia vincente. E lui se ne intende davvero.
L'accezione negativa e più disgraziata della "creatività al potere".
Ultima modifica di Alessandra : 14-11-2008 alle ore 21.53.50.
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14-11-2008, 22.15.39
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Vorrei incontrarlo, chiedergli se è vero che ha detto quello che ho letto, chiedergli se è vero che lo ha messo in pratica facendoci, all' epoca, rischiare la pelle. Poi gli sputerei in faccia, anche se lo avesse solo pensato.
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14-11-2008, 22.25.37
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Penso a tutti gli universitari che oggi hanno manifestato a Roma e che da domani per due giorni, si riuniranno in assemblee per stilare un pacchetto di proposte in alternativa al decreto gelmini.
Stanotte dormiranno negli atenei occupati...
Dopo questa sentenza, nulla vieta il ripetersi di quella macelleria...
E tutto lo presagisce.
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15-11-2008, 00.06.51
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Citazione:
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Originalmente inviato da zaefich
Vorrei incontrarlo, chiedergli se è vero che ha detto quello che ho letto, chiedergli se è vero che lo ha messo in pratica facendoci, all' epoca, rischiare la pelle. Poi gli sputerei in faccia, anche se lo avesse solo pensato.
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Abbiamo la certezza che non l'abbia solo pensato. L'ha sicuramente detto nell'intervista rilasciata il 23 ottobre scorso al quotidiano Il Giorno.
Il seguente video la trascrive, inframezzandola ad immagini tratte dal G8 di Genova del 2001.
Dopo quell'intervista, era in effetti decisamente impossibile non ritornare con il pensiero a quanto era avvenuto a Genova nel 2001.
All'epoca, 1977, quando morirono gli studenti Giorgiana Masi e Francesco Lo Russo per mano della polizia, entrambi con un colpo sparato alla schiena, Cossiga era Ministro dell'Interno.
Diventa quindi sempre più difficile pensare che quelle strategie Francesco Cossiga allora non le abbia messe in pratica.
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15-11-2008, 02.14.41
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GENOVA
Il colpo di spugna
Tredici condanne per la «notte cilena», puniti solo alcuni esecutori. Assolti i vertici della polizia, da De Gennaro a Gratteri. Dal pubblico si alza dieci minuti di coro «Vergogna, vergogna», magistrati in lacrime
Sara Menafra - INVIATA A GENOVA
Il pubblico in aula si alza in piedi e urla «vergogna, vergogna». I pm Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini non riescono a dire nulla ma lasciano la stanza con le lacrime agli occhi. E Dolores Ferrero, che oggi ha settant'anni, a cui la polizia ha spezzato un braccio, sfinita, dice solo: «Cobardes», «codardi». Finisce così il processo ai dirigenti di polizia e agli agenti che la notte del 21 luglio 2001 assalirono il dormitorio del Social Forum ospitato nella scuola Diaz e presero a bastonate i 93 manifestanti che dormivano all'interno: assolti tutti i dirigenti di polizia che firmarono il verbale fasullo che giustificava la perquisizione, compresi i due superpoliziotti Francesco Gratteri e Giovanni Luperi che non misero il loro nome su quel documento ma erano all'interno della scuola e a lungo discussero di due bottiglie molotov che avevano fra le mani, poi magicamente finite all'interno dell'edificio e attribuite ai no global. Condannati, ma con pene ridicole e tutte condonate se non in un paio di casi, i funzionari del settimo nucleo antisommossa che parteciparono alla mattanza. Solo Vincenzo Canterini rischia un anno di carcere, visto che gli altri tre a cui è stato condannato gli sono già stati condonati, come cancellati dalla stessa sentenza sono i tre anni di detenzione per tutti gli altri funzionari della celere. Tre e due anni a Pietro Troiani e Michele Burgio, che portarono le bottiglie incendiarie di fronte alla Diaz.
Il collegio presieduto da Gabrio Barone aveva promesso una decisione entro il primo pomeriggio. E' uscito dalla camera di consiglio solo alle 21 e 30, trovandosi di fronte un'aula stracolma. Di politici ce ne sono pochissimi, solo la ex parlamentare di rifondazione Graziella Mascia, che per anni ha insistito nel chiedere una commissione d'inchiesta parlamentare sul G8. L'europarlamentare Vittorio Agnoletto, ex portavoce del Genoa social forum. Ma nessun deputato o senatore attualmente in carica. C'è però la sindaca Marta Vincenzi che intanto dice subito di considerare «una scelta sbagliata» quella che fece il suo precedessore Giuseppe Pericu, quando scelse di non costituirsi parte civile contro i poliziotti che devastarono due scuole di proprietà del comune. Dopo anni passati ad ascoltare i due pm Cardona Albini e Zucca e a pensarli isolati nella loro procura, gli unici tanto pazzi da fare un processo contro i vertici della polizia, è impossibile non far caso alle facce di altri pm genovesi che si presentano in aula al loro fianco. Oltre ai due autori dell'inchiesta sulle torture di Bolzaneto, Miniati e Petruzziello, ci sono i due procuratori aggiunti, Calia e Morisiani e tutto il «vecchio» pool dei reati contro la pubblica amministrazione, anche se manca, come sempre, il procuratore capo Francesco Lalla. Le telecamere delle televisioni nazionali ci sono quasi tutte. E invece di giornalisti esteri non ce n'è nessuno. Solo John Hooper, l'inviato del Guardian che un mese fa ha dedicato uno speciale alla notte della Diaz e ora scuote la testa : «Francamente mi sorprende la mancanza di interesse da parte della stampa estera. Molti stranieri sono stati feriti gravemente alla Diaz».
Gli unici a mantenere la calma sembrano i due pm autori dell'indagine, Zucca e Cardona Albini, alle otto di sera continuano a ripetere a tutti: «Una sentenza complicata, con 29 imputati, decine di capi di imputazione, i magistrati devono decidere su tutto quello che è stato depositato. E' normale che ci mettano così tanto». Di fondo c'è forse l'impressione che davanti a una sentenza tanto difficile e davanti ad imputati tanto controversi il collegio abbia deciso di pensarci fino all'ultimo. E invece la sentenza ha deciso di azzerare le responsabilità dei vertici della polizia Francesco Gratteri, attuale capo del dipartimento anticrimine, Giovanni Luperi, attuale dirigente di dipartimento dell'Aisi, Gilberto Calderozzi oggi a capo dello Sco che indaga sulla criminalità organizzata. Per il tribunale di Genova è come se davanti a quella scuola non ci fossero mai stati. E come del resto fortemente ridimensionato dalla sentenza è il ruolo di Pietro Troiani, l'unico per cui i pm avevano chiesto cinque anni, accusato di porto di armi improprie perché fu il primo a portare all'interno della Diaz le bottiglie molotov trovate durante le manifestazioni pomeridiane e poi finite tra le mani dei dirigenti di polizia presenti di fronte alla scuola e poi all'interno del presunto fortino della Diaz.
Non sono bastate le tante testimonianze di persone gravemente ferite quella notte, o l'imbarazzo davanti ai loro racconti, sebbene l'avvocatura di stato abbia provato fino all'ultimo a sostenere che anche loro, insieme a tutti gli altri imputati, erano innocenti. Più in generale questa sentenza decide di non affrontare le ragioni che quella notte convinsero la polizia a fare una perquisizione sommaria in un dormitorio, a caccia di manifestanti violenti. E dire che il prefetto Ansoino Andreassi all'ora vice capo della polizia, aveva spiegato con chiarezza che nel pomeriggio del sabato, a vertice del G8 ormai concluso, la polizia di stato decise a freddo un cambiamento di strategia: «Io l'ho percepita come tale - ha detto in aula un anno e mezzo fa - cioè ho ritenuto che si volesse passare ad una linea più incisiva di quella, fino a quel momento seguita. E questo mio convincimento lo trassi, in primo luogo, dall'affidamento da parte della polizia a Gratteri dell'intervento alla scuola Paul Klee e successivamente con l'invio di La Barbera a Genova. L'invio di La Barbera non è qualcosa che appiano l'esigenza di gestione dell'ordine pubblico. C'era la necessità di reagire e di fare arresti».
Da quel cambio di strategia del pomeriggio di sabato nacque l'idea di inviare pattuglioni misti tra mobile e funzionari a perlustrare la città a caccia di arresti. E di lì, ancora, il caso che ne fece finire uno davanti alla scuola Diaz e fece poi raccontare ai poliziotti di essere state vittime di un'aggressione.
E' da quell'episodio casuale che nacque l'idea di perquisire la scuola Diaz a caccia del covo dei black bloc e di spedire all'interno della scuola un intero reparto di polizia mobile. Ed è su questo più ancora che sulle violenze che il collegio presieduto da Gabrio Barone avrebbe dovuto decidere di dire qualcosa. Non l'ha fatto.
il manifesto 14 novembre 2008
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15-11-2008, 02.17.08
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DIAZ IRAE
Ida Dominijanni
Il passaggio del testimone, fra la generazione politica massacrata sul nascere a Genova nel 2001 e quella che oggi torna in piazza per difendere l'istruzione pubblica, è affidato alla memoria politica e non alle aule di giustizia. Sarebbe però competenza delle aule di giustizia rendere la memoria politica il più possibile serena, sgombrando il campo da sospetti, detriti, conti in sospeso, ansie di vendetta. Competeva infatti alle aule di giustizia del tribunale di Genova sgombrare il campo dal sospetto che, nella democrazia costituzionale italiana, «la più grande sospensione dei diritti umani verificatasi in Europa dopo la seconda guerra mondiale», come Amnesty International ha definito il massacro nella scuola Diaz, potesse restare impunita, o essere trattata con troppa indulgenza. E che in futuro possa dunque ripetersi, confidando di restare impunita o di essere trattata con la stessa indulgenza.
Il tribunale di Genova non l'ha fatto. La sentenza sul massacro alla Diaz non rende giustizia alle vittime e non getta nel discredito i carnefici. Il campo non è sgombro, la memoria politica è inquinata. E quel massacro è autorizzato a ripetersi, come quell'altro del giorno dopo alla caserma di Bolzaneto, oggetto della stessa indulgenza nella sentenza del luglio scorso.
Al tribunale di Genova non mancavano le prove necessarie per concludere più decentemente un processo durato tre anni e duecento udienze. Della vergognosa sequela di menzogne infilata una dietro l'altra dai vertici della polizia per giustificare il suo delinquenziale blitz notturno sui ragazzi inermi, non una era stata confermata nel processo. Non c'era stata nessuna pattuglia assaltata dai manifestanti in via Cesare Battisti, come la polizia aveva scritto e sottoscritto. Non ci fu, nella scuola invasa dai poliziotti, nessuna resistenza armata di spranghe bastoni e catene da parte dei ragazzi. Non c'era, in quella scuola, nessuna molotov pronta per l'uso dei manifestanti: fu la polizia a portarcene due, per giustificare il massacro a cose fatte.
Ostacolato dai grandi accusati, che nello stile della viltà di Stato si sono sottratti al dibattimento, impossibilitato a dare un nome ai volti della maggior parte degli agenti coinvolti, il tribunale di Genova avrebbe dovuto fare una sola cosa: punire i vertici della polizia, che invece hanno un volto e un nome. Francesco Gratteri, Giovanni Luperi, Gilberto Calderozzi, nel frattempo promossi come si conviene ai galantuomini ad alto incarico, cioè rispettivamente a direttore dell' anticrimine, a dirigente dell'intelligence, a capo dello Sco. E Spartaco Mortola e altri con loro. E dietro di loro, la sagoma dell'intoccabile Giovanni De Gennaro.
Il tribunale di Genova ha preferito siglare, coprire, derubricare quella vergognosa sequela di menzogne, tolta quella delle molotov ormai palesata urbi et orbi dall'inchiesta della Bbc anticipata l'altro ieri, limitandosi a punire con la modica quantità di tre e due anni di carcere Pietro Troiani e Michele Burgio, i due zelanti agenti che per l'appunto si occuparono di portare nella scuola le due molotov e di attribuirne il possesso ai ragazzi, con quattro anni Vincenzo Canterini, capo del reparto che si distinse nel massacro, con due Michelangelo Fournier, il suo vice che in extremis ammise, nel processo, che sì, alla Diaz c'era stata «una macelleria messicana». E con altri spiccioli altri nove agenti. Tredici mele marce. Sedici assolti. Trentacinque anni e sette mesi di carcere in tutto, contro i centootto chiesti dall'accusa.
L'onore della polizia di Stato è salvo. Quello del governo Berlusconi, responsabile politico della mattanza del 2001, anche. L'opposizione abbozzerà, come ha già fatto per Bolzaneto. Lo Stato di diritto, che nelle stesse ore di ieri si affermava con la sentenza sul caso Englaro, di fronte ai celerini si è autosospeso. Le chiacchiere da talk show sulla legalità delle occupazioni universitarie e dintorni vengano per decenza sospese di conseguenza. Per il giudizio politico, resta il tribunale della storia.
il manifesto 14 novembre 2008
http://www.ilmanifesto.it
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15-11-2008, 02.19.54
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INTERVISTA L'avvocato Gilberto Pagani
«In Europa mai vista una polizia del genere»
Alessandra Fava
GENOVA - «Da oggi si stabilisce che si possono falsificare i verbali. Questi li hanno giàpromossi, adesso gli daranno anche le medaglie». È a dir poco deluso al termine della lettura della sentenza, l'avvocato Gilberto Pagani, che al processo Diaz difende un neozelandese, alcuni inglesi, alcuni italiani e anche le mamme di due manifestanti italiani. Pagani fa parte del Legal team Europa, un organismo internazionale fatto di avvocati che hanno seguito, dal G8 genovese in poi, tutte le manifestazioni in occasione dei controvertici (da quello successivo di Evian a Rostock, per intenderci).
Che lettura dà di quello che successe a Genova nel 2001?
È stata, come del resto l'ha definita Amnesty international, la più grave violazione dei diritti umani dopo la seconda guerra mondiale. E' chiaro che si è trattato di un pesante attacco al movimento che si è concretizzato con una serie di violenze su persone assolutamente inermi culminate nella mattanza della Diaz.
Abbiamo osservato in questi anni che mentre la stampa internazionale ha fortemente criticato l'atteggiamento delle forze dell'ordine italiane, da parte della politica ufficiale italiana, forse anche di una parte del mass media, c'è sempre stata una certa distanza dai fatti. Come mai?
È vero, perché negli altri paesi l'opinione pubblica civile è molto più presente. Mentre da noi c'è stata una voluta manovra di oscuramento della verità, che si è concretizzata nell'ignorare sia i reati sia i comportamenti assolutamente devianti e illegali che erano stati portati avanti dai vertici delle forze dell'ordine.
Lei capì solo al carcere di Pavia che cosa era successo quella notte alla Diaz.
La notte della Diaz sono riuscito ad andar via da Genova verso le 11 di sera. Poi ho visto le persone arrestate qualche giorno dopo nel carcere di Pavia ed era uno spettacolo veramente tragico. Tantissimi erano feriti, ingessati, avevano indumenti sporchi di sangue, erano spaventatissimi, addirittura terrorizzati. Noi avvocati eravamo molto preoccupati perché pensavamo che questo castello di accuse - di cui ovviamente al momento non conoscevamo con esattezza l'ampiezza - temevamo che potesse rimanere in piede. Al contrario, fortunatamente, è stato immediatamente smontato. La serie di falsi portati avanti dalle forze dell'ordine in quella sede erano così clamorosi che sono stati immediatamente verificati come tali dai giudici immediatamente al primo colloquio con gli imputati.
Situazioni di tensione ci sono state a Evian, a Ginevra nel 2003, a Rostock e così anche nel vertice scozzese di Gleneagles. Come si sono comportati in quei casi le forze dell'ordine di quei paesi?
Non c'è stato quasi nulla che sia uguale o equivalente a quel che è successo a Genova. Noi monitoriamo e osserviamo tutte queste grandi manifestazioni internazionali e abbiamo visto che in realtà dopo Genova il comportamento delle forze dell'ordine nei vari paesi europei è stato improntato non tanto ad essere più buoni, quanto ad evitare gravi problemi. L'unica eccezione è stata a Salonicco, ma in Grecia c'è una situazione particolare che andrebbe commentata a parte.
Intanto ieri mattina all'apertura dell'udienza due avvocati hanno ancora ribadito l'innocenza dei loro assistiti. Davanti a decine di telecamere e alle tv internazionali l'avvocato Alfredo Biondi, che difende Pietro Troiani, ha ribadito che il suo assistito «è innocente e ha raccontato sempre come è andata». In serata è stato poi fra i primi a esultare per la sentenza: «È stato sconfitto il teorema della procura». Dopo di lui è intervenuto l'avvocato Massimo Lauro, che difende Massimiliano Di Bernardini, che ha respinto ogni accusa di falso giudicando «non ipotizzabile». Molti rimarcano come le verità giudiziarie non possano avere una certa rassomiglianza con la realtà, a volte distaccarsi totalmente dai fatti reali: è stato anche il commento di un pm della procura genovese dopo la sentenza su Bolzaneto. Ieri pomeriggio l'aula del tribunale si è riempita nuovamente. Tra la folla c'era anche il sindaco di Genova, Marta Vincenzi, che ha detto «non ci siamo costituiti parte civile ma è una scelta legittima che non condivido e quindi ho pensato oggi di venire qui». All'apertura del processo tre anni e mezzo fa il sindaco era infatti Giuseppe Pericu, che tentò di costituirsi col comune parte civile al processo dei 25 senza riuscirci e si tenne ben lontano dal processo Bolzaneto e Diaz. Vincenzi è anche il sindaco che lo scorso luglio non accolse i manifestanti stranieri che avevano deciso di presentarsi a Palazzo Tursi per un incontro ufficiale con delle magliette dal carattere polemico con la scritta 25 ricordando il processo contro i 25 manifestanti accusati di devastazione e saccheggio, 24 dei quali condannati a 108 anni in totale.
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