Un film che il regista, Marco Tullioo Giordana, ha fortemente voluto e rincorso negli anni.
SANGUEPAZZO di Marco Tullio Giordana
E’ un film coraggioso ed importante quello che Marco Tullio Giordana, tra i nostri migliori autori di cinema, ha realizzato con questo “Sanguepazzo'', che ricostruisce la fase discendente della coppia maledetta (Valenti-Ferida) e tragicamente finita del cinema italiano dell’era fascista, in distribuzione in questi giorni nelle sale, dopo l’ottima accoglienza di Cannes.
Un film che il regista ha fortemente voluto e rincorso negli anni (addirittura 25) con traversie che lo hanno costretto ad abbandonare, rivedere e poi riprendere il progetto. Anche se occorre sgombrare subito il terreno da un equivoco: non si tratta di un film “storico'' o dagli intenti documentaristici, come nel caso dell’ineguagliabile “La meglio Gioventù''.
Non a caso, la chiave di lettura prescelta da Giordana è quella di una scelta narrativa affidata ad uno sguardo del cinema sul cinema'', declinata con alcuni passaggi-chiave, quale fil rouge con cui dipanare la matassa di queste due esistenze nell’Italia di quegli anni.
Ed è in questo contesto che va inquadrata la narrazione/interpretazione dell’ultima fase della vita – che per i due protagonisti si confonde con la finzione – di Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, divi amatissimi e incontrastati del cinema del regime, quello dei “telefoni bianchi'' e dei primi pseudo-kolossal, sull’onda del già vacillante sogno dell’impero…giustiziati dai partigiani all’indomani della Liberazione.
Entrambi gli attori danno vita, con prove importanti e nei loro differenti accenti recitativi, a due memorabili personaggi. Con Zingaretti che suggella con punte quasi mefistofeliche l’istrionismo
e Monica Bellucci, nei panni di Luisa Ferida, capace di infondere verosimiglianza tragica a quella che è probabilmente la migliore interpretazione cinematografica della sua carriera.
Non sono loro da meno, gli altri interpreti chiamati in causa ad arricchire in modo corale un clima oggi difficile da ricostruire.
Dal regista omosessuale Golfiero, a cui è affidato il principale ruolo etico nella storia, un ottimo Alessio Boni, al partigiano, moralmente combattuto, di Maurizio Donadoni.
Al magnifico Luigi Diberti gran commis di un potere che si sta afflosciando sulle proprie gambe d’argilla. Senza dimenticare i camei di Luigi Lo Cascio e Sonia Bergamasco (interpreti prediletti da Giordana)…
Nessun revisionismo, anzi - all’opposto – il fermo obiettivo di mantenere un’onestà narrativa. Nessuna volontà di tranciare giudizi morali o, appunto, storici su un periodo magmatico dove i destini individuali (come il film ricorda pressoché in ogni scena) erano in balìa degli avvenimenti contrassegnati dalla violenza inarrestabile della storia, quando si manifesta in sommovimenti tellurici a cui nulla e nessuno può resistere.
La scelta di Giordana, e per questo forse vincolata a qualche formalismo di troppo, ci appare nella sua necessaria onestà, di rappresentazione e restituzione, prima di tutto, di quel terribile caos. Ed è una scelta riuscita.
Un film da vedere e meditare, per usufruire di un “punto di vista'' del tutto particolare su una vicenda tragica ed emblematica degli anni in cui si concluse la tragica epopea fascista.
Un pezzo, tra i tanti che si sovrapposero, in quel caos sanguinoso funesto e poi vitalissimo che fu la fase che trascinò il paese – tra spinte ancora violentemente contrapposte – dalla dittatura alla democrazia.
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