L'Archivio di Metaforum

Forum di politica, cultura, società - 2008

 
Vecchio 10-02-2008, 15.10.01
Roderigo
 
Donne fra creatività e potere

Libri: il ruolo delle donne nella società





Roma, 10 feb. (Adnkronos/Adnkronos Cultura) - Un saggio per esaminare le caratteristiche principali delle donne nella societa' contemporanea. Un volume che ripercorre, con esempi tratti dalla quotidianita', il percorso che le donne hanno compiuto per liberarsi dagli stereotipi culturali nei quali sono state 'rinchiuse' da sempre. Sono questi gli obiettivi che Elena Liotta persegue nel saggio ''A modo mio. Donne tra creativita' e potere'', pubblicato dalle Edizioni Magi. Il saggio mette in evidenza i progressi che le donne hanno realizzato studiando i movimenti di liberazione femminile.

Movimenti grazie ai quali le donne si sono emancipate dal 'potere' maschile. In questo senso, l'autrice esamina alcuni temi centrali che hanno caratterizzano la loro liberazione. Attraverso l'analisi della creativita', della spiritualita', del potere, della scienza e della psicoanalisi la Liotta approda alla condizione femminile nella societa' moderna. ''Contrariamente ad alcuni pregiudizi che per molto tempo hanno dominato la cultura e la storia occidentale - spiega - che le donne non avessero un'anima, che le donne fossero poco inclini alla filosofia e ad altre discipline, ci sono testimonianze ormai assodate della loro valida presenza in tutti i campi del sapere e in tutti i secoli''.

Mano a mano, Elena Liotta traccia il ritratto delle donne del Terzo Millennio. Persone semplici e comuni come le madri con le loro debolezze ma anche con le loro tante qualita'. Un dato certo. Il ruolo che le donne svolgono in tutto il mondo e' sempre piu' determinante e significativo. La forza femminile, infatti, sta crescendo malgrado le tante forme di aggressione e sfruttamento che le donne sono costrette ancora a subire.


10 febbraio 2008
www.adnkronos.com
 
Vecchio 11-02-2008, 17.40.27
amarena
 
Bah, insomma... in Italia non si direbbe guardando questa tabella...

 
Vecchio 11-02-2008, 17.43.45
amarena
 
.. e leggendo questo articolo...

Oggi un convegno a Catania fotografa i contorni di un sottosviluppo
In Italia lavora solo il 46,3 per cento della popolazione femminile

Poco pagate e carriere difficili
Donne e lavoro: penultimi in Europa

Il ministro Bonino (Radicali): "Serve un cambio di pass, è un volano per l'economia"

di CLAUDIA FUSANI



ROMA - Penultimi in Europa. Negli ultimi mesi ci ha superato anche la Grecia e dopo di noi resta solo Malta. In Italia riesce a lavorare solo il 46,3 per cento delle donne; sette milioni in età lavorativa sono fuori dal mercato del lavoro; al sud il tasso di occupazione crolla al 34, 7 per cento. C'è poi "il tetto di cristallo", quella sottile, trasparente ma robustissima pellicola che divide le donne dai posti che contano, li possono sfiorare ma mai afferrare: lo chiamavano così dieci, quindici, venti anni fa; è sempre lì, cristallo puro, infrangibile, beffardo.

Numeri e percentuali che non raccontano la "solita" questione di donne. E' invece una questione di produttività e di crescita economica. Più semplicemente: una faccenda di soldi e di ricchezza, delle famiglie e del paese. Bisogna partire da qui, dal fatto - dimostrato da economisti e specialisti di tutto il mondo - che se le donne lavorassero ci guadagnerebbero gli indici economici del paese, per trovare il giusto punto di vista, non retorico, non stereotipato, per parlare di donne e lavoro.

Il governo Prodi aveva cominciato a metterlo tra le priorità e con la Finanziaria sono stati approvati alcuni articoli, dal sostegno all'imprenditoria femminile ai congedi ad altri interventi per le cosiddette politiche di genere. Una via che rischia di essere abbandonata molto presto nonostante in queste ore di formazione di liste e limature di candidature, l'onda rosa arrivare da tutti i poli in campo con proclami, promesse e codici di autoregolamentazione. Stamani all'università di Catania Emma Bonino, ministro radicale del Commercio Internazionale e per le Politiche europee, convoca esperti di economia e di welfare per tracciare i contorni di una realtà che è sotto gli occhi di tutti ma non riesce ad avere voce. E quando la trova, non ha risposta. Nell'aula magna del rettorato dell'università che ospita il convegno "Donne, Innovazione e crescita: un problema italiano", intervengono anche il ministro per la Famiglia Rosy Bindi e Barbara Pollastrini (Pari Opportunità). Era un appuntamento già preso, precedente alla crisi di governo. Bonino smentisce, ma il lavoro femminile può diventare il jolly da calare in campagna elettorale. D'altra parte hanno diritto al voto 26 milioni di donne e 24 milioni di uomini.

Sempre più lontani dall'Europa. Nel marzo 2000 a Lisbona i paesi europei decisero un piano sull'occupazione femminile intesa, appunto, non solo come una questione di genere ma come volano per l'economia nazionale. I paesi partirono da poche ma precise considerazioni: se la donna lavora entra più ricchezza in famiglia - a patto che ci sia un sistema di servizi sociali adeguato - aumenta il reddito e nascono più bambini. Fu deciso, era il Duemila, che l'obiettivo era raggiungere - dieci anni dopo, nel 2010 - quota 60 per cento: cioè il sessanta per cento delle donne devono per quella data risultare impiegate, con un lavoro autonomo o dipendente. La situazione, a due anni da quella scadenza, è che la media europea si aggira sul 57, 4 per cento e quella italiana è fissa sul 46,3 per cento. Penultimi, appunto, nell'Europa dei 27 paesi membri, a dieci lunghezze dall'isola di Malta. In nostra compagnia, sotto il 50%, ci sono Polonia e Grecia. Slovacchia, Romania, Bulgaria viaggiano ben sopra il 50 per cento. Cipro è già al 60%. La Slovenia, appena entrata nella Ue, è al 61,8 per cento. La Danimarca guida la classifica con una percentuale del 73,4%.

La forbice nord-sud. Il nostro sud è il luogo europeo dove le donne lavorano meno in assoluto. Ecco i numeri della disfatta: le percentuali sono bloccate al 34,7 per cento (circa il 70 al nord); dal 1993 al 2006 le occupate sono cresciute di 1.469 mila unità nel centro nord e solo di 215 mila nel sud; molte anche giovanissime smettono di cercare lavoro, le chiamano "inattive" e sono 110 mila tra 2006 e primo semestre 2007. Tra i 35 e i 44 anni, la fascia di età in cui si lavora di più, al nord lavorano 75 donne su 100; al centro 68 e al sud 42.

Pagate un quarto meno degli uomini. Anche quando arrivano, ce la fanno e sfondano quel benedetto "tetto di cristallo", alle donne è comunque destinato uno stipendio inferiore di un quarto di quello del collega maschio. I dati della Presidenza del Consiglio dicono che una dirigente guadagna il 26,3 per cento in meno di un collega maschio. Lo chiamano "differenziale retributivo di genere", è pari al 23,3 per cento: una donna percepisce, a parità di posizione professionale, tre quarti di uno stipendio di un uomo. E questo nel pubblico. Nel privato la situazione peggiora. Si legge in "Iniziative per l'occupazione e la qualità del lavoro femminile nel quadro degli obiettivi europei di Lisbona", sintesi delle cose da fare e su cui si era impegnato il governo: "I dati mostrano che il differenziale di reddito tra uomini e donne è maggiore nelle professioni più qualificate e meglio retribuite e nelle aree geografiche dove il reddito medio è più elevato che sono anche quelle in cui il tasso di attività femminile è già a livello degli obiettivi di Lisbona 2010. In conclusione non sembra che il mercato del lavoro, sia nel pubblico che nel privato, offra alle donne un ambiente che garantisce criteri meritocratici né un'adeguata motivazione. Sicuramente non offre pari opportunità".

Solo il 5% nei board delle aziende. Trovare una donna nei consigli di amministrazione e nei board delle aziende è impresa per persone molto determinate. Nel testo messo a disposizione dalla Presidenza del Consiglio si legge che "nel 63,1 per cento delle aziende quotate, escluse banche e assicurazioni, non c'è una donna nel consiglio di amministrazione". Su 2.217 consiglieri solo 110 sono donne, il 5%. Va ancora peggio nelle banche dove su un campione di 133 istituti di credito, il 72,2 per cento dei consigli di amministrazione non conta neppure una donna. Benché il 40 per cento dei dipendenti delle banche siano donne, solo lo 0,36 per cento ha la qualifica di dirigente contro il 3,11% degli uomini. C'è qualcosa che non torna visto che a scuola, all'università e nei concorsi le votazioni migliori sono quasi sempre delle studentesse.

Le percentuali crescono nelle aziende sanitarie nazionali dove sono donne l'8 per cento dei direttori generali, il 9% dei direttori amministrativi e il 20 per cento dei direttori sanitari. In politica la situazione è nota: ministre e sottosegretarie solo il 20 per cento; le deputate solo il 17 per cento. "Lo sbilanciamento di genere riscontrato in quasi tutte le aziende italiane - si legge nella Nota della Presidenza del Consiglio - può essere un indicatore di scarsa meritocrazia e di processi di valutazione e promozione poco trasparenti. Le pari opportunità sono in Italia un problema evidente come denunciano le statistiche".

Le più sgobbone d'Europa. Buffa storia, questa: l'Italia ha il tasso di occupazione femminile più basso d'Europa ma quelle che lavorano lo fanno più di tutte le altre. Ogni giorno, compresa la domenica, una donna italiana lavora, tra casa e ufficio, 7 ore e 26 minuti, un tempo superiore, appunto, a molti paesi europei (un'ora e 10 minuti in più, ad esempio, rispetto ad una donna tedesca). Facile da spiegare: il 77, 7 per cento del lavoro domestico - spesa, lavare, stirare, rigovernare, accompagnare etc. etc - è sulle spalle delle donne.

La conferenza di oggi affronterà altri temi delicati come "il permanere di una cultura di discriminazione", il lavoro cosiddetto "di cura" - figli, anziani, la casa, la spesa eccetera - che "non solo non è riconosciuto ma neppure è sostenuto da politiche efficaci". Il bilancio finale è un disastro . "Un'emergenza" dice Emma Bonino, " a prescindere da chi vincerà le elezioni, il problema della donna e del lavoro deve essere la priorità della politica". Certo, ci sarà da capire anche perché e da intervenire, ad esempio, sui media che danno una rappresentazione della donna parziale, sbagliata, non reale. Secondo uno studio del Censis (Women and media in Europe, 2006) )del 2006 in tivù trionfa il seguente modello di donna: moda o spettacolo (31,5%), vittima di violenza (14,2%), criminalità o devianze (8,2). A parte la politica (4,8%) e l'arte (0,9%) le altre voci riguardano disagi e sciagure, la cronaca nera prima di tutto. La donna del varietà, la bad girl o la donna del dolore. E tutte le altre, quelle che lavorano appunto? Potrebbe consolare il fatto che in tivù vanno molte esperte donne. Peccato che siano astrologhe (20,7%), esperte di artigianato locale (13,8%), di letteratura (10,3%), giornalismo (6,9%) e politica (4%).

Ma la prima cosa da far capire sarà che l'occupazione femminile deve diventare il terzo ingrediente, insieme a produttività e retribuzioni, di una strategia nazionale che voglia davvero contrastare declino e disagio.

(11 febbraio 2008) http://www.repubblica.it/2008/02/sez...ne-lavoro.html
 
Vecchio 11-02-2008, 19.07.47
catluc
 
Non è il primo incontro....se ne terrano altri e finalmente si parte dal sud...


Si apre il convegno su “Lavoro femminile e welfare”
Lunedi 11 Febbrario 2008 - organizzato dal Ministero del Commercio internazionale e per le Politiche europee



Donne, innovazione e crescita: dalle opportunità professionali alla carriera, dai servizi per la conciliazione lavoro-famiglia agli stereotipi: è questo il tema al centro del convegno “Lavoro femminile e welfare: una necessità per competere in Europa” che si svolgerà a Catania lunedì 11 febbraio su iniziativa del Ministero del Commercio internazionale e per le Politiche europee, sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica.

L’evento di Catania è il primo di tre appuntamenti che si svolgeranno a Milano e a Roma e dedicati rispettivamente agli stereotipi e alla carriera e all’impresa al femminile. La scelta di lanciare il dibattito da Catania è motivata dal fatto che la città dimostra una realtà imprenditoriale vivace, dove il tasso di occupazione delle donne indica una best practice del meridione e rappresenta una speranza per le aree più svantaggiate del Paese. L’evento prevede due tavole rotonde durante le quali si confronteranno personalità di rilievo del mondo istituzionale, accademico e imprenditoriale italiano, per dibattere delle diverse strategie di intervento per aumentare la partecipazione delle donne nel mondo del lavoro.
Il convegno sarà ospitato al Pazzo Centrale dell’Università a partire dalle 10: dopo i saluti del rettore Antonino Recca e del sindaco di Catania Umberto Scapagnini, sarà l’on. Emma Bonino a introdurre il tema al centro del convegno che sarà accompagnato inoltre dalla proiezione di un filmato che documenta la realtà imprenditoriale “in rosa”. Seguirà la tavola rotonda sul tema “Economia e Welfare per l’occupazione femminile” alla quale parteciperanno Alberto Alesina (Economista dell’Università di Harvard), Roberto Cicciomessere (Welfare to Work), Maurizio Ferrera (Università di Milano), Fiorella Kostoris (Economista, Università La Sapienza di Roma); Andrea Ichino (Economista, Università di Bologna), Renata Polverini (Segretario Generale Ugl), a moderare gli interventi e a introdurre la relazione del Ministro Rosy Bindi sarà Mariella Zezza (Rai News 24).

Nel pomeriggio, si prosegue con il dibattito su “Politica e Impresa e Occupazione Femminile” che sarà introdotto dal presidente gruppo PD-Ulivo al senato Anna Finocchiaro. Alla tavola rotonda partecipano inoltre il presidente Commissioni A*ffari Costituzionali al Senato Enzo Bianco, l’on. Stefania Prestigiacomo, il segretario generale Filtea Cgil Valeria Fedeli. Seguiranno gli interventi di Ivan Lo Bello (presidente Con‑ndustria Sicilia), Rita Palidda (presidente comitato pari opportunità Univ. Catania), Elita Schillaci (assessore comunale allo Sviluppo Economico, già preside della facoltà Economia dell’Università di Catania) e inoltre Elena Vecchio (presidente Federmanager Sicilia). A concludere la giornata di lavori sarà Barbara Pollastrini.
 
Vecchio 11-02-2008, 19.23.10
catluc
 
Donne e welfare: una scelta europea
Emma Bonino, Ministro per le Politiche Europee

Grazie al contributo del Professor Alberto Alesina ho la possibilità di rilanciare il dibattito su una questione tanto importante come quella delle donne, mercato del lavoro e welfare.

Affermando che "politiche adeguate non possono discendere da analisi del problema parziali", l’economista ci ha voluto giustamente ricordare come anche gli obiettivi posti dalla Strategia di Lisbona sull’occupazione femminile siano difficilmente perseguibili se non si analizza il contesto socio-economico e culturale di ogni stato membro dell’Unione.

Credo vada dato atto al Governo, e a questa Nota Aggiuntiva, di voler affrontare il problema dell’occupazione femminile e del ruolo delle donne per lo sviluppo del Paese, cercando di non interessarsi solo del cosa "rincorrere". Ciò che ci interessa è comprendere "perché" in Italia si sia giunti a una situazione tanto critica e soprattutto offrire una mappa degli ostacoli da rimuovere.

Ricordare però che solo il 46,3 per cento delle donne italiane lavora, cifra ben lontana dalla media europea (58 per cento), prima che dagli obiettivi di Lisbona (60 per cento), è un modo per prendere coscienza dei perché di questo ritardo e anche cercare di farsene carico con responsabilità. In Italia vi sono 6 milioni di donne inattive, ovvero donne che hanno rinunciato a cercare lavoro. Ed è indispensabile includerle nella forza lavoro del nostro Paese, poiché la parola "crescita" in Italia si coniuga anche al "plurale femminile".

Il lavoro femminile, come quello dei giovani e degli anziani, è oggi la risorsa più sottoutilizzata e peggio allocata nel sistema produttivo italiano. Alesina, nel suo commento, suggerisce di affrontare la carenza di servizi per le donne con sgravi fiscali che incentivino l’offerta di lavoro femminile e aumentino il potere d’acquisto delle donne italiane.

Tuttavia, siamo sicuri che un abbassamento dell’aliquota Irpef sui redditi delle donne, compensato da un aggravio per gli uomini che assicuri un gettito complessivo inalterato, possa completamente sostituire un welfare ad oggi carente, quando non iniquo, e servizi che oggi funzionano poco e male? Anche accordando uno sgravio generoso, ciò implicherebbe uno sforzo per gli uomini non indifferente a fronte di un esiguo aumento della qualità della vita per le donne. E siamo sicuri che una diversa ripartizione delle aliquote a costo in una famiglia media, dove magari i redditi familiari si denunciano in un’unica dichiarazione congiunta, poco o nulla inciderebbe nell’economia interna della stessa famiglia? Per dare alla mamma togliamo al papà?

Probabilmente il beneficio sarebbe maggiore per le fasce di reddito medio-alte. Magari la signora al nord, con un lavoro stabile e ben retribuito, potrebbe pagarsi un corso d’inglese a buon mercato, ma una del Mezzogiorno avrebbe comunque il problema di trovare i restanti 300 euro per pagare un asilo nido che non c’è o una tata che non sa come remunerare. Oltretutto, la signora meridionale che ha rinunciato a cercare lavoro, se anche fosse spinta davvero a riproporsi sul mercato per l’effetto incentivante di qualche decina di euro in più di retribuzione netta, probabilmente ne uscirebbe ancora più scoraggiata, perché il tanto sospirato lavoro non lo troverebbe comunque. Nel Mezzogiorno e nelle zone d’Italia lontane dagli obiettivi di Lisbona, il "lato corto" del mercato del lavoro femminile è la domanda, non l’offerta. Ad oggi le donne guadagnano il 23 per cento in meno dei colleghi maschi e la popolazione femminile sceglie di non lavorare perché il sistema produttivo italiano non le valorizza e le discrimina.

L’Italia è l’Italia, il welfare non funziona, è inefficiente e inefficace. Ma siamo certi che sia un bene gettare la spugna e che qualsiasi forma di welfare in qualsiasi contesto sia inefficiente e inefficace? In realtà, come dimostra quel fantastico osservatorio di buone pratiche che l’Europa ci offre, ci sono margini importanti di riforma per il nostro stato sociale: riforme di stampo liberale, attente alle capacità di scelta degli individui, innovative. Anche grazie a nuovi ed efficienti istituti di welfare si potrebbero aprire spazi di libertà per le donne, consentendo loro di decidere quando e quanto lavorare e come condividere la cura familiare con il proprio compagno o altri.

Ma qualunque donna che abbia una storia di fatica professionale, si accorge subito che lo sgravio fiscale propone, forse in modo inconsapevole, un assioma molto maschile e “italiano” e cioè che il lavoro di cura domestico sia sempre e comunque un “affare privato” delle donne. C’è bisogno di una badante o una baby sitter? Aumentiamo il potere d’acquisto delle donne, così se la pagano. Questa proposta potrebbe suggerire che il lavoro di cura sia appannaggio esclusivo delle donne e che debbano essere loro, se necessario, a pagarsi una sostituta. Le buone intenzioni a volte non bastano per evitare di ricadere in vecchi schemi culturali.

Si sottolinea spesso come le donne abbiano retto bene al confronto con un mercato del lavoro sempre più flessibile, anzi la crescita dell’occupazione femminile è stata la più vivace in questi anni. Una flessibilità regolata è sicuramente un’opportunità per conciliare meglio i tempi della vita privata e del lavoro delle donne e degli uomini. Va detto però che le donne italiane, tuttavia, si sono “adattate bene” alla flessibilità anche per lo stesso problema di strutturale carenza di domanda di lavoro femminile di cui dicevo prima.

Vi è poi una questione ancora più importante che deve essere sottolineata: il salario. La questione salariale in Italia riguarda molti cittadini ed è una urgenza che tocca soprattutto le retribuzioni delle donne che, di fronte a posizioni lavorative deboli, flessibilità imposte e non scelte, carriere incerte e discontinue, pensioni altrettanto incerte e ancora l’assurda disparità di età di pensionamento, oggi hanno un’unica scelta possibile, come nelle favole: farsi salvare dal principe azzurro. Per questo mi auguro che la prossima discussione tra le parti sociali sui salari, non dimentichi le donne, non nasconda le loro esigenze, non ripeta discriminazioni, anche implicite, ma che tuttavia riguardano anche la contrattazione.

E’ compito dello Stato, in una visione liberale dell’intervento pubblico, rimuovere gli ostacoli che impediscono alla popolazione femminile di ottenere un posto di lavoro basato sul merito, sulle competenze, sulle capacità, senza subire discriminazioni, come peraltro previsto nella nostra Costituzione.

Come Ministro per le Politiche Europee è mio preciso compito avvicinare quanto più possibile l’Italia all’Europa e agli obiettivi di Lisbona e questi oggi passano necessariamente attraverso il lavoro e le energie delle donne italiane, che politiche economiche e sociali coraggiose e riformatrici devono essere in grado di liberare e valorizzare.

Politiche comunitarie.it
 
Vecchio 03-03-2008, 20.19.17
catluc
 


Oggi sono stata al secondo round di donne, innovazione e crescita tenutosi alla Bocconi di Milano. Un convegno grandioso, donne con grandi nomi e di tutte le professioni. Si parlava pricipalmente delle donne negli stereotipi di genere televisivi e nei media. Non son radicale o quant'altro, ma la Bonino è una piccola grandissima donna....Domani se riesco vi mando un resoconto...

DONNE, OSTACOLI AD AVERE PIU’ PESO NELL’ECONOMIA
Affari&Finanza - 3 marzo 2008


“Le italiane negli stereotipi: vita reale, comunicazione e fiction". E` il titolo del convegno che si terrà a Milano il prossimo 3 marzo presso l`Università Bocconi, organizzato dal dipartimento per le politiche Comunitarie in collaborazione con l’ateneo milanese. L’iniziativa nasce dalla considerazione che una parte consistente di pubblico femminile non si sente adeguatamente rappresentata né si riconosce nelle dinamiche e nei modelli proposti dai media nell`intrattenimento, fiction, pubblicità. E questo in un momento chiede al Paese un "cambio di passo" sul tema del contributo delle donne allo sviluppo economico e ad una loro adeguata rappresentazione nei ruoli di responsabilità. Il convegno prevede quattro tavole rotonde dedicate agli stereotipi nella pubblicità, nell`entertainment televisivo, nella fiction, nelle carriere. Interverranno i ministri Emma Bonino, Barbara Pollastrini, il sindaco di Milano, Letizia Moratti, oltre ai rappresentanti del mondo accademico, aziendale, della produzione televisiva dello spettacolo, tra cui Serena Dandini e Paola Cortellesi.



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