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L'Archivio
di Metaforum
Forum
di politica, cultura, società - 2008
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09-08-2007, 13.03.09
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Incipit
Riesumo dall'archivio (grazie Roderigo) questo topic:
http:///www.metaforum.it/archivio/2006/indexb449.html?t9387.html
...e continuo con:
Oggi è l'ultima,fra poche ore sarà l'ultima,anche se per tutti sarà la prima.
Prima di campionato,urlano i titoli dei giornali. Ma per me stop,finito. Me me ne vado. Clic,schiaccio il grilletto e mi levo dai piedi per sempre. Vanni Visco il Campione saluta e se ne va. Si arrangino,loro e la palla che gira,il campionato più bello del mondo,il mister ha sempre ragione,i compagni che fanno spogliatoio e gli altri più forti ma noi più fortunati. Fa nulla se oggi è la prima e si aspettano da me le altre trentasei,girone d'andate e di ritorno. Anche se per tutti loro,anche se per tutti voi,oggi è la prima,per me è l'ultima. E come ogni buon suicida me ne vado senza chiudere i conti.
Se la finiscano loro la stagione.
Francesco Abate: Ultima di Campionato
Campione suo malgrado di uno sport che odia,sogna
di abbandonare un ambiente che disprezza per poter
vivere in mezzo ai libri.
Un bel romanzo dove non manca la sorpresa finale.
Un saluto
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10-08-2007, 11.33.09
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Bravo Andy ^^ ...grazie a te e a Rod di averlo fatto riaffiorare
Ho ancora un po' di tempo a disposizione e ne approfitto per pubblicare l'incipit di un libro che ritengo un piccolo capolavoro di pace, di tranquillità di spirito dalla prima all' ultima pagina, che avverto perfino nei lunghi titoli di poesie (o disegni); queste peculiarità tipiche orientali, lente e descrittive, mi fanno sentire liquida, fondente...
Meritano di essere menzionate con particolare rilievo le note filologiche (che per ora riporto parzialmente)che trovo altrettanto affascinanti e che mi piacerebbe venissero verificate anche da Daruma.
Fotografia di Don Hong-Oai: questa foto sembra dipinta...
altre, sono visionabili qui (link esterno)
*‡*
Note di viaggio a Kashima
Teishitsu ¹ della capitale andò ad ammirare la luna sulla baia di Suma, ove compose i versi:
....L'ombra dei pini
... e la luna alla quindicesima notte,²
...o Chunagon!³
Per nostalgia di quel folle poeta dell' antichità decido in autunno di recarmi al monte Kashima a contemplare la luna. Mi sono compagni un samurai errante e un monaco vagabondo come le nuvole e l'acqua. Il monaco porta la Sacca dei Tre Rifugi* appesa al collo della tonaca color inchiostro, simile alle nere ali di un corvo, e sulla schiena, un tabernacolo in cui ha devotamente riposto la venerabile immagine di Colui che Scende dalla Montagna**, e trascinando il risuonante bastone peregrina libero sotto il cielo e sopra la terra senza essere ostacolato dalla frontiera senza porta.
[...]
Bashō - Elogio della quiete
¹ Yusuhara Masaakira (1610-1673), allievo di Matsunaga Teitoku, che codificò le regole degli haikai (componimeti di diciassette sillabe, chiamati anche haiku o hokku). Scrisse il Masaakira senku (Mille versi di Masaakira) e il Gyokkaishu (Raccolta di un mare di gioielli).
² Il plenilunio, che fin dai tempi più remoti ha incantato i poeti della Cina e del Giappone. Teishitsu alludeva a una famosa poesia di Bai Juyi intitolata La notte del quindicesimo giorno dell'ottavo mese, solitario a palazzo, contemplo la luna ricordando Genkyu: "Silenziosa è la notte sulle porte d'argento e d'oro, / solo rimango nel Padiglione del Bosco delle Lettere, e penso a te. / E' la quindicesima notte e nella bellezza della luna appena sorta / (intravedo) i sentimenti del vecchio amico, lontano duemila leghe. / Fredde onde di nebbia si addensano a oriente del palazzo accanto allo stagno, / il profondo suono della campana dell' orologio ad acqua riecheggia a occidente del Padiglione dei Bagni. / Temo tuttavia che tu non stia contemplando come me la pura luce (della luna), / poichè dove tu dimori bassa e umida è la terra e velata di autunnale foschia".
Anche gli antichi poeti giapponesi amavano la luna d'autunno: ad esempio, il dainagon Tsunenobu ha scritto questo tanka: "Nulla è pari / al chiaror della luna / nelle notti d'autunno /sebbene coprirmi debba / e stendere una stuoia". Ne citiamo altri due di autore anonimo: "Contemplo il chiarore / della luna filtrare / tra gli alberi: / è giunto l'autunno / malinconico"; " Fulgida la montagna / illumina / la luna d'autunno, / per contare forse / le rosse foglie (degli aceri a terra) cadute".
³ Titolo della corte imperiale equivalente a viceconsigliere di stato: venne conferito ad Ariwara no Narihira (825-880), nipote di imperatori, poeta e viaggiatore, considerato uno degli uomini più affascinanti del suo tempo. Nell' antologia Kokinshu (Raccolta di poesie antiche e moderne, X secolo) sono stati trascritti alcuni suoi versi dedicati alla luna: "Non è la luna / di un tempo. / Non è l'antica primavera. / Solo io sono immutato". (fantastico!) [NdR]
* I Tre Rifugi simboleggiano i tre capisaldi del buddhismo...
* * Sakyamuni, il Buddha storico, che dopo aver raggiunto nel 500 a.C. l'illuminazione meditando sotto un Ficus Religiosa, a Bodhgaya, scese tra la gente per comunicare le verità che aveva attinto.
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12-08-2007, 18.22.10
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Citazione:
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Originalmente inviato da sarahkerrigan
Meritano di essere menzionate con particolare rilievo le note filologiche (che per ora riporto parzialmente)che trovo altrettanto affascinanti e che mi piacerebbe venissero verificate anche da Daruma.
¹ Yusuhara Masaakira (1610-1673), allievo di Matsunaga Teitoku, che codificò le regole degli haikai (componimeti di diciassette sillabe, chiamati anche haiku o hokku).
² Il plenilunio, che fin dai tempi più remoti ha incantato i poeti della Cina e del Giappone.
* I Tre Rifugi simboleggiano i tre capisaldi del buddhismo...
* * Sakyamuni, il Buddha storico, che dopo aver raggiunto nel 500 a.C. l'illuminazione meditando sotto un Ficus Religiosa, a Bodhgaya, scese tra la gente per comunicare le verità che aveva attinto.
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Che dire? - mica sono onnisciente, anche se ci sto lavorando  - ringrazio Sarah per la stima (ma il libro si chiama "Note di viaggio a kashima", o "Elogio della quiete"?)
Tempio di Kashima
Comunque, in attesa che Sarah scenda dalla montagna (sacra  ), posso dir questo:
1 - Basho è il più grande e famoso compositore dell' Haiku "serio", connesso con la contemplazione, la filosofia e lo zen.
Teitoku Matsunaga e Yasuhara Masahira sono rappresentanti dell'altra corrente, cosiddetta "scherzosa" o leggera (letteraria), nella quale Basho si era formato e che, pur ammirandola, riformò dopo aver conosciuto lo zen, in seguito alla solita crisi mistica.
2 - La luna piena è simbolo dell'illuminazione, e il suo riflesso in uno stagno, in un secchio o in un pozzo significa che l'illuminazione non è separata dalla vita quotidiana. Attraverso il riflesso, noi scorgiamo la luna, poi guardiamo direttamente la luna. (Perseo e la Medusa ne sono una versione greca, dove la luna fa paura)
3 - I tre gioielli - detti anche tre rifugi - sono Budda, Dharma e Sangha - L'Illuminato, la Legge e la Comunità - ma nello Zen i Gioielli sono non gioielli, infiniti Gioielli, oppure un solo unico Gioiello splendente. O anche e soprattutto: Nessun Gioiello...  Cioè: se credo di aver afferrato il gioiello, l'ho perduto, il vero gioiello non si possiede: lo si può solamente essere.
Sono stato spiegato?
^^
E ancora: nello zen si dice: "Nessun Rifugio!" Che ricorda quel discorso di Gesù: "Gli uccelli hanno nidi nel cielo, gli animali tane e i pesci case nell'acqua... Ma il Figlio dell' Uomo non ha dove posare il capo!" Ovvero: illuminazione, risveglio, unico rifugio: il resto è solo riposo temporaneo...
4 - La Montagna è un altro simbolo dell'illuminazione: salirla è cercarla, arrivare in cima è raggiungerla, scendere dalla montagna, è condividerla con gli altri: non vedo l'ora che torni e ci racconti!
Tu sarai andata in montagna, ma io non son rimasto con "le maninmano": Qui c'è un nuovo 3D sullo zen.
Per quanto riguarda l'incipit non scorderò mai l'effetto che mi fece quest'inizio del romanzo di fantascienza (un genere considerato - a torto! - minore...  ) "City" ( "Anni senza fine" Urania n° 16):
"Ci sono leggende che i cani narrano, quando le fiamme rugghiano alte ed il vento soffia dal Nord...."
Mi si rizzano ancora i peli quando lo ricordo... nel giro di poche ore avevo finito il libro (Io, che di solito ci mettevo due anni!)!
Ultima modifica di Daruma : 12-08-2007 alle ore 18.44.02.
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31-08-2007, 00.00.53
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Citazione:
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Originalmente inviato da Daruma
Che dire? - mica sono onnisciente, anche se ci sto lavorando
...ma il libro si chiama "Note di viaggio a kashima", o "Elogio della quiete"?
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...si vede che ci stai lavorando molto bene ^^
Sono tornata! 
Il libro è intitolato "Elogio...", "Note..." è il primo racconto, l'incipit; in questo libro è possibile leggere un sorprendente dialogo fatto in tre tempi del viaggio, a suon di haiku....
Citazione:
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La luna piena è simbolo dell'illuminazione, e il suo riflesso in uno stagno, in un secchio o in un pozzo significa che l'illuminazione non è separata dalla vita quotidiana. Attraverso il riflesso, noi scorgiamo la luna, poi guardiamo direttamente la luna.
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In ogni tempo immutato è nel cielo
il chiarore della luna,
mille e mille forme
hanno (invece) le nuvole.
Questo è l'incipit del dialogo a puntate fra Tosei (altro pseudo di Basho e che significa pesca verde) l'abate e Soha; questo haiku è una metafora che paragona l'animo illuminato a una luna che le passioni velano solo fugacemente e questo esempio si allaccia al tuo scritto al punto tre.
Caro Daruma, sono stata nei pressi delle tre Grigne e un elemento che considero molto vicino al sacro consisteva in un acero palmato di grande bellezza che stava nel piccolo giardino antistante la casa.
La mia montagna sacra è nel parco nazionale dello Stelvio, ma li ci andrò più avanti.
Considerato che ti sei dato da fare nel 3d dedicato allo zen (e che leggerò appena possibile) per ora ti lascio un regalino (gli altri sono nel 3d delle faccine)
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21-09-2007, 23.22.21
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http://gdb.rferl.org
Minareto di Jam
A Oxford, poco prima di Natale, le mattine erano buie; il venerdì veniva il giardiniere e lo sentivamo mentre ramazzava il prato nell'oscurità. Stavo cercando di imparare il persiano (un tentativo che non ebbe successo) e di venire a capo di Greeks in Bactria and India di Tarn, un libro imprescindibile di cui tutti si lamentano. Le giornate e il libro erano pieni di una tristezza grigia e di pioggia, e nel tardo pomeriggio il cielo diventava nero. Ricordo la comparsa delle luci natalizie rosa a St Ebbe's, e la lunga fila dei solitari lampioni a gas nella corte quadrangolare di Christ Church in una notte di nebbia. Alla Playhouse rappresentavano Venus and Adonis di John Blow. [...]
Peter Levi - Il giardino luminoso del re angelo - Un viaggio in Afghanistan con Bruce Chatwin
Nelle ultime pagine del libro ci sono alcune poesie che Peter Levi scrisse appunto in Afghanistan...ho scelto la prima, l'incipit poetico:
Vivendo nella religione della pace,
Dove Dio è un fuori che cresce dentro il mondo,
Faccio la mia vita a pezzi con la voce,
Per essere come Dio nel suo immaginare:
L'origine della bontà era una favola,
La liberazione della pietà l'ha resa disponibile:
Passione per la bontà è amore,
E' un linguaggio spezzato che nulla può ricucire.
L' agitarsi rauco degli alberi
Infettati dalla neve, colorati d' aria
Esprime la natura verde come disperazione:
Ogni cosa viva ha limiti interni.
Dio non ne ha, è come la pietra
Morsa dal gelo, arroventata dal sole, sola.
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19-11-2007, 21.40.00
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La mia città non si chiama Selinunte,anzi,non si chiama proprio.
Si chiamava così una volta,quando alle cose corrispondevano nomi.
Oggi qui non si comunica più a parole,ma a codici;a volte semplici,a volte complessi,fatti di segni mischiati a segni.
...........
Roberto Vecchioni,Il libraio di Selinunte
Un libraio che non vende libri ma li legge ad alta voce.
E li legge a un ragazzo,l'unico che abbia orecchie per lui.
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19-11-2007, 23.07.50
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L'incipit del libro che sto leggendo adesso... 
Martedì 31 dicembre 199...
- 1. CRISTIANO CARUCCI
Ore 19:00
Cristano Carucci aveva in testa tre possibilità per sfangare quella maledettissima notte.
Uno.
Andare con gli altri della comitiva al centro sociale Argonauta. In programma quella sera c'era la megaspinellata di capodanno e il concerto degli Animal Death. Ma quel gruppo gli stava profondamente sulle palle. Dei fottuti integralisti vegetariani. Il loro gioco preferito era tirare braciole crude e bistecche grondanti sangue sulla platea. L'ultima volta che era andato a un loro concerto era tornato a casa tutto inzaccherato di sangue. E poi facevano uno schifo di rock anconetano...
Due.
Chiamare Ossadipesce, prendere la 126 e andare a vedere che si diceva in centro. Casomai imbucarsi a una festa. Sicuramente a mezzanotte si sarebbero fermati da qualche parte, nel panico del traffico, ubriachi lessi e avrebbero brindato all'anno nuovo in mezzo a un mare di stronzi sovreccitati che suonavano i clacson.
Oddio che tristezza!
[Niccolò Ammaniti, Fango]
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19-11-2007, 23.23.17
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manca il tre..
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20-11-2007, 00.15.36
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Si rigirò nel letto. Prese dal comodino il pacchetto di Diana blu e se ne accese una.
Non sarebbe stato male se ci fossero state Esmeralda e Paola. Ma quelle due se ne erano andate a Terracina. Senza dire niente. Roba di uomini sicuramente. Avrebbe potuto fare un po' di sesso se ci fossero state. Quando Paola si prendeva una delle sue famose pezze alcoliche finiva per dargliela.
Scopi a Capodanno scopi tutto l'anno.
Tre.
Fottersene. Fottersene di tutto. Qualsiasi cosa. Tranquillo. Un Budda. Rimanendosene chiuso in camera. Barricato nel bunker. Piazzare un disco e fare come se quella non fosse una notte speciale ma una qualsiasi di un giorno qualsiasi.
Non male, disse.
Unico problema.
Sua madre stava in cucina dalle cinque di mattina a preparare il fottuto cenone di San Silvestro.
Ma chi glielo fa fare? si domandò senza trovare risposta.
Aveva organizzato un cenone esagerato per Mario Cinque, il portiere della palazzina Ponza, e la sua famiglia (tre bambini + moglie logorroica + suocera parkinsoniana), per Giovanni Trecase, il giardiniere del comprensorio, la moglie e Pasquale Cerquetti, il guardiano, e sua sorella Mariarosaria di ventiquattro anni (grandissimo cesso!). Mancava solo Stefano Riccardi che quella sera era di turno in guardiola. Aveva invitato tutti quelli che lavoravano nel comprensorio.
No, non lo aveva detto a Salvatore Truffarelli, quello che faceva la manutenzione della piscina condominiale. Ci aveva litigato.
E' incredibile mia madre!...Se li ciuccia tutti anche a capodanno.
La signora Carucci era la portiera della palazzina Capri.
Tutti insieme appassionatamente, stipati in quello scantinato in cui vivevano come sorci. A sfondarsi di cibo. A spacciarsi il fegato di fritto.
Si alzò dal letto stiracchiandosi. Sbadigliò. Si guardò allo specchio.
Aveva una faccia veramente di schifo. Gli occhi rossi, la forfora, la barba non fatta da due giorni. Tirò fuori la lingua. Sembrava un calzino da tennis. Pensò a tutto quello che avrebbe dovuto fare per tirarsi fuori da lì.
Lavarsi, radersi, vestirsi e soprattutto passare per la cucina e salutare tutti.
Impresa titanica.
No..Non esiste proprio.
Vai con l'opzione tre!
Chiuse la porta a chiave. E cominciò ad annusare l'aria come un bracco italiano.
Si era insinuato nella stanza un odore forte, grasso.
Che sta preparando? Broccoli? Fagioli?
Cos'era quella puzza micidiale?
No, è che mia madre fa la spesa al Verano.
Accese lo stereo. I Nirvana. Sentiva qualcosa di vagamente eroico nel suo modo agire, forse qualcosa addirittura di ascetico, nel suo disprezzo per il mondo e per il divertimento a tutti i costi.
Ce la puoi fare fottuto monaco buddista che non sei altro!
E si rituffò a pesce nel letto.
Ti piace? Be', comprati il libro che io non te lo posso scrivere tutto!!

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20-11-2007, 01.27.21
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Citazione:
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Originalmente inviato da Fairytale
Ti piace? Be', comprati il libro che io non te lo posso scrivere tutto!!

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in effetti non sembra male.. ci penserò..
e comunque grazie.. 
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20-11-2007, 18.20.02
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La fine
Questa è la storia di un uomo chiamato Eddie e comincia dalla fine, con Eddie che muore sotto il sole.
Potrebbe sembrare strano iniziare una storia dal finale, ma ogni fine è n principio. Solo che, quando sopraggiungge, lo si ignora.
Eddie trascorse la sua ultima ora di vita, come gran parte delle altre, al Rubby Pier, un parco divertimenti prospiciente un vasto oceano grigio. Il parco aveva le solite attrazioni, un lungomare di legno consumato dalle intemperie, le montagne russe, l'autoscontro, una bancarella di dolciumi e un locale con le macchinette automatiche, in cui si poteva sparare un getto d'acqua nella bocca di un clown.
Di recente avevano acquisito una nuova grande attrazione, la Freddy's Free Fall, ed Eddie sarebbe morto proprio lì in un incidente destinato ad occupare le prime pagine dei giornali dell'intero Stato.
Al momento della morte Eddie era un uomo anziano, tarchiato, dai capelli bianchi e dal collo tarino..
da Le cinque persone che incontri in cielo di Mitch Albom

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20-11-2007, 21.44.50
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Visto che stasera ne inizio la lettura, condivido con voi le prime righe.
"Emerse dalla polvere.
Profezia e sterminio.
Un uomo in una giubba colore della tenebra, su un cavallo da guerra colore del metallo. Un viandante. Nient'altro che un viandante in nero.
Cavalcò nel sole accecante della strada dell'eresia. Condusse il destriero attraverso l'altopiano flagellato dal vento.
Da due venti.
Uno spirava da nord, rascinando l'agonia dell'inverno. L'altro soffiava da est, segnando il risorgere della primavera. Una lotta senza fine per un regno senza inizio.
Non esisteva quiete sull'altopiano. Non può esistere. Flussi e correnti, increspature e onde. Un giardino nel vento. Erba e spighe, steli e foglie, petali e spine. forse l'ultimo giardino della terra.
Dekkenhausen, Turingia.
Oltre un confine ancestrale, la guerra aspettava. La guerra vuole varcare. La guerra deve divorare. Viene respinta. Per anni, per decadi. Solo una stasi nella devastazione. La guerra non conosce il tempo. La guerra deride l'uomo. Ogni uomo. Alla fine, la guerra avrebbe vinto.
La guerra è eterna.
Il viandante in nero continuò a dirigersi verso l'orizzonte tremante. Polvere della strada, spine dell'altopiano fluirono sul suo volto. Cranio rasato a zero, lineamenti scavati, naso scolpito da un'antica frattura, iridi simili a rostri di ghiaccio. Un volto come una maschera della blasfemia.
Eretico!"
Magdeburg: Il Demone
Alan D. Altieri
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22-11-2007, 13.56.20
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Citazione:
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Originalmente inviato da Camilla
da Le cinque persone che incontri in cielo di Mitch Albom

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Mi piacerebbe sentire una tua impressione, quando avrai terminato di leggere...se ti va.
Non sono riuscita a finirlo  ...mi sono bloccata a pag. 68, quando L' Uomo Blu tese una mano. "La giustizia" osservò "non governa la vita e la morte. Altrimenti nessuna persona buona morirebbe giovane."
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22-11-2007, 14.18.12
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Citazione:
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Originalmente inviato da Andy Capp
Un libraio che non vende libri ma li legge ad alta voce.
E li legge a un ragazzo,l'unico che abbia orecchie per lui.
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Non so se esiste ancora un servizio analogo, istituito tempo fa al puro scopo di non tenere i bambini incollati al televisore mentre i genitori sono impegnati dalle incombenze quotidiane...ricordo a malapena i particolari, ma previa prenotazione, si presentava all'orario prestabilito e a domicilio, un lettore di favole di professione, munito di svariati volumi multicolori, perfino in 3d, che intratteneva i piccoli con racconti ben recitati.
Certo, i racconti di un nonno o di un genitore sono insostituibili, ma come variante in caso di problematiche lavorative, potrebbe essere un'idea, soprattutto per quegli studenti/pensionati che hanno poca disponibilità di denaro...fare il raccontafiabe, piacerebbe anche a me...me ne ricorderò quando sarò vecchietta ^^
Ultima modifica di sarahkerrigan : 22-11-2007 alle ore 19.24.22.
Motivo: errorucci sparsi
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22-11-2007, 15.23.19
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Citazione:
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Originalmente inviato da sarahkerrigan
Mi piacerebbe sentire una tua impressione, quando avrai terminato di leggere...se ti va.
Non sono riuscita a finirlo  ...mi sono bloccata a pag. 68, quando L' Uomo Blu tese una mano. "La giustizia" osservò "non governa la vita e la morte. Altrimenti nessuna persona buona morirebbe giovane."
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certo che mi va 
l'ho letto nell'estate 2005
a me è piaciuto moltissimo, non è la solita rappresentazione del paradiso, è a-religioso
il protagonista ha lavorato 60 anni in un luna park e scopre che il suo paradiso è esattamente come il luna park
cioè il posto dove in vita sua è stato più felice
ricordo che un po' m'aveva mandata in crisi
continuavo a pensarci
al fatto che ognuno di noi, sia pur inconsapevolmente, condizioni la vita di altre persone, persone di cui magari ignoriamo l'esistenza
e ricordo il passo in cui si dice che quando pensiamo ad una persona, in genere, l'immaginiamo come l'ultima volta che l'abbiamo vista, tranne per la persona amata, se tu chiudi gli occhi, la rivedrai esattamente come la PRIMA volta che l'hai vista
il protagonista ricordava la moglie vestita di giallo...
sì è un libro che m'è piaciuto tanto, senza morali, senza giudizi...
invece, per curiosità, tu come mai non sei riuscita a finirlo?

Ultima modifica di Camilla : 22-11-2007 alle ore 19.47.06.
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22-11-2007, 17.32.23
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Spesso, soprattutto a chi giurista non è il diritto appare come un'arida tecnica che mortifica la vita se non proprio come un affare di legulei e azzeccagarbugli, un insieme di vuote formalità che sembrano fatte per tenere lontana la gente comune, renderla diffidente e scoraggiarla dal volerne capire qualcosa.
Per questo, agli occhi dei più, non è chiaro come possa nascere una propensione, o addirittura una passione, per una cosa di questo genere. Ci può raccontare il suo rapporto iniziale con il diritto? Come è potuto accadere che lei sia stato attratto dal diritto?
" Zagrebelsky La Virtù del dubbio"
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22-11-2007, 19.31.23
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Citazione:
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Originalmente inviato da Camilla
invece, per curiosità, tu come mai non sei riuscita a finirlo?

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Probabilmente per la misteriosa questione che dice che è il libro a scegliere te...ed io non ero pronta. Ce ne sono alcuni in attesa da anni...prima o poi arriverà il suo momento.
Grazie per la piacevole descrizione 
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19-12-2007, 21.12.44
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"E' l'uomo più intelligente che abbia mai conosciuto.Un genio.
un capitalista di tipo speciale.non accumula profitti.Accumula
qualcosa di più importante,di più duraturo.Accumula prestigio."
Ernesto Ferrero, I migliori anni della nostra vita
La storia degli anni d'oro della casa editrice Einaudi attraverso il racconto di uno dei suoi più prestigiosi collaboratori. Una sequenza di ritratti di figure come Natalia Ginzburg, Cesare Pavese, Italo Calvino, Davide Lajolo, Carlo Emilio Gadda, Leonardo Sciascia, Primo Levi, Gianfranco Contini, Delio Cantimori, Carlo Dionisotti. Le speranze, le ambizioni, le passioni di un editore. "I migliori anni della nostra vita" è a suo modo un libro epico, e come tutti gli epos si porta appresso un valore di esemplarità cui le nuove generazioni hanno diritto di accedere. Ferrero, saggista e scrittore, è stato direttore editoriale di Einaudi e Garzanti, e direttore letterario di Mondadori. Dal 1998 è direttore della Fiera del Libro di To
Scorrevole , divertente e a tratti commovente.Il capitolo finale dedicato a Primo Levi vale,da solo,il prezzo del libro.
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19-12-2007, 21.29.53
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Citazione:
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Originalmente inviato da Andy Capp
Oggi è l'ultima,fra poche ore sarà l'ultima,anche se per tutti sarà la prima.
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Buonasera, saluto il lettore di questo racconto, in qualunque posto o epoca ti trovi. In questo scritto leggerai di eventi che probabilmente devono ancora accadere, oppure sono accaduti migliaia di anni fa, o forse, per uno strano gioco di questo spaziotempo in cui ci troviamo, non accadranno mai o non sono mai avvenuti.
Mi chiamo Peter, sono un uomo dell'apparente età di 87 anni anche se sono nato il 21 marzo del 2215. Affermarti che ho viaggiato nel tempo non è del tutto corretto, d'altro canto la scienza scoprirà che non è possibile viaggiare nello spazio senza viaggiare nel tempo ed in altre dimensioni o viceversa, ma la comprensione di questi fenomeni è ancora lontana e nessun essere vivente, terrestre o no, che io abbia incontrato nella mia esistenza ne possiede il segreto.
La mia esperienza mi ha solo concesso di fare capolino nell'essenza del sapere, quello che ritengo di aver capito pur nell'umiltà e nella limitatezza della mia mente è che per conoscere occorre liberarsi: più si è liberi nella testa più si libera spazio per la conoscenza, si aprono le porte verso l'Universo. Per poi scoprire che non si aprono solo le porte esterne ma anche quelle interne, verso le proprie sensazioni, i sentimenti, gioie e dolori. Rendersi conto alla fine che non si sta viaggiando soltanto nelle dimensioni dello spazio e del tempo, ma anche in quelle dell'anima, esplorandola sino al punto che essa si confonde con l'Infinito. Alla fine ci si rende conto che non importa dove o quando si nasce, si vive e si muore, perché non è altro che un attimo di spaziotempo della propria esistenza che forse, come credo di aver capito, è qualcosa di molto di più.
T'introduco in questa storia svoltasi in gran parte nella nostra astronave. E voglio dedicarla all'uomo che le ha prestato il nome, primo ad essere catapultato in cielo dentro una specie di palla di cannone, tra le poche persone di tutta l'umanità che consideravano sì la propria stessa vita preziosa e unica, ma nello stesso modo facente parte di un disegno più grande.
Questa è l'ultima pagina del Giornale di Bordo dell'incrociatore Yuri Gagarin, ma sempre per lo stesso strano gioco è diventata la prima...
PDF - 200 pagine Da Evolutionbook
PS: dai Andy, tu mi alzi certe palle... 
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13-01-2008, 11.41.24
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Immaginiamo che una sera, accanto al fuoco, qualcuno cominci a raccontare:
Sul limite settentrionale del vasto delta acquitrinoso dove il Grande Fiume sfocia nel Mar dei Setteventi sorge la città di Havena, antico porto bagnato dal flusso della leggenda. Da qui un tempo i velieri facevano rotta per le Terre Dorate, e ritornavano carichi d'immensi tesori. Correva voce in tutto il paese che le strade di Havena fossero lastricate...
Uno sguardo nel buio - Ulrich Kiesow
Ed. E. Elle - 1986
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13-01-2008, 15.39.25
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"Stava seduta sulla veranda in attesa che il marito rientrasse per il pranzo.
Ora che il fresco del mattino era scomparso, il servitore malese aveva abbassato le persiane; lei però ne aveva rialzata una, leggermente, in modo da poter guardare il fiume.
Sotto il sole soffocante del mezzogiorno, l'acqua riluceva del bianco pallore della morte. Un indigeno stava remando in uina canoa così minuscola, che era quasi impossibile distinguerne la sagoma sulla superficie dell'acqua.
Un colore livido, esangue, avvolgeva ogni cosa.
Era soltanto una delle tante variazioni cromatiche provocate dalla calura.
(Faceva venire in mente una melodia orientale in chiave minore , esasperante per la sua ambigua monotonia-l'orecchio, impaziente, attende una risoluzione, ma la attende invano.)
Le cicale intonavano il loro stridulo canto con frenetica energia;era un suono costante e ripetitivo come il rumore dell'acqua di un torrente che scorre sulle pietre.
Ma d'un tratto fu come se venisse inghiottito dal forte richiamo di un uccello, melodioso e variegato, dalle mille sfumature;e per un istante, con una stretta al cuore, riandò col pensiero al merlo della sua Inghilterra"
Da La forza degli eventi- Racconti dei Mari del Sud
W.Somerset Maugham

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13-01-2008, 23.06.04
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Citazione:
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Originalmente inviato da LizaPop
Spesso, soprattutto a chi giurista non è il diritto appare come un'arida tecnica che mortifica la vita se non proprio come un affare di legulei e azzeccagarbugli, un insieme di vuote formalità che sembrano fatte per tenere lontana la gente comune, renderla diffidente e scoraggiarla dal volerne capire qualcosa.
Per questo, agli occhi dei più, non è chiaro come possa nascere una propensione, o addirittura una passione, per una cosa di questo genere. Ci può raccontare il suo rapporto iniziale con il diritto? Come è potuto accadere che lei sia stato attratto dal diritto?
" Zagrebelsky La Virtù del dubbio"
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"La dottrina pura del diritto è una teoria del diritto positivo.
del diritto positivo semplicemente, non di un particolare ordinamento giuridico.
E' teoria generale del diritto, non interpretazione di norme giuridiche particolari, statali o internazionali.
Essa, come teoria vuole conoscere esclusivamente e unicamente il suo oggetto.
Essa cerca di rispondere alla domanda: che cosa e come è il diritto, non però alla domanda: come esso deve essere o deve essere costituito.
Essa è scienza del diritto, non già politica del diritto."
la ricerca della "purezza", ...  sempre reputata geniale.
LINEAMENTI DI DOTTRINA PURA DEL DIRITTO
HANS KELSEN
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04-02-2008, 16.52.13
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"Questa è la storia di Danny , degli amici di Danny e della casa di Danny. E’ la storia di come queste tre cose diventarono una sola..."
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13-02-2008, 23.06.27
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La prima cosa che Carmine Pullana vide quando arrivò a Baraule fu una vecchia che salutava tutti quelli che passavano toccandosi i genitali imbrattati di argilla rossa. Se ne stava sopra una montagnola di sabbia, ululando come una cagna mestruata dal male di vivere. Non aveva ombra. Il contorno dei suoi stracci svolazzanti si rifletteva come un paio d'ali spezzate sul verde muschioso del mare. In fondo, oltre l'ultima lingua di pietre salmastre, brillavano tra le dune i tetti delle capanne. Argento fuso che si mescolava con gli ultimi fili di sole.
«Tavù, tavù, ite belu ches cus?».
La vecchia cantava e danzava, salmodiando quelle parole: «Hai visto, hai visto, che bello che è questo?», infilandosi il medio tra le cosce, simulando un piacere che le veniva da lontano, dalla stiva di qualche nave affondata, dal riverbero caldo delle montagne, che più a nord si stagliavano palpitanti contro un ciclo umido. Il suo volto sembrava disegnato sulla sabbia, con i lineamenti sfatti dal tempo, la fronte scavata da una scacchiera di rughe; una gora le solcava le guance da parte a parte, come se qualcuno le avesse dato un colpo di falce in bocca.
Nella piana uno sciame d'uomini vestiti di bianco si muoveva in fretta sollevando lembi di polvere cerata. Erano scalzi e sudati, gabbiani stanchi che riportavano la statua in paese, inseguiti dall'alito di pirati invisibili. Nei vicoli, tra due file di case basse, le finestre si aprivano come occhi affilati. Le fiamme tremolanti delle torce aspettavano la notte per rischiarare il legno antico dei portaloni che nascondevano i cortili. Arrivò in silenzio il buio. Una fetta di luna si staccò dalla torre spagnola per infrangersi insieme alle onde contro le alte falesie dell'arcipelago. La vecchia, che se ne stava ancora sopra la collina, si stese a pancia in giù sulla sabbia a osservare la lunga barca a vela cullata dal maestrale. Con le scarpe a tracolla il forestiero giunto dal mare si avviò verso il paese seguendo l'antica strada sterrata che costeggiava il promontorio. Il mormorio dei canti e delle preghiere si lasciò spazzare via dal vento dei ricordi. Un vento forte, che lucidava foto sbiadite, dava polpa e nervi a emozioni che per quasi sessan-t'anni si erano nascoste come lucertole ferite nella scatola della memoria.
Per quei pescatori dalla pelle ambrata, per quei contadini dallo sguardo triste, Cannine Pullana non era nessuno. E probabilmente nessuno di loro si ricordava più del neonato che era stato trovato fra le rocce rosse della scogliera sessant'anni prima, la mattina del sabato, mentre si portava la statua del Santo fino alla chiesetta del villaggio.
La stessa mattina in cui nel braccio di mare che entra nella laguna avevano trovato il corpo senza vita di Sidora Molas, la moglie di Bertu Mazza.
Ma Carmine Pullana era tornato a Baraule per trovare se stesso, per tentare di recuperare i tasselli che mancavano al mosaico della sua identità, e per poter morire in pace.
......................
Salvatore Niffoi - Ritorno a Baraule
pag. 199, € 16,00 - Edizioni Adelphi,
http://www.wuz.it/Articoli/Articolo/...0/Default.aspx
Un bel romanzo che ci porta a conoscere una Sardegna arcaica e affascinante.Come negli altri suoi romanzi ogni tanto l'uso della lingua sarda è di difficile da capire,qualche traduzione a piè di pagina sarebbe auspicabile.
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21-02-2008, 07.48.07
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"Entro' nella mia vita nel febbraio del 1932 per non uscirne piu'.Da allora e' passato piu' di un quarto di secolo,piu' di novemila giorni tediosi e senza scopo,che l'assenza della speranza ha reso tutti ugualmente vuoti-giorni e anni,molti dei quali morti come le foglie secche su un albero inaridito."
"L'amico ritrovato" F.Uhlman
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22-02-2008, 00.24.11
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...a mio parere, la citazione nell'immagine non vale per tutti...conosco due viaggiatori che hanno visitato il mondo intero, compresa la Patagonia, ma solo uno ha mente allargata...l'altro, è tutt'ora alle prese con piccolezze quotidiane...
"Il n'y a plus que la Patagonie, la Patagonie,
qui convienne à mon immense tristesse..."
Blaise Cendrars - Prose du Transsibérien
Nella stanza da pranzo della nonna c'era un armadietto chiuso da uno sportello a vetri, e dentro l'armadietto un pezzo di pelle. Il pezzo era piccolo, ma spesso e coriaceo, con ciuffi di ispidi peli rossicci. Uno spillo arrugginito lo fissava a un cartoncino. Sul cartoncino c'era scritto qualcosa con inchiostro nero sbiadito, ma io ero troppo piccolo, allora, per leggere.
- Cos'è questo?
- Un pezzo di brontosauro.
La mamma conosceva i nomi di due animali preistorici: il brontosauro e il mammut. Sapeva che questo non era un mammut. I mammut venivano dalla Siberia.
Il brontosauro, come poi ho imparato, era annegato nel Diluvio perché Noè lo aveva giudicato troppo grosso per essere imbarcato sull'Arca. Me lo figuravo irsuto, con movimenti pesanti e rumorosi, artigli, zanne e una maligna luce verde negli occhi. A volte irrompeva rovinosamente attraverso il muro della mia camera, svegliandomi di soprassalto.
Questo particolare brontosauro era vissuto in Patagonia, regione del Sud America all'estremo limite del mondo. Migliaia di anni prima era caduto in un ghiacciaio, era disceso lungo il fianco di una montagna in una prigione di ghiaccio azzurro ed era arrivato in fondo in perfette condizioni. Qui lo trovò Charley Milward il Marinaio, cugino della nonna.[...]
Bruce Chatwin - In Patagonia
~~~
...a Elizabeth
A Alice Springs - un reticolato di strade roventi dove uomini dai calzettoni bianchi non facevano che salire e scendere dalle Land Cruiser - conobbi un russo che stava facendo la mappa dei luoghi sacri degli aborigeni. Si chiamava Arkady Volchok. Era cittadino australiano e aveva trentatré anni. Suo padre, Ivan Volchok, era un cosacco; veniva da un villaggio vicino a Rostov sul Don. Nel 1942 era stato arrestato e caricato su un treno pieno di altri Ostarbeiter perché andasse a lavorare in una fabbrica tedesca. Una notte, in un luogo imprecisato dell' Ucraina, saltò dal carro bestiame in un campo di girasoli. I soldati in uniforme grigia gli diedero la caccia setacciando i lunghi filari di fiori, ma lui riuscì a fuggire. In un altro luogo imprecisato, perso tra eserciti assassini, incontrò una ragazza di Kiev e la sposò. Insieme, quasi senza accorgersene, finirono in un noncurante sobborgo di Adelaide, dove lui mise su una distilleria di vodka e generò tre robusti figli maschi. Arkady era il più giovane. Non c'era nulla, nella sua indole, che lo rendesse adatto a vivere nella bolgia di una periferia anglosassone, né a fare un lavoro convenzionale. La faccia un po' piatta, il sorriso gentile, attraversava i luminosi spazi australiani con la disinvoltura dei suoi antenati erranti. Aveva capelli folti e lisci, color paglia, e le labbra spaccate dal sole, ma non le serrava nell'espressione grintosa di tanti australiani dell'outback, e non si mangiava le parole. Arrotava le erre in un modo molto russo. Ti accorgevi quanto erano grandi le sue ossa soltanto se gli andavi vicino. Era sposato, mi disse, e aveva una figlia di sei anni, ma non viveva più con la moglie: al caos della vita domestica preferiva la solitudine. Possedeva ben poco, a parte un clavicembalo e uno scaffale di libri. Nel bush era un camminatore instancabile. Prendeva una borraccia e quattro cose da mangiare e se ne partiva per giri di cento miglia sui Ranges.
Tornato a casa, al riparo dal caldo e dalla luce, tirava le tende e suonava al clavicembalo Buxtehude e Bach. Le loro progressioni ordinate, diceva, si intonavano ai profili del paesaggio dell'Australia centrale.[...]
Bruce Chatwin - Le vie dei canti
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22-02-2008, 02.06.51
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Avrai pensieri che non potrai bandire -
visioni che mai più svaniranno -
che mai più da te saran disgiunte -
come le gocce di rugiada dall’erba.
Edgar Allan Poe, Spiriti dei morti - IV 1.
Nelle ultime ore della notte la luna calante aveva salutato l’arrivo di una brezza nordica. Uno spiffero gelido che colpiva la pelle infilandosi nelle pieghe dei vestiti, irrigidendo i muscoli, gelando le ossa. Faceva male, quel vento. Ma c’erano altri dolori, molto più pressanti, inevitabili, profondi.
Il ragazzo camminava veloce lungo il marciapiede nella luce piatta dei lampioni, seguendo le curve della strada. Procedeva con il busto leggermente piegato in avanti, curvo sulle ampie spalle, le mani rifugiate nelle tasche del giubbotto di pelle nera, il bavero alzato a riparare collo e mento dalle gelide carezze del vento mattutino. Portava una fascia di pail sulla fronte, calata fin quasi sugli occhi. Muoveva meccanicamente le lunghe gambe strette nei jeans lisi, spingendo avanti uno stivale dopo l’altro, stivali da motociclista, le suole a carrarmato oramai lisce.
Camminando, respirava faticosamente, costringendo l’aria ad uscire sibilando tra le labbra violacee, indurite e screpolate dal vento; ad entrare fredda e tagliente dalle narici in brevi intense inspirazioni, per riempire i polmoni in fiamme e cercare di arginare quel dolore atroce che lo assaliva ad ondate costanti. Partiva dallo stomaco, il dolore. Come una bestia nera annidata là dentro, indugiava ogni volta un intervallo di tempo diverso prima di affondare nuovamente i suoi denti, capace di sorprendere ogni volta il ragazzo con l’intensità’ della scossa successiva. E d’improvviso esplodeva nel ventre, allargandosi in ondate concentriche che lo scuotevano dall’interno come le onde provocate da un sasso gettato in uno stagno, fino alle spalle, alle ginocchia, alle dita delle mani che s'irrigidivano vibrando, mentre la vista gli si appannava, le orecchie ronzavano e lui credeva (sperava?) ogni volta fosse l’ultima. Ma dopo un tempo indefinito di tregua (variava da un massimo di quattro minuti ad una manciata di secondi, lo aveva cronometrato, una volta), segnato da un formicolio delle estremità e da un’intensificazione delle percezioni, la bestia nello stomaco avrebbe fatto sentire di nuovo la sua voce.
Le ondate sarebbero giunte di nuovo, inarrestabili, crudeli, ossessive.
Lottando contro quelle vampate che sembravano volergli fare esplodere il cuore fuori del giubbotto di pelle ( e quante volte si era immaginato il rumore dei bottoni che saltavano via uno dopo l’altro come una mitragliata secca TAPTAPTAPTAP ed eccolo lì, finalmente, il suo cuore gonfio, malato e sporco che si contrae sull’asfalto come un pesce spinto nella sabbia dalla marea) il ragazzo continuava a mettere una gamba avanti all’altra, frenando il tremito dei muscoli, sibilando l’aria fuori dalle labbra tirate sui denti, costringendosi a respirare nonostante il peso oppressivo al petto. I margini dei guanti strusciavano contro le cerniere delle tasche, minacciando di scucirsi in vari punti, ma non aveva importanza, niente aveva importanza in quel momento, mentre i brividi dell’ultima ondata si rincorrevano verso le mani e i piedi, lasciandolo respirare nella sua tregua momentanea.
Una macchina sfrecciò rombando lungo il vialone, e per un attimo i fari illuminarono la figura alta e magra che camminava solitaria e veloce lungo il marciapiede. Una immagine nera, allungata, minacciosa; sovrastata da una chiazza tonda, piccola, bianca come un lenzuolo, capelli rossi agitati dal vento gelido, e quella luce strana nello sguardo, che sembra chiedere aiuto ma che, e non puoi dire di non averlo capito, nasconde un segreto atroce.
Il ragazzo si voltò nascondendo il viso alla luce, ma già la macchina passava oltre, alle sue spalle, strider di gomme dietro la curva, era sparita, inghiottita dalla notte oramai al termine, con la sua immagine stampata sui fari per sempre. Il ragazzo aveva girato la testa così bruscamente da essersi fatto male al collo. Rassettò la fascia di pail blu calcandola bene sulla fronte pallidissima, fino a coprire le sopracciglia folte e nere, lasciando ben poco da torturare al vento, che si dovette accontentare di scompigliare i capelli mossi, colorati di un rosso tanto scuro da poter sembrare nero, alla luce della luna.
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23-02-2008, 00.43.39
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Anatomia della Irrequietezza Bruce Chatwin
Una Torre in Toscana.
Quelli di noi che presumono di scrivere libri si dividono, si direbbe, in due categorie: gli stanziali e gli itineranti.
Ci sono scrittori che funzionano soltanto "a domicilio", con la seggiola giusta, gli scaffali di dizionari ed enciclopedie, e oggi magari un computer.
E ci sono quelli ,come me, che sono paralizzati dal "domicilio", quelli per i quali domicilio fa tutt'uno col proverbiale blocco dello scrittore, e che sono candidamente persuasi che tutto andrebbe bene se solo fossero in qualche altro posto.
Anche tra i grandissimi trovi la stessa dicotomia: Flaubert e Tolstoj a sgobbare nelle loro biblioteche; Zola con accanto un armatura accanto allo scrittoio; Poe nel suo cottage; Proust nella camera foderata di sughero.
D'altro canto, fra gli itineranti, abbiamo Melville , "distrutto" dalla sua signorile dimora nel Massachussets; o Hemingway, Gogol o Dostoevskij, vissuti per scelta o per necessità in una frenetica girandola di alberghi e camere d'affitto- e l'l'ultimo in una prigione siberiana.
Quanto a me (per quel che conta) ho cercato di scrivere in luoghi come una capanna di fango africana, la testa avvolta in un asciugamano bagnato, un monastero del monte Athos , una colonia di scrittori, un cottage di brughiera, persino una tenda.
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23-02-2008, 09.10.36
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Per me viaggiare è uno stimolo alla scrittura...per trovare ed assaporare immagini che altrimenti non incontreresti. Ma Chatwin ha ragione. Ma come si fa a diventare da nomade a stanziale, questo non lo spiega.
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10-04-2008, 13.17.31
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Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com'è stata la mia infanzia schifa e cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, ma a me non va proprio di parlarne.*
*The Catcher in the Rye, J. D. Salinger, 1951, traddit. Il Giovane Holden, A. Motti, 1961
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02-05-2008, 14.12.01
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"Johnny stava osservando la sua città dalla finestra della villetta collinare che la sua famiglia s'era precipitato ad affittargli per imboscarlo dopo il suo imprevisto, insperato rientro dalla lontana, tragica Roma fra le settemplici maglie tedesche.Lo spettcolo dell'8 settembre locale, la resa di una caserma con dentro un intero reggimento davanti a due autoblindo tedesche not entirely manned, la deportazione in Germania in vagoni piombati avevano tutti convinto, familiari ed hangers-on, che Johnny non sarebbe mai tornato; nella più felice delle ipotesi stava viaggiando per la Germania in uno di quei medesimi vagoni piombati, partito da una qualsiasi stazione dell'Italia centrale. "
da "Il partigiano Johnny " Beppe Fenoglio -
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04-05-2008, 22.12.57
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era una notte buia e tempestosa ....
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17-06-2008, 00.05.58
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Citazione:
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Originalmente inviato da rikkitikkitavi
era una notte buia e tempestosa ....
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...non è mai stato tradotto in italiano...almeno, credo...
...se vuoi leggere l'incipit, eccolo direttamente scansionato dal libro in lingua originale:
...è possibile scaricare il testo completo dal sito Progetto Gutemberg
... era una notte...buona, per tutti... 
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04-07-2008, 17.55.33
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Citazione:
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Originalmente inviato da sarahkerrigan
...a mio parere, la citazione nell'immagine non vale per tutti...conosco due viaggiatori che hanno visitato il mondo intero, compresa la Patagonia, ma solo uno ha mente allargata...l'altro, è tutt'ora alle prese con piccolezze quotidiane...
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...riprendendo un attimo questo post, vorrei solo dire per fissare il pensiero nel tempo, che ho incontrato uno dei due viaggiatori citati, quello con la mente allargata, che mi ha parlato per lunghissimi istanti e mentre mi avvolgeva con le sue parole, mi son detta: "...io e te, prima o poi viaggeremo insieme..."
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04-07-2008, 18.23.43
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...come promesso...
Una mattina, in uno dei grandi edifici della via Goròchovaja¹, i cui abitanti avrebbero popolato un’intera cittadina distrettuale, stava disteso a letto, nel proprio appartamento, Il’jà Il’ìč Oblòmov.
Era un uomo di trentadue-trentatré anni, di statura media, di bell’aspetto, dagli occhi grigio-scuri, ma dai tratti del suo volto non traspariva alcuna idea determinata, né un qualche cenno di concentrazione. Il pensiero vagava libero come l’aria sul volto, sfarfalleggiava negli occhi, indugiava sulle labbra semiaperte, si nascondeva tra le rughe della fronte, per poi sparire completamente, cosicché la luce uniforme dell’ indolenza appariva sul volto. Dal volto l’indolenza si trasmetteva alle pose di tutto il corpo, perfino alle pieghe della veste da camera.
A volte il suo sguardo si offuscava, con un’espressione di stanchezza o di noia; ma nemmeno per un attimo la stanchezza e la noia riuscivano a scacciare dal volto la mitezza, che era l’espressione dominante e fondamentale, non solo del volto, ma dell’anima tutta; e l’anima risplendeva in modo così aperto e chiaro sia negli occhi, sia nel sorriso e in ogni movimento del capo e delle mani. Un osservatore superficiale e freddo, se avesse gettato casualmente lo sguardo su Oblòmov, avrebbe detto: “Che pasta d’uomo deve essere, che anima semplice!” Una persona più profonda e più disponibile, dopo averlo guardato a lungo in viso, si sarebbe allontanata, immersa in una gradevole sensazione, sorridente.
Il colorito del volto di Il’jà Il’ìč non era né rubizzo, né scuro, né del tutto pallido, ma indefinito, o perlomeno, pareva tale, per il fatto che Oblòmov era sformato ben oltre i limiti della sua età: per mancanza di moto, oppure di aria, o, forse, dell’uno e dell’altra. L’intero suo corpo, a giudicare dal colorito opaco ed eccessivamente bianco del collo, delle manine grassottelle, delle spalle flosce, pareva troppo flaccido e non abbastanza virile.
I suoi movimenti, perfino quando era in pensiero, erano frenati dalla sua mitezza come pure da una pigrizia non priva, a suo modo, di grazia. Se sul volto giungeva improvvisamente una nube di preoccupazione, lo sguardo si annebbiava, sulla fronte apparivano le rughe, aveva inizio il gioco dei dubbi, della tristezza, dei timori; ma di rado tale agitazione prendeva la forma di un’idea determinata, ancora più di rado si trasformava in un’intenzione. Tutta l’agitazione si risolveva in un sospiro e svaniva nell’apatia o nel torpore.
E come si adattava bene ...[...]
¹ Una delle tre arterie principali di Pietroburgo che si dipartivano dall' Ammiragliato, sede del Ministero della Marina; all'epoca i primi due isolati erano abitati dall' aristocrazia; più oltre la via era abitata dalle classi medie.
Oblòmov - Ivan Aleksandrovič Gončarov
« i può imparare a vivere? Evita qualsiasi frenesia;
lascia che i tuoi giudizi smascherino la stupidità.
Ridi, ma senza fretta... »
I. A. Gončarov
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04-07-2008, 19.58.19
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...ancora un po' e un altro incipit, ci sta...
Posso dire queste cose a te, sorella, come non potrei a una sorella vera. Che cosa capirebbe lei della mia stessa gente, dei lontani paesi dove per dodici anni visse mio marito? Neppure potrei parlare liberamente con una delle straniere che non conoscono il nostro popolo, né i costumi che abbiamo conservato sin dai tempi dell' antico Impero. Ma tu? Tu hai vissuto fra noi per tutti i tuoi anni. Appartieni, è vero, alle terre dove mio marito studiò sui libri occidentali; ma non potrai non capire. Dico la verità. Ti ho chiamata sorella: ti dirò tutto.
Vento dell' Est: vento dell' Ovest - Pearl S. Buck
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06-07-2008, 22.03.16
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Cito a memoria... letto nel 79 in ladakh.
- "Attenzione! Attenzione!" - e, un mezzo tono in meno: - "Karuna!"
Il bello è che il romanzo finisce cosi:
- "Karuna! Karuna!" - e, un mezzo tono in meno: - "Attenzione!"
...sono i versi che fanno i gabbiani dell'isola.
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06-07-2008, 22.06.56
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Ma, in fondo, io trovo che il più geniale incipit di tutti i tempi sia codesto:
MERDRE!

1896, ma sempre attualissimo!

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06-07-2008, 23.46.11
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Citazione:
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Originalmente inviato da Daruma
Ma, in fondo, io trovo che il più geniale incipit di tutti i tempi sia codesto:
MERDRE!
1896, ma sempre attualissimo!
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Ahahah! ...si, sempre attualissimo, Ubu  (Bas va alla guerra...e poi c'è Ubu cornuto)
UBU INCATENATO
Cinque Atti
di Alfred Jarry
Testo dell' Edizione Originale
PERSONAGGI
PADRE UBU
MADRE UBU
ELEUTERIA
PISSEDOUX
PISSEMB0CK
LORD CATOBLEPAS
JACK, suo domestico
FRATE TIBERGE
I TRE UOMINI LIBERI
SOLIMANO sultano dei Turchi
IL VISIR
IL CARCERIERE
PIE DONNE
IL PRESIDENTE
GIUDICI
AVVOCATI
CANCELLIERI
USCIERI
GUARDIE
POLIZIOTTI
DEMOLITORI
AGUZZINI
IL DECANO DEI FORZATI
FORZATI
POPOLO
Ai tanti PADRONI
che rafforzarono
la sua corona quando era re
UBU INCATENATO
offre l'omaggio dei
suoi ferri
PADRE UBU, Cornoventraglia! non avremo
demolito tutto se non demoliamo anche le
rovine! Ora, per questo, non vedo altro
modo che equilibrarle in begli edifici ben ordinati.
ATTO PRIMO
Scena prima
PADRE UBU, MADRE UBU.
PADRE UBU (viene avanti e non dice niente).
MADRE UBU O bella! Non dici niente, padre Ubu Hai dimenticato la parola?
PADRE UBU Madre... Ubu! La parola, non la voglio più pronunciare, mi ha procurato troppi dispiaceri.
MADRE UBU Come, dispiaceri! Il trono di Polonia, la grande cappellina, l'ombrello...
PADRE UBU Madre Ubu, dell'ombrello non me ne importa più, è troppo difficile da maneggiare, avrei fatto prima con la mia scienza in fisica, a impedire di piovere!
MADRE UBU Stolido asino!... i beni dei nobili confiscati, le tasse riscosse quasi tre volte, la mia gentile presenza al tuo risveglio nella caverna dell'orso, il passaggio gratuito sulla nave che ci ha portati in Francia, dove, in virtù di quella beata parola, sarai nominato, quando vorrai, Signore delle Finanze! Eccoci in Francia. È questo il momento di non saper più parlare francese?
PADRE UBU Cornoventraglia, Madre Ubu, quando eravamo in Polonia parlavo francese: questo non ha impedito al giovane Bugrelao di scucirmi le budella, al capitano Bordure di tradirmi nel modo più indegno, allo Zar di spaventare il mio cavallo da phynanze lasciandosi stupidamente cadere in un fossato, ai nemici di sparare, nonostante le nostre raccomandazioni, in direzione della nostra preziosa persona; all'orso di fare a pezzi i nostri Palotini, benché gli parlottassimo latino dall'alto della nostra roccia, e a voi, signora nostra sposa, di dilapidare i nostri tesori e i dodici soldi al giorno del nostro cavallo da phynanze!
MADRE UBU Dimentica, come me, queste piccole miserie. Ma di che cosa vivremo, se non vuoi più essere né Signore delle Finanze né re?
PADRE UBU Del lavoro delle nostre mani, Madre Ubu!
MADRE UBU Come, Padre Ubu, vuoi accoppare i passanti?
PADRE UBU Oh, no! e se poi mi colpissero loro? Voglio essere buono coi passanti, Madre Ubu Dato che siamo nel paese in cui la libertà è uguale alla fraternità, la quale non è paragonabile che all'uguaglianza della legalità, e che io non sono capace di fare come tutti e che per me è uguale di essere uguale a tutti dato che sarò ancora io che finirò con l'ammazzare tutti, andrò a farmi schiavo, madre Ubu.
MADRE UBU Schiavo! Ma sei troppo grosso, Padre Ubu!
PADRE UBU Così farò meglio i lavori più grossi. E voi, signora nostra femmina, andate a prepararci il nostro grembiule da schiavo, e restate come siete, così ognuno vedrà, senza dubbio alcuno, che avete indossato il vostro bell'abito da cuoca schiava!
Scena seconda
Il Campo di Marte, i TRE UOMINI LIBERI, IL CAPORALE.
[...]
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07-07-2008, 16.43.44
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Citazione:
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Originalmente inviato da Daruma
Cito a memoria... letto nel 79 in ladakh.
- "Attenzione! Attenzione!" - e, un mezzo tono in meno: - "Karuna!"
Il bello è che il romanzo finisce cosi:
- "Karuna! Karuna!" - e, un mezzo tono in meno: - "Attenzione!"
...sono i versi che fanno i gabbiani dell'isola.
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"Attention," a voice began to call,and it was as though an oboe had suddenly become articulate."Attention," it repeated in the same high,nasal monotone."Attention."
(ed-1976 Triad/panther Books)
ps...cmq complimenti per la memoria ...tutta invidia ,la mia 
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07-07-2008, 16.54.28
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FUCK YOU, MASTER
sceneggiatura (incompiuta) di un lungo
satya 2005
0. GIAPPONE/MONASTERO ZEN - EST., GIORNO
I TITOLI DI APERTURA SI DISEGNANO CON PICCOLI SASSOLINI, SIMILI A QUELLI CHE TROVANO POSTO NEI GIARDINI ZEN, A SIMBOLEGGIARE L'ACQUA CHE SCORRE.
TEMA MUSICALE: Kitaro – Kokoro
Da una veranda di legno, un MONACO ZEN di circa 60 anni guarda verso il giardino di pietra. Grandi massi troneggiano al centro di uno spiazzo ricoperto di piccoli ciottoli da fiume, perfettamente rastrellati, a disegnare cerchi cocentrici attorno alle pietre, come mulinelli. Sullo sfondo, oltre a un fitto boschetto di bambù, una pianura di risaie si distende a perdita d'occhio. Il vecchio MONACO ZEN porta gli abiti della tradizione (n.d.a. avvalersi della consulenza specifica, da qui in poi, per tutte le scene attinenti alla tradizione zen), un enorme kesa viola gettato sulla spalla sinistra. E’ molto elegante, imponente. Sta fermo in piedi e scruta l'orizzonte, come a cercare un pensiero lontano. La mano sinistra, raccolta all'altezza del petto, sostiene il lembo dell'abito, che accarezza con le dita forti e rugose. Nella destra impugna un bastone piatto, il kyosaku, tipico della tradizione zen (n.d.a. è il TEASER principale, ritornerà per tutta la storia). Il suo volto è scolpito come le pietre del giardino, ma gli occhi lasciano trapelare un velato senso di malinconia. Il silenzio nel giardino è totale, si sente solamente lo scorrere dell'acqua di un ruscelletto, nel mezzo della vegetazione circostante il giardino in pietra, curatissima, come nella tradizione dei giardini giapponesi.
E' il tramonto e i colori sono ammorbiditi dai raggi del sole basso all'orizzonte. Accanto al ruscelletto, su un ceppo, è posato una specie di mestolino di legno.
All'improvviso, dal cespuglio di bambù, si alza in volo un uccello, agitando l'aria attorno. Il MONACO ZEN gira la testa di scatto, con sguardo felino segue la traiettoria dell'uccello nel cielo. Si riscuote, come al richiamo di un segnale. Depone le ciabatte a infradito una accanto all'altra in direzione del giardino, si inginocchia, posa il bastone, si toglie il kesa ripiegandolo con cura, lo porta alla fronte come per rendergli omaggio e lo posa a terra davanti a sé. Si toglie quindi il koromo (n.d.a. abito lungo e nero con la gonna a pieghe e maniche ampissime), ripiega anche quello con gesti sapienti ed estrema cura e lo posa sotto al kesa. Rimane con un kimono bianco e stretto, lungo fino ai piedi, tenuto chiuso in vita da un'alta cintura pure bianca, una specie di fascia grezza e spessa.
Raccoglie il bastone e si alza. Si aggiusta il collo, fa tre passi indietro, si volta sulla destra, impugna il bastone a due mani davanti a sé, come fosse una spada, si inchina leggermente come a salutare un nemico invisibile, e inizia un rapido e bellissimo kata di spada, simile a una danza. Il suo corpo imponente e pesante si muove con una leggerezza soave, il bastone sibila nell'aria, la musica cresce con i movimenti fino a spegnersi, quando il MONACO ZEN si ferma, solleva il bastone con le due mani all'altezza degli occhi, guarda lontano, dove ancora sta volando l'uccello, e si piega abbassando leggermente il capo, in segno di saluto.
Il suo volto antico è scolpito e duro. Ma i suoi occhi sono tristi.
Fine Tema musicale
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07-07-2008, 17.17.23
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Il ragazzo dai capelli biondi si calo' giu' per l'ultimo tratto di roccia e comincio' a farsi strada verso la laguna.Benche' si fosse tolto la maglia della scuola, che ora gli penzolava da una mano,la camicia grigia gli stava appiccicata addosso, e i capelli gli erano come incollati sulla fronte. Tutt'intorno a lui il lungo solco scavato nella giungla era un bagno a vapore. Procedeva a fatica tra le piante rampicanti e i tronchi spezzati,quando un uccello,una visione di rosso e di giallo,gli saetto' davanti con un grido da strega; e un altro grido gli fece eco:
"Ohe'! Aspetta un po'!"

http://www.unilibro.it/find_buy/findresult/libreria/prodotto-libro/autore-golding_.htm
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09-07-2008, 23.03.47
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dal dialogo con Lisaweta Iwanowna
Noi artisti non disprezziamo appassionatamente nessuno più del dilettante, della persona semplice, di colui che crede di poter divenire ed essere , sol che lo voglia, un artista e le posso assicurare che questa categoria di disprezzo fa parte del bagaglio delle mie vicende.
Mi accadde di trovarmi tempo fa a un ricevimento presso una famiglia di tutto rispetto: si mangiava, si beveva, si discorreva comprendendosi ottimamente e mi sentivo contento e gratificato di potere scomparire un poco tra gente ingenua e normale, i come fossi stato uno di loro.
D'improvviso ( e questo è davvero accaduto), un ufficiale, un sottotenente, un uomo prestante e tutto d'un pezzo che io non avrei mai stimato capace di un simile comportamento, specie in considerazione dell'uniforme, balza in piedi e chiede con parole ferme il permesso di leggere alcuni suoi versi.
Fra sorrisi sbalorditi quanto compiaciuti, gli si da il permesso, e questi da seguito al proposito, e da un foglietto fino ad allora celato in una tasca della giubba declama una sua composizione, un qualcosa sull'amore e sulla musica, in breve un opera così profondamente sentita quanto insulsa.
Ora, io dico: un Sottotenente!....Un uomo di mondo!...Davvero non ne aveva bisogno!
E quindi accadde quel che doveva accadere: musi lunghi, silenzio, qualche timida approvazione, e tutto intorno un profondo senso di disagio.
Il primo fatto psichico di cui mi avvedo è che mi sento responsabile del turbamento che l'azione di quello sconsiderato giovane ha arrecato alla riunione; e senza dubbio quegli sguardi gelidi e beffardi sono diretti anche a me, il cui mestiere quello ha scimmiottato.
Ma il secondo è che quest'uomo, verso il cui modo di essere e vivere io nutrivo sino solo a poco tempo prima un profondo rispetto, inizia d'improvviso, d'innanzi al mio giudizio, a scendere, scendere, scendere....al punto che mi sento preso da benevola compassione.
Assieme ad alcuni signori bendisposti e di buon cuore, mi dirigo verso di lui e gli rivolgo la parola.
"I miei commplimenti", gli dico, "Signor Sottotenente per il suo notevole ingegno! Davvero notevole!"
E ci manca poco che gli batta pure una mano sulla spalla.
Ma si dimostra benevolenza verso un Sottotenente ?....Colpa sua!
Ed ora eccolo che nel più profondo imbarazzo sconta l'ardito credo che sia lecito poter cogliere una fogliolina, anche una sola fogliolina dall'albero del lauro dell'arte, senza che se ne debba pagare il prezzo con la vita.
No piuttosto in tal caso tengo per l'altro mio collega , il banchiere criminale.
Ma non trova, Lisaweta, come io oggi sia di una loquacità amletica?
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24-07-2008, 00.04.43
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I Diavoli di Loudun
Fu nel 1605 che Joseph Hall, lo scrittore satirico e futuro vescovo, fece la sua prima visita nelle Fiandre.
"Quante chiese diroccate vedemmo lungo il cammino, nulla più che informi macerie a ricordare al viandante che quelli erano stati luoghi di devozione e di odio. Oh, le miserevoli impronte della guerra!...
Ma ( cosa degna di meraviglia) le chiese crollano e i collegi de' Gesuiti sorgono ovunque.
Non v'è città ove non crescano o ne nascano di nuovi.
Come spiegare questo fatto ?
Forse perchè la devozione non è così necessaria come la politica?
Questi uomini ( come diciamo della volpe) più li si insulta e meglio se la passano.
Nessuno più vituperato;nessuno più detestato;nessuno più osteggiato; eppure la lor gramigna continua a crescere".
Crescevano per una ragione molto semplice e sufficiente: la gente li voleva.
I Gesuiti, come Hall e tutta la sua generazione sapevano benissimo, mettevano la "politica" davanti a tutto.
Le loro scuole erano state create per sostenere la guerra della Chiesa Cattolica contro i suoi nemici, "libertini" e Protestanti.
I buoni padri contavano di formare attraverso l'insegnamento una classe di laici educati e totalmente devoti agli interessi della Chiesa.
Nelle parole di Cerutti- parole che mandavano su tutte le furie l'indignato Michelet- "come stringiamo in fasce le membra di un bambino nella culla per dar loro la giusta proporzione, così è necessario sin dalla più tenera età - per così dire- fasciarne la volontà , affinchè essa mantenga per tutta la vita una felice e salutare pieghevolezza".
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Francia, 1631: sotto il regno di Luigi XIII, il cardinale Richelieu, deciso a fiaccare definitivamente le velleità delle città di provincia, ordina la demolizione delle mura di alcuni centri. A Loudun, il barone de Laubardemont, che deve eseguire tale ordine, trova un oppositore in Urbain Grandier, un prete che pur manifestando una sincera religiosità conduce una licenziosa vita privata. La fama di Grandier richiama l'interesse di suor Jeanne des Anges, frustrata superiora delle Orsoline, la quale, allo scopo di stabilire con lui un concreto rapporto, gli offre il posto di direttore spirituale del proprio convento di clausura. Dopo essere stata rifiutata da Grandier, la madre superiora passa ad uno stato di isterico furore che in breve trasmette anche alle consorelle. Il canonico Mignon, venuto a conoscenza delle strane perversioni delle monache, d'accordo con alcuni influenti personaggi ostili a Grandier, attribuisce il fenomeno ad ossessione diabolica e ne incolpa il prete, affidando le invasate suore agli esorcismi del fanatico Padre Barrè. Sadicamente torturato e condannato al rogo, Urbain Grandier muore il 18 agosto 1634, rifiutando però sino all'ultimo di confessarsi reo di colpe non commesse.
As promised....
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17-09-2008, 00.41.53
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...torno indietro di una decina d'anni circa, quando casualmente ebbi modo di leggere un incitamento, un' esortazione che pensai di condividere anche qui nel forum, parole dal sentore new age, filosofia o stile di vita che seguo limitatamente - per alcuni preziosi suggerimenti di relazione fra me e il mondo intorno a me - per via di altre convinzioni personali piuttosto radicate.
Non mi dilungo a descrivere di come sia riuscita a procurarmi l'intero libro che contiene quel passaggio, aggiungo solo il collegamento è stato possibile da una di quelle donne che piacciono a me, che senza conoscere si attivano con estrema ricettività, lasciandoti attorno un nonsoché di stupore.
Desideravo leggerlo al completo, consapevole che poteva rivelarsi tutt'altro rispetto al mio immaginario ed a tratti invero, non posso dire che abbia suscitato in me particolari emozioni, ma qualche effetto lo ha generato, come far riaffiorare alcune delle dimensioni più profonde del mio sentire.
L'incipit lascia qualche perplessità, ma tant'è, bisogna tener conto dell' insieme:
L' anelito
Non m'interessa sapere come vi guadagnate la vita.
Voglio sapere che cosa vi fa spasimare
e se osate sognare l'incontro
con l'anelito del vostro cuore.
Ho fede nel desiderio, ovunque mi colga. E spesso succede in momenti imprevedibili e inopportuni. E' come una porta che si apre all'improvviso: non sono mai pronta. Ma non posso mai essere pronta al modo in cui mi prende per poi lasciarmi, alla ferocia dello spasimo che provoca. Dà voce a quelle parti di me stessa che mi sono lasciata alle spalle nei patti che ho cercato di fare con la vita, nel tentativo di barattare pezzi dei miei sogni con promesse di salvezza. ...
...voglio sapere che cosa vi fa spasimare quando la porta del desiderio si spalanca, e se avete il coraggio di percepire il vostro desiderio.
...da L' invito - Oriah Mountain Dreamer
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20-09-2008, 00.56.02
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Terra degli Uomini
La terra ci fornisce, sul nostro conto, più insegnamenti di tutti i libri.
Perchè ci oppone resistenza.
Misurandosi con l'ostacolo l'uomo scopre se stesso.
Ma per riuscirci gli occorre uno strumento. Gli occorre una pialla, o un aratro.
Il contadino, nell'arare, strappa a poco a poco alcuni segreti alla natura, e la verità ch'egli estrae è universale.
Non diversamente l'aeroplano, strumento delle vie aeree, coinvolge l'uomo in tutti gli antichi problemi.
Ho sempre dinanzi agli occhi l'immagine della mia prima notte di volo in Argentina, una notte scura in cui brillavano, come stelle, solo i radi lumi sparsi per la pianura.
Ciascuno era come il segnale, in quell'oceano di tenebre, del miracolo di una coscienza.
Nel tale focolare qualcuno leggeva, pensava, scambiava confidenze.
Nel tal altro, forse, qualcuno cercava di sondare lo spazio, si logorava in calcoli sulla nebulosa di Andromeda.
Là si amava.
Risplendevano di luogo in luogo nella campagna, queste luci che reclamavano alimento: anche le più discrete, quella del poeta, del maestro, del carpentiere.
Ma, in mezzo a quelle stelle vive, quante finestre chiuse, quante stelle spente, quanti uomini addormentati....
Bisogna pur tentare di riunirsi. Bisogna pur cercare di comunicare con qualcosa di queste luci che risplendono di luogo in luogo, nella campagna.
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04-10-2008, 22.16.16
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L'ho comprato di recente, spinta dall'entusiamo dopo aver letto l' Eleganza del riccio. Si tratta del primo romanzo di Muriel Barbery, dal titolo Estasi culinarie. Ero indecisa se pubblicare un assaggio direttamente nel 3d Ricette letterarie - la zuppa di Kafka o negli Incipit...ho scelto entrambe le discussioni:
Il sapore
Rue de Grenelle, la camera.
Quando prendevo possesso della tavola lo facevo da monarca. Eravamo i re, gli astri splendenti in quelle poche ore di banchetto che avrebbero deciso il loro futuro, che avrebbero segnato l'orizzonte tragicamente vicino o deliziosamente lontano e radioso delle loro speranze di chef. Facevo il mio ingresso in sala come il console che entra nell'arena a ricevere le acclamazioni, e ordinavo che la festa avesse inizio. Chi non ha mai assaporato il profumo inebriante del potere non può immaginare l'improvvisa scarica di adrenalina che irradia il corpo da capo a piedi, che scatena l'armonia dei gesti, che cancella ogni fatica e ogni realtà contraria al vostro piacere, l'estasi della sfrenata potenza di chi ormai non deve più lottare, ma soltanto godere di ciò che ha conquistato, gustandosi all'infinito l'ebbrezza di incutere timore.
Così eravamo: regnavamo da sovrani e signori sulle più importanti tavole di Francia, pasciuti dall'eccellenza delle pietanze, dalla nostra gloria e dal desiderio mai sopito, anzi sempre inebriante come l'odore della selvaggina per il segugio, di decidere su quell'eccellenza.
Sono il più grande critico gastronomico del mondo.
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